LETTERE AL DIRETTORE

UN SOLO AMORE?Gent.mo direttore, lei crede davvero che l’uomo possa accontentarsi di un solo amore? Non è fatto per più esperienze? Più esperienze non lo arricchiscono? Io credevo di aver trovato il mio fiore, ma è appassito, me ne sono allontanato... ne ho intravisto un altro...

Ale, Forlì

Caro amico,

in contestazione con molta letteratura sentimentale odierna, io affermo che “vivere” un solo amore si può, perché è più che sufficiente per la piena realizzazione di una vita. Credo inoltre nella capacità adattativa dell’uomo, nella sua volontà creativa, nella sua forza di ricominciare una, due, dieci volte… Rifiuto l’incapacità fallimentare kafkiana, il pessimismo filosofico, la voracità sentimentale! Io so che si può “rigenerare” l’amore ogni giorno, so che, quando serve, c’è sempre a disposizione una scintilla per rinfocolare la passione, diversa ogni volta perché le scintille sono come i fiocchi di neve, non ce n’è uno uguale all’altro. Ed è questa diversità che dà gusto a ogni impresa.

Io credo nella illimitata capacità dell’uomo di risollevarsi quando è a terra, di innalzarsi quando è in piedi, di volare quando è in alto. Non è poesia… O forse sì, se si accetta che la vita sia di per sé poesia, la più alta mai scritta nelle pagine dell’universo. L’uomo non è un verme, ma una farfalla. Tu avevi trovato il tuo fiore. Aveva tutto, colore, profumo, sapore… e la fragilità di ogni fiore. Non si può non accettare la fragilità, è lo scotto da pagare per avere colore, profumo, sapore. Continuo a credere che quello da cui ti sei allontanato possa ancora essere il fiore della tua vita. Rinsaldandone le radici si ripristineranno colore, odore, sapore. Sogni? No, operazioni possibili! Nessuno potrà mai convincermi del contrario. A queste operazioni di resurrezione ha dato l’avallo Dio stesso!

La vita è una costruzione che lentamente si completa, non è un capolavoro già costruito. Ecco, devo dirti che mi stai dando l’impressione che tu sia alla ricerca di qualcosa di già fatto, di già finito, di già risolto, di un appartamento ammobiliato! Non lo troverai. Non esiste. E ciò che troverai o hai trovato non resisterà alla prova del tempo. Non dimenticare che per fare una vita ci vuole una vita. Lo sapevi già, ma forse l’avevi dimenticato. Qualcuno forse ti ha messo in testa che, celebrato il matrimonio, eri arrivato alla meta? No! Eri solo partito. Il tuo, e forse il suo (di tua moglie) sbaglio è che avevate contato su un traguardo raggiunto e invece era un blocco di partenza! La vita ha un solo nastro d’arrivo, l’ultimo. E l’impatto finale è con Dio.

Un’ultima annotazione che non è dato dimenticare. Nihil sine poena - recita l’antica saggezza latina - niente senza sofferenza. Chi rifiuta la sofferenza rifiuta la vita. A nessuno è concesso di realizzare qualcosa senza conoscere la fatica, la disillusione, il fallimento e, talvolta, il sangue. Ma, con ancora più profondo convincimento, aggiungo che qualsiasi fallimento è temporaneo e che spazio per riprendere la navigazione c’è sempre. Chi inchioda o mura le porte, chi “Non ne voglio più sapere”, chi “Basta! Definitivamente”, chi “Impossibile ogni dialogo e/o ripensamento”, chi “Non c’è più spazio di comprensione”, e via spropositando, è un pover’uomo senza nerbo, i ragazzi e i giovani dicono “senza sfere!”… ma personalmente non sono d’accordo, perché ciò che manca è la testa, e spesso il cuore, mentre, quando più quando meno, le famose sfere sono in genere efficienti.

Quando un poveretto, smarrita la via, si trova d’improvviso di fronte a un trivio senza conoscere fin dove porteranno in realtà le vie che si trova davanti, ha solo due possibilità: o continuare a tentennare in eterno fino a morire d’inedia, o imboccare decisamente uno dei sentieri, pronto, finalmente, ad andare fino in fondo, costi quello che costi. Ovviamente, fossi in te, saprei che cosa fare. Per 1001 motivi. Ma io non ho fatto le tue scelte…

 

L’ORIANA.Egregio Direttore, ho sentito dell’ultimo libro di Oriana Fallaci, dove ella si dichiara “atea cristiana”... il che vuol dire negare che Cristo è Dio... e cadere nell’eresia di Ario. Non pensa che debba essere pubblicamente avvertita della fallacia della sua dichiarazione? (Giuseppe, Este). Non crede che una donna così famosa e ascoltata possa far molto male?

Igino, Torino

Non considero Oriana Fallaci una politologa, né una storica, né una sociologa, né una psicologa delle masse… Checché se ne dica, ella è solo una scrittrice, e come tale scrive, non può non scrivere. Scrivere è per lei una pulsione, una vocazione, un godimento… una seconda natura. Non scrive come donna impegnata politicamente (non lo è infatti), o come esperta in scienze umane e/o sociali. Scrive come scrittrice, e scrive innanzitutto per se stessa. Ora, se come potenza letteraria, come coinvolgimento estetico, come impatto mediatico non ho nulla da dire se non che ha qualità eccelse, come opinionista l’illustre signora ha dei convincimenti rispettabilissimi, ma opinabilissimi. La Fallaci è una delle migliori penne in circolazione, ma non è necessariamente un profeta, o un messia. Dirò di più: mi appare come una donna senza speranza, che infonde la paura del futuro e coltiva un pessimismo cosmico sulle capacità di redenzione dell’uomo. “Il nemico più insidioso della speranza, scrive l’Osservatore Romano, si chiama paura”.

Quanto poi al suo “ateismo cristiano”, qualcuno ha avvicinato l’espressione a quella di Benedetto Croce: “Perché non possiamo non dirci cristiani”, nel senso che anche lei riconosce le sue radici come provenienti dal cristianesimo. Ma la formulazione usata mi pone qualche dubbio interpretativo. Ancora una volta sono propenso a credere che la Fallaci abbia fatto ricorso a un escamotage letterario, a una figura retorica che si chiama ossimoro, l’accostamento paradossale di due termini di significato opposto. Perché non posso credere che la scrittrice non si renda conto che un “ateismo cristiano”, pur essendo letterariamente proponibile, è tuttavia teologicamente e filosoficamente assurdo. Trattasi dunque – lo ripeto – prima di ogni altra cosa di un estetismo letterario. Infine, nonostante la notorietà della persona in questione, non vedo la ragione perché venga “pubblicamente avvertita della fallacia della sua dichiarazione”. Ritengo infatti inutile dare peso a ossimori. L’impatto sulla gente è più sul pericolo dell’Islam che, secondo la scrittrice, sta trasformando l’Europa in Eurabia, che non nel suo cosiddetto ateismo cristiano.

Concludo esternando la mia convinzione che il volume in questione sia un evento editoriale, culturale, estetico/letterario, ma non politico e tanto meno religioso.

PROPOSITO DI ISLAM. Illustre Direttore… ai musulmani che emigrano in Occidente, o gli insegniamo a industriarsi a casa loro, o li accogliamo… e allora – ecco il grande pericolo – fra un secolo noi, come cattolici non esistiamo più. E non mi dica che attraverso la carità si diffonde la Parola, perché io non ne ho visti uno solo convertirsi. C’è una moschea splendida a Roma… provi a fare una chiesa alla Mecca…

Nevio, Torino

Caro signore,

Alla Verità con la V maiuscola, o ci si crede o no, non ci sono vie di mezzo. Le dico subito che in questo caso uso “credere” come sinonimo di “praticare”. E mi spiego. Lei dice di vedere un grande pericolo: “fra un secolo noi cattolici non esistiamo più”. Io affermo il contrario dando così ragione della frase iniziale: se i cattolici saranno davvero testimoni della loro fede, se invece di essere mezzo cristiani (che vuol dire mezzo – o del tutto – atei!), sono credenti autentici; invece di esternare buone intenzioni (le buone intenzioni debordano ovunque), agiscono; invece di parlare di virtù le incarnano nella vita quotidiana; invece di discorrere di onestà sono personalmente onesti; invece di teorizzare la giustizia, la applicano nelle transazioni e nelle relazioni giornaliere; invece di sfruttare, insegnano; invece di predicare la legalità sono legali… allora, fra 100 anni saremo (e saranno) tutti cattolici! E nessuno mi toglie dalla testa questa convinzione. Gesù, quelli che “dicono e non fanno” li ha bollati con parole tra le più forti in assoluto mai uscite dalla sua bocca: “razza di vipere, sepolcri imbiancati…”. E scusi se è poco!

 

A LLORA ESISTE! Dopo la scherzosa risposta a Carla di Brescia sulla Pietra Nera (BS maggio 2004), sono stato sommerso da lettere provenienti da ogni parte del mondo (Italia, Belgio, Colombia, Francia, Honduras, Timor Est, India, Nuova Guinea, Ecuador, El Salvador, Repubblica Centro Africana, ecc). Tutti pro Pietra Nera. Me ne hanno inviate perfino degli esemplari (Cfr. foto)... Non potrò provarle perché qui alla Pisana non sono ancora comparsi serpenti velenosi (!). Mi descrivono guarigioni a iosa. Due relazioni sono particolarmente interessanti. Mi riservo di pubblicarne in seguito una. Faccio invece il sunto della seconda che in 9 punti mi informa su come si prepara:

  1. Raccogliere ossa di animali (soprattutto bue).
  2. Mettere le ossa in un bidone di latta munito di un buon coperchio.
  3. Praticare un foro sul coperchio perché fuoriescano i vapori.
  4. Accendere un gran fuoco per carbonizzare le ossa.
  5. Quando le ossa sono nere versare acqua nel bidone per far galleggiare il grasso delle ossa
  6. Svasare le ossa carbonizzate.
  7. Segarle in pezzi piccoli
  8. Immergerle nel latte per 12 ore
  9. Farle seccare, e sono pronte all’uso.

Quindi mi indica il modo d’uso:

  1. Praticare una piccola incisione nell’area del morso fino a far uscire sangue
  2. Applicare la Pietra Nera a contatto con l’incisione.
  3. La pietra rimarrà incollata finché c’è veleno nel sangue poi si staccherà da sé.
  4. Immergere la pietra in acqua bollente per purificarla.
  5. Immergerla poi nel latte per qualche ora (alcuni dicono di farla bollire)
  6. Asciugare la pietra e tenerla all’aria, ma non sotto la luce diretta del sole.
  7. Conservarla in un luogo secco, ad es. in una scatolina per rullini fotografici.
  8. Si usa anche per foruncoli, facendo l’incisione vicino al foruncolo.
  9. Per il tetano si può fare l’incisione in qualunque parte del corpo.
  10. Per grandi ferite si riduce in polvere la pietra nera, si lava la ferita, vi si cosparge la polvere nera e si benda la parte.

Per quanto riguarda l’origine, mi dicono che l’abbia inventata un Padre Bianco in Belgio. C’è chi afferma che provenga dal Kerala (India), chi dallo Zaire (oggi Congo). Uno mi scrive che si tratta di un ritrovato chimico che ha la forma di un gesso da sarti. Ho chiesto a un missionario perché mai la medicina ufficiale rifiuti tale rimedio, qualificandolo sprezzantemente come “placebo”. “Perché non costa niente! Perché la medicina fai da te in ambiente scientifico è ritenuta un veleno! Perchè le cose semplici non valgono... Per scoprire un rimedio ci vuole tanto di laurea e percorsi complicatissimi... come se gli animali che si curano con le erbe avessero tutti la laurea!”.

APPELLI

Dopo 22 anni di matrimonio mia moglie è andata a vivere con un mio collega di lavoro in nome di una nuova filosofia di vita! La sofferenza mi attanaglia. Vorrei ritrovare un briciolo di serenità. Toscanelli Carlo, Fraz. Sorreley, 46 – 11020 Saint-Christophe (Aosta).