I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

COME DON BOSCO - L’educatore

di Bruno Ferrero

NATURALMENTE

Bambini da balcone, ingabbiati in un centinaio di metri quadrati, seduti a far da spettatori o a giocare con una macchina…

 

Per molti ragazzi gran parte della settimana trascorre in uno spazio che non è uno spazio. Nessuno dovrebbe meravigliarsi se poi hanno la tendenza a esplodere. Sta nascendo una generazione per la quale tutto è virtuale, anche le molte vite guadagnate o perse alla playstation. Bambini che non hanno mai sentito un vero canto di uccelli, che non hanno mai attraversato un vero torrente… Quello che non hanno è uno spazio in cui muoversi: nelle città contemporanee lo spa­zio è un elemento prezioso e conteso. Non può essere “sprecato” per coloro che giocano o che vorrebbero giocare. Lo spazio è il vero giocattolo, per il piacere fisico e psicologico che se ne può trarre. Un ambito in cui i bambini possono muoversi come gli pare, guar­dare, toccare, assaggiare..

 

L’intelligenza dimenticata

 

Queste attività, definite dagli specialisti come "giochi percettivo-motori", servono al bambino per raccogliere informazioni e fare esperienze. Cioè imparare. L'imparare a sua volta diventa poco a poco attitudine sempre più spiccata alla conquista del mon­do. Il ragazzino s’impadronisce dei concetti di misura, forma, colore e peso, scopre come scorre il tempo, che cos'è la distanza, afferra l'i­dea della velocità, si rende conto delle posizioni delle cose e delle per­sone, capisce il significato dei numeri, de­cifra i simboli visivi. Evidentemente, giocando nello spazio l'or­ganismo del ragazzo si allena e viene sempre meglio controllato dal cervello, gli automatismi lasciano il campo ad azioni programmate e condotte dalla volontà. In breve, il bambino impara a fare quello che vuole con una precisione che va aumentando di continuo e sente ingi­gantire dentro di sé il gusto dell'indipendenza e dell'autonomia, la si­curezza, la fiducia in se stesso. Accumula esperienze e ne rica­va nuove iniziative. Genitori, insegnanti, responsabili civili devono favorire il contatto dei piccoli con l’ambiente e lo spazio naturale. L'importante è che bambini e ragazzi pos­sano muoversi, impadronirsi del proprio corpo, giocando a palla, rincorrendo le bolle di sapone, lanciando e raccogliendo oggetti, imitando gli animali, impiegando anche mezzi dotati di ruote, arrampicandosi, saltando in alto o in basso, valendosi di strumenti idonei a favorire il senso dell'equili­brio, facendo flessioni sul­le gambe e sulle braccia, capriole, ecc. Inoltre, giocando con altri scambiano informazioni con i compagni, apprendono parole nuove, manifestano accordo o disaccordo, litigano o collaborano, intessono una rete di relazioni che si potrebbero anche chiamare "sociali". Ma c’è qualcosa ancora più importante.

 

L’intelligenza ecologica

 

«La terra ha bisogno di noi e noi di lei» scrive Pina Tromellini. «In un abbraccio stretto in cui le emozioni sono un tutt'uno con l'aria, l'acqua, gli alberi, le nuvole: sentire gli odori, gli aliti delle brezze, come abbandonarsi alle sensazioni forti che ci dona la natura. I bambini si immergono nell'ambiente naturale con un approccio spontaneo, forse meno con­dizionati di noi; in realtà questo è ormai vero solo in parte, perché il cemento delle città, il traffico delle stra­de e la carenza di spazi verdi limita la voglia di esprimer­si liberamente. I grandi sono distratti e frettolosi perché il tempo e le incombenze li portano lontano; anche se nella maturità si ritorna a essere epidermici e la sensibi­lità, affinata dall'esperienza, ricrea contatti e dialoghi con il cielo, l'aria, gli alberi. I danni provocati alla natura dalle scelte sbagliate de­gli uomini costringono a molteplici riflessioni: come si fa ad allenare l'intelligenza ecologica? Come si costrui­sce un giusto rapporto tra individuo e ambiente, che è il contesto vitale in cui ciascuno sperimenta e socializza?»

 

La capacità di contemplazione

 

L’ambiente naturale costituito dall'erba, dai fiori, dalle piante è il grande spazio, il “grembo” che dona a ogni essere umano emozioni e sentimenti che costituiscono l'originalità di ciascuno. Un tempo, non era banale l’espressione “Madre Natura”. Lasciato libero in un prato, il bambino tocca, assaggia, manipola con il gusto della scoperta. Salta nella pozzanghera per osservare gli spruzzi e le onde che si scontrano tra loro. Apre la bocca per inghiottire il vento. Si attacca agli alberi, si sdraia sull’erba... Scopre una dimensione che fa parte della sua umanità. I ragazzi che abitano le città rischiano di smarrire questo tipo d’intel­ligenza. I bambini e i ragazzi hanno bisogno della natura per crescere con il rispetto per la grande vita che pulsa nell’Universo e non con il “complesso dell’ingegnere”. Hanno bisogno dei grandi spazi per assaporare il silenzio, elemento sconosciuto per chi vive perennemente con l’auricolare dell’i-pod nelle orecchie. L’apprezzamento per le bellezze della natura educa i bambini a una visione esistenziale armoniosa e pacifica. Hanno bisogno di genitori e dei nonni che insegnino loro a contemplare, a seminare, attendere e raccogliere, a costruire case sugli alberi, a correre sulla spiaggia, nuotare, conquistare una vetta e orientarsi con le stelle. Le vacanze servono soprattutto per questo, per ritrovare il cielo, la terra, il mare, le stelle, un’idea di infinito e l’intelligenza perduta.

 

COME DON BOSCO - il genitore

di Marianna Pacucci

ESSERE TERRA ESSERE CIELO

Vivo da sempre in città e quindi i miei figli sono nati e cresciuti in questo ambiente per tanti versi artificiale.

Come tutte le mamme, ho cercato di risarcirli con la cura delle piantine aromatiche e dei gerani sul balcone; l’ospitalità a coccinelle, lumache, passeri e gatti di passaggio nel giardino di casa; qualche  passeggiata al parco; le gite nei boschi o al mare; le vacanze all’aria aperta. Credo che tutti i genitori cerchino, quando possono, di ricreare per i loro bambini un contatto con la natura e di educarli a una sana mentalità ecologica. Ma so anche che non sono solo queste le scommesse che una famiglia deve vincere con i ragazzi. La posta in gioco è molto più impegnativa: aiutarli a costruire una cosmologia che consenta loro non solo di abitare la terra e rispettare l’ambiente, ma di poter percepire il loro essere stati, in un tempo originario, impastati di terra, oltre che animati dallo Spirito di Dio e, soprattutto, di essere stati progettati per assaporare, già su questa terra e in questa vita, il gusto di una felicità vera.

 

Essere terra: occorre che noi adulti ricordiamo  ai più giovani  l’esigenza di essere più concreti e di radicarsi in uno spazio e in un tempo delimitati, che possono condizionare l’esistenza ma anche offrire preziose opportunità per realizzarsi e per realizzare il proprio compito esistenziale; di avere una consapevolezza gioiosa della materialità e una considerazione serena della piccolezza della singola persona rispetto alla grandezza del pianeta; di poter sperimentare la fertilità che consente a ogni essere vivente di vivere una scintilla anche microscopica della capacità creativa di Dio; di gustare come questa immensità non è affatto né casuale né caotica, ma ha un senso e una logica che occorre cercare tutti i giorni.

Essere terra: c’è in gioco la comprensione di come il macrocosmo ambientale e il microcosmo della propria anima sono posti in una misteriosa ma concreta relazione, che dà armonia alla natura e alle persone; la convinzione che l’ecologia riguarda allo stesso tempo l’habitat naturale, la comunità sociale, il cuore e la mente dei singoli. La comune origine e appartenenza dice che la salvezza è un evento corale, che il futuro è nelle mani, allo stesso tempo, di ciascuno e di tutti.

 

Se la storia della terra è, in fondo, fatta di positività e non solo di negatività, è proprio perché la gente ha accettato di collaborare per raggiungere obiettivi comuni; perché ha letto nell’interdipendenza e nella complessità una risorsa e non un problema; perché non ha avuto paura di sfidare le dimensioni del tempo e dello spazio per condividere e trasmettere la ricchezza etica che il genere umano ha pazientemente accumulato nel corso della sua esperienza. Quando invece ci si è chiesti: “Chi me lo fa fare?”, la terra è diventata più angusta e meno vivibile, un deserto affollato di fantasmi divorati dalla sensazione di aver ritrovato l’inferno, mentre cercavano tutt’altro. Proprio perché le generazioni adulte cercano tuttora di sopravvivere a questa tragedia, è giusto risparmiarla ai giovani: lo si può fare partendo dalla capacità di innaffiare ogni giorno la piantina di basilico sul balcone o fasciando la zampetta di un micio maldestro; ma quel che conta è non fermarsi qui: l’universo (o meglio il “pluriverso” come oggi viene definito il  nostro mondo) è, in fondo, un’immagine incompiuta che rimanda a qualcos’altro.

 

Se la cultura attuale spesso suggerisce che Dio è un grande vecchio che gioca a dadi con il mondo per contrastare la noia che deriva dall’eternità, mi piace insegnare ai miei figli che Egli è il Padre che ha costruito con la forza della parola un mondo in cui l’uomo e la donna potessero davvero sperimentarsi come sua immagine e somiglianza, assumendo la responsabilità di proteggere e migliorare la qualità della vita di tutti, di una farfalla come di un elefante, di un filo d’erba come di una quercia, di un fossile come di un bosco, delle persone e delle loro differenze.

Per fare tutto questo, però, non basta osservare con attenzione tutto quel che vive intorno a noi; occorre anche alzare lo sguardo verso l’alto. Contemplare di notte il cielo stellato: è un’esperienza doverosa perché l’essere terra e il vivere sulla terra non significhino restare intrappolati in confini angusti, ma poter  cercare con gli occhi, nelle dolci sere d’estate ma anche nei primi albori di fine inverno, la linea di orizzonte che congiunge l’oggi e il sempre, l’io e il noi, la creazione e il suo Creatore.