I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

VIAGGI

di Giancarlo Manieri

IL VILLAGGIO DIVENTATO CITTÀ

Nella terra dei tristemente famosi Khmer rossi. Un territorio di confine si popola in pochi mesi di decine di migliaia di profughi. Bambini costretti al lavoro per sopravvivere. Casinò e alberghi. Come ritrovare le proprie radici. L’arrivo dei salesiani.

Entrati in Cambogia, la prima tappa, praticamente a ridosso del confine, è la città di Poipet. Ci siamo arrivati attraverso strade impossibili e micidiali sobbalzi della jeep, che ha tenuto sebbene l’ultimo tratto assomigliasse a un campo arato di fresco e male: solchi, buche, salti, sassi, fosse, breccia, sabbia… Una volta arrivati, ho strabuzzato gli occhi mentre don Battista sorrideva felice. “Credevi di trovare una casetta e hai trovato un villaggio! Dì la verità!”. Era così, infatti. Il muro di cinta nascondeva uno spazio amplissimo, dove campeggiavano alcune costruzioni ben fatte, un grande monumento a Don Bosco, alcune baracche e un’impressionante numero di ragazzi e ragazze. Chi lavorava, chi giocava, chi correva, chi si accingeva a entrare in classe (erano le otto del mattino). Sull’opera di Poipet ho intervistato il direttore e fondatore don Visser John.

Caro don Visser, tu che sei stato uno dei fondatori di questa meraviglia, racconta com’è nata l’opera di Poipet.

Poipet è un posto strano, venuto alla ribalta nel 1975, quando i Khmer rossi hanno assunto il potere. Una delle prime imprese messe in atto è stata quella di catturare tutti gli stranieri, caricarli su camion e scaricarli, dopo un viaggio infernale, alla frontiera in un posto abbandonato da Dio e dagli uomini che si chiamava, per l’appunto, Poipet. Questo posto! Era costituito dalla dogana più tre o quattro case malandate. Nient’altro. Fu un modo di rara efficacia per invitarli a sgombrare perché indesiderati. La Cambogia khmer divenne un immenso campo di concentramento che ha provocato la morte violenta o per stenti di quasi tre milioni di persone. La mattanza è finita solo nel 1980 quando ai Khmer subentrarono i vietnamiti. Ma la iattura non era finita: questa terra bella e sventurata negli anni ’80 venne “seminata” di mine. Milioni di mine, e non esagero. Solo qualche settimana fa un’intera famiglia è stata dilaniata da un ordigno nascosto nel loro campo. Risultato: otto morti. I Vietcong che l’avevano invasa per schiacciare i Khmer si ritirarono nel 1991, e l’Onu stabilì che nel Paese tornasse una monarchia costituzionale con il vecchio re Norodon Sianuk. I Khmer si rifecero vivi - sono cambogiani - e si rischiò la ripresa degli orrori, ma nel 1998 morì (o fu assassinato?) il loro capo, il sanguinario Pol Pot e il partito comunista khmer si frantumò.

Hai un po’ deviato il discorso, ma è troppo interessante, perciò ti prego di continuare: che cos’è successo dopo?

Che i più di 600 sfollati, che si erano rifugiati in Thailandia, cominciarono a tornare. Una transumanza non indolore. In effetti, forse ancora insicuri e smarriti, ma soprattutto sfiduciati – avevano perso tutto – si fermarono al confine. Ti lascio immaginare in quali condizioni. È questa la genesi di Poipet che si trasformò di colpo in una caotica città di più di 100 mila abitanti, senza arte né parte. Dieci anni fa qui era ancora tutta foresta, e gli unici esseri viventi che vi circolavano erano i soldati. Khmer, ovviamente. I profughi si ritrovarono da un giorno all’altro in una città che non era una città, ma un enorme agglomerato di baracche, tende, rifugi precari, senza servizi, senza strutture amministrative o politiche… e alla fame: niente casa, niente lavoro, niente terra, nemmeno il becco di un quattrino. Il villaggio lillipuziano di prima si era trasformato in un caotico ammasso di persone di diversa estrazione, differenti per dialetto, costumi, tradizioni, mentalità, modi di vivere, e perfino di ragionare. Insomma senza radici. Nacquero, ma in casi simili è una cosa scontata, bande di delinquenti e malfattori che rubavano, taglieggiavano, violentavano. Un avamposto di malaffare, insomma, dove i bambini, scippati della loro infanzia, erano costretti a lavorare, per cui niente scuola, niente giochi, niente tempo libero. Ti rendi conto del perché siamo venuti noi salesiani?

Perfettamente, non temere! Ma… continua.

C’è poco da dire ormai: l’arte dell’arrangiarsi spingeva i profughi a tornare in Thailandia, non per restarci, ma solo per comprare (spesso anche rubare) generi di prima necessità, stoffe, merci varie e rientrare per rivenderli. Certo non a Poipet, in cui regnava sovrana la miseria: i commercianti improvvisati si spingevano fino a 100 km da qui. Poi intervennero le grandi organizzazioni internazionali e cominciarono flussi di denaro, impiegato, purtroppo, quasi esclusivamente per rimettere in moto l’economia.

Come sarebbe a dire, “purtroppo”?...

Vuoi sapere il tipo di economia: club, casinò, alberghi… Ne hai visti no, in frontiera, a pochi km da qui?

Ne ho visti, sì. Tanti!

Ecco. Stasera andiamo a far cena lì, in uno di quegli alberghi/casinò, e forse – è sempre prudente il dubitativo – anche “casìno” con l’accento sulla “i”. Con due euro e 50 centesimi si prende riso, birra a volontà, quattro pietanze diverse, frutta e caffè… un po’ diverso da quello italiano. E si viene serviti da una serie di camerieri/e con tanto di divisa e di inchini rituali.

Attualmente qui a Poipet  ci sono industrie?

Macché! L’unica vera industria è quella che ti dicevo: alberghi e casini di proprietari thailandesi e cinesi, che impiegano più di 10 mila cambogiani. Immagini quanto possono guadagnare?…

I padroni o i cambogiani?

I cambogiani ovviamente. Un centinaio di dollari al mese. Una miseria che però per chi non ha nulla è una fortuna.

Ma, don, non mi hai ancora detto nulla dei salesiani. Siete subito sbarcati qui? Oppure…

No, non qui. I primi tempi qui era pericoloso. Siamo andati prima di tutto nella capitale, a Phom Penh, stabilmente nel 1996. Poi a Sihanoukville, nel 2000, infine qui nel 2003.

E già avete potuto costruire tutte queste cose?

Ma tu ci credi alla Provvidenza?

Hai ragione, scusa.

Dunque, eccoti la storia – a dire il vero troppo breve – della nostra venuta in Cambogia. Il resto a dopo. Prima andiamo a mangiare. (continua)