I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

IL PUNTO GIOVANI

di Carlo Di Cicco

IL “GENERALE” BULLO

Michele Magone. Professione: “scugnizzo”, di Carmagnola nel torinese, metà  Ottocento. Siamo ai tempi di Don Bosco.

Michele Magone

Oggi si direbbe un “bullo” di quelli che gettano l’allarme tra i benpensanti ma pure tra educatori, scuola, istituzioni, cittadini quieti e normali. La storia di Michele Magone racconta come affrontare un “bullo” con efficacia. La sperimentazione educativa per riuscirvi è stata condotta dal sacerdote Giovanni Bosco.

 

Il suo incontro con quel piccolo adolescente, capobanda irrequieto e inventivo che impensieriva la zona della stazione di Carmagnola e il seguito di quell’incontro piuttosto fugace e occasionale sono un breve trattato di metodo utile anche ai giorni nostri. C’è infatti un certo allarme per il bullismo che si va trasformando – complici i media – in una categoria sociale permanente e inquietante nella società. Specialmente nella scuola e negli spazi di ritrovi giovanili. Bullismo è un tarlo che colpisce giovani e adulti. Se prima nella scuola provocavano qualche senso i ragazzi bulli, ora ci si preoccupa pure di genitori ancora più bulli quando si schierano alla cieca con le pretese dei loro figli. 

 

Rispetto ai tempi in cui Don Bosco strinse un’importante amicizia educativa con “il piccolo generale di Carmagnola” come Magone venne chiamato, il bullismo ha raggiunto punte pericolose di violenza per varietà e quantità e per la sua qualità che viene incrementata in particolare dagli effetti delle droghe largamente diffuse. Se si considera inoltre l’ideologia imperante che attribuisce alla prepotenza individuale o di clan la capacità di fondare diritti sociali di prevaricazione, il cerchio si chiude. Ci si lamenta del bullismo, sono tante le voci allarmate ma quasi nessuna che chiami in causa la paternità del bullismo. Allo stesso tempo, infatti, il bullismo è un male dei tempi nostri ma è pure originato dal nostro contesto economico, culturale e sociale. Una mano a questa penosa situazione l’ha data il degrado etico che intacca pure la politica. Il bene comune è stato scalzato dall’individualismo sfrenato senza vincoli. Il circuito mediatico, specialmente televisivo, premia la rissosità. E’ ipocrita o almeno superficiale quindi lanciare allarmi sul bullismo senza mettere in questione i contesti che lo alimentano. I giovani faticano a capire i divieti loro imposti per comportamenti che trovano tanto diffusi e accettati nella restante società. Nessuna meraviglia se pure essi vogliano tutto, qui e subito, a ogni costo, perfino ricorrendo a crescente aggressività, prepotenza e cialtroneria.

 

L’esperienza con i giovani carcerati del suo tempo aveva convinto Don Bosco che la soluzione alle paure della società verso la delinquenza giovanile non si trova dietro le sbarre. Egli pensava che si dovesse cambiare la società dal suo interno, creare convinzioni personali, condividere valori religiosi o almeno etici, pensare progetti solidali di società. Le carceri, specialmente quelle per i giovani, non risanano il disagio sociale, ma rinviano nel tempo la sua soluzione.

Il capobanda Magone Michele ha cominciato a mutare la sua vita dopo quel dialogo con Don Bosco dal quale uscì frastornato dall’amorevolezza di quel prete. Si sentì amato per se stesso. Questo amore disinteressato e non funzionale ad altro, rispettoso perciò della libertà e dei tempi di maturazione, ha messo in crisi Michele Magone. Di lì sono partiti il ripensamento sulla propria vita e il vuoto esistenziale per la distanza  dai valori capaci di originare un prete come Don Bosco. Occorre infatti non dimenticare che il santo educatore proponeva ai suoi ragazzi il Vangelo, ma la sua proposta diventava credibile perché i giovani avvertivano prima distintamente di essere amati per quel che erano al momento del primo incontro con don Bosco.

 

Se la scuola resta un grande parcheggio sociale non sarà in grado di contrastare il  bullismo.