I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

VIAGGI

di Giancarlo Manieri

ANGELI TRA LE RISAIE

I volontari sono una forza trainante... proprio perché sono volontari. Non aspettano gratificazioni, lavorano perché sanno che il loro servizio è speranza di futuro per gente che aveva cominciato del futuro a disperare.

 

Una natura selvaggiaQuel giorno partimmo per la visita a due villaggi del “Progetto Scuole” ideato e portato avanti attraverso la Don Bosco Children Fund con l’aiuto indispensabile di volontari, veri angeli per la gente assistita. “Questa carità costa circa un milione di dollari l’anno!”, specificò don Battista che, essendo stato economo per tanto tempo, era anche un uomo estremamente concreto. “E dove li trovate tanti soldi?”. Alzò occhi e braccia al cielo, poi disse: “Ehi, miscredente! C’è o non c’è la Provvidenza?”. “Certo che c’è; si chiama Stato, benefattori, organizzazioni non governative, procure missionarie e tanti anonimi donatori, non sempre ricchi…”. “Bravo! Sai tutto, quindi sono inutili altre spiegazioni”. “Posso chiederne ancora una? Com’è la ripartizione?”. “Con il cucchiaino! La cifra sembra grossa ma le necessità qui vanno ben oltre. Allora… Una parte va per il riso: ne diamo un sacco a famiglia ogni mese. Una parte per la scuola dei bambini, cioè noi paghiamo, già te lo dissi, le famiglie perché mandino i figli a scuola: gli diamo 10 dollari al mese… ma i villaggi sono 90 e le famiglie ben di più. Un’altra parte per gli attrezzi che forniamo alle famiglie per il lavoro dei campi, la cucina, ecc. Una parte ancora per la prevenzione dell’AIDS: qui è una piaga. Quattro dollari al giorno servono per pagare gli insegnanti delle tante scuole che sosteniamo, perché il governo non li paga se non con una regalia di una decina di dollari al mese”. Ho capito perché un milione di dollari non erano poi una gran cifra. “L’operazione villaggi è gestita dai volontari… sono i nostri angeli”. 

 

A WATCHOMPÀ

 

Stavamo viaggiando verso un villaggetto sulle rive del Basaic, uno degli affluenti del Mekong. Si chiamava Watchompà. Stavamo percorrendo una strada sterrata che gli innumerevoli e profondi solchi longitudinali e trasversali, le buche, i sassi, il fango avevano trasformato in uno spasimo per la schiena e lo stomaco, che a ogni sobbalzo (in pratica ininterrottamente) sembrava volessero cedere. Anche quel calvario finì, con somma gioia dei passeggeri, e pure dell’autista. Era abitato da una comunità vietnamita quasi interamente cattolica. Non c’era l’ombra di una strada asfaltata o di un pezzo di terreno mattonato… Le case (beh, dire case è un eufemismo!) erano quasi tutte su palafitte, e non poche galleggiavano in mezzo al fiume… ma, lo giuro, Venezia non mi è venuta in mente nemmeno per un istante! Girammo un po’ tra viuzze lerce e piccoli slarghi occupati da misere bancarelle che vendevano di tutto un po’, ma nessun occidentale si sarebbe fatto venire la voglia di comprare qualcosa. Gente ce n’era; tantissimi i bambini. Però… “Don, questo paese è senza anziani?”. “Ottima osservazione. Da giornalista”. “Lascia stare i complimenti e rispondi”. “Gli anziani sono stati fatti fuori da Pol Pot, ma ne riparleremo, adesso non chiedermi di più”. Così giungemmo all’imbarcadero (ma anche questo è un eufemismo). Ci aspettava una specie di sampan, come ne avevo visti in Cina sul fiume di Lin-chow, senza alberi con una tettoietta ad arco talmente bassa che dubitavo potessimo entrarvi in tre (Roberto, Battista e il sottoscritto), quando seppi che era il posto dei passeggeri. Era tirata a secco e potemmo salire a bordo senza difficoltà. Le quali tuttavia cominciarono subito dopo. Come avevo previsto la tettoia era bassa anche per me che sono basso, tanto da costringermi – benché fossi seduto sul nudo assito, a tener piegata la testa, per non sfondare lo straccio che ricopriva l’intelaiatura di centine. In compenso don Battista, più alto, stava molto peggio, però non si lamentava. Tre passeggeri erano più che sufficienti a ricoprire lo spazio utile. Tre passeggeri e due uomini di equipaggio: il carico era al gran completo. Mentre il mozzo, un ragazzino di una decina d’anni, se ne stava aggrappato all’orlo della chiglia tenendo un secchiello tra le gambe, il padre pilota strattonava pervicacemente la corda per avviare il motore che sembrava non avesse alcuna voglia di partire: brontolava a ogni strattone della corda per qualche istante  poi s’acquietava. “Don, qui non si parte!”. “Si parte, si parte!”. Dopo una quindicina di strappi, il pilota sudava come un cavallo da tiro e ringhiava parole incomprensibili… Se tutto il mondo è paese, sapevo quello che diceva! Quando il motore decise di avviarsi, arrivò un altro guaio: l’acqua che lambiva la chiglia, mossa dall’elica, cominciò a spruzzare abbondantemente l’assito. Allora benedissi la scomodità del tettuccio! Ogni tanto il motore calava di tono e la barca si fermava. Allora il bimbetto riempiva il barattolo con l’acqua del fiume e lo scaricava sul vecchio fuoribordo che sembrava riprendere vita e ripartiva per un altro tratto.  

 

A MUAT KASSAK NON SOLO

 

Come Dio volle arrivammo a Muat Kassak. Ci presero subito d’assalto dei tassisti con motorini… che assomigliavano più a vecchi cimeli. Preferimmo, ovviamente, camminare a piedi. Il villaggio aveva di bello solo la pagoda, e una natura selvaggia. Il resto era la solita minestra: palafitte, galline, cani, galli in gabbia, maiali, mucche. E bambini seminudi, qualcuno solo con il vestito che gli fece mammà. Giocavano, maschi e femmine in promiscuità, con la più assoluta naturalezza. La vista degli stranieri li richiamò attorno a noi. Non chiedevano se non un sorriso, una parola, una carezza, cose che Battista distribuiva a profusione. 

Qualche giorno prima, durante il viaggio di avvicinamento a Phnom Penh, avevamo visitato altri villaggi del “Progetto Scuola”. Ovunque accolti a inchini, discorsi, fiori e pergamene. Ne conservo una gelosamente, scritta in calligrafia dai bimbi di una scuola elementare, per me. La conservo come una reliquia anche se non ci capisco un’acca. In uno gli alunni ci hanno mostrato i loro lavori, e presentato orgogliosi il terreno dove piantavano verdura, fiori, alberi da frutta… I 69 ragazzi di suor Beata Bienias, a Battambang, portati a scuola strappandoli dalla fabbrica di mattoni, hanno cantato per noi. In un altro villaggio i ragazzi si sono fatti trovare tutti irreggimentati con tanto di omaggio floreale per lo straniero, che poi ero io (Battista e Roberto li consideravano dei loro). Un’esperienza indimenticabile.