I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

ANNIVERSARI

di Francesco Motto

 

A 130 anni dalla morte di di un presunto profeta, Davide Lazzaretti fondatore della Chiesa giurisdavidica

DON BOSCO e l’eretico profeta del monte Amiata

Don Bosco, si sa, fu in relazione con migliaia di persone, che vennero ad incontrarlo a Valdocco, o avvicinò nei suo numerosissimi viaggi, o lo contattarono per via epistolare. Tra essi ci fu anche la controversa figura di Davide Lazzaretti.

 

Innumerevoli i personaggi che poterono incontrare Don Bosco: uomini di Chiesa: (papi, cardinali, vescovi, sacerdoti, religiosi...) e uomini di potere (re, ministri, politici...), uomini di cultura (Tommaseo, Pellico, Rosmini...) e uomini di umilissima condizione; cattolici ma anche protestanti ed ebrei... insomma membri di un po’ tutte le classi sociali, di varia cultura e di diverse religioni, cui chiese qualcosa (spesso aiuti economici per i suoi ragazzi poveri) e da cui venne richiesto di qualcosa (accoglienza, preghiere, benedizione...). Fra quanti avvicinarono il santo di Valdocco ci fu un certo Davide Lazzaretti, l’eretico “profeta dell’Amiata”, di cui ricorre il 130 anniversario della morte. 

 

CARNEADE, CHI ERA COSTUI?

 

Monte Labbro: la prima casa dei LazzarettiEra nato ad Arcidosso (Grosseto) alle falde del Monte Amiata, nel 1834, da famiglia contadina e per guadagnarsi il pane fece umili mestieri, fra cui il barrocciaio. Ammalatosi di malaria, come molti maremmani allora, ebbe delle visioni. A 22 anni si sposò ma, dopo quattro anni, lasciò moglie e figli per entrare volontario nelle file dell’esercito piemontese, che combatteva contro lo Stato Pontificio. Congedato dopo la battaglia di Castelfidardo (settembre 1860), tornò alla solita vita, e nel 1868 ebbe altre visioni. Sul Monte Labro (1000 m sul massiccio dell'Amiata) gli apparve la Madonna. Spinto dalle sue visioni, divenne molto devoto e iniziò una predicazione d’ispirazione apocalittica e millenaristica, che suscitò l’attenzione di alcuni conterranei. Cominciarono a seguirlo e lui fondò per loro un piccolo eremo sul Labro. Nel 1870, poco prima della Presa di Porta Pia, su invito di san Pietro, apparsogli in visione, si recò a Roma dove sembra sia riuscito ad avvicinare il Papa, senza potergli parlare. La sua predicazione agli occhi dei più appariva delirante; non per nulla pur datosi a severe penitenze in una grotta di Montorio Romano, in Sabina, fu espulso dalle autorità pontificie. Comunque fece proseliti in tutta la Toscana e perfino in Francia, divenendo L'Unto del Signore. Entrò allora di fatto in conflitto con le gerarchie della Chiesa cattolica, fino a disconoscere l'autorità del Pontefice. Ma divenne inviso anche alle autorità italiane e al clero locale, con il suo fondare alcune cooperative monastico-sociali, confluite poi in una sorta di comunità religiosa di mutuo soccorso, (la Giurisdavidica,) ispirata a un socialismomistico e utopistico. Il centro, invero puramente simbolico, era sul predetto Monte Labro. Seguirono denunce, probabilmente più per motivi economici che ideologici, per cui le autorità del giovane Regno d’Italia si allarmarono e nel novembre 1873 lo arrestano nuovamente.

 

GLI INCONTRI A VALDOCCO

 

Forse proprio per fuggire a un prevedibile arresto, nel maggio si era messo in viaggio per la Francia assieme a un figlio, predestinato, secondo un’altra visione, a diventare generale di un esercito salvatore del mondo (?). Fece tappa a Valdocco, ma Don Bosco era assente. Benché non si sappia il motivo per cui gli fu concessa l’ospitalità per alcune settimane, ebbe modo, come racconta la tradizione salesiana, di non far troppa buona impressione, non fosse altro per il fatto che non faceva il segno della croce prima e dopo i pasti che prendeva alla loro mensa. Tornato, Don Bosco certamente indottrinato dai suoi “figli” gli concesse una brevissima udienza, nella quale gli “contestò” le presunte rivelazioni perché prive di credibilità (si certificava da se stesso), e perché il “profeta” non dava quei segni di religiosità che il santo riteneva essenziali. Lo spassoso dialoghetto riportato dalle Memorie Biografiche (MV IX, 1144-1145), probabile ricostruzione di don Lemoyne, ne riporta la sostanza. Don Bosco non dovette considerarlo pericoloso, ma semplicemente una persona generosa, un visionario altruista, dalla mente un po’ esaltata; e quando il Lazzaretti venne arrestato per vagabondaggio, truffa e cospirazione politica, accuse che lasciavano presagire anni di carcere, Don Bosco vergò uno scritto in sua difesa (cfr riquadro), poche righe che opportunamente presentate in corte d’appello, soppressero la condanna comminata in prima istanza. Con ogni probabilità l’avvocato difensore dovette produrre anche altre testimonianze in favore del suo assistito, ma senza dubbio l’attestato di stima di un personaggio come Don Bosco dovette avere il suo peso.

 

ANNI DI GRANDE NOTORIETÀ

 

Erano gli anni in cui il nome di Don Bosco correva sulla stampa religiosa e laica non solo per le sue attività di educatore, di fondatore di due congregazioni, di santo taumaturgo, ma anche per l’azione mediatrice fra Stato e Chiesa nel difficili problemi del tempo: quelli della nomina, condivisa, dei nuovi vescovi e dell’assegnazione delle cosiddette “temporalità” a neopresuli da parte delle autorità civili. Dall’inizio di giugno 1873 a Roma vi era un nuovo governo e Don Bosco si era messo subito in relazione con il nuovo ministro di Grazia, Giustizia e Culto, Paolo Vigliani che, dopo averlo incontrato personalmente più volte nel corso delle trattative con la Santa Sede, lo definì “ottimo sacerdote e buon cittadino”, di sentimenti “in tutto degni di un virtuoso sacerdote e di un buon suddito”, e da politico attento al bene comune, si augurava che “il cielo” lo conservasse “al bene della Chiesa ed anche dello Stato”. Nei mesi in cui Lazzaretti stava in galera, Don Bosco a Roma era in relazione con il ministro Vigliani e il card. Antonelli, e potrebbe aver speso qualche parola in favore del carcerato! Sta di fatto che costui fu liberato e nella primavera del 1875 passò di nuovo per Valdocco da don Bosco. Pochi anni dopo tuttavia il visionarismo religioso di Lazzaretti gli diede alla testa: egli giunse a proclamarsi “Cristo Duca e Giudice”, dichiarò decaduto il papato, annunciò l’arrivo dell’era dello Spirito Santo e la fine dei papi con la morte di Pio IX (febbraio 1878). Era troppo. Fu scomunicato – i suoi scritti erano già stati messi all’Indice anche se aveva ritrattato le tesi in essi contenute – ed entrò nuovamente nel mirino delle autorità civili. Il 18 agosto 1878, nel corso di una processione con i seguaci sul monte Amiata, scoppiò un immotivato ma violento parapiglia con i carabiniere ed il Lazzaretti fu colpito a morte. Folle pacifico o profeta inascoltato? Pazzo lucido o mistico pensatore? Visionario socialista ante-litteram o uomo di Dio?  Forse un po’ di tutto, anche se all’epoca le autorità, in un evidente eccesso di zelo, lo giudicarono semplicemente un pazzo pericoloso, tanto da mettere a disposizione parte del suo cadavere al famoso criminologo Cesare Lombroso per i suoi studi. Don Bosco invece, più caritatevole ed interessato al bene delle anime, ne aveva semplicemente tessuto le lodi, magari solo per liberarlo dal carcere.   

 

 “Abbiano inteso qualche sinistra voce sul conto del signor David Lazzaretti, che cioè sia stato incarcerato.  Se mai potesse giovare la mia parola in suo vantaggio io sono disposto a pronunziarla di cuore, giacché avendo il piacere di conoscerlo nella scorsa primavera, anzi avendogli dato ospitalità in questa mia casa per alcune settimane, riconobbi una persona veramente dabbene, desiderosa di far del bene al prossimo, non curante dei propri interessi, purché possa giovare agli altri. Se avrà occasione di rivederlo, lo riverisca per parte mia, lo conforti. (Torino, 28 dicembre 1873)