I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

IL PUNTO GIOVANI

di Carlo Di Cicco

COLOR CHE SON SOSPESI…

Il grido dei precari è oggi forte… e si può dire che sia il grido dei giovani, soggetti non solo a precarietà lavorativa, ma anche affettiva. La precarietà è la grande questione sociale del nostro tempo.

 

.La precarietà colpisce ormai diverse fasce sociali ma si può dire  che “precario” è diventato, in particolare, un sinonimo di “giovane”. Non si tratta né di un gioco di parole né di un azzardo, ma di una sfida ormai strutturale a ogni tipo di proposta educativa. Educare, oggi è come camminare sulle acque per l’apostolo Pietro: si parte con entusiasmo ma subito dopo si scopre l’instabilità delle acque e ci si sente tirati sul fondo e si grida verso qualcuno che possa salvarci. La passeggiata sulle acque si trasforma in un incubo. Resta fondamentale, per venirne fuori, tenere ben presente la metà verso la quale si tende. Nel caso di Pietro, è stata questa meta a salvarlo e tenerlo a galla. Nel caso di chi educa le cose sono meno facili. In ballo infatti non sono questioni di fede, ma di sistemi economici e sociali che condizionano in maniera irrimediabile anche i processi educativi.

 

La precarietà tocca tutti e non chiede tessere confessionali. Si può dire che la soffrono meno le classi benestanti. Le classi più umili hanno una consuetudine secolare con la precarietà. Oggi l’allarme è salito di intensità perché essa lambisce le classi medie, ossia la fascia più consistente di popolazione prefigurando un regresso sociale generalizzato: si va verso l’impoverimento.

La precarietà lavorativa che attanaglia i giovani, condizionandoli e scaricando le batterie del loro entusiasmo per la vita, non è tuttavia l’unica precarietà che li assedia. Essi sperimentano la precarietà dell’amore, la difficoltà di realizzarlo in forma stabile e non soltanto occasionale. Intorno a loro, specialmente sul piano dell’amore, vedono moltiplicarsi le condizioni di precarietà: tutto si muove e cambia troppo velocemente, più che su una giostra. Gli amori vanno e vengono, i matrimoni si sfaldano con più facilità, le separazioni  diventano costume, il dover contare su di sé vivendo spazi di solitudine  riempiti da musica e internet, o altre evasioni,  è una medicina consolidata.

 

Ma la precarietà del lavoro condiziona tutto l’essere e la vita. Per questo oggi si assiste a una carica crescente dei giovani precari che chiedono – per ora pacificamente – risposte. L’allegria di essere giovani finisce presto quando ci si affaccia alla ricerca di un lavoro. Il futuro appare subito nero, il mondo diventa angusto, gli spazi sognati svaniscono.

E gli educatori, singolarmente, non possono fare molto per il cambiamento. Essi sperimentano che solo fino a un certo punto si riesce a stare efficacemente accanto ai giovani. Poi  mentre ragazzi e ragazze cresciuti con belle speranze nel periodo formativo, vengono inghiottiti dal risucchio dell’incerto futuro economico ingombrante, quale macigno sulla loro strada, educatori e genitori misurano tutta la propria impotenza. E l’astrattezza di un bel mucchio di cose dette ai propri giovani.

 

Si apre una grande questione sociale che non si può pensare di risolvere cercando garanzie per quella fascia di giovani che frequentano le rispettive istituzioni  private, cattoliche, o di categoria. Non si viene fuori da un  problema sociale generalizzato salvando magari i più garantiti. Come cristiani potremmo avere qualche rimorso con questa pratica che confligge con il vivere la dimensione d’amore ampio cui richiama papa Benedetto.

Il ritorno ai giovani teorizzato dai salesiani nel loro prossimo Capitolo generale è una notizia interessante. Tornare ai giovani significa pensare ai precari, una nuova tipologia dei prossimi decenni a economia di mercato. Le cause di questa situazione sono convincenti? Sono ineluttabili? Gli educatori devono svolgere il compito di imbonitori o avviare lo scomodo ruolo di profeti? La terra nuova verso cui siamo incamminati tutti, non sarà definitiva in questo mondo, ma comincia da qui.