I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

MEMORIE

Redazionale

Da un volume in inglese, un  episodio che ha dell’incredibile, raccontato da uno dei testimoni oculari.

QUELLA NOTTE…

Uno sconosciuto episodio di guerra d’alta montagna, nel racconto di un protagonista, don Ambrogio Rossi, che fu in seguito direttore e ispettore di comunità e complessi scolastici salesiani negli Stati Uniti e in America Latina. Traduzione dall’inglese di don Giacomo Medica, rivista in redazione.

 

don Ambrogio RossiDurante il periodo del mio tirocinio pratico, prima di entrare nello Studentato Teologico, venni chiamato a servire la patria nella prima guerra mondiale. Nel tardo novembre 1916, mi trovavo sulle vette delle Alpi in una posizione che avrei immensamente goduta in tempo di pace, ma che potevo apprezzare ben poco in quelle circostanze. Dalla nostra postazione sulla parete della montagna potevamo guardare giù in una minuscola valle a qualche distanza da noi, o in su verso un nero picco roccioso che ci guardava dall’alto con viso freddo e duro. Eccetto questa nuda altura, tutto era coperto da una coltre di neve che si accumulava in grosse colme a ridosso di ogni dirupo e prominenza. Tuttavia, la bellezza del suo splendore, illuminato dalle stelle, sfuggiva al nostro apprezzamento: improvvise raffiche di vento spingevano vortici di neve a turbinare attorno alle fessure delle nostre gelide trincee. A rendere ancor meno desiderabile la nostra posizione, la valle sottostante voltava bruscamente all’insù verso una caverna che per parecchi giorni aveva vomitato contro di noi mortali fiotti di mitragliatrice. Ne avevamo discusso, e alla fine il capitano Vanelli spiattellò un ardito piano per liberarcene.

ACCADDE QUELLA NOTTE

“È la notte ideale per un assalto – disse – la luna tarderà a levarsi. Dieci di noi strisciando lungo la valle possono arrivare lassù e sorprendere i nostri amici!”. Fui uno del gruppo assaltatore. Ci preparammo, i colletti dei pastrani da trincea tirati attorno alle orecchie e le tasche piene di bombe a mano. Nel più assoluto silenzio, iniziammo la discesa che non presentò ostacoli: non c’era la luna, ma milioni di stelle brillavano sopra di noi così scintillanti nella notte limpida che i picchi più svettanti sembravano toccarle. Nessun rumore turbava la quiete, eccetto il lieve scricchiolio della neve sotto gli scarponi e il mormorio del ruscello montano di cui s’intravedevano le acque precipitare dalla parete alla nostra destra. Poi la risalita. Massacrante. Ogni tanto dovevamo aiutarci l’un l’altro per scavalcare qualche ostacolo di roccia o accerchiarlo. Lentissimo il progredire, attraverso cumuli di neve in cui si affondava fino alle ginocchia. Arriveremo prima che sorga la luna? Un pallido chiarore ne annunciava il sorgere. Giungemmo finalmente fra i roccioni che segnavano la prossimità del nido d’aquila dove si celava il nemico. Ci fermammo per riprendere fiato, e… fummo investiti dal plenilunio che ci colpì come raffiche di mitraglia. Mentre con cautela, e un tremito non del tutto causato dal freddo, preparavamo le granate, non potei fare a meno di chiedermi che cosa Dio pensasse di uomini che si attribuiscono un potere di vita e di morte su altri uomini. Non era affare nostro, ma qualcuno avrebbe pur dovuto risponderne.

L’ASSALTO… FALLITO

Un comando sussurrato dal capitano pose fine al mio fantasticare: era il momento dell’assalto. Avanzammo carponi verso l’antro nero che spalancava la sua bocca sopra di noi. Il vento con raffiche irregolari ci colpiva occhi e fronte con brividi freddi e il respiro immetteva un’aria irritante nei polmoni, mentre lo stomaco brontolava come un buco vuoto. Mormorai una preghiera a fior di labbra, e avanzai barcollando pronto all’eccidio. 50 m: “State pronti!”. 25 m: Vanelli indicò alla nostra sinistra uno spuntone di roccia a pochi metri dalla grotta, da lì avremmo potuto lanciare i nostri ordigni e fuggire. Proprio in quel momento calò il vento per qualche istante, e nella notte udimmo sorpresi un canto mormorato, come di monaci in coro: “Inviolata, integra et casta es, Maria”. Solenni e struggenti le note avvolgevano le rocce e lambivano il cielo con infinita tenerezza. Ne restammo incantati. Quell’inno era anche il nostro “Tu sei senza macchia, sei tutta pura, o Maria!”. Ci guardammo stupefatti. “Restate dove siete”, accennò il capitano, e come un gatto cominciò a strisciare verso la caverna. L’osservammo, trattenendo il respiro. Eccolo all’imboccatura, osserva, poi torna alla postazione: “Si preparano per la festa dell’Immacolata, sono cattolici come noi… Non possiamo approfittare della loro devozione”. Esitò, poi: “È rischioso, ma… venite!”. Lo seguimmo senza rumore fino a ridosso della caverna. Allora Vanelli avanzò verso il nemico/amico e disse: “Buona sera, ragazzi. Possiamo entrare?”. Confusione… un correre ai fucili, ordini eccitati in tedesco… ma nel vederci ritti e disarmati, si fermarono interdetti. “Keine Gefahr, Nessun pericolo”, disse Vanelli in un tedesco stentato. Poi indicando il quadro di Maria Ausiliatrice illuminato da una rozza candela: “Auch wir haben Maria als Mutter, anche noi abbiamo Maria come madre!”. I momenti successivi presentarono una scena assolutamente impossibile: dita di mani avversarie che s’intrecciarono fraternamente. Ci si saluta, muti, con calore. Poi fummo nuovamente fuori, mentre Vanelli diceva: “Siamo contenti d’essere venuti…”.

LA SORPRESA

Erano passati gli anni, la guerra era finita. Il nostro Studentato Teologico di Torino era colmo di attività e di giovani salesiani francesi, tedeschi, inglesi, austriaci, italiani… studiavano insieme, come fratelli. La guerra? Solo un ricordo. Anch’io ero fra loro, studente di teologia. Venne il giorno dell’accademia dell’Immacolata che si celebrava ogni anno: era una delle nostre belle tradizioni. Scenette, cori, declamazioni, scherzi si succedevano inframmezzati da intervalli orchestrali. D’improvviso, quell’anno ci fu silenzio quando uno si alzò per offrire il suo tributo a Maria. Era un giovanottone aitante e parlava un italiano fluente, sebbene con marcato accento austriaco. Ascoltai le prime parole con interesse, ma ciò che seguì mi rapì in rigida attenzione. “Maria, Aiuto dei Cristiani, non bada né a luogo né a circostanze – diceva – ma veglia su quelli che cercano il suo aiuto, anche quando sono attorniati da morte e carneficina. Io, che l’ho provato sulla mia pelle, ve lo posso garantire. In quella caverna, in quella notte, io, salesiano, mi preparavo con i miei camerati per la festa dell’Immacolata. Nessuno aveva un’immagine della Vergine di Lourdes, ma io portavo sempre con me una litografia di Maria Ausiliatrice. Ci radunammo attorno a essa a cantare il nostro canto favorito “Inviolata”. Le ultime note stavano ancora disperdendosi nell’aria, quando…”. “Quando – io gridai, incapace di trattenere l’emozione – la nostra caverna fu riempita dal nemico. Io ero uno del loro numero, salesiano come te”. Ero balzato sul palco e, in una confusione eccitata, terminammo il racconto in maniera quasi antifonale. Poi, con spontanea emozione, mentre un assordante applauso scuoteva la sala, concludemmo con un frenetico abbraccio.