I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

ON LINE salesiani coadiutori

di Giancarlo Manieri

IL PATRON DEL BS

Un breve profilo del signor Arnaldo Montecchio che per 61 anni ininterrotti ha retto l’Ufficio Propaganda e Diffusione del Bollettino Salesiano, con entusiasmo e competenza. Era conosciuto da tutti.

Il sig. Arnaldo MontecchioDicono che la botte piccola ha il vino migliore… Arnaldo era il più piccolo di statura, ma decisamente il più vivace dei figli di mamma Oletta, e il piglio con cui sempre affrontò la vita e i suoi problemi non diminuì di un “et” nemmeno quando una paresi gli ridusse drasticamente la libertà di movimento. Non si scoraggiò più di tanto, e con il sottoscritto ci scherzò sopra: “Signor Montecchio, mi presento: sono il nuovo direttore del BS”. “Oh, bene! Sei in gamba?”. Scherzai: “Capperi! Ne ho due di gambe!”. Mi ricambiò subito la battuta: “Io sto meglio di te… invece di due gambe, ne ho quattro… e con le ruote!”. Si riferiva al girello con il quale scorazzava dovunque, ancora pieno di vita e di voglia di fare. Continuai: “Signor Arnaldo, lei è ormai una cinquantina d’anni che serve il BS”. “Sessantuno, prego!”, precisò.

 

UNA VITA AL BS

 

In effetti Montecchio è stato il “patron” del BS per una vita. Era il capo dell’Ufficio Diffusione; ha avuto in mano l’indirizzario e ha potuto costatare il flusso constante di richieste di abbonamento che sopravanzava di gran lunga quello di coloro che per vari motivi lo disdicevano. I superiori che desideravano sapere qualcosa sull’andamento della rivista ufficiale della congregazione si rivolgevano a lui. Fu un aiuto prezioso per i direttori. Le questioni burocratiche, infatti, le risolveva lui: i contatti con le ditte, i problemi di spedizione, le proteste, le lamentele, tutto finiva sul suo tavolo. “Al BS ho voluto bene come a un figlio”, andava ripetendomi quando aveva capito che intendevo trasferire a Roma l’archivio, l’indirizzario e dunque anche l’Ufficio Diffusione. Mi fece vedere con orgoglio la grande macchina elettrica che alloggiava in un cilindro circolante le circa 400 mila schede dell’indirizzario. Era un po’ il suo fiore all’occhiello quella diavoleria semiautomatica. L’aveva comperata per snellire le procedure, e ci rimase un po’ male quando dovetti dirgli che era ormai obsoleta, perché il computer con il suo software specifico aveva abbondantemente superato la sua “Ferrari”, come la chiamava lui, rendendola del tutto inutile. Disse sì alle proposte di trasferimento, “armi e bagagli”, del BS, archivio e indirizzario, ma per un anno seguì meticolosamente l’andamento per rendersi conto che tutto andasse “meglio” di quanto avesse potuto fare lui. Si acquietò definitivamente quando si convinse che “la creatura” di Don Bosco continuava a godere ottima salute.

 

DALLA CAMPAGNA PADOVANA

 

Veniva da un paesetto del padovano di un migliaio di abitanti. Terzogenito di sette fratelli e otto sorelle. Una famiglia patriarcale, come usava a quei tempi, siamo agli inizi del secolo XX, dedita all’agricoltura. Lui e sua sorella Marcella lasciarono i campi per studiare. Arnaldo frequentò gli studi ginnasiali a Valdocco. Piccolo di statura ma vero funambolo, si distingueva soprattutto in cortile dove eccelleva in ogni gioco. Non altrettanto capitava con lo studio: pesava troppo sulla sua esuberanza. Così quando scelse di restare con Don Bosco, imboccò la via del salesiano coadiutore. S’accorse presto di averla azzeccata: gli studi tecnici al posto di quelli classici furono un successo. Nel 1938 ricevette la sua prima obbedienza come religioso che fu anche l’unica della sua vita: fu inviato a Valdocco per essere l’addetto al Bollettino Salesiano. Divenne l’uomo del Bollettino: “Si può dire che i lettori conoscessero più me che il direttore responsabile”. Probabilmente aveva ragione. In effetti mi precisò che a non pochi lettori che chiedevano spiegazioni, o si lamentavano di qualche disfunzione, o cercavano aiuto, egli rispondeva personalmente. “Insomma, mi ci sono buttato a capofitto”, affermò con una certa compiacenza. Era, in effetti, attentissimo a tutto e voleva che tutto funzionasse “meglio di un orologio svizzero,” perché “non volevo far fare cattiva figura a Don Bosco che del BS fu il fondatore”. Proprio il lavoro al Bollettino lo fece conoscere un po’ dovunque. “Signor Montecchio, le posso chiedere qual è stata la sua grande soddisfazione durante tanti anni di lavoro per il BS?”. “Glielo devo proprio dire?”. “Tanto lo immagino: quando fu creato cavaliere dell’Ordine di San Silvestro”. “Sbagliatissimo!”. “E allora quando?”. “Quando il direttore don Enzo Bianco mise per la prima volta il mio nome sul BS. Ufficio Propaganda: Arnaldo Montecchio, via Maria Ausiliatrice 32, 10100 Torino, telefono (011) 482924. Era il mio telefono, quello del mio ufficio!”. “E si ricorda l’anno?”. “Altro che! Anche il mese. È stato nel numero di gennaio del 1977”. Gli ridevano gli occhi come a un ragazzino, al signor Montecchio che girava ormai in girello “come un ragazzino!, precisava lui stesso. Sì, un ragazzino di 87 anni!

 

QUALCHE TRATTO DI CARATTERE

 

Arnaldo faceva parte di quella genia di salesiani coadiutori – tanti ne sfornò il Colle – preparatissimi, lavoratori d’eccezione, e religiosi d’eccezione. Amanti del teatro educativo, del canto, dello sport; innamorati di Don Bosco. Le cronache hanno tramandato un Montecchio allegro, scherzoso, arguto, dalla battuta salace. Quando era nel coro, stava davanti a tutti “se no, anche se mi mettevo in seconda fila, scomparivo”. Nell’operetta “Il marchese del Grillo”, era il più piccolo della fila degli inglesi che entravano in Piazza Navona cantando “D’Angleterra figli siam, bella Roma visitiam. Yes! Goddam!”, e le sue mosse facevano sbellicare.

Anche lui ebbe le sue traversie di salute. Ammalatosi abbastanza seriamente, ricevette la visita della sorella suor Marcella, delle FMA. Per consolarlo – si lamentava dei suoi dolori – lei le disse: “Tranquillo, Arnaldo, ora farò una novena a don Rinaldi, e vedrai…”. Non la lasciò finire: “Cambia santo, per favore, che ancora don Rinaldi ha combinato poco come guaritore!”. Un giorno, nel corso di una conversazione – andavo a trovarlo ogni mese quand’ero a Torino se non altro per un saluto – mi disse all’improvviso: “Beh, direttore, mi guardi bene – aveva stranamente incominciato a darmi del lei, non so perché – a chi somiglio?”. Preso alla sprovvista non mi venne nessuno in mente. Lui continuò: “Sa, una volta lungo corso Regina Margherita, un tale si fermò a guardarmi, curioso. Quando gli arrivai vicino gli dissi: non si preoccupi, mi chiamo Arnaldo, non Amintore”. Allora capii. In effetti, Montecchio aveva una curiosa rassomiglianza con il famoso politico Amintore Fanfani. “Siamo perfino alti uguale!”, concluse ridendo. In una delle ultime visite scoppiai a ridere quando mi disse: “Direttore, ami il BS, è Don Bosco che entra nelle case della gente. Gli faccia fare sempre bella figura a Don Bosco. Mi raccomando! Io l’ho amato. Mi possano cascare le palle… degli occhi se non l’ho amato!”.