ON LINE - coadiutori salesiani
di Giancarlo Manieri
Il profilo di un formidabile maestro d’arte, il
coadiutore salesiano signor Dante De Maria.
IL MAGO DELLA MINIATURA
Una
figura carismatica il cui nome ha superato le mura della città dove ha
lavorato. Un uomo buono, generoso e gioviale, un grande lavoratore, un maestro
di rara esperienza, un salesiano saggio e coerente.
“E che? Qui è scoppiata la fogna?” L’esclamazione era quella di un
infermiere che era entrato nella camera di degenza che ospitava il coadiutore
salesiano De Maria, costrettovi da un’occlusione intestinale così dispettosa
che resisteva imperterrita a ogni lassativo… Fino allo scoppio improvviso, che
fece sobbalzare il suo vicino di letto, un tedesco che non spiccicava una
parola d’italiano manco a pagarlo, ma nel momento della “scarica” del signor
Dante si tirò le lenzuola sulla testa gridando: “Oh, mamma mia!”.
Raccontando l’episodio, il maestro De Maria diceva sganasciandosi: “Ho fatto
parlare l’italiano a un tedesco senza manco una lezione!”.
E’ MORTO IL GIGANTE BUONO
Il maestro De Maria era uno che sapeva ridere e non sapeva arrabbiarsi. Un
gigante buono, come molti lo chiamavano, le cui manone sapevano disegnare,
miniando, finissimi capolavori. Era un legatore, un maestro legatore, che aveva
fatto della sua arte una forma di evangelizzazione. I suoi messali istoriati in
oro sono presso cattedrali, sedi episcopali, chiese e perfino musei. Quando se
ne andò, a 75 anni, accorse in S. Maria in Porto a Ravenna anche l’arcivescovo
Ersilio Tonini, poi cardinale, che di De Maria era sincero ammiratore, e lo
considerava un “segno dell’amore di Dio per la comunità ravennate”. “In chiesa,
fece notare qualcuno, quel giorno non c’entrava più uno spillo”: la
folla l’aveva invasa sfruttando ogni angolo per dare l’ultimo saluto al
“gigante buono”, al “motociclista solitario”, all’artista inimitabile, al
salesiano gioviale, al maestro che sul letto di morte a chi gli chiedeva se
soffrisse rispose chiedendo una biro e un foglio di carta su cui, con mano
ormai incerta, tracciò 5 quadrati disposti a croce e riconsegnò il foglio.
“Qualcuno” aveva sofferto per lui e più di lui!
IL LAVORO E LO SVAGO
La mattina presto, chiuso nel suo mini-studio, gli occhialoni da presbite
inforcati e il bulino in mano, lavorava di fino, spingendo lo strumento a
piccoli colpi delicati come se volesse raccomandargli di non sbagliare, e nello
stesso tempo scandendo sommessamente il ritmo con: Avemmaria, Avemmaria,
Avemmaria… Terminata una fase lavorativa gli capitava, talvolta, prima
di rimettersi al lavoro, di vagare qua e là cercando qualcosa che aveva perduto
e brontolando tra sé e sé: “A so un por vecc imbarlé… sono un povero
vecchio rincitrullito”. “Maestro, che cosa è successo?”. “Zitto! Ho bisogno di
concentrazione: non ricordo dove ho messo gli occhiali!”. “Maestro… ma li ha
sul naso!”. “Oh!… A so un por vecc imbarlé”, e giù una risata
rilassante. Da lui si usciva rigenerati, puliti, rasserenati. “Quasi fosse un
confessore laico”, riferisce un ex alunno.
Il suo unico svago? La moto, una grande moto Guzzi, rossa, una di quelle
dismesse dalla polizia e acquistata con pochi soldi, ma adatta alla sua stazza.
Quando ci montava sopra… “sembrava occupasse l’intera strada!”. Volava
via a 140, “un km al chilo!” - scherzava talvolta - anche quando era ben
avanti negli anni. E se gli facevano qualche osservazione ribatteva con un
sorriso: “Beh, provate a far entrare la mia stazza in una macchina…”. In
effetti i suoi 140 kg facevano soffrire qualsiasi vettura.
Non faceva prediche De Maria, non improvvisava sermoni, non si preparava
discorsi elaborati. Lavorava. Con una passione e una gioia tali che valevano
più di qualunque predica. Un po’ del Maestro è sparso in varie parti d’Italia.
Molti, provenienti dai luoghi più diversi, hanno cercato di accaparrarsi
qualcuna delle sue mirabili miniature, incise su messali, evangelari, lezionari
e perfino quadranti di orologi. Ravenna l’ha goduto, “artisticamente”, dal 1947
al 1985 e lui per quasi quarant’anni ha regalato il suo genio, e ha trasmesso i
segreti della legatoria, gli arcani della doratura e gli enigmi della miniatura
a centinaia di giovani. Era diventato per tutti un’istituzione: “Li conoscevano
anche i muri!”. “Li?… Come lì?”. “Lui e la sua moto,
naturalmente. Sembrava fossero un tutt’uno“. Uno grande, grosso e
forte, con le mani che parevano badili, incapace di far male a una mosca,
eppure capacissimo di creare capolavori. Nella biblioteca del Maestro Dantesco
di Ravenna si possono tutt’ora ammirare tre grandi tomi della Divina Commedia
rilegati in pelle e decorati splendidamente dal maestro Dante. In Vaticano è
esposto il breviario di Pio XII in pelle istoriata del nostro artista. Alla
Pisana regalò un Don Bosco bulinato su cuoio.
ANCORA QUALCHE CHICCA
Era un distratto, come già abbiamo raccontato, ma non se la prendeva più di
tanto, anzi ci rideva su. Come quella volta che si mise a sparare foto a
ripetizione in un convegno exallievi, e il rullino non finiva mai. Raccontava:
”Ho fatto una cinquantina di foto con il medesimo rullino!”. “Davvero
Maestro? Sa fare anche i miracoli?”. “Macché! M’ero solo scordato di
infilare la pellicola nella fotocamera”. Una risata e via!
Solo una volta gli scappò la pazienza. E fu quando, giocando a pallone, un
avversario si divertiva a martoriargli la caviglia con una certa cattiveria. A
un certo punto Dante non ne poté più e lasciò partire uno “sventolone” alla don
Camillo. Il malcapitato si ritrovò a quattro metri di distanza! Lui ci pianse
su come un bambino e per un paio di giorni si chiuse in camera come
autopunizione.
Quando mostrava ai confratelli e agli amici qualche suo capolavoro, e quelli
sgranavano tanto d’occhi: Come avrà fatto un omone così grosso a ricamare
ghirigori tanto piccoli e perfetti? Lui intuiva la domanda non espressa
e rispondeva sorprendendo tutti: “Mi ha aiutato lui!”. Indicava
compiaciuto il quadro di Don Bosco.
A 20 anni compiuti dalla morte, nessuno l’ha ancora dimenticato.