I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

CASA/FAMIGLIA

di Angelo Durante

RICCO NORDEST POVERI RAGAZZI

Chi ha detto che dove c’è ricchezza c’è felicita? Chi ha detto che dove si sta bene non esistono problemi? Chi ha detto che dove tutto è organizzato tutto fila liscio? A Udine si è sentito il bisogno di una struttura per i giovani in difficoltà. E i salesiani si sono attivati…

 

La casa-famiglia di UdineAbbiamo solo 13 anni, e se il 13 è un numero fortunato, siamo a cavallo. Tredici anni fa, dunque, nasceva la casa/famiglia “Domenico Savio” per i giovani del fortunato (?) Nordest, per quelli che di fortuna ne hanno avuta poca, quelli che potremmo definire sfortunati nella fortuna. Rovistando nell’archivio si contano 72 schede di ex, più gli attuali 9 terremoti della Casa Domenico Savio e i 5 sbarbatelli della Michele Magone di recente apertura: Sono una novantina di storie difficili, con risvolti talvolta drammatici, di poveri orfani della nostra società postindustriale nel ricco Nordest. Sono ragazzi meno fortunati, svantaggiati dal punto di vista sociale, profondamente segnati nella crescita affettiva, deprivati spesso del diritto naturale di essere felici e spensierati come i loro coetanei. E’ della vita di questi ragazzi “poveri e pericolanti”, come li definiva Don Bosco, per certi versi adulti prematuri, che abbiamo contribuito a scrivere un capitolo importante.

IL METODO

Nel lavoro di ogni giorno gli operatori dei due centri – e se ne attende un terzo – sono investiti dalla grave responsabilità di guidare tutti i piccoli o grandi interventi educativi, a entrare in punta di piedi, con il massimo rispetto, con amore esigente e paziente, senza prepotenza nella vita di una tenera pianticella, per sostenerla e accompagnarla, per offrirle il calore umano indispensabile alla crescita che non di rado manca o è disordinato. L’obiettivo è unico: aiutare i ragazzi a crescere sani e robusti “dentro”, offrire degli strumenti perché possano un giorno affrontare da soli la loro strada come da veri protagonisti. Quando si è tentati dallo scoraggiamento per la scarsa risposta, supplisce l’incorreggibile ottimismo verso il mondo giovanile che si respirava a Valdocco: ”Non ho mai conosciuto un giovane che non avesse in sé un punto accessibile al bene, facendo leva sul quale ho ottenuto molto di più di quanto desideravo. Parole di un profondo conoscitore dei giovani, Don Bosco.Ogni tanto qualcuno ritorna, per rivedere la sua casa, ricordare anni difficili, per dire che è cambiato e raccontare del lavoro, confidare progetti, lasciando intendere che qualcosa ha imparato da noi, che non abbiamo sprecato tempo e fatica, che abbiamo ben giocato la carta della fiducia! La comunità è come una grande famiglia: ragazzi, educatori, volontari, famiglie d’appoggio, amici... Succede pure che Norma, una nonnina sola, scelga di festeggiare i suoi 80 anni attorniata dai ragazzi, almeno per una volta educati e rispettosi. Il dono più gradito per certi anziani benefattori e amici che non escono più di casa è la visita dei nostri cari discoli che fanno loro dimenticare per un momento gli acciacchi.!

LA NASCITA

A fine settembre 2004, abbiamo festeggiammo il nostro 10° compleanno nella più genuina tradizione salesiana: una festa di famiglia, condivisa con numerosi amici e collaboratori, e tanta gioia. È stata un’occasione per sensibilizzarci sulla condizione dei ragazzi in difficoltà, fare il punto, programmare il futuro: una seconda casa, grande e spaziosa per poter aiutare altri ragazzi, perché ci piange il cuore ogni volta che non possiamo accogliere i loro appelli per mancanza di spazio. Tredici anni, un’età in cui si crede molto ai sogni; se ne ha tutto il diritto! I nostri sono accompagnati dai progetti dell’architetto, dall’attenzione delle autorità, dal sostegno generoso di benefattori e amici. Vogliamo sperare che i nostri, come quelli di Don Bosco, non siano solo sogni o che non rimangano tali per molto tempo, perché abbiamo fretta di crescere. Ma Don Bosco tutto questo già lo sa.

Ritorniamo agli inizi per dare ragione della nostra scelta. Alla fine degli anni Ottanta, dopo una lunga riflessione sul significato della presenza salesiana a Udine, abbiamo individuato come urgenza la necessità di realizzare qualcosa per i meno fortunati: “Ero persuaso che per molti ragazzi ogni aiuto era inutile se non gli si dava una casa”, scriveva Don Bosco nelle sue Memorie. Così l’idea di una casa per i preadolescenti in difficoltà prese forma e si fece progetto: accompagnare i ragazzi nel delicato lavoro di costruire e consolidare la propria identità, portandoli ad accettare se stessi, a migliorare i rapporti con la famiglia, a vivere relazioni più serene con l’ambiente, ad assumere con gradualità valori e orientamenti che li aiutino a diventare buoni cristiani e onesti cittadini, convinti che la chiave stia nel coniugare armoniosamente “ragione, religione e amorevolezza”, secondo il metodo preventivo del nostro santo. Senza sostituire o porsi in concorrenza con la famiglia in difficoltà, ma in piena e leale collaborazione, e solidale sostegno. 

MIRACOLI CON NOME E COGNOME

Si comincia come si può. C’è all’istituto Bearzi un appartamento poco utilizzato: ospitava la comunità delle suore che gestivano cucina e lavanderia. Con pazienza e in economia, si sistemano le camere con letti a castello per otto posti. Il personale? Un salesiano e un obiettore. Il primo ragazzo, orfano di padre e con la madre in difficoltà, arriva che la struttura non è ancora pronta. Ci si arrangia facendo di necessità virtù. Comincia il lavoro: si ascolta tanto, si cerca di capire senza giudicare. Quando arrivano due volontarie la comunità acquista una sua fisionomia educativa… Dopo breve tempo non si riesce più a far fronte alle richieste, e progettiamo di allargarci. Mentre l’architetto stende il progetto, bussiamo a tutte le porte. In Comune l’assessore c’incoraggia e ci aiuta, stanziando un congruo contributo con cui iniziamo i lavori. La signora Nice offre un’ingente somma e dopo alcune settimane mi chiama perché – dice – non è contenta. Perché mai? Ci vado con un certo timore. Appena mi vede, porge una busta: “Voglio fare cifra tonda. Che nessuno sappia!”. Passano due mesi, e arriva da un paesino di montagna la telefonata della signorina Iva, anziana maestra in pensione, che nessuno conosce, ma da sempre innamorata di Don Bosco. Offre un investimento di decine di milioni, frutto dei suoi risparmi, giusto per ordinare i serramenti. La casa è pagata. Mancano solo le suppellettili, dalla cucina alle camere. La provvidenza questa volta si chiama Giuseppe, un distinto signore che ha per le mani una somma considerevole destinata a un orfanotrofio. Ha già girato il Friuli senza risultato. Capita al Bearzi, visita la nostra costruzione ormai quasi pronta, s’informa, guarda, riflette esamina e: ”È quello che cerco!”. Così ci togliamo anche il pensiero dell’arredo. Poi ci sono Matteo, Elena, Pierre, Filippo, Lia, Luigino, Mira, Cristian, l’alpino dall’Australia, l’exallievo del Canada, quello di Gemona… e tanti altri anonimi; tutti partono dalla stima per Don Bosco e portano “ai suoi ragazzi” un investimento per il domani della nostra società. A noi rimane l’incombenza di credere nel valore del compito educativo, convinti che ci sarà quel “pane, lavoro e paradiso” che Don Bosco ha promesso in abbondanza a salesiani e collaboratori.