I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

SPECIALE

di Carlo Di Cicco

SEGRETARIO DI STATO ANCHE PERCHÉ SALESIANO

“MI FARÒ AMARE PIÙ CHE TEMERE”

Il cardinale Tarcisio Bertone si muoverà con lo stile di Don Bosco, il più rispondente al progetto di Chiesa di Benedetto XVI centrata sull’amore.

il cardinale Tarcisio Bertone

“Credo che papa Benedetto abbia riflettuto, dopo la sua elezione, sulla scelta del Segretario di Stato. Com’è ovvio, ha nominato anzitutto il suo successore alla guida della Congregazione per la Dottrina della Fede. A dire la verità, pensavo di essere più vicino a questo ruolo dopo la lunga collaborazione con lui. Ma ero stato mandato a Genova come arcivescovo era quindi opportuno valutare se lasciarmi continuare il servizio pastorale in quella grande arcidiocesi. Circostanza che, probabilmente, ha spinto il Papa a orientarsi verso un altro ruolo. Così mi ha prospettato questa ipotesi, del tutto inattesa, già a metà dicembre 2005. Non so quanto nel progetto di Benedetto XVI, abbia giocato il fatto di essere io salesiano. Non c’è dubbio che lo stile salesiano di affrontare i problemi, di intessere le relazioni, di avere spiccato il senso di Chiesa e di fedeltà al Papa, ereditato da Don Bosco, può avere influenzato questa scelta. Bisogna poi considerare la familiarità con Ratzinger negli anni della mia permanenza a Roma...”. Così il cardinale Tarcisio Bertone racconta in un’intervista esclusiva al Bollettino Salesiano quando, come e perché Benedetto XVI ha maturato la sua nomina.

 

D – Come si svilupperà il primato della dimensione religiosa, tipica del suo essere salesiano, rispetto a quella politico/diplomatica richiesta per un Segretario di Stato?

R – Il servizio di Segretario di Stato è una missione complessa. Nella storia della Chiesa ha avuto accentuazioni a volte più politiche, altre volte più religiose. Il servizio riguarda l’aiuto al Papa sia nel governo ad intra – quindi la Curia Romana, i rapporti con le Chiese sparse nel mondo, i singoli vescovi, le Conferenze episcopali, e le tante problematiche connesse: una complessità che richiede di elaborare analisi, progetti, comportamenti, proposte, ecc. – Ma l’azione del Papa, storicamente comporta anche rapporti ad extra, con gli Stati e con le organizzazioni internazionali. La Chiesa si pone come interlocutrice privilegiata di Istituzioni e organismi internazionali, che cercano di legare nella solidarietà popoli e nazioni, costruendo reti di pacifici rapporti e garantendo per via negoziale la convivenza tra culture e popoli diversi. Più volte è stata chiamata a mediare in conflitti internazionali e a riconciliare popoli e nazioni. Riconciliare è suo ruolo tipico: continua l’azione del suo Fondatore che il profeta Isaia chiama “Principe della pace, consigliere ammirabile”. Nella ecclesiologia di papa Benedetto, il primato nella Chiesa è spirituale, di nuova evangelizzazione e missione, conforme alla sua indole. Ho già detto che la Chiesa non è uno Stato, anche se il Vaticano può essere considerato un piccolo Stato, “un fazzoletto di terra”, come diceva Pio XI,  per assicurare una base minima di indipendenza nella missione di carattere universalistico. La Chiesa è in realtà una comunità di fede, di speranza, di carità e deve portare il messaggio evangelico a tutti i popoli. La figura del Segretario di Stato deve essere, di conseguenza, una figura eminentemente pastorale.

 

D – Farsi amare più che temere: questa massima di Don Bosco guiderà il Segretario di Stato di un Papa che ha scritto la prima enciclica della storia sull’amore?

R – Già il passaggio dal servizio in una Chiesa locale pur significativa a quello della Chiesa universale, accanto al Papa, per la mia vita è stata una rivoluzione copernicana.  Il passaggio dal timore all’amore poi è rilevante per la Chiesa, definita dal Concilio Vaticano II la continua incarnazione di Cristo, con la missione di essere sorgente di amore. Diffondere l’amore anziché la paura mi è congeniale, perché è costitutivo della comunità dei discepoli di Cristo sparsa in tanti paesi e culture. D’altra parte, tutte le ramificazioni della Chiesa e le sue istituzioni esistono per portare amore nel mondo, per lenire le sofferenze umane. L'enciclica Deus caritas est ha voluto porre nel cuore della Chiesa l’abitudine preferenziale a scegliere il primato dell’amore nella propria azione. Un primato che ogni istituzione e ogni persona, quindi anche il Segretario di Stato, devono praticare. Lo spirito di famiglia proprio del carisma di Don Bosco, è di grande aiuto per realizzare questo obiettivo caro a Benedetto XVI.

 

D – Con un salesiano in una responsabilità così alta, i giovani nella Chiesa di Benedetto saranno valorizzati, oppure si resterà alla semplice celebrazione delle Giornate Mondiali della Gioventù nello stile collaudato da oltre 25 anni?

R – Prima di prendere possesso del mio ufficio ho sognato Giovanni Paolo II e con lui ho dialogato sui giovani. Gli ho detto che la sua più grande invenzione è stata la Giornata Mondiale della Gioventù perché ha avviato un rinnovamento della pastorale giovanile ed ecclesiale. Lui mi appariva contento. Gli ho chiesto una benedizione speciale per questo mio nuovo incarico e mi sono inginocchiato. Prontamente mi ha dato la benedizione. Mi sono svegliato contento. Penso sia di buon auspicio. Papa Wojtyła mi voleva bene e mi ha manifestato tante volte la sua stima. Vorrei interpretare il sogno in collegamento con le GMG. Esse sono delle tappe che non si fermano al momento celebrativo. Ricordano a tutta la Chiesa il dovere di farsi carico dei giovani in un dialogo attivo e reciproco con essi. Le GMG devono nutrire spiritualmente i giovani e spingere le Chiese locali all’ascolto del mondo giovanile.

 

D – I salesiani in vista del proprio 26° Capitolo generale riconoscono urgente un ritorno ai giovani per tornare a Don Bosco. Un’autocritica per il rapporto con i giovani vale anche per tutta la Chiesa?

R – Dobbiamo sempre domandarci che cosa facciamo per i giovani e con i giovani. Siamo sinceri: i giovani che partecipano attivamente alla vita della Chiesa sono minoranza. Il problema che dobbiamo affrontare è come ci poniamo di fronte ai giovani di periferia, quelli lontani dalla Chiesa. Questo è l’interrogativo che deve porsi la Chiesa sia in un’Europa che invecchia, sia negli altri continenti dove i giovani sono in maggioranza. È importante far approdare la questione educativa al centro dell’agenda mondiale.

 

D – Lei ha mantenuto uno speciale legame con il vescovo salesiano Vincenzo Savio.  Che cosa significa ora che si pensa di avviarne la causa di beatificazione?

R – Monsignor Savio è stato mio allievo, quando ero giovane professore all’Ateneo salesiano. Da allora  abbiamo maturato una conoscenza e stima reciproca e un rapporto anche dialettico di collaborazione e confronto di progetti pastorali. Ci siamo confrontati negli anni ruggenti dell’immediato postconcilio. Siamo rimasti amici fino alla sua morte prematura, che ha svelato la sua profondità spirituale. Don Savio era un uomo di Dio e del popolo di Dio, cui si era  votato senza risparmio. L'ho accompagnato nella sua lunga e dolorosa malattia. Sono lieto che si voglia avviarne la causa di beatificazione. Abbiamo bisogno di modelli di vescovi per il nostro tempo, contenti della propria vita.

IL CARD. BERTONE È SEGRETARIO DI STATO

LA PIÙ ALTA CARICA MAI OCCUPATA DA UN FIGLIO DI DON BOSCO

Il Rettor Maggiore legge la nomina voluta da papa Benedetto nel solco di 100 anni di storia di fedeltà dei salesiani al successore di Pietro.

La nomina del cardinale Bertone a Segretario di Stato sigilla più di 100 anni di “amorevole intesa” e di servizio per la Chiesa e la Santa Sede. Lo racconta la storia. Sfogliandola,  si scopre che i papi di nome Benedetto ai salesiani hanno portato bene, segnando come dei picchi di attenzione nell’intreccio Chiesa e congregazione salesiana. Penso a Benedetto XV che nominò cardinale un discepolo d’eccezione di Don Bosco, Giovanni Cagliero. Era la prima porpora salesiana. Il 23 giugno 2006 un altro Benedetto, il XVI della serie, ha conferito per la prima volta l’ufficio di Segretario di Stato al cardinale Tarcisio Bertone, un altro salesiano, scelto “perché fedele e capace”.

Non  solo Cagliero e Bertone

Cagliero e Bertone sono due picchi di una lunga vicenda che prende le mosse da Don Bosco stesso il quale per la spiritualità salesiana teorizzò l’unità di tre speciali amori: Gesù sacramentato, Maria Ausiliatrice, il Papa. Cagliero e Bertone non sono due fiori nel deserto. Dopo i primi tre vescovi salesiani (Cagliero, Costamagna, Lasagna) ne sono seguiti altri, fino a ben oltre 100 all’inizio del III millennio. Alcuni avviati alla beatificazione. Vari i cardinali di alto profilo; tra tutti Hlond, Silva Henriquez, Beran, e il più recente, il cinese Zen, nominato proprio da Benedetto XVI. Lo stretto legame tra congregazione e Chiesa trova una prima e compiuta radiografia in un volume del 1989, “Religiosi e Curia Romana”. Il capitolo dedicato ai salesiani porta la firma di Tarcisio Bertone, allora Rettor magnifico della Pontificia Università Salesiana. L’autore, partendo da Don Bosco, rivisita le costituzioni salesiane per affermare che “l’amore e l’adesione al ministero petrino sono una delle componenti irrinunciabili del patrimonio spirituale ereditato dal Fondatore. Cosicché i salesiani ne hanno fatto un punto qualificante di azione apostolica tra i giovani”. Secondo la sua accurata ricostruzione, fino al 1988 la presenza dei salesiani nella Curia romana passa da sporadiche collaborazioni con gli organismi centrali della Chiesa (1888-1962), alla loro significativa presenza con Paolo VI (1963-1978), per concludersi con i primi 10 anni del pontificato di Wojtyła.

Nomi e figure

Scorrono nomi e figure di particolare rilievo. Bertone ricorda l’azione di don Tomasetti che da procuratore della congregazione, sotto il rettorato del beato Filippo Rinaldi, aveva trasformato la sua residenza “in luogo di incontri di personaggi della Chiesa e dello Stato italiano, per tessere le fila della riconciliazione e avviare trattative vere e proprie in vista dei Patti Lateranensi”. Tra i tanti nomi, è ben evidenziato quello di don Vincenzo Miano, scelto nel 1965 da Paolo VI quale primo segretario del Segretariato per i non credenti appena costituito. Fu “senza dubbio una delle figure più rappresentative del rapporto salesiani/Santa Sede”. Negli anni prima e dopo il Concilio numerosi figli di Don Bosco operarono attivamente a prepararlo o a realizzarlo in qualità di consultori, esperti, canonisti, teologi, tipografi. Il cardinale Rosalio Castillo Lara guidò l’ultima fase della “laboriosa impresa” di revisione del Codice di Diritto Canonico, promulgato nel 1983”. Con Castillo, i nomi di spicco di quel periodo sono Stickler, Shirieda, Javierre Ortas, Trochta.

C’è pure una FMA

Giovanni Paolo II “segna un nuovo sviluppo dell’azione salesiana presso la sede di Pietro. In primo piano, i cardinali Stickler, ObandoBravo, RodriguezMaradiaga; la figura di don Renato Farina, lo stesso Rettor Maggiore Egidio Viganò, che predica nel 1986 gli esercizi spirituali a Papa e Curia. Nell’Annuario Pontificio del centenario della morte di Don Bosco ricorrono ben 30 nomi di salesiani che a titolo diverso prestano la loro opera. Un elenco a tutti familiare, con sacerdoti, vescovi, cardinali anche in prima linea. Non si può ignorare che negli ultimi anni di papa Wojtyła una Figlia di Maria Ausiliatrice, Enrica Rosanna, è sottosegretario al Dicastero per i Religiosi.

Chávez: salesiani onorati

È lo stesso Rettor Maggiore Pascual Chávez a segnalare il salto di qualità con la nomina di un Segretario di Stato salesiano. “Questa nomina – si legge in una sua affettuosa lettera a Bertone lo scorso 24 giugno – ci onora. Io, come successore di Don Bosco, non posso non pensare al nostro Padre, al suo amore incondizionato per la Chiesa e alla sua assoluta fedeltà al Sommo Pontefice. Si tratta della più alta carica occupata da un figlio di Don Bosco. Ci sentiamo fieri di questo onore, ma nello stesso tempo stimolati a crescere sempre più nell’amore e nel servizio alla Chiesa, in fedeltà alla nostra missione. Da parte mia, del mio Consiglio, della congregazione e di tutta la Famiglia Salesiana, porgo a Vostra Eminenza l’augurio più sincero di un servizio rispondente alle attese del Santo Padre e ai bisogni della Chiesa e del mondo”.

Una nomina che responsabilizza

È lo stesso Chávez a invitare la congregazione a vivere l’evento senza trionfalismi. “Senza nascondere o non apprezzare che si tratta di un’altissima nomina – ha detto al Bollettino Salesiano – sono consapevole che coinvolge per un impegno di servizio più qualificante; non vogliamo che la nomina venga “sfruttata” come via di accesso a privilegi. Su questo sono stato chiaro: nei rapporti con la Santa Sede si devono conservare i canali istituzionali”. Sia il cardinale Bertone sia il Rettor Maggiore concordano nel rilevare i cambiamenti intervenuti dopo il Concilio nei confronti della Santa Sede e del Papa. Osserva don Chávez: “Innanzitutto c'è una sensibilità ecclesiale diversa; pur rimanendo invariabile la fedeltà al Papa e al suo magistero, ci sia un nuovo fondamento antropologico e teologico dell'obiettivo da raggiungere attraverso la missione salesiana, che qualifica il nostro servizio sociale ed ecclesiale”. Bisogna poi prendere atto che “la ben nota formula di “onesti cittadini e buoni cristiani” è oggi da rifondare sul piano antropologico e su quello teologico, e da re/interpretare storicamente e politicamente”.

Bertone: dal Giovane provveduto alla Chiesa del Concilio

“Nel Giovane provveduto – ricorda il cardinale Bertone – Don Bosco aveva elaborato un catechismo sulla Chiesa. Significa che accanto al catechismo su Dio e la vita morale egli aveva posto la Chiesa come popolo di Dio e l’ecclesiologia quale centro della sua azione per l’educazione dei giovani. Da giovane, mandavo a memoria domande e risposte del Catechismo di Pio X, ma anche domande e risposte sulla Chiesa che erano in appendice al Giovane provveduto. Rispecchiavano una concezione del tempo di Don Bosco e della teologia dell’epoca. Credo sia urgente oggi porre la questione del rapporto religiosi/Chiesa, pronti all’offerta di persone valide per il servizio al ministero petrino. Il Rettorato di don Egidio Viganò ha aperto le porte dei salesiani a un più ampio servizio verso la Santa Sede, anche con i vescovi salesiani che, prima molto rari, si sono poi moltiplicati. E in generale i vescovi salesiani sono stati uomini di frontiera in zone calde e difficili, avamposti di progetti apostolici nei vari continenti. È emersa l’evoluzione di una congregazione che sembrava limitata all’educazione dei giovani e a opere a carattere giovanile”.