I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

CHIESA - LE ENCICLICHE SOCIALI (8b)

di Silvano Stracca

LABOREM EXERCENS

Il principio della priorità del “lavoro” nei confronti  del “capitale”, sempre insegnato dalla Chiesa, viene ribadito dalla Laborem exercens, affermando che si tratta di “un postulato appartenente all’ordine della morale sociale”.

 

Giovanni Paolo II a Lion (Francia) nel 1986Dalla morale sociale “nascono alcuni specifici diritti dei lavoratori, che corrispondono all’obbligo del lavoro”. Così, contro “un’eccessiva centralizzazione burocratica, nella quale il lavoratore si sente un ingranaggio di un grande meccanismo mosso dall’alto… l’insegnamento della Chiesa ha sempre espresso la ferma e profonda convinzione che il lavoro umano non riguarda soltanto l’economia, ma coinvolge anche, e soprattutto, i valori personali”. Soffermandosi sui conflitti tuttora in atto tra lavoro e capitale, sia nel sistema capitalistico sia in quello collettivistico, Giovanni Paolo II ne individua la causa nell’errata prospettiva economicistica e materialistica, comune ad ambedue i sistemi. Secondo quest’ottica, si pone al primo posto il capitale e non l’uomo, dimenticando che “il lavoro è sempre una causa efficiente primaria, mentre il capitale, essendo l’insieme dei mezzi di produzione, rimane solo uno strumento”. E dimenticando anche che il capitale “è nato dal lavoro e porta su di sé i segni del lavoro umano”.

 

LAVORO E PROPRIETÀ

 

Affrontando poi il rapporto tra lavoro e proprietà, il Papa afferma che “la tradizione cristiana non ha mai sostenuto il diritto di proprietà come un qualcosa di assoluto e intoccabile. Al contrario, essa l’ha sempre inteso nel più vasto contesto del comune diritto di tutti ad usare i beni dell’intera creazione: il diritto della proprietà privata come subordinato al diritto dell’uso comune, alla destinazione universale dei beni”. La proprietà, sottolinea ancora l’enciclica, “si acquista prima di tutto mediante il lavoro perché essa serva al lavoro… Quanto ai mezzi di produzione, non possono essere posseduti contro il lavoro, né essere posseduti per possedere, perché l’unico titolo legittimo al loro possesso – e ciò sia nella forma della proprietà privata sia in quella della proprietà pubblica o collettiva – è che essi servano al lavoro.” Parlando di “socializzazione” di certi mezzi di produzione, il Papa afferma che “continua a rimanere inaccettabile la posizione del “rigido” capitalismo, il quale difende l’esclusivo diritto della proprietà privata dei mezzi di produzione come un “dogma” intoccabile nella vita economica. Il principio del rispetto del lavoro esige invece che questo diritto sia sottoposto a una revisione costruttiva, sia in teoria che in pratica”. Ricordando che alcune “proposte” del magistero della Chiesa prevedono la comproprietà dei mezzi di lavoro, l’enciclica sostiene che non è sufficiente la semplice sottrazione di quei mezzi dalle mani dei loro proprietari privati per socializzarli in modo soddisfacente. “Si può parlare di socializzazione – scrive Giovanni Paolo II – solo quando sia assicurata la soggettività della società, cioè quando ognuno, in base al proprio lavoro, abbia il pieno titolo di considerarsi al tempo stesso il “comproprietario” del grande banco di lavoro, al quale s’impegna insieme con tutti”.

 

 

I DIRITTI DEI LAVORATORI

 

In merito ai diritti dei lavoratori, l’enciclica richiama che il lavoro è per l’uomo non soltanto un diritto, ma anche ubbidienza a Dio e contributo alla costruzione dell’umanità, partendo dalla famiglia. “L’uomo deve lavorare per riguardo al prossimo, specialmente per riguardo alla propria famiglia, ma anche alla società alla quale appartiene, alla nazione della quale è figlio o figlia, all’intera famiglia umana di cui è membro, essendo erede  di generazioni e insieme co/artefice del futuro di coloro che verranno dopo di  lui nel succedersi della storia”. La Laborem exercens si sofferma soprattutto sul diritto di avere un lavoro. Di fronte alla piaga della disoccupazione l’enciclica parla di dovere per i pubblici poteri “di corrispondere le convenienti sovvenzioni, indispensabili per la sussistenza dei disoccupati e delle famiglie”. Si invoca poi “ il principio dell’uso comune dei beni”. Si dice ancora che l’antidoto alla disoccupazione è “una pianificazione globale… e questa sollecitudine globale grava sulle spalle dello Stato”. Pur salvaguardando i diritti sovrani di ogni Stato, la reciproca dipendenza sollecita la “collaborazione internazionale”, superando “urtanti differenze che sono ingiuste e atte a provocare anche violente reazioni”. Il Papa ripete la dottrina sul diritto dei lavoratori al “giusto salario”, aggiungendo che ciò “diventa in ogni caso la concreta verifica della giustizia di tutto il sistema socio-economico”. Precisa che una giusta remunerazione per il lavoro della persona adulta, che ha responsabilità di famiglia, è quella che sarà sufficiente per fondare e mantenere degnamente una famiglia ed assicurarne il futuro”.

 

LA DONNA

 

In questo contesto si accenna pure alla “rivalutazione sociale dei compiti materni” auspicando che la società renda possibile alla “madre – senza ostacolarne la libertà, senza discriminazione psicologica o pratica, senza penalizzazione nei confronti delle sua compagne – di dedicarsi alla cura e all’educazione dei figli, secondo i bisogni differenziati della loro età”. La vera promozione della donna esige che il lavoro sia strutturato in tal modo che essa non debba pagare la sua promozione con l’abbandono della propria specificità e a danno della famiglia, nella quale ha, come madre, un ruolo insostituibile”.

                                                                                              

I SINDACATI

 

Giovanni Paolo II definisce i sindacati “un indispensabile elemento della vita sociale. Sì – afferma – essi sono un esponente della lotta per la giustizia sociale… Tuttavia questa “lotta” deve essere vista come un normale adoperarsi “per” il giusto bene; non è una lotta “contro” gli altri”. Perciò le richieste sindacali “non possono trasformarsi in una specie di “egoismo” di gruppo o di classe; e se l’attività sindacale non può non avere una dimensione “politica” nel senso più ampio di “sollecitudine” per il bene comune”, essa però non potrà mai confondersi con la “politica” nel senso più comune del termine. Infatti, i sindacati “non hanno il carattere di partiti politici che lottano per il potere, e non dovrebbero neppure essere sottoposti alle decisioni dei partiti politici  o avere dei legami troppo stretti con essi”. Infine, quanto al diritto di sciopero, legittimo nei giusti limiti, esso mantiene la sua natura di “mezzo estremo” del quale non si può abusare “specialmente per giuochi politici”.