Bollettino Salesiano

ANNO 104. N.12   1o SETTEMBRE 1980

Brevi da tutto il mondo

REP. SUDAFRICANA

QUESTA TESTOLINA SI CHIAMA EGIDIA

Daleside (Transvaal). In uno dei suoi frequenti viaggi il Rettor Maggiore capitò lì in fondo all'Africa, dove ci sono due comunità salesiane con scuole, parrocchie e associazioni varie. E i Cooperatori. E un cooperatore nero come il carbone era felice come una pasqua perché il Signore gli aveva regalato in quei giorni una bella bambina, che intendeva battezzare col nome della Madonna. Don Egidio Viganò si offerse di battezzarla, e allora quel bravo papà fece aggiungere accanto al nome di Maria anche quello del Rettor Maggiore. Così quella testolina moretta (al centro della foto) si chiama con l'insolito nome di Maria Egidia.

SAMOA

TRE SALESIANI PER COMINCIARE

Il 6 maggio scorso i salesiani hanno accettato la responsabilità di una parrocchia nel piccolo stato della Samoa (Polinesia). E' il primo passo verso il consolidamento di una presenza nuova in un angolo di mondo da cui i figli di Don Bosco erano stati finora lontani.

La Samoa è giovane (indipendente dal 1962), è piccola (kmq 2.800, abitanti 153.000), è formata da un paio di isole smarrite nell'immenso Oceano Pacifico, conta appena 32.000 cattolici (21% della popolazione), ma vanta nientemeno che un cardinale. Si chiama Pio Taofinu'u, e è lui che ha chiamato i salesiani.

Veramente finora la Congregazione non ha largheggiato molto in personale; in gennaio 1979 ha mandato un missionario. Si chiama don Elio Proietto, è un siciliano di 44 anni partito giovanissimo per l'india, passato poi in Australia, e approdato ora in Polinesia. Ha provato a lavorare per un anno. Il cardinale lo ha mandato nell'isola Savai'i che delle due è la più piccola, la meno popolata, la più povera. E lui si è tirato su le maniche. Ha fatto scuola a tempo pieno nel collegio che le Suore di Nostra Signora della Missione hanno a Logoipolotu, e ha aiutato il parroco della parrocchia San Luigi Re dei Francesi a Safotulafai.

Racconta: Ho insegnato a 11 ragazzi e 27 ragazze dalle 7,45 alle 13, con soli 25 minuti di intervallo. E' stato duro mettersi a livello di questi giovani: alcuni conoscono poco o niente la lingua inglese. Nei primi tempi concelebravo la messa in lingua samoana con il sacerdote del posto, don loane Patale, ma poi è venuto il momento di passare alla storia come il primo salesiano che abbia celebrato da solo in questa lingua. Ora sono in attesa anche di diventare il primo salesiano a capire quel che dice... A ogni modo alla domenica ho celebrato due messe per quattro villaggi, che mi accoglievano con simpatia.

Don Proietto ha dovuto buttarsi: il parroco di Safotulafai a poco a poco cominciò ad assentarsi per portare il suo ministero altrove, e lo lasciava a lungo solo. Ha anche stampato e distribuito il bollettino parrocchiale settimanale, ha cercato di rendersi utile in tutto ciò di cui era capace.

Nell'aprile 1979 arrivava a fargli visita don Williams, il superiore salesiano di quella regione: si interessò di tutto, promise alle suore del collegio che avrebbe cercato un altro salesiano per aprire nella loro scuola una sezione tecnica, e promise al cardinale che i salesiani avrebbero accettato la parrocchia.

A novembre la solitudine di don Proietto finì: venivano a Samoa a dargli una mano due salesiani indiani: padre James Adayadiel, e l'altro chiamato da tutti col solo nome, padre Sebastian. Motivo è che il cognome per intero sarebbe Vadakkekollamparambil. Padre James si ferma ad aiutare il cardinale, mentre padre Sebastian si unisce a don Proietto.

A maggio di quest'anno la parrocchia è accettata. Occupa 30 km di costa sul lato est dell'isola Savai'i, e si estende all'interno non si sa bene quanto. Comprende 8.000 abitanti di cui 2.000 cattolici, e gli altri ripartiti fra le numerose denominazioni protestanti. I villaggi della parrocchia sono tanti, e 5 regolarmente assistiti dal proprio catechista.

I due missionari sono pieni di lavoro e pieni di progetti. Sognano la creazione di un centro per le attività giovanili: catechesi, sala di lettura, scuola serale, giochi. Sognano la scuola tecnica, aggregata al collegio delle suore o anche indipendente. Sognano un ostello della gioventù. E anche il cardinale sogna: vorrebbe affidare ai salesiani almeno un'altra parrocchia.

Ma le condizioni di lavoro sono difficili. Ii paese è povero, con clima caldo, violenti cicloni estivi. L'industria non esiste, la campagna produce in abbondanza ma il commercio è problematico. La giovane democrazia parlamentare di Samoa stenta a decollare. Le tante denominazioni protestanti in concorrenza fra loro creano fra i cristiani un certo scompiglio. Le forze agli ordini del cardinale sono scarse... Ma il cardinale è contento di quei primi salesiani. Gli effetti - ha scritto - si vedono già nei primi risultati apostolici: c'è una nuova sensazione di speranza, specie tra i giovani. E un grande entusiasmo per la possibilità di una più forte presenza salesiana.

VIETNAM STORIE DI PROFUGHI E DI SOLIDARIETA'

Un trucco per scappare. Il Centro giovanile salesiano che don Mario Acquistapace ha aperto di recente sull'isola di Coloane (Macau) sta offrendo un buon servizio a molti profughi vietnamiti. Essi si recano a centinaia ogni giorno nella casa salesiana, soprattutto i giovani e i ragazzi, e divisi in classi frequentano corsi di lingua inglese. Don Acquistapace inoltre li intrattiene con documentari e video-cassette che illustrano i paesi dove intendono recarsi (le loro future patrie), e ai cattolici insegna a pregare in inglese.

Recentemente è arrivato un barcone con quasi cento fuggiaschi vietnamiti, tutti pescatori, che hanno raccontato un nuovo trucco per fuggire. Il governo vietnamita da parecchio tempo assegna ai pescatori quantità minime di nafta, per evitare che lascino il paese. Ma i pescatori si sono accordati: con dieci barche si sono allontanati dalla riva e concentrati in un punto, poi hanno riversato tutta la nafta sul barcone più grande. E abbandonate le altre nove barche al loro destino, col barcone hanno compiuto la traversata.

Due volte salvata dalle acque. Dagli Stati Uniti giunge notizia del lieto fine d'una terribile vicenda che il BS ha già raccontato (fascicolo di ottobre 1979, pag. 28): la storia della principessa vietnamita Phuong Quang di 24 anni, fuggita con altri profughi in gran parte cattolici. Le peripezie di quel viaggio furono tante, che quei coraggiosi cristiani solo nella preghiera trovarono la forza di superare gli ostacoli e arrivare salvi a Hong Kong. La principessa, di religione buddista, rimase conquistata dalla loro fede, e benché pagana, nei momenti cruciali pregò la Madonna con loro. Giunta al sicuro, confidò al missionario padre Massimino (che si prendeva cura dei profughi) la sua intenzione di diventare cattolica. Ebbene, questo desiderio si è ora realizzato. La notizia del suo battesimo giunge da Pensatola nell'Alabama (Stati Uniti), dove un sacerdote vietnamita, padre Dominic Nghia, il 12.4.1980 le ha somministrato il rito. Così, dice, è stata salvata due volte dalle acque: da quelle del mare nella pericolosa traversata, e da quelle del battesimo che l'hanno condotta nella Chiesa.

L'oratorio tra i profughi. A Hong Kong ci sono sette campi profughi, e il salesiano padre Mattew King, dedica loro tutto il tempo che ha a disposizione. In particolare lavora al campo dell'aereoporto di Kai Tak, e tra i rifugiati raccolti nell'area del cantiere navale. Essi conducono una vita veramente dura, priva di ogni conforto. Ci sono molti gruppi di cattolici fra loro, e padre King porta loro anche il conforto religioso. Altra iniziativa che è stata presa, anche se molto costosa, è la stampa del Vangelo e di un libro di preghiere in lingua vietnamita. I rifugiati nel cantiere navale non possono uscire, e così padre King deve occuparsi della loro corrispondenza, consegnare e ricevere le lettere, spedire i telegrammi ecc. Anche le FMA hanno ottenuto di lavorare tra i profughi, e organizzano un oratorio per la gioventù.

Progetto giovani profughi. E in Italia? C'è un  Progetto giovani profughi elaborato dal Cnos (Centro Nazionale Opere Salesiane) per accogliere presso i Centri di formazione professionale salesiani un certo numero di giovani privi di appoggio familiare, intenzionati di imparare una professione, e disposti a trasferirsi in Italia. Otto CFP si sono dichiarati disposti ad appoggiare l'iniziativa, e si pensava di poter accogliere una cinquantina di giovani profughi, ma a causa di alcune difficoltà sembra che ci si limiterà per ora a 24. Sull'argomento il BS ritornerà.

ITALIA

INCONTRI DI ARCINAZZO PER FORMARE I

I Cooperatori Salesiani di Roma via Marsala, da cinque anni, organizzano degli incontri per laici frequentanti le opere salesiane, allo scopo di animarli e orientarli nel loro impegno dentro la Chiesa locale. L'iniziativa - spiega una relazione diffusa dal Centro Ispettoriale - era stata presa nel 1978 da don Salvatore De Bonis, allora ispettore. Gli incontri si svolgono con cadenza mensile otto volte all'anno, alternativamente per giovani e adulti di ambo i sessi. Il luogo d'incontro è la casa salesiana degli Altipiani di Arcinazzo (provincia di Roma, diocesi di Anagni); i laici partecipanti sono da 30 a 40 ogni turno; la durata è di oltre due giorni: dal pomeriggio del venerdì alla sera della domenica successiva.

A questi incontri sono invitati di preferenza laici della regione Lazio, ma fin dagli inizi si è avuta anche una larga partecipazione di elementi d'altra provenienza. Ai partecipanti si propone un programma di istruzioni che aiutano i laici a compiere una giusta valutazione della propria identità di creature umane e di cristiani, secondo le caratteristiche individuali di giovani, adulti, coniugati, genitori, e... nonni. Queste istruzioni ribadiscono i doveri derivanti dalla personale condizione e posizione, sociale e familiare, a partire dalla loro qualità di cristiani laici e dalla loro responsabilità come membri della Chiesa.

Questo momento orientativo e formativo suscita nei partecipanti una nuova coscienza dei propri impegni di apostolato, e culmina nel rinnovo dei voti battesimali, nella consegna del crocefisso e del Vangelo.

Agli incontri, guidati da laici (uomini e donne) ben preparati, e svolti sotto l'assistenza spirituale di sacerdoti salesiani, si sono avvicendati finora quasi 1.500 giovani e adulti.

ITALIA CARLO FANTON

EXALLIEVO DI DON BOSCO

A un anno dalla scomparsa (avvenuta il 18.9.1979) il comm. Carlo Fanton merita un affettuoso ricordo: è uno dei tanti ragazzi cresciuti a Valdocco che si sono fatti onore e hanno fatto-onore a Don Bosco. Nato a Vicenza nel 1902, era rimasto orfano e fu accolto a Valdocco come artigiano. I suoi educatori lo ammaestrarono nell'arte del tipografo compositore e poi gli trovarono un posto di lavoro. Egli non lasciò certo l'Oratorio, ma frequentò da exallievo. Fu tra i fondatori della squadra di calcio Valdocco Foot-ball, fu attore della filodrammatica, e consigliere del circolo Auxilium. Gli anni '20 lo videro anche militante dell'Azione Cattolica e iscritto al Partito Popolare. Era e fu sempre cristiano praticante senza ostentazione ma anche senza rispetto umano. Attraverso la vita oratoriana e la militanza politica si preparava a un futuro pieno di responsabilità. Apparteneva a quella vecchia guardia che si era scelto come motto Liberi e forti. Nel 1925 sposò una giovane dell'Azione Cattolica, Anna Frassati, dando vita a una famiglia fortemente unita nella fede e nell'impegno cristiano.

Nel 1926 apriva in proprio una piccola tipografia destinata a svilupparsi in modo imprevisto (alla base del successo stava la correttezza del rapporto con i clienti, e l'impeccabilità dell'esecuzione): oggi la tipografia SPE di Carlo Fanton è una delle aziende più prestigiose del settore in Piemonte. Recentemente egli si vantava che in cinquant'anni e più di attività tipografica non aveva mai stampato un foglio che fosse in contrasto con i suoi solidi princìpi morali e sociali.

In compenso, quando fu necessario, seppe rischiare grosso. Fu dalla fine del '43 in poi, quando gli operai della Fiat e di altre fabbriche torinesi osarono scendere in sciopero sfidando i nazi-fascisti al potere: i volantini che esortavano agli scioperi erano stampati da lui nella sua tipografia (quanto bastava, se scoperto, per finire davanti al plotone d'esecuzione).

A Traves, paese della Vai di Lanzo in cui era sfollata la sua famiglia, lo ricordano per un altro episodio. Nell'Epifania del 1944 sei uomini erano stati passati per le armi dai nazi-fascisti, e i loro cadaveri giacevano sulla piazza davanti alla stazione: l'ordine era che nessuno doveva toccarli, pena la fucilazione. Carlo Fanton con una giovane maestra scese in piazza, rimosse i cadaveri, e li trasportò al cimitero distante tre km. Allora le salme poterono avere pietosa sepoltura.

Nel dopoguerra la sua attività si incanalò spontaneamente nella milizia politica nella DC, mentre la moglie Anna era impegnata nell'Azione Cattolica. Fu segretario politico della DC cittadina, poi segretario provinciale, e fu anche al consiglio nazionale. Per molto tempo venne eletto consigliere comunale, e più volte fu assessore. Era di quegli uomini che davano credibilità al partito, o come ha testimoniato un vecchio amico: Servì il partito senza servirsene. Cose d'altri tempi. Alla base del suo comportamento era una piena coerenza con la propria fede. Lui e la moglie non mancavano mai alla messa domenicale nel santuario di Maria Ausiliatrice, dovessero partecipare alla primissima delle ore cinque, per avere poi l'intera giornata a disposizione per i vari impegni. Non era festa se non si pregava insieme - ricorda la signora Anna -, e così per cinquanta e più anni.

Non lasciò mai del tutto il suo Oratorio, ancora recentemente era presidente della San Vincenzo. Da qualche tempo aveva lasciato la vita politica, a causa dell'età e forse anche per una certa delusione; ma seguiva da lontano le vicende del suo partito, con una certa trepidante inquietudine.

Tanti a Torino ricordano questo veneto-piemontese distinto e affabile nel tratto, fermo nell'azione, sicuro nei propositi, dallo sguardo diritto che signoreggiava il volto aperto, incorniciato da una bella barba divenuta sempre più d'argento. Nella sua tipografia stampava il settimanale diocesano La Valsusa, ne era fiero, e ad esso dedicò la sua ultima fatica. La sera del 17 settembre 1979 si fermò fin quasi alle 23 a correggere le bozze, poi andò a dormire. Giunto alla porta della sua camera, fu colpito da infarto e stramazzò al suolo. Vani furono i soccorsi e il pronto ricovero all'ospedale. Aveva 77 anni. Ora riposa nel piccolo cimitero di Traves, il paesino che amava e di cui era cittadino onorario.

ECUADOR

UN'ORCHIDEA DI NOME SALESIANA

Il suo nome scientifico è proprio Scuticaria Salesiana, e è una varietà nuova di orchidea. A battezzarla così è stato padre Angelo Andreetta, salesiano italiano che lavora nella procura missionaria di Cuenca tra gli Shuar. Le orchidee sono il suo hobby: ne conosce tutti i segreti, sa combinare incroci e ottenere nuove varietà. Alla prima orchidea da lui inventata dette il suo nome, alle successive il nome di amici. Questa della foto volle che fosse salesiana.

ITALIA

TRE SALESIANI LAVORANO NEGLI IRRSAE

Tre salesiani, due docenti universitari e un preside di scuola media, sono stati chiamati a far parte degli IRRSAE in tre diverse regioni d'Italia. Essi sono don Luigi Calonghi (ordinario di didattica generale presso la facoltà di Magistero a Torino), don Gino Corallo (ordinario di pedagogia presso la facoltà di Magistero di Catania) e don Giovanni Battista Bosco (preside dell'ITI di Bologna). I primi due sono anche, per nomina ministeriale, presidenti dei Consigli IRRSAE rispettivamente del Piemonte e Sicilia.

IRRSAE, sigla alquanto misteriosa anche quando viene spiegata, significa Istituti regionali per la ricerca, la sperimentazione e l'aggiornamento educativi. Sono organismi nuovi di zecca, progettati da due leggi del 1974 e '77, che vengono messi in cantiere in questi anni. Essi devono occuparsi di cinque settori scolastici: scuola materna, elementare, secondaria di primo e di secondo grado, e attività di formazione permanente. A favore degli insegnanti impegnati in questi settori, gli IRRSAE sono chiamati a svolgere tre servizi: documentazione e informazione, metodi e tecniche della ricerca sperimentale, e attività di aggiornamento. Insomma l'intento è di favorire la crescita degli insegnati e della scuola italiana a tutti i livelli.

Il fatto che tre salesiani siano stati chiamati a condividere le responsabilità degli IRRSAE - osserva don G.B. Bosco - può essere considerato un riconoscimento pubblico della validità del metodo di Don Bosco, e dell'impegno salesiano per una scuola rinnovata e al passo con i tempi, come la voleva il santo dei giovani. Questi tre salesiani hanno la possibilità di intervenire nell'innovazione della futura scuola italiana, portando contributi originali secondo la visione salesiana. Ci sono infatti valori dell'esperienza salesiana che possono essere utilmente comunicati alla scuola italiana:  Il tempo pieno, la nostra tradizione della drammatizzazione e delle attività espressive nella scuola, tante attività integrative e complementari che sono per noi consuetudini ovvie.

 Non che da noi sia tutto rose e fiori - riconosce don G.B. Bosco -. Anzi noi salesiani corriamo il rischio di dimenticare e dobbiamo forse riscoprire tante ricchezze che fanno parte della nostra tradizione. Ma di fatto abbiamo un notevole patrimonio educativo in parte a noi stessi sconosciuto, che ci viene oggi richiesto come pubblica esigenza. Noi possiamo dare una risposta indicativa a molti interrogativi odierni.

Gli IRRSAE stanno appena muovendo i primi passi, manca ancora il personale e solo da poco sono stati stanziati i fondi. Ma da parte dei tre salesiani impegnati in questo lavoro c'è la piena volontà di portare alla scuola italiana il contributo della nostra esperienza educativa alla crescita di un pensiero pedagogico sano.

BREVISSIME

* Un allievo di Vallecrosia ha vinto il Concorso nazionale della bontà 1980  intitolato a Andrea Alfano d'Andrea. Il ragazzo si chiama Alberto Svab e frequenta la seconda media dell'istituto Don Bosco: è uscito primo classificato su 1661 concorrenti. Il premio è organizzato a Padova dall'associazione di Sant'Agostino, che ogni anno propone ai ragazzi un tema da svolgere. Il tema per quest'anno era Ogni uomo è mio fratello , e Alberto ha cominciato il suo svolgimento citando la nota canzone: Aggiungi un posto a tavola. La premiazione è avvenuta il 20 aprile, presso la Basilica del Santo, presente il Vescovo di Padova.

* Tutti insieme appiedatamente: questo lo slogan della marcia di 15 km con cui a Palermo si è chiuso il centenario della presenza salesiana in Sicilia. Il percorso ha toccato tutti gli istituti della città. Premi sono stati sorteggiati tra tutti gli arrivati; e sono andati pure al più giovane, al più anziano, all'uomo con i capelli più lunghi, all'uomo e alla donna con i capelli più rossi, a barba e baffi più lunghi, al piede più lungo.

* Prima ordinazione sacerdotale nella diocesi di Surat Thani (Thailandia): il 3 aprile scorso mons. Pietro Carretto ha ordinato il diacono Ciro Nava. I fedeli hanno assiepato la Chiesa, interessatissimi alla novità. II novello sacerdote era italiano, ma questa diocesi missionaria ha da qualche anno i suoi primi seminaristi thailandesi, e in loro i missionari pongono tutte le proprie speranze.

* Da ottant'anni figlio di Don Bosco: don Sante Garelli il prossimo 3 ottobre festeggerà 1'80° di professione religiosa. Nato 96 anni fa (il 28.3.1884) a Don Sante Garelli.

Faenza, compiva il noviziato a Genzano e il 3.10.1900 diventava salesiano. La sua vita è stata un susseguirsi di avventure: missionario in Cina, fu direttore a Shangai, poi ispettore in Estremo Oriente, poi direttore in Italia, poi ispettore in Medio Oriente, e perfino cappellano dell'Ambasciata Italiana a Mosca. La famiglia salesiana si stringerà attorno a lui a Torino Valdocco per festeggiare la sua lunga, esemplare e fruttuosa fedeltà a Don Bosco.

Educhiamo come Don Bosco

Quando Don Bosco era chierico nel seminario di Chieri, aveva un compagno col suo stesso cognome. Si legge nella sua vita che  i due chierici faceziavano e si domandavano quale soprannome dovessero imporsi per distinguersi quando fossero chiamati da qualcuno. Uno disse: "Io sono Bosco di Nespolo" (in dialetto piemontese pucciu).

Con ciò indicava un legno duro, nodoso, poco piacevole. E il nostro Don Bosco rispondeva: "E io mi chiamerò Bosco di Sales"; cioè di Salice, legno dolce e flessibile. Pare che fin da allora egli volesse imitare la dolcezza di san Francesco di Sales, il santo a cui avrebbe più tardi intitolato la sua Congregazione.

Di fatto Don Bosco come protettore dei suoi religiosi scelse san Francesco di Sales, e diede loro il nome di salesiani appunto perché fossero i seguaci di questo santo e lo avessero loro modello di comportamento. Ora questo santo ebbe in sommo grado la dolcezza evangelica, che come si sa è ben diversa dalla dolce vita, e ispiratrice di ben diverso comportamento.

Imparate la lezione che viene dal Salice

La dolcezza che deve possedere chi vive con la gioventù scaturisce dalla forza. La benignità è infatti un frutto dello Spirito Santo e suppone il dominio di sè. Solo chi è padrone dei propri nervi e ha dominato le proprie passioni può essere dolce sempre e con tutti. Un altro grande allievo di san Francesco di Sales, Papa Giovanni, si è fatto santo osservando ogni giorno questo proposito che aveva formulato da giovane: Sarò buono sempre, con tutti, a qualunque costo. Per praticare un proposito del genere tutti i giorni della settimana, tutte le settimane del mese e tutti i mesi dell'anno, occorre una fortezza più che leonina: ci vogliono cuore d'oro e nervi d'acciaio.

Come il piacere è figlio d'affanno, così la dolcezza è figlia della fortezza. Ma solo chi è padrone di sè può fare il dono di sè.

Imparate a piegarvi con fortezza, come il ramo del Salice. Gli antichi pagani dicevano: Mi spezzo, ma non mi piego. San Francesco di Sales, Don Bosco, e Papa Giovanni nella loro vita invertivano il motto: Mi piegherò ma non mi spezzerò. La fortezza cristiana infatti sa piegarsi alle circostanze, ma non si spezza sotto il peso delle difficoltà. Sotto il peso della neve i rami della quercia e del pesco si spezzano, i rami di Salice invece flettendosi si scuotono di dosso il peso della neve. Il seminarista Giovanni Bosco aveva osservato il fenomeno più volte, perciò volle essere Bosco di Salice. E ci riuscì meravigliosamente, divenendo la dolcezza fatta persona.

Educare è anche sviluppare il gusto di vivere. Come può sviluppare il gusto di vivere chi si presenta con carattere amaro? Ha ragione l'umorista ad affermare: Le legnate, anche quando sono appioppate con legno dolce, sono sempre amare. Le legnate fisiche sono sempre da bandire; quelle morali si devono somministrare come le medicine velenose: il meno possibile, e in dosi pesate con il bilancino del farmacista. Una mamma, anche se ama perdutamente il suo bambino, lo fa diventare ansioso se non ha in sè il gusto di vivere.

Deve educare solo chi gusta e fa gustare la vita. Chi la trova amara, e peggio la rende amara, deve rinunciare alla nobile missione. Per questo Don Bosco volle che i suoi salesiani fossero superdotati della dolcezza evangelica come lo era san Francesco di Sales, che sorridente ripeteva: Si guadagnano più mosche con una goccia di miele che con un barile d'aceto .

Imparate a sorridere: l'educare per Don Bosco era un prodigarsi nella gioia. Ai ragazzi piacciono non solo i cibi dolci ma anche gli educatori dolci della dolcezza evangelica. I cinesi dicono: Chi non sa sorridere non deve aprir bottega. Così chi non sa creare un ambiente di gioia non può educare. Per guadagnare quattrini bisogna saper sorridere, e bisogna saper sorridere ancor più per guadagnarsi i ragazzi. Bisogna avvicinare i giovani con amore e buon umore.

Don Bosco amava il salice come simbolo della dolcezza, ma lo aborriva come simbolo del pianto. Sull'esempio di san Filippo Neri diceva: Scrupoli e malinconia, fuori di casa mia. E temeva i caratteri malinconici. I ragazzi hanno bisogno di letizia così come i fiori hanno bisogno di serenità. Da giovane Don Bosco creò la società dell'allegria per i suoi compagni, perché sapeva che i giovani devono correre lieti incontro al futuro.

Tenete i vostri crucci per voi. I primi salesiani, quando vedevano Don Bosco più allegro del solito, sospettavano che stesse passando qualche guaio. Egli infatti era solito condividere generosamente con gli altri la gioia, e tenere per sè solo i dolori. Come l'Albero dell'Oriente, profumava la scure che lo colpiva.

I ragazzi purtroppo crescendo avranno le loro ore tristi; lasciamoli godere almeno ora che sono innocenti. Ci preoccupiamo tanto perché non abbiano a soffrire la fame, il caldo, il freddo, e facciamo bene; ma poi con tanta incoscienza a volte scarichiamo su di loro le nostre ansietà e le nostre angosce. Così sterilizziamo in essi il gusto di vivere, tanto necessario alla loro età. Per educare alla vita dobbiamo vivere con la gioia del santo di Sales, cioè salesiana.

Adolfo L'Arco

UN'INCHIESTA PER CAPIRE

I giovani tornano a Cristo

Nel dilagare della contestazione giovanile si parlò di eclissi del sacro. Ora si parla di inversione di rotta, di rilancio dell'associazionismo, di riaggregazione dell'area cattolica, ma anche di riflusso e di ritorno al privato. Che sta accadendo nel mondo dei giovani? Un'inchiesta in corso raccoglie i dati della situazione, e un libro ne anticipa le prime indicazioni.

Cè nei giovani un risveglio della religiosità? Un ritorno alla fede? Un orientamento a Cristo? Gli argomenti riguardanti la condizione giovanile trovano di solito sensibile l'opinione pubblica, ma soprattutto il problema religioso, che è fatto oggetto di attenta considerazione da parte degli educatori e di indagine da parte dei sociologi. Quanto ai mass-media, a qualunque corrente e orientamento appartengano, in questi tempi si rivelano prontissimi a segnalare le novità e i cambi di tendenze, con una dovizie di articoli, tavole rotonde radiofoniche, inchieste televisive ecc. Quest'attenzione ai fatti sembra più che giustificata, se è vera l'asserzione del sociologo Gian Carlo Milanesi secondo cui la domanda di religiosità dei giovani si presenta oggi con tali elementi di novità e di contradditorietà, da rendere in gran parte superate e obsolete le categorie sociologiche fin qui usate per comprenderla. E se è vero che il problema religioso, come si viene formulando nel vissuto dei giovani, anticipa l'atteggiamento futuro di un'intera società in ordine ai suoi valori supremi.

Gli indizi della svolta. Vengono dunque segnalati indizi secondo cui qualcosa nella religiosità dei giovani va mutando profondamente, e forse in meglio. Non pare si tratti dell'adesione a Dio: i giovani fra i 15 e i 24 anni risultano ancora la fascia d'età con maggiori professioni di ateismo. Secondo un sondaggio Doxa del 1977, si dichiaravano credenti 75 giovani su cento, 17 dubbiosi, e più di 6 apertamente atei; secondo un altro sondaggio condotto dalla Demoskopea nel 1980, alla domanda Lei crede in Dio?, 84 ragazzi su cento hanno risposto di sì, ma 15 decisamente no (mentre i sì degli adulti oltre i 45 anni raggiungono il 94%). Così, stando alle indicazioni dei vari sondaggi disponibili, sembrano in aumento tra i giovani quelli che pur accettando l'idea di Dio e di Cristo rifiutano però la Chiesa come istituzione (cristiani del dissenso), e quelli che solo conservano una vaga fede in Dio ma rifiutano con la Chiesa anche Cristo e l'idea di un qualunque impegno da loro derivante (area dell'indifferenza).

Sembra che gli indizi positivi siano di altro genere. Come scriveva di recente Civiltà Cattolica riguardo ai giovani, sarebbe falsare la realtà non sottolineare che - pur in mezzo a frustrazioni e contraddizioni dolorose - stanno emergendo valori ed energie nuove che aprono il cuore a grandi speranze. E i mutamenti non riguarderebbero solo l'area giovanile cristiano-cattolica: anche fuori di essa si starebbe evidenziando una ricca gamma di nuovi comportamenti individuali e collettivi dal chiaro significato religioso. C'è un rifiorire di comunità e di pratiche religiose; prendono sempre più consistenza importanti movimenti di rinnovamento ecclesiale e spirituale come le comunità neo-catecumenali, i gruppi parrocchiali, l'associazionismo terzo-mondista, i gruppi carismatici e pentecostali, i gruppi religioso-politici e politico-religiosi. E ai margini della realtà ecclesiale, aumentano le pratiche ascetiche di derivazione orientale (Zen, Yoga, meditazione trascendentale) e le significative - anche se discutibili - adesioni alla parapsicologia, all'astrologia, all'occultismo.

Quando gli alberi nascondono la foresta. L'accentuazione di tutti questi fenomeni, che coinvolgono soprattutto i giovani, è un fatto recente, e ha autorizzato qualcuno a parlare senz'altro di inversione di rotta nell'ambito della religiosità. Anzi, si è voluto parlare anche, come fenomeno ecclesiale, di una riaggregazione dell'area cattolica in pieno sviluppo, dopo le sbandate degli anni recenti. La crisi del mondo cattolico sarebbe esplosa nel '68 con la contestazione giovanile, avrebbe conosciuto il momento più drammatico nel '75 con la sconfitta nel referendum per il divorzio, e giungerebbe ora alle estreme conseguenze col terrorismo di questi anni, in parte considerevole alimentato da giovani cattolici passati dal consenso al dissenso più radicale ed esasperato.

Anni addietro si parlava (da qualcuno con soddisfazione) di eclissi del sacro, ed effettivamente a una simile tesi non mancavano le pezze d'appoggio. La tendenza ora è di leggere i nuovi fenomeni in positivo, di valutare l'inversione di rotta come un sicuro passo avanti. Ma c'è anche chi parla di riflusso, di fuga dei giovani dall'impegno politico e sociale, di rifugio nel privato. Un privato che sembra accompagnarsi fatalmente alla caduta della tensione ideale, al naufragio nel mare dell'edonismo e del consumismo.

E' difficile vederci chiaro quando si è immersi fino al collo nella realtà che si vorrebbe giudicare: come dice il proverbio, gli alberi impediscono di vedere la foresta. Eppure chi lavora tra i giovani ha bisogno di capire, è la condizione per un suo intervento costruttivo. E allora? Anche le inchieste possono aiutare. Quando siano serie, condotte scientificamente. Come quella in corso, promossa congiuntamente dall'Università Pontificia Salesiana (facoltà di Scienze dell'Educazione) di Roma, e dalla Gioventù Aclista, e sostenuta dall'impegno dell'editrice LDC.

Fine di un'eclissi? L'inchiesta sulla religiosità dei giovani, diretta dal sociologo Gian Carlo Milanesi dell'UPS, ha preso avvio nel 1978. Nel dicembre di quell'anno la rivista giovanile Dimensioni Nuove della LDC pubblicava come inserto un questionario in 25.000 esemplari. Alle dieci domande del questionario erano invitati a rispondere i lettori, ma intervennero anche amici e parenti, inoltre esso fu ciclostilato e distribuito da insegnanti di religione e da altri animatori giovanili. I ricercatori alla fine si trovarono con 1.300 questionari compilati, che ridussero a 600 per avere un campione adatto al loro scopo.

Questa non era ancora l'inchiesta vera e propria, ma solo un sondaggio preliminare, una ricerca pilota che consentisse ai ricercatori di formulare delle ipotesi e di mettere a punto il questionario definitivo. Ma i ricercatori si sono trovati fra mano un materiale eccellente, che consentiva di ricavare considerazioni e anticipazioni. E con questo materiale hanno fatto il libro. L'inchiesta vera e propria è attualmente in corso, e intanto è uscito dall'editrice LDC il volume Fine di un'eclissi?

I limiti del sondaggio preliminare erano ben noti a chi ha preparato il volume. Per esempio i compilatori del questionario non risultano abbastanza rappresentativi: sono appartenenti solo all'area cattolica o gravitanti attorno ad essa, e sono in maggior parte collocati nel Nord Italia. Ma nonostante i limiti, il materiale veramente valido raccolto consentiva già di tracciare  un'estesa anche se provvisoria descrizione dell'esperienza religiosa della nuova generazione. E i ricercatori l'hanno proposta.

Ecco per i lettori del BS una sintesi della prima parte del libro.

1. Credi che si può vivere senza una fede?

Con questa prima domanda i ricercatori intendevano sondare il posto che i giovani danno nella loro vita alla fede, non necessariamente religiosa ma di qualsiasi tipo. E la risposta è stata chiara: a parte un 7% di giovani incerti, solo 8 su cento hanno sostenuto che si può vivere senza fede; gli altri 85 la ritengono necessaria. Per vivere un'esistenza con senso - sono parole tolte dalle varie risposte - occorre avere un ideale, un modello di vita, occorre credere in qualcosa o in qualcuno, avere uno scopo, una speranza, un motivo di vita, un punto di riferimento. E' l'atteggiamento di chi non si rassegna a vivere alla giornata, di chi sente in sè una forte tensione rinnovatrice, di chi dà alla propria giovinezza il gusto del futuro, del progetto, del rischio.

E anche tra quegli 8 su cento che ammettono la possibilità di vivere senza una fede, moltissimi subito si domandano: però, che vita è quella? E rispondono: Sarebbe priva di significato, vissuta con estrema sofferenza, senza gioia, forse anche nella disperazione; diventerebbe insopportabile; Questa vita senza fede diventa ben presto una trappola mortale; Chi non ha una fede può condurre una vita solo vegetale, oppure giunge prima o poi al suicidio; Personalmente ora io sto vivendo senza una fede, ma vivo male, e inutilmente.

2. Che significa per te avere una fede?

Gli atteggiamenti dei giovani di fronte a questa ulteriore domanda risultano molto più variegati (in molti questionari si trovano risposte multiple, quindi il loro totale supera di parecchio il cento per cento).

E un'amica, già compagna di collegio e poi collega d'insegnamento: Andare da Virginia non era bussare alla porta d'una casa vuota. Essa era quasi un simbolo; la sua sola figura in attitudine riflessiva, il libro tra le mani, lo sguardo sereno, predisponevano alla confidenza. Con lei si studiava, si lavorava seriamente. Si scopriva subito in lei una grande capacità di concentrazione, una cultura solida e un profondo amore per tutto quel che faceva: era madre nella scuola, e educatrice per eccellenza dei suoi figli in casa (prof. Gatica De Athayde).

E un suo exallievo, oggi speaker alla tv:  Come docente seppe donare il meglio di sé, come gli elementi fondamentali della sapienza, come la sua pedagogia e una lunga pazienza e ampia comprensione della gioventù, per cui aveva un'innata simpatia. Virginia De Amela lascia dietro di sé generazioni di giovani da lei educati per la vita; con lei scompare una cristiana esemplare che trovò nel suo ardente cattolicesimo e nella sua profonda fede la forza di lottare senza posa per la salvezza della gioventù, nelle cui possibilità di conquista per il bene aveva tanta fiducia.

Anzitutto una spiritualità. Nel 1979 il Rettor Maggiore don Viganò diede alla Famiglia Salesiana la sua Strenna sul sistema preventivo, e quest'anno è tornato sull'argomento proponendo il rilancio del progetto educativo di Don Bosco attraverso una presenza di amicizia e la creazione di un ambiente educativo. Virginia non c'era più. Ma un mese prima che lei morisse, nell'agosto 1978, don Viganò aveva già proposto la magna charta salesiana, ossia il Progetto educativo salesiano da realizzare in tutte le opere di Don Bosco. Le sue suore la avranno tenuta informata? Se Virginia lo seppe, ne fu certo felicissima. Lei l'aveva imparato e praticato sempre con coscienza critica e senso del dovere, alla luce del Vangelo, tutto quel che don Viganò aveva focalizzato nei suoi documenti.

E se è vero (come è vero) che il sistema preventivo è anzitutto una spiritualità, Virginia Elsa Carmen De Amela ne è la conferma più evidente. Qualcuno ha detto che il sistema di Don Bosco fa buono l'allievo perché fa prima il buon educatore. Si può dire di più: non è un segreto che Don Bosco voleva fare dei santi.

Domenica Grassiano

ARGENTINA - UN EPISODIO INEDITO DI ZEFFIRINO NAMUNCURA'

Previde 8 giorni 8 settimane 18 mesi

Il singolare racconto è di una nipote del dottor Lapponi che fu medico di Papi e curò Zeffirino nella sua ultima malattia. Secondo la testimonianza, Zeffirino previde le date della morte propria e di due medici. L'episodio è riportato nel primo numero di una nuova rivista argentina: Ceferino Misionero

La rivista, un trimestrale ricco di documentazione fotografica e di testimonianze dal vivo, indica già-nel titolo Ceferino Misionero la caratteristica più significativa di questo indio araucano che voleva diventare sacerdote salesiano per lavorare come missionario alla promozione umana e cristiana della sua gente. Zeffirino, figlio del cacico Manuel Namuncurà, era venuto a studiare in Italia ma un male che non perdona stroncò la sua forte fibra a 19 anni: morì nell'ospedale romano dell'Isola Tiberina, nel 1905.

La testimonianza pubblicata ora dalla rivista argentina è stata rilasciata dalla nipote del suo ultimo medico curante, la signora Maria Lapponi de Volini, che dal 1926 vive in Argentina e ora risiede a Ramos Mejía. E per quanto è accaduto nella sua famiglia, lavora per portare il giovane araucano agli altari: è uno dei membri più intraprendenti della Commissione Pro Ceferino.

Domanda. Così lei è nipote del medico che curò Zefferino nella sua ultima malattia?

Signora Maria. Precisamente: sono nipote del dr. Giuseppe Lapponi, che fu il medico personale di due Papi: Leone XIII e san Pio X. Un mio fratello più anziano di me frequentava medicina a Roma; la mia famiglia veniva da più lontano, dalle Marche. Questo mio fratello negli anni in cui frequentava l'università era a pensione nella casa di mio zio. Un giorno del 1906 tornò a casa in vacanza e appena giunto disse alla mamma: Mamma, ho da dirti una cosa molto importante. Allora la mamma mi fece cenno di ritirarmi e con mio grande rincrescimento dovetti allontanarmi dalla stanza; ma mi fermai dietro la porta semiaperta, e potei ascoltare buona parte di ciò che mio fratello raccontò con tono di voce molto preoccupato.

Mamma - disse - devi sapere quel che mi ha raccontato zio Giuseppe. L'anno scorso, visitando i malati dell'ospedale nell'Isola Tiberina, si fermò presso il letto di un ragazzo indigeno dell'America. A un certo punto il ragazzo gli disse: Dottore, non cerchi di ingannarmi: io so già che devo morire nel giro di otto giorni. E al dottore capo-sala che la accompagna, io dico che si prepari nello spazio di otto settimane. Poi, dopo una breve pausa, il ragazzo guardò fisso in volto lo zio Giuseppe, e aggiunse: A lei, dottore, devo dire... che si prepari per entro diciotto mesi.

D. E si sono compiute le profezie di Zefferino?

Signora Maria. Sì. Mio fratello continuò a dire a mia madre: Guarda, mamma, che quell'indio era morto proprio otto giorni dopo, e il capo-sala nel giro di otto settimane... Cosa capiterà ora allo zio? Da quel momento essi abbassarono la voce, e io dietro la porta non, potei più seguire la conversazione.

D. Ma quando morì il dottor Lapponi?

Signora Maria. A quell'epoca zio Giuseppe godeva di buona salute, ma poco dopo cominciò a stare male e morì appena compiuti i 18 mesi. Erano passati tre soli giorni dalla data prevista da Zeffirino. Morì di cancro fulminante al fegato, il 7 dicembre di quell'anno.

D. E lei, quando si è accorta che quell'indio era proprio Zeffirino?

Signora Maria. Io sono venuta in Argentina nel 1926, ma non avevo mai sentito parlare di Zeffirino fino a 15 anni fa. Fu allora che una mia amica, molto devota di Zeffirino, aveva acquistato una sua biografia. E avendo letto che il medico da cui Zeffirino era stato curato nella sua ultima malattia era lo stesso medico del Papa, il prof. Lapponi, colpita dal nome mi domandò per telefono se fosse un mio parente.  Sì, Lucia - le dissi -. Era mio zio Giuseppe, che morì a Roma nel 1906. Allora quell'amica mi mise in contatto con padre Alberto Greghi, incaricato di custodire la tomba di Zeffirino a Fortín Mercedes. Appena potei mi recai alla sua tomba in pellegrinaggio, e provai un'emozione grandissima quando padre Greghi mi fece vedere le sessanta e più lettere autografe di Zeffirino, soprattutto una scritta poco prima di morire. In quella lettera Zeffirino ringraziava per le cure delicate ricevute dal dottor Lapponi, il medico dei Papi. Non potei fare a meno di baciare il nome del mio zio scritto con mano ormai tremante dal povero Zeffirino, e piansi a lungo e senza ritegno. Devo a Zeffirino l'avere provato questa emozione, una delle più intense della mia vita.

D. I devoti di Zeffirino sono tanti in Argentina. Che cos'ha da dire loro? Signora Maria. Dico a tutti che credano nella santità di Zeffirino. Sono sicura che sarà il primo santo dell'Argentina.

BRASILE * CON I DIECIMILA ALLIEVI DI CAMPO GRANDE

Feste al più grande collegio salesiano

Feste meritate: il Don Bosco in 50 anni d'attività ha preparato alla vita non meno di 50.000 ragazzi che oggi occupano posti di responsabilità nei settori più vari. E oggi, in quattro grandi complessi scolastici, conta circa 10.200 allievi, dalle classi pre-elementari alle 4 facoltà universitarie. Non stupisce quindi che la città di Campo Grande, capitale del Mato Grosso do Sul, con i suoi 250.000 abitanti si sia mobilitata per partecipare alle numerose e pittoresche celebrazioni disseminate durante l'anno giubilare.

La festa è stata gradita soprattutto dai ragazzi, i 10.000 alunni attuali. Per loro, esibizioni ginniche, mini-olimpiadi, gare di judo, mostre artistiche, concorsi biblici, esposizione dei lavori scolastici. E poi i Dodicesimi Giochi Studenteschi per tutte le scuole della città. E con la collaborazione degli studenti più grandi, un nuovo slancio alle feste cittadine tradizionali: le sfilate dei carri allegorici, la festa junina del mese di giugno con i falò nella notte e il casamento caipira  (una satira dei matrimoni campagnoli), e la Torcida de Deus.

La parola torcida equivale al nostro tifo sportivo, e la festa consiste nel fare tifo per Dio. E' l'invenzione di un salesiano pieno di fantasia; è stata celebrata per la prima volta a Goiania. Era il Corpus Domini, e anche lì le autorità avevano difficoltà ad autorizzare la processione, che bloccava il traffico. Quel salesiano si è detto:  Non si può per le strade? Allora tutti nello stadio a fare tifo per Dio. L'iniziativa - chiaro esempio di come una festa religiosa può rinnovarsi col mutamento dei tempi - si sta diffondendo altrove, è approdata anche a Campo Grande. Centinaia di giovani con costumi dai colori più vivi, le splendide coreografie, tutta la gente sugli spalti, e migliaia di fiaccole per illuminare la messa al campo...

STORIA SALESIANA

Il CLIC si riunisce nel solito collegio

Era un posto sicuro: i tedeschi non potevano pensare che noi ci riunissimo in una scuola di una congregazione religiosa, ha spiegato il Presidente Pertini. E così in via Copernico si davano convegno i partigiani, il PII svolse un congresso, e nell'ultimo mese di guerra il Governo clandestino dell'Alta Italia tenne le sue sedute decisive. Una storia meneghina e salesiana che finora non era stata raccontata.

Chi entra nell'Istituto salesiano di via Copernico 9 a Milano, svoltando a sinistra trova sotto il porticato una lapide commemorativa che dice: Milano popolare e antifascista in questo edificio ospitò e protesse dal 1943 al 1945 la sede del primo Comitato di Liberazione per l'Alta Italia.

Per commemorare gli avvenimenti di quegli anni drammatici, il Presidente della repubblica Sandro Pertini il 25 aprile scorso ha reso visita all'Istituto (una relazione nel BS di luglio scorso, pag. 3-6). E alla domanda di un giornalista:  Perché vi radunavate proprio qui?, ha risposto con la lealtà e cortesia che gli è propria:

Eravamo un po' più al sicuro, perché i Tedeschi non potevano pensare che noi ci riunissimo in una scuola di una congregazione religiosa. Era un posto sicuro; e loro, i salesiani - bisogna dargliene atto - ebbero questo coraggio. Perché non dargliene atto? Lo dice uno che non è credente. Perché, lo capite, se per caso avessero scoperto la riunione, il loro istituto sarebbe stato devastato e loro stessi sarebbero stati arrestati e mandati in campo di concentramento. Diamo atto di questo coraggio e di questa solidarietà.

Anche il senatore Leo Valiani ha ricordato in un articolo sul  Corriere della Sera del 22.4.1980 quegli avvenimenti di via Copernico: Il 22 marzo il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia si riunì nel collegio dei Salesiani a Milano... Il Clnai si riunisce nel solito collegio dei Salesiani... In via Copernico, sempre nella mattinata del 25 aprile, approviamo il decreto... .

Ma l'Istituto di Milano non si limitò a ospitare (sia pure correndo rischi tremendi) chi combatteva per la liberazione dell'Italia: ha preso parte attiva alle vicende, con alcuni salesiani e con i giovani partigiani del suo Oratorio.

I novelli leviti nel rifugio. L'Istituto salesiano conobbe il battesimo del fuoco la notte 14.2.1943: un bombardamento aereo lo malmenò. Ma conosce un vero salasso col bombardamento del successivo 13 agosto: gli spezzoni appiccano il fuoco in varie parti, e non c'è acqua per spegnere gli incendi. L'indomani, a guardare l'Istituto dall'alto, sembra che la mano di un gigante dispettoso si sia divertita ad asportare tutti i tetti e a sconvolgere gli ultimi piani. Ma il peggio è avvenuto nella grande chiesa parrocchiale: una bomba dirompente di grosso calibro esplodendo l'ha resa inservibile. Per fortuna i ragazzi interni sono stati sfollati a Vendrogno, gli esterni hanno orari ridotti. Ma dopo l'8 settembre, data dell'armistizio italiano, l'Istituto si ripopola accogliendo come interni quasi 150 ragazzi libici orfani (e li ospiterà fino al 1946).

In quello stesso settembre '43 si forma a Milano il Clnai, che nel gennaio successivo ottiene da Roma regolare mandato di governo per i territori del Centro e Nord Italia. Due mesi più tardi gli uomini del Chi prendono contatto in Svizzera con i capi delle missioni alleate, avviando una collaborazione con le forze militari di liberazione basata sulla reciproca fiducia e comprensione, che presto ottiene gli aiuti e i rifornimenti bellici necessari per la condotta della guerra. Intanto in via Copernico si svolgono scene d'altri tempi: nella chiesa rabberciata alla meglio, il 29 aprile 1944 sono ordinati dieci sacerdoti e altri chierici ricevono gli ordini inferiori. Appena terminato il rito suona l'allarme e i dieci novelli leviti passano le prime ore del loro sacerdozio negli scantinati promossi al rango di rifugio antiaereo.

Don DDT. Intanto anche nella zona di via Copernico si organizza la resistenza partigiana. Due singolari figure entrano in scena: il salesiano don Beniamino Della Torre, e il suo amico Pierino Marchi.

Don Della Torre è un giovane sacerdote pieno di simpatia per tutti. Date le iniziali del nome, fatalmente lo chiamano DDT. O anche don Della, o Dondella. Laureato in teologia alla Gregoriana e in lettere alla Cattolica, uomo di brillante cultura, di fantasia e iniziativa, fa il prete, il predicatore, l'insegnante, l'assistente, lo scrittore. E segretamente avvia i primi contatti con i partigiani.

Il suo ruolo sarà determinante, ma chi gli vive accanto non si accorge di nulla o di ben poco. Solo il direttore dell'Istituto, don Luigi Besnate, è al corrente, e sorveglia su tutto. Certi tipi strani e sospetti si presentano in portineria, si dichiarano confratelli della Conferenza di San Vincenzo e domandano di lui. Sono capi partigiani ma in giro non si sa. Invece i salesiani rimangono piuttosto sorpresi, anzi qualcuno scandalizzato, vedendo questo Dondella che fa scorribande a tarda ora in moto o in bicicletta, senza il suo abito di rigore, cioè la talare. Una sera del novembre 1944, mentre fila con la moto verso il luogo d'incontro con i partigiani, si accorge di essere seguito. Si lancia a velocità folle verso Cinisello, poi verso Sesto San Giovanni, finché giunto vicino alla fabbrica della Campari abbandona la moto, scavalca il muro, si nasconde in una baracca e vi rimane fino al mattino. Dirà più tardi che era più o meno il posto dove lo mandarono poi a costruire l'opera salesiana di Sesto.

L'episodio ha però messo in allarme il suo amico capo partigiano Pierino Marchi, detto Marchina, e più tardi detto anche - giustamente - capitano pazzo. Ma allora il Marchi ha tanto buon senso da scortare personalmente o da far scortare da altri il Dondella quando deve uscire di notte.

Il capo partigiano Marchi è dell'Oratorio Sant'Agostino (in sigla Osa) di via Copernico, e nell'Oratorio organizza un distaccamento di partigiani. Anche l'Oratorio femminile si dà da fare: quando c'è da mettere in salvo qualche partigiano braccato, Dondella chiama una ragazza sicura e lo fa accompagnare alla Stazione Centrale.

Il congresso clandestino. Nell'autunno 1944 il paziente lavoro di organizzazione delle formazioni partigiane è a buon punto. Esistono quelle Garibaldine del partito comunista, le Matteotti socialiste, quelle di Giustizia e Libertà del Partito d'azione, quelle Liberali, quelle Democristiane guidate da Galileo Vercesi e dopo la sua fucilazione dal leggendario Enrico Mattei. Comandante supremo di tutte le formazioni è il generale Raffaele Cadorna. Una delegazione del Clnai raggiunge il Sud, prende accordi con il governo italiano allora presieduto da Bonomi, e con le autorità militari alleate. Il Clnai viene riconosciuto governo legale nei territori non ancora liberati, per delega può esercitare vere e proprie funzioni deliberatorie. E' composto da un presidente indipendente, e da 5 membri in rappresentanza dei cinque partiti presenti nelle formazioni partigiane. E' singolare il fatto che di questi 6 uomini, al momento della liberazione, due risultavano exallievi salesiani: il socialista Sandro Pertini, e il democristiano Giuseppe Brusasca vicepresidente. (Tutt'e due oggi viventi).

L'anno 1945 si apre in via Copernico con il  Congresso clandestino delle federazioni regionali del partito liberale italiano. Dondella ha combinato l'incontro. Alle nove del mattino dell'11 gennaio i venti congressisti giungono alla spicciolata, e dibattono a porte chiuse i loro temi fino alle 18. Intanto due staffette del partito e alcuni salesiani montano la guardia tutto il tempo per evitare irruzioni improvvise.

La scuola nei rifugi. Non molto dopo un pesante bombardamento aereo americano distrugge sul mar Baltico la base missilistica tedesca di Peenemùnde, dove il fior fiore degli scienziati tedeschi agli ordini di Von Braun lavorano alla costruzione delle famose armi segrete che potrebbero dare all'ultimo momento la vittoria a Hitler. Quel bombardamento distrugge anche i sogni del dittatore. La fine della guerra sembra ormai vicina, ma lo scontro si fa più violento e spietato. Intorno a noi - ricorda Alfredo Pizzoni, presidente del Cinai - continuamente si infilavano le spie e i delatori: quasi ogni giorno alcuni tra i nostri migliori compagni venivano arrestati e sottoposti a inumane sevizie .

In via Copernico la vita sembrava trascorrere tranquilla. L'attuale ispettore salesiano di Milano, don Angelo Viganò, allora era giovane insegnante, e ricorda. Ricorda i suoi ragazzi di terza media (tra cui un certo Ermanno Olmi, proprio il regista dell'Albero degli zoccoli), ricorda le lezioni continuamente interrotte dagli allarmi aerei. Col preallarme si scendeva sotto i portici: i ragazzi stavano in piedi allineati su tre file, e gli insegnanti davanti a loro interrogavano e spiegavano. Col vero e proprio allarme si scendeva in rifugio, e alla luce di una lampada a petrolio, tra i pali di sostegno delle volte, era facile ottenere disciplina e silenzio. Molto meno facile ottenere un minimo di attenzione. Poi un respiro di sollievo al segnale del cessato allarme, e tutti fuori in cerca di luce e aria buona.

Intanto, all'insaputa dei ragazzi e della maggior parte degli stessi salesiani, l'Istituto dalla fine di marzo viene ancor più coinvolto nelle vicende della liberazione d'Italia. La sala verde, fino allora salone parrocchiale, in un certo senso diventa la sede del governo dell'Alta Italia.

Col cuore in gola.  Il 29 marzo 1945 - ha scritto Leo Valiani, uno dei protagonisti di quelle giornate - il Clnai si riunì nel collegio dei salesiani in via Copernico. Era la prima volta che ci radunavamo in un locale offerto da un ente religioso. Avevamo dovuto abbandonare le nostre precedenti sedi.

Eravamo sulla cresta dell'onda, ma più braccati che mai. Don Della Torre, sotto la sorveglianza del suo direttore, è il discreto mediatore di quelle vicende. Nella riunione del 29 marzo, ha ricordato Valiani, fu accolta l'idea di creare un Comitato insurrezionale ristretto. Esso risultò composto da Pertini, da Serena e da me ... . Più tardi fu cooptato anche Longo. Il Comitato aveva l'incarico di preparare l'insurrezione del popolo italiano nelle regioni ancora occupate dai tedeschi, nel momento giusto.

Altre riunioni si svolgono nella sala verde. Tra il 16 e il 19 aprile il Clnai accoglie la proposta di far scattare l'insurrezione dall'occupazione operaia delle fabbriche e dallo sciopero generale. Si vivono ore storiche, ma si vive anche con il cuore in gola. Un testimone di quei giorni, don Gianni Sangalli, ha dichiararto: Quanti di noi (salesiani) erano a conoscenza delle riunioni clandestine in quella sala, si sentivano proprio soli a proteggere dalla rabbia nemica quegli uomini che guidavano la resistenza dell'Alta Italia. E ricorda: Un giorno specialmente provammo tutti la paura della rappresaglia più tremenda. Un reggimento di soldati tedeschi, giunti alla Stazione Centrale dalla Germania, era venuto improvvisamente a fare esercitazioni nei nostri cortili per sgranchirsi le gambe, prima di sfilare per le vie della città. I capi della resistenza erano lì, a portata di mano e di... manette. Per buona sorte a nessuno degli ufficiali venne in mente di entrare nella sala a pian terreno per riposarsi... .

Finalmente il 24 aprile il Comitato insurrezionale si riunisce per dare l'ordine dello sciopero generale per l'indomani. Il dado è tratto.

Ragazzi, subito a casa. La seduta decisiva - ha raccontato Valiani - fu quella del 25 aprile apertasi alle ore 8 di nuovo nell'Istituto dei Salesiani. In questa seduta fu esteso a tutta l'Alta Italia l'ordine di insurrezione nazionale... . E mentre i ragazzi nelle aule recitano tranquilli la lezione e seguono le spiegazioni, al piano terreno nella sala verde viene approvato il decreto di assunzione di tutti i poteri da parte del Clnai.

Alle 11,40 - ricorda l'ispettore don Viganò - Don Della raduna i ragazzi della scuola e annuncia che dovranno andare subito a casa. L'ordine è di non tornare a scuola fino a quando tutto non sarà calmo. E in silenzio se ne vanno a casa...

.. Nel pomeriggio l'attesa si fa snervante. Alle 14,20 i salesiani odono un putiferio di colpi di mitraglia, fucili, pistole, bombe a mano... Don Della esclama: "Sono puntuali!" E va a chiudere il portone di entrata dell'Istituto. Nel pomeriggio fallisce il secondo tentativo di indurre Mussolini alla resa (un primo era stato avviato da Brusasca il 22 aprile). Se si fosse arreso, sarebbe stato considerato prigioniero di guerra; mal consigliato, imboccherà invece la strada della fuga, della cattura e della fucilazione. Alle 21,30 della sera la radio clandestina Milano Libertà trasmette il proclama insurrezionale. Domani sarà battaglia. Domani c'è lavoro anche per Don Della, il suo amico Marchina, i partigiani dell'OSA.

26 aprile, l'insurrezione. Il 26 mattino i partigiani occupano i palazzi della Prefettura, della Provincia e del Municipio, e alle 9 la radio ufficiale dà l'annuncio che Milano è libera. In realtà le truppe tedesche e repubblichine sono ancora in armi, possono offrire resistenza, potrebbero attaccare. E i cecchini sparano dai tetti delle case. Don Della salta in bicicleta: tedeschi e repubblichini sono acquartierati poco lontano, nella zona adiacente all'attuale piazza della Repubblica, e propone loro la resa; non viene accolta. Corre alla Stipel e l'accordo con i tedeschi è raggiunto: essi non distruggeranno gli impianti telefonici, e in cambio i partigiani non li attaccheranno ma attenderanno per la resa l'arrivo delle truppe alleate. A presidiare la zona viene inviato un distaccamento dei partigiani dell'Oratorio Sant'Agostino, e se gli impianti telefonici di Milano rimasero intatti è anche merito loro.

L'amico Marchina intanto porta i suoi dell'Oratorio all'attacco della sede del Gruppo Filzi, e risulta di fatto il comandante della zona attorno alla Stazione Centrale. Ed eccolo in via Tonale a fermare un camion di partigiani. Vuole vedere che cosa trasportano. I conducenti protestano, montano su tutte le furie, ma niente da fare: lui, con i suoi uomini, vuole vedere. E ne valeva la pena, stanno trasportando i cadaveri del Duce, della Petacci e di vari gerarchi, per la sceneggiata in piazzale Loreto. Per questo suo gesto poi lo chiamarono capitano pazzo. Non riesce a impedire - né poteva prevedere - lo scempio di piazzale Loreto. Ma in quei giorni opera per la difesa di numerose fabbriche della zona, e evita sanguinose lotte fratricide di rappresaglia.

Morte al prete. Il 30 aprile gli Americani della Quinta Armata si acquartierano nelle caserme di Milano; le truppe tedesche, vista inutile ogni resistenza, si arrendono il primo maggio. Il capitano pazzo viene per così dire messo da parte, di don Della nessuno parla. Del resto egli non cercava certo la gloria. Anzi, passa ad attività che non coincidono più con quelle dei partigiani: ora dà segreta ospitalità a quegli altri, caduti in disgrazia e in pericolo di vita. Quando sale sul podio in via Ponte Seveso per intervenire in uno dei primi comizi di Milano liberata, gli gridano morte al prete e non lo lasciano parlare. Per forza. Non potranno mai capire. Un vero prete combatte sì le ideologie soprattutto quando sono pazze, ma in fondo è sempre dalla parte dell'uomo, anche di quello che sbaglia.

Per Don Della, che fu al centro degli avvenimenti di via Copernico, tutto è presto acqua passata: i suoi superiori prima lo mandano a fondare il complesso delle opere sociali salesiane di Sesto San Giovanni, là dove si era nascosto una notte per sfuggire alla cattura dei repubblichini. Nelle sue scuole migliaia di ragazzi hanno imparato e imparano un mestiere.

Poi lo mandano ad Arese per trasformare un inquietante riformatoprio minorile in un centro scolastico e professionale dove i ragazzi inguaiati con la giustizia trovano modo di imboccare - come si diceva una volta - il retto sentiero.

L'ultimo atto di questa mai scritta storia meneghina e salesiana si è compiuto il 25 aprile scorso, con il ritorno del Presidente Pertini (exallievo salesiano) nei luoghi da cui diresse con Brusasca (anch'egli exallievo) e con altri, le ultime fasi della lotta per la libertà.

Enzo Bianco

Le notizie di questo articolo sono state ricavate dal fascicolo n. 4 (giugno 1980) di Presenza Educativa, la rivista dell'Opera salesiana di via Copernico 9 (20125 Milano).

CAMBIAMENTI NELLA FAMIGLIA SALESIANA

Nuovi* incarichi e mesti addii

I mesi scorsi hanno visto non pochi cambiamenti tra le persone che occupano posti di responsabilità: alcune sono state chiamate dal Signore, altre hanno assunto nuovi compiti nel progetto di Don Bosco e nella Chiesa. I cambiamenti riguardano i vescovi salesiani, il Consiglio superiore, la Presidenza exallievi, incarichi presso la Santa Sede.

1. I vescovi salesiani

Nei primi sei mesi di quest'anno il Papa ha scelto nelle file salesiane tre nuovi Vescovi: mons. Fernando Legal (la notizia sul BS di giugno 1980, pag. 30), mons. Basile Engone Mvé, e mons. José Vicente Henríquez. Con essi salgono a 118 i Salesiani chiamati all'episcopato (5 da Giovanni Paolo 11), di cui 63 sono viventi. Il Papa ha poi chiamato a una delicata responsabilità mons. Arturo Rivera, vescovo nel San Salvador. Ha infine accolto le dimissioni, per limiti di età, di mons. Candido Rada vescovo di Guaranda in Cile, e di mons. Francisco Iturriza vescovo di Coro in Venezuela.

E poi il Signore ha chiamato a sè mons. Giovanni Marchesi, già prelato nel Rio Negro, di cui il BS presto pubblicherà un profilo.

Ecco qualche dato biografico sulle altre figure.

Gabon * Mons. Basile Mvé primo vescovo salesiano bantu

Mons. Mvé 1' 11.6.1980 è stato nominato vescovo coadiutore con diritto di successione, e assegnato alla diocesi di Oyem. Il nuovo vescovo è nato nel 1944 a Nkomelene (Woleu, Gabon). Nel 1967 era salesiano, sei anni più tardi era sacerdote. Ha poi completato la sua preparazione all'Università Salesiana di Roma. Tornato in patria, è stato incaricato nella capitale Libreville della pastorale vocazionale. Era direttore spirituale nel seminario minore affidato ai salesiani, e assistente della gioventù operaia cattolica (Joc). Collaborava pure a Radio Gabon con programmi di evangelizzazione e catechesi.

La diocesi di Oyem di cui ora è vescovo coadiutore, è molto vasta ma poco popolata: ha 84.000 kmq e 163.000 abitanti, di cui 103.000 cattolici. Ha 10 parrocchie con un centinaio di scuole e altre opere assistenziali, ma solo 22 sacerdoti e 38 fra religiosi laici e suore.

La nomina del primo vescovo salesiano bantu è particolarmente significativa nel contesto del Progetto Africa che i figli di Don Bosco stanno realizzando in questi anni per intensificare la loro presenza nella fascia nera del continente.

Venezuela * Mons. José Henríquez vescovo ausiliare di Barinas.

La sua nomina è avvenuta il 28.6.1980, e premia un uomo di vasta esperienza e preparazione. Mons. Henríquez è nato a Valencia (Venezuela) nel 1928. A 16 anni era salesiano, a 27 sacerdote. In Italia ha completato la sua preparazione: licenza in filosofia presso l'Università Salesiana, e in teologia presso la Gregoriana. Tornato in patria, ha insegnato filosofia ai chierici e è stato maestro dei novizi. Nel 1967 era nominato ispettore dei salesiani del Venezuela, nel '71 a Roma era eletto consigliere per l'America Latina (Regione Pacifico-Caribe). Nel '78, al termine del suo mandato, era tornato in Venezuela come direttore della comunità di Caracas-Altamira.

La diocesi in cui è chiamato a lavorare come vescovo ausiliare, Barinas, si trova poco lontano dal lago di Maracaibo, la zona petrolifera del Venezuela. Su un'area di 35.000 kmq accoglie 330.000 abitanti di cui 288.000 cattolici. Vi si contano 23 parrocchie, ma solo 30 sacerdoti (oltre a 32 fra religiosi laici e suore). Quando mons. Henríquez sentirà nostalgia di Don Bosco, non dovrà andare a cercarlo lontano: presto a Barinas sorgerà una scuola agricola salesiana.

El Salvador * Salesiano sostituisce l'arcivescovo Romero assassinato

Non molto dopo il tragico assassinio di mons. Romero, l'arcivescovo di San Salvador trucidato all'altare mentre celebrava l'Eucaristia, la Santa Sede ha nominato il vescovo salesiano mons. Arturo Rivera y Damas amministratore apostolico della difficile diocesi. Per amministratore apostolico in casi come questo si intende  un prelato al quale per gravi e speciali cause viene affidato dal Papa il governo di una diocesi, in forma stabile o provvisoria. L'agenzia Ansa ha riferito che secondo voci circolanti negli ambienti ecclesiastici del Salvador egli potrebbe essere presto nominato arcivescovo, per non lasciare a lungo sprovvista di pastore la sede salvadoregna nei momenti così critici e decisivi che il paese latino-americano attraversa.

Mons. Rivera è nato a San Esteban (San Salvador) nel 1923; ha studiato nell'Istituto salesiano di Santa Tecla e è diventato figlio di Don Bosco nel '39. Ha compiuto gli studi teologici a Torino presso l'Università Salesiana, ha conseguito la laurea in diritto canonico e è stato ordinato nel '53. Era direttore dello Studentato teologico salesiano del Guatemala quando nel 1960 Giovanni XXIII lo nominò vescovo ausiliare di mons. Romero; tre anni fa gli era stata assegnata la diocesi di Santiago de Maria nel Salvador, ma nelle tristi circostanze attuali è stato nuovamente chiamato nella capitale.

Sempre l'Ansa ha avanzato una spiegazione della sua scelta. Dopo la tragica uccisione dell'arcivescovo, il clero, i religiosi e le religiose di San Salvador avevano reso pubblica una lettera indirizzata al Papa, in cui chiedevano l'invio di un nuovo pastore simile il più possibile a mons. Romero. E mons. Rivera, considerato il suo migliore amico, era conosciuto come un difensore dei diritti umani, e il più sensibile ai problemi sociali tra gli attuali vescovi salvadoregni. Appariva quindi come colui che nella linea pastorale si identifica pienamente con le posizioni dell'arcivescovo tragicamente scomparso.

2. Nuove nomine nel Consiglio Superiore salesiano

Con l'improvvisa dolorosa morte di don Giovenale Dho (la notizia sul BS di luglio 1980, pag. 28) era rimasto vacante nel Consiglio superiore l'incarico di consigliere per la formazione salesiana. Il Rettor Maggiore ha chiamato a occuparsene don Paolo Natali, finora consigliere per la regione Italia e Medio Oriente. A sostituirlo in quest'ultimo incarico don Viganò ha chiamato don Luigi Bosoni, al momento ispettore della Novarese-Elvetica.

Don Paolo Natali è un toscano di 55 anni nato ad Arezzo nel 1925; a 16 anni era salesiano e a 26 sacerdote. Conseguita la laurea in filosofia, è stato a lungo insegnante e direttore spirituale nel liceo di Alassio, dove ha formato alla vita cristiana schiere di giovani. Apprezzato per la sua cultura, era chiamato a collaborare nella preparazione dei Capitoli Generali 20° e 21°, e nel 1975 a seguire come esperto il Capitolo generale delle Figlie di Maria Ausiliatrice. Intanto nella sua ispettoria gli era stata affidata la carica di vicario. Nel Capitolo Generale 21" veniva eletto consigliere regionale, e ora - quasi un riconoscimento alla sua capacità di dialogo e alla sua apertura verso le istanze moderne della cultura - ha ricevuto il compito della formazione salesiana a raggio mondiale.

Don Luigi Bosoni è un lombardo di 52 anni. Nato a Livraga (MI) nel 1928, ha frequentato il collegio salesiano di Milano. A 17 anni la prima professione, a 26 il sacerdozio. Presto era fatto direttore, anche di opere complesse come quella di Bologna. Nel '77 i suoi confratelli lo inviano loro delegato al Capitolo Generale, e l'anno successivo i superiori lo nominavano ispettore della Novarese. Ora come consigliere al fianco del Rettor Maggiore ha la responsabilità dei salesiani d'Italia e Medio-Oriente.

3. Il nuovo presidente degli Exallievi di Don Bosco

Cambio di guardia alla presidenza degli Exallievi di Don Bosco: il 21.6.1980 il Rettor Maggiore ha chiamato a riscoprire questa responsabilità il dr. Giuseppe Castelli. Egli subentra a José Gonzàlez Torres.

Il presidente uscente, il messicano avv. Gonzàlez Torres, è un insigne civilista nel suo paese. Anni addietro fu candidato alla Presidenza della repubblica per i cattolici; i discorsi che pronunciò durante la campagna elettorale, raccolti in volume, costituiscono un vademecum di sociologia e politica ispirato al messaggio evangelico. E' stato presidente di Justitia et Pax e esperto al Concilio. Presidente della Federazione messicana degli Exallievi, nel '74 veniva chiamato dal Rettor Maggiore ad assumere la presidenza mondiale. Durante il suo sessennio è stato promulgato il nuovo Statuto degli Exallievi, rinnovato secondo i princìpi del Concilio, che chiama gli exallievi a una maggiore responsabilità nell'apostolato, nell'impegno sociopolitico e nella missione salesiana. Sempre durante il suo mandato ha visitato tutte le federazioni nazionali degli Exallievi, suscitando un rinnovato impegno.

Il nuovo presidente Giuseppe Castelli è svizzero e ha 40 anni. Nato a Olivone (Canton Ticino), ha studiato presso i salesiani di Maroggia, poi ha frequentato a Friburgo la Scuola superiore di commercio e l'Università cattolica. Vive a Lugano, dove dirige una scuola professionale e è titolare di uno studio commerciale. Dal 1970 è presidente dell'Unione Exallievi di Maroggia. E' stato per sei anni presidente degli Exallievi svizzeri, e attualmente ricopriva la carica di tesoriere nella presidenza confederale. L'anno prossimo gli Exallievi terranno nella sua Lugano il loro quarto Eurobosco (o congresso europeo), e già da tempo Castelli lavora perché tutto possa svolgersi con precisione... svizzera.

4. Incarichi presso la Santa Sede

Don Luigi Bogliolo in questi mesi è stato nominato segretario della Pontificia Accademia di San Tommaso, e consultore della Sacra Congregazione per le cause dei santi. Questo insigne studioso della filosofia tomista ha alle spalle una vita intera di insegnamento universitario. Laureato in filosofia e licenzia in teologia, ha seguito passo passo le vicende del Pontificio Ateneo Salesiano. Nel '74 era nominato Rettor magnifico della Pontificia università urbaniana. Terminato il suo mandato, a 70 anni è stato chiamato a succedere al compianto padre Carlo Boyer come segretario dell'Accademia Pontificia, e inoltre come consultore ha il compito di studiare i problemi teologici riguardanti le cause dei santi.

Don Vincenzo Miano. Una grave perdita: era il segretario del  Segretariato per i non credenti. Altro uomo di vasta cultura, vita spesa negli studi, gli ultimi 15 anni al fianco del card. Koenig nel delicato dicastero della Santa Sede. Nato nel 1910 a Canicattini Bagni (Siracusa), a 16 anni era salesiano e a 24 sacerdote. Studi di filosofia e teologia alla Gregoriana, poi insegnante in vari studentati della congregazione. Dal '40 è ininterrottamente all'Università salesiana, più volte decano della facoltà di Filosofia. Nel '65 Paolo VI lo chiamava all'Ufficio di segretario del Segretariato per i non credenti, e da allora pur senza tralasciare l'insegnamento si prodigò nel nuovo compito, con svariate iniziative e lunghi viaggi che lo portarono in tutti i continenti.

Quattro anni fa un intervento chirurgico che sembrava di poco conto portò alla scoperta di un tumore incurabile. Accolse la notizia con forza e serenità, e continuò nel suo lavoro fino all'ultimo. Alla fine del maggio scorso, prima di entrare in ospedale, volle ricevere l'unzione degli infermi durante una concelebrazione eucaristica alla presenza della sua comunità. Il mattino seguente condusse a termine gli ultimi esami del corso universitario che aveva svolto, poi si lasciò condurre all'ospedale. È morto il 28 giugno scorso, il giorno esatto del suo settantesimo compleanno.

VOLONTARIE DI DON BOSCO

Cettina le stelle il cielo

Cettina Coniglione: una di quelle vite che sembrano inutili e svuotate dall'assurdità del dolore. Poi ti accorgi che c'erano dappertutto le impronte di Dio Calda notte d'estate 1940, a Catania. Gli occhi si fissano in cielo: miriadi di stelle. Le guardi e capisci che dietro di loro c'è Qualcuno. Cettina è incantata da quel trionfo di luci; ha sgranato i suoi occhioni di bambola orientale, quasi per mettersi dentro quelle scene di sogno. Vuol dire qualcosa, ma le parole le farfugliano in gola. Non sa parlare, si inceppa a ogni tentativo. La mamma punta gli occhi ansiosi su quelle labbra che stentano ad aprirsi; è un tormento per tutta la famiglia, e Cettina ha ormai tre anni. Ma quella sera, dinanzi all'incanto del cielo in festa, la lingua si sblocca, Cettina esplode in tre parole, quasi un messaggio e un programma:  Mamma, le stelle, il cielo! 

Lo racconteranno un giorno, a vicenda terrena conclusa, le sue sorelle:  Le sue prime parole furono le stelle, il cielo. E è stata la prima di noi a raggiungerli. Cettina era nata il 18 novembre 1937. Amò smisuratamente la vita, ma seppe dire con coraggio di sì al dolore quando bussò alla sua porta, e tornò alla Casa del Padre il 12 agosto 1970, dopo otto anni di calvario con Gesù crocefisso. Tutto qui, ma fra la culla e la tomba Cettina visse un poema d'amore.

Nascoste sotto il letto. In principio era la mamma è stato detto di Don Bosco, e così anche per Cettina. In principio una mamma meravigliosa che le sa dare educazione genuina, sapore di famiglia, limpidezza di princìpi. In casa ci saranno un figlio, Benito, e tre figlie: Cettina, Maria, Melina. Tre nomi della Madonna. Messa quotidiana, mamma e figlie nella prima fila. A sera, in un comune gesto di ringraziamento, tutta la famiglia si riunisce in preghiera.

Ma un mattino uggioso papà parte per la guerra, avvolto nella divisa da sottufficiale di marina. E' cannoniere su una nave da guerra. E' la tragedia di migliaia di soldati che lasciano le famiglie e vanno a combattere una guerra nella quale non credono, e ricevono l'ordine assurdo di uccidere. La famiglia si era trasferita fuori Catania, a Nicolosi; la mamma manda avanti il piccolo negozio di generi alimentari, il papà appena può percorre a piedi i 30 km di strada che lo separano da casa per passare qualche ora con i suoi cari.

Poi l'invasione delle truppe alleate in Sicilia, il ripiegamento dell'esercito, e il babbo trasferito sul continente. La guerra si fa sempre più lunga e spietata. Un giorno gli aerei americani bombardano Nicolosi. Cettina e le sorelle nascoste sotto il letto tremano di paura, mentre la casa è squassata da cima a fondo: la bomba cade nella stanza accanto dove la mamma era solita impastare il pane e la pasta che poi rivendeva ai pochi clienti. Gran polverone. Molte macerie, ma tutti vivi e incolumi.

E un giorno un reduce dalla guerra porta la notizia: ha visto il loro padre, è sano e salvo, presto arriverà! Pochi giorni dopo eccolo: un relitto d'uomo, scalzo e sbrindellato, con barba lunga e tanta fame. Di pane, e ancor più di affetto. La mamma cade in ginocchio, poi solleva gli occhi al quadro del Sacro Cuore, al quadro della Madonna: Grazie, grazie.

Vuol vendermi quel coltello? La vita in qualche modo riprende, le piaghe stentano a rimarginarsi. La famiglia di Cettina torna a Catania, il padre con un fratello mette su una fabbrica di vasi d'argilla lavorati al tornio. Quella lavorazione richiede tanta acqua, e Cettina con Benito, allegri somarelli, ogni giorno vanno a prenderla con il secchio alla fontana. In parrocchia Cettina frequenta il laboratorio di sartoria, diventa abile nel taglio e nel cucito. Gli anni passano spensierati con le sorelline e il fratelli, con i piccoli avvenimenti familiari e le burle e le feste. Crescendo Cettina si rende sempre più utile, non solo in casa ma anche in parrocchia, dove si reca al pomeriggio per il catechismo ai piccoli, per preparare i canti e le cerimonie.

Soprattutto sostituisce la mamma in negozio, quando essa deve assentarsi. E un giorno il fattaccio, che lei riesce ad affrontare con coraggio e presenza di spirito.

Cettina ha 16 anni. Entra nel negozio un giovanotto, la fissa con sguardo stralunato, poi estrae un coltello e avanza. Cettina sente il cuore saltarle in gola. In casa c'è nessuno, proprio nessuno, neppure la sorella più piccola che da qualche giorno è in collegio. Desidera qualcosa?, mormora cercando di dominare la paura.

Il giovanotto farfuglia qualche cosa, e lei: Aspetti un momento. Forse vuol vendermi quel coltello? Aspetti che chiamo papà. Si avvicina alla scala che dà al piano superiore e grida: Vieni, papà. C'è un signore che vuole parlarti. Il giovane interdetto non sapendo che cosa fare gira i tacchi e scappa.

Ti regalo il corredo da sposa. Pensosa, responsabile, intraprendente, Cettina intende dare un senso pieno alla sua vita. Confida al parroco i suoi sentimenti. Qualcuno si è già presentato in casa a chiedere la sua mano, ma lei ha opposto un fermo rifiuto. La mamma ha cominciato a prepararle il corredo, ma lei sente il desiderio di donare il suo cuore a uno sposo che le promette un amore più consistente ed eterno. Pensa di consacrarsi a Dio nella vita religiosa.

Il progetto prende maggior concretezza nella nuova parrocchia in cui la famiglia si trasferisce, occupando un alloggio più grande in via Maria dell'Aiuto. Cettina prende il diploma di taglio e cucito, ora può aiutare meglio la sua famiglia. Mette su in parrocchia un corso di taglio, e lavorando con le giovani della parrocchia ha la gioia di trasmettere loro non solo un mestiere ma uno stile di vita fatto d'amore a Dio, di preghiera, di serenità, di apertura agli altri.

Un giorno del 1960 la sorella Melina la sorprende più meditabonda del solito. Cettina, che cos'hai? A cosa pensi? Promettimi di non dirlo a nessuno. Voglio farmi suora. La sorella spalanca gli occhi, ma Cettina la rassicura: Ti rgalerò tutte le mie cose, anche il corredo da sposa che mamma sta preparando, e che io non userò. Poco dopo c'è festa in famiglia: con pochi amici e parenti si festeggia il 25mo di matrimonio dei genitori. Cettina ha 22 anni. Qualche giorno più tardi trova soli mamma e papà, e apre il suo cuore: Vorrei andare con le Figlie di Maria Ausiliatrice. Segue un silenzio impressionante. Mamma e papà facevano tanti calcoli su Cettina. Anche i bravi genitori cristiani trovano difficile donare i figli al Signore. Forse perché il Signore è uno sposo molto geloso, che se li porta via lontano lontano. Ma poi mamma e papà chinano il capo: Va bene, se questa è la volontà di Dio. La sorella Melina ricorderà: Quando venni informata, provai un senso di disagio, e sentii un improvviso distacco da Cettina. Non comprendevo il significato di quel passo... . Il 24.11.1960 Cettina è accolta tra le aspiranti FMA. Racconta ancora Melina: Andammo a trovarla a Trecastagni. Io la guardavo con senso di commiserazione. Le suore non mi piacevano per niente. E non immaginavo affatto che un giorno avrei potuto divenire suora anch'io. Eppure, passati appena due mesi dall'entrata in aspirantato di Cettina, sentii un forte desiderio di raggiungerla. E presto mi accorsi che non era un semplice desiderio, ma un ideale vero di vita religiosa. Poco dopo Melina era a Trecastagni, e ancora un poco e si aggiungerà anche la terza sorella, Maria. Portavano tutte e tre il nome della Madonna, e volevano diventare Figlie di Maria Ausiliatrice. Due ci riusciranno, per Cettina il Signore riservava una vocazione molto più difficile. Quei tre mesi in colonia. Un giorno la direttrice chiamò la postulante Cettina:  Desidererei che tu andassi a San Cataldo: c'è la colonia montana, ci sono le bambine da assistere. Cettina accetta con gioia la sua prima obbedienza religiosa. Sono tre mesi di intenso lavoro, di ricca esperienza: i metodi educativi che ha imparato sulla carta diventano realtà vivente. Far giocare, inventare ogni giorno qualcosa di bello e di diverso, insegnare canti, approntare un piccolo laboratorio, organizzare la vita della colonia... Ma il bel sogno finisce lì. Tornata a Trecastagni, Cettina comincia a sentire i segni di un male che sarebbe stato facilmente curabile, se diagnosticato in tempo. Ma non sarà così.

Le superiore pensano di farla curare in casa: l'ambiente familiare tante volte è di grande aiuto. La mamma si prodiga, vengono tentate tutte le cure, Cettina sembra migliorare e ritorna al suo istituto. Il 31.1.1962, festa di Don Bosco, riceve la mantellina, la prima divisa da religiosa, primo segno di appartenenza alla sua congregazione. Quel giorno la mamma guarda orgogliosa le sue tre figlie: Cettina postulante, Maria aspirante, Melina aspirantina.

Terminato l'anno, Cettina spera di entrare in noviziato e sogna la vestizione. Invece il male l'assale con più furore di prima, e la consigliano di tornare a casa. Le viene chiesto anche di deporre la mantellina. Se la sfila di dosso, la bacia, e la consegna alla suora. La mamma piange, e lei trova parole per consolarla. Un giorno dirà: Non fa niente, se io soffro. Gesù ha sofferto più di me. E conserverà per sempre il caro ricordo di quei tre mesi passati in colonia montana, gli unici mesi di lavoro come Figlia di Maria Ausiliatrice. Ha gustato la dolcezza di un frutto, e ha dovuto lasciarlo ai margini della strada in attesa che lo assapori qualcun altro dai denti più sani.

Volontaria di Don Bosco. Alla pena delle cure mediche sbagliate che Cettina tornata a casa affronta senza risultati, si aggiunge la sofferenza del futuro incerto.

 Mio Dio, qual è la tua volontà? - scrive nei suoi appunti personali -. Cosa devo fare? Perché mi hai fatta uscire dalla mia Congregazione? Cosa mi dài in cambio di questa mia rinuncia? E altra volta: La mamma dorme e non sa che io veglio e piango. Signore, qual è la tua volontà? Vuoi forse che segua la via del matrimonio? Ma sento che devo essere tua, tutta tua, soltanto tua... Fammi capire allora che devo fare.

 Era veramente amaro il calice che doveva bere - ricorda la sorella Maria -. Non poter partecipare alle attività della sua parrocchia, non poter più fare il catechismo ai bambini, dover stare lontana dalle persone care, che strazio per lei che amava tanto la compagnia e l'apostolato!  Più volte aveva detto: Voglio andare lontano, nel terzo mondo. Molta gente ha bisogno di aiuto, molta gente non conosce il Vangelo. Erano sogni, presto ridimensionati dalla consapevolezza della dura realtà: Offrirò la mia malattia per la salvezza del mondo.

E Don Bosco le aprì una nuova strada: Cettina, che avrebbe voluto essere una delle sue suore, diventerà una delle sue Volontarie. Si chiamano Volontarie di Don Bosco le appartenenti a un Istituto secolare che da poco ha messo i suoi primi germogli in Sicilia. Le VDB sono consacrate nel mondo, vivono a casa loro, senza divisa, con una loro professione, e testimoniano nella vita di ogni giorno la loro segreta donazione al Signore. Cettina ne è informata, domanda di far parte delle VDB, è accettata. Nell'ottobre 1964 entra nel triennio di prova, e partecipa con tutto il suo entusiasmo, al di là di quanto le permetterebbero le forze. Nel settembre 1967 emette la sua prima professione: ora la sua anima ha trovato una patria, è consacrata per sempre al Signore.

E il Signore la associa più strettamente alla sua croce: il male si aggrava e Cettina il 12 gennaio 1968 entra in ospedale per non uscirne più.

Quattordici buchi. In ospedale Cettina soffre moltissimo; per tracciare il quadro delle prove attraverso cui passerà occorre elencare varie operazioni, l'asportazione di due costole, l'incompetenza dei medici che curano la glicemia facendole delle fleboclisi di zucchero, un tubicino che le viene spietatamente cacciato fra le costole e che per un anno le causa dolori lancinanti... Ricorda la mamma: Più che le sofferenze fisiche, che sapeva offrire serenamente al Signore, Cettina dovette soffrire tanto moralmente. Una sofferenza senza limiti fu per lei la solitudine, dato il suo carattere allegro e socievole. Ma la solitudine, poco per volta accettata, la porta alle conquiste più alte dello spirito. Nella solitudine continua a costruire, a maturare la sua vita di amore e di donazione.

Torna a sorridere, a tutti, sempre. Ricordano le Volontarie di Don Bosco che andavano a trovarla:  Ogni volta la trovavamo serena e sorridente. Ha saputo accettare con amore la croce che il Signore le aveva regalato.

Le sue sorelle suore: Era sempre piena di gioia, noi la ricordiamo così. Abbiamo trascorso momenti di paradiso accanto a lei, una serenità spirituale che ci dava un senso di riposo e di sollievo. Una volta, dopo aver conversato un poco, ci disse di aprire l'armadietto e di prendere il tamburello siciliano che mamma le aveva regalato. Raccolse tutte le sue forze, si sollevò dal letto, e suonò, cantò con entusiasmo. Ci diceva: "Cantate con me, voglio essere felice". Sollevava le braccia per battere il tamburello, mentre noi pensavamo al dolore che doveva produrle la ferita aperta alle costole .

Una delle dottoresse che la curano è piuttosto scettica in fatto di fede, a volte canzona un po' Cettina, la sua religione, i suoi sentimenti di pietà. Eppure, quando viene all'ospedale, tutte le volte va a trovarla. Dice: Quando sono agitata e nervosa, passo qualche minuto nella stanza di Cettina e sento rinascere in me la serenità. Lo stesso accade alle sue amiche VDB: Si andava al suo capezzale per confortarla, e si usciva da quella stanzetta piene di serena tranquillità. La sua gioia, la nota scherzosa, la bontà, l'amabilità, la dolcezza di quel viso, ci facevano dimenticare tutti i nostri guai .

Cettina non nasconde la sofferenza, la dichiara, ma senza farne un dramma. E a volte sa scherzarci sopra. Un giorno, tornata prostrata dalla sala operatoria, dice alle amiche: Ho avuto tanto dolore che volevo piangere. Ma al momento di farlo mi sono accorta che non avevo il fazzoletto, e così ho dovuto rinunciare alle lacrime.

Sa sorridere perché sa dare un valore soprannaturale alla sofferenza. Un giorno la dottoressa scettica le confida una grave difficoltà in cui è venuta a trovarsi, e chiede a Cettina di pregare per lei. Quel mattino Cettina deve fare l'endovenosa e offre come al solito all'infermiera il braccio martoriato dalle precedenti punture. Quella volta non si riesce a trovare la vena. E le sono fatti ben 14 buchi con l'ago nel braccio dolorante. Ma Cettina non emette nessun lamento. L'indomani la dottoressa torna felice, le sue difficoltà si sono risolte d'un tratto, e ringrazia Cettina di aver pregato per lei. Non ho pregato - precisa Cettina. Ho solo offerto a Gesù i miei 14 buchi.

Sarà una grande festa. A poco a poco il Signore ha riempito completamente la sua solitudine. Di fronte al suo letto domina un grande Crocefisso: è il suo sostegno, il suo compagno più caro. I suoi occhioni neri lo fissano con frequenza, specie nei momenti particolari di preghiera o di dolore.

Ricordano le sue amiche VDB: Cettina non si lamentava mai, perché trasformava il lamento in uno sguardo e in un atto di offerta al suo Gesù crocefisso. Diceva: "Gesù è in croce, e io su un morbido letto". Apriva le braccia in forma di croce, era il suo gesto di offerta.

Ogni giorno alle 6,45 padre Luigi, il cappellano, le porta la comunione. Quando si avvicina il momento, Cettina comincia a domandare inquieta: Che ora è? E' la domanda di chi aspetta con ansia qualcuno che tarda a venire. E poi dice: Mamma, è arrivato il Re!  Dice alla sorella Maria: Qui c'è stato il Re dei re!  Cettina rende il Signore ben presente a tutti. Ricorda padre Luigi: Andavo da lei per sentir parlare del Signore, per edificarmi della sua presenza, delle sue espressioni di eroica rassegnazione alla volontà di Dio.

A poco a poco Cettina comprende che la battaglia dei medici è perduta, e accetta serena l'inesorabile conclusione. Confida: Sento che il giorno della mia morte si avvicina, e sono contenta. Prima in me c'era un desiderio di vivere così forte che mi teneva lontano il pensiero della morte. Adesso da circa un mese la penso, e sono contenta perché spero di andare in paradiso. Il Signore mi porterà subito in paradiso.

Le domandano: Cettina, hai bisogno di qualcosa? No. Sono staccata da tutto, non desidero nulla. Solo l'amore di Dio. Le domandano: Cettina, come va? Risponde: Cettina non è più per questo mondo. Cettina è per il paradiso. Vede piangere attorno a sè: Ma perchè piangete? Io non ho paura di morire. Sono contenta. Tutto passa, tutto arriva, a tutto si arriva. Mamma, sento che sarà una grande festa.

E' arrivato il Re. Quando si rende conto che è giunto il tempo degli addii, vuole i genitori e gli amici accanto a sè. A tutti ha un ricordo da lasciare. Alle sorelle suore:  Siate fedeli alla vostra vocazione, siate sempre contente. Al fratello Benito (sposato, e con tre bambini piccoli): Di' ai miei tre nipotini che mi perdonino se non ho mai avuto il coraggio di baciarli. Con la mia malattia, avevo paura di far loro male. Ma tu Benito dàgli tutti i baci che non ho potuto dargli io.

Hanno portato un registratore, e lei canta l'Ave Maria per la sua mamma: così potrà riascoltare su quel nastro inciso la voce di Cettina anche dopo la sua partenza. Ma alla mamma chiede un favore: Mamma, vedi quel libriccino? Quando sarò morta mettimelo tra le mani. E non farlo più toccare da nessuno... . Quel libriccino sono le Costituzioni delle Volontarie di Don Bosco, il suo patto nunziale, la sua consacrazione al Signore.

Ormai parla solo del suo sposo: Come è buono Gesù! E come se nessuno la sentisse: Gesù, ti amo. Spunta l'alba del 12 agosto 1970, giorno che per lei non avrà più tramonto. La mamma le è accanto. Cettina vorrebbe cantare il Magnificat per ringraziare la Madonna. C'è padre Luigi che oggi non le ha portato la comunione, le sue labbra non possono più ricevere Gesù. C'è la dottoressa scettica. La mamma ingoia le lacrime, e canta il Magnificat accanto alla figlia morente. Il Vangelo diventa attuale e reale, il Vangelo è lì: Benedetto il giorno che ti ho data alla luce. Benedetto il mio latte che ti ha nutrita .

Cettina dice:  Mamma, è arrivato il Re. Padre Luigi ricorda: Ogni giorno alle 6,45 le portavo il Signore, quel giorno alle 6,45 è venuto il Signore a prendere lei.

Dice la dottoressa scettica: Ho visto morire tanti malati, ma non ho mai provato per nessuno quel che provo adesso per Cettina.

Vengono in mente mille domande, che poi si riassumono in una sola: come ha potuto una creatura innamorata della vita sapere che la morte era vicina e sorridere, e far sorridere, e profondere gioia a chi le stava accanto? Come ha potuto? Una sola è la risposta: Cristo mia speranza è risorto, e io risorgerò con lui.

Condensato da:

Franco Solarino

Il cielo, le stelle e Cettina

Ed LDC 1980. Pagine 32 (lire 350)

PROTAGONISTI NEL PROGETTO DI DON BOSCO - SECONDA PARTE

Cooperatori di Dio nel suo campo

Una turba immensa di ragazzi si trova in ogni luogo esposta ai più grandi pericoli... Facciamo loro da padri! Questo l'appello di Don Bosco ai suoi Cooperatori. E in un secolo di vita sono proceduti paralleli sia l'impegno dei salesiani nell'animare i Cooperatori, che l'impegno dei Cooperatori nel lavoro per la gioventù. Diceva l'apostolo Paolo: Siamo cooperatori di Dio nel suo campo.

Non sia mai, o anime cortesi, che siano più accorti, più animosi nel fare il male i figli delle tenebre, che non nell'operare il bene i figli della luce. Quel 22 gennaio 1878 a Roma, l'uditorio di Don Bosco era avido delle sue parole. Ciascuno di noi si faccia guida, maestro, salvatore di fanciulli!  Per la prima volta Don Bosco radunava nella capitale i suoi Cooperatori, o meglio quanti avevano in animo di diventare tali, e teneva loro la prima delle 80 e più conferenze che pronuncerà negli ultimi dieci anni di vita. Alle arti ingannatrici della malignità, contrapponiamo le industrie amorose della carità nostra, stampa a stampa, scuole a scuole, collegi a collegi. Vigiliamo attenti sui bimbi delle nostre famiglie, parrocchie, istituti... . Quante cose da realizzare proponeva Don Bosco ai suoi Cooperatori. Una turba immensa di poveri ragazzi si trova in ogni luogo esposta ai più grandi pericoli, per incuria dei parenti, per estrema miseria... Facciamoci loro padri, mettendoli al riparo dalle lusinghe del vizio! 

Quattro mesi più tardi, parlando per la prima volta ai Cooperatori torinesi, -Don Bosco diceva: Volete fare una cosa buona? Educate la gioventù. Volete fare una cosa santa? Educate la gioventù. Volete fare cosa santissima? Educate la gioventù. Volete fare cosa divina? Educate la gioventù.

Così parlava Don Bosco ai suoi Cooperatori. Indicava loro un campo smisurato, lo stesso campo che a lui era stato proposto nel sogno dei nove anni. La gioventù povera era il campo in cui Dio l'aveva chiamato a lavorare, e in cui egli introduceva con la forza del suo esempio anche i Cooperatori. Siamo infatti Cooperatori di Dio nel suo campo, diceva un giorno lontano l'apostolo Paolo, e i Cooperatori di Don Bosco hanno pieno diritto di ripetere per sé quelle parole.

Cento e più anni di fedele cooperazione

Morendo nel 1888, Don Bosco lasciava sul tavolo una lettera da spedirsi dopo la mia morte. Era rivolta ai Cooperatori, diceva: Se avete aiutato me con tanta bontà e perseveranza, ora vi prego che continuiate. Le opere che col vostro appoggio io ho cominciate non hanno più bisogno di me, ma continuano ad avere bisogno di voi... A tutti pertanto io le affido e le raccomando. Queste parole non sono cadute nel vuoto. Sotto i successori di Don Bosco è continuato lo sforzo di organizzazione dei Cooperatori, e è continuata la loro risposta  con tanta bontà e perseveranza .

Don Rua, con cui Don Bosco aveva voluto sempre  fare a metà, nel 1893 diffondeva un Manuale pratico destinato ai direttori salesiani e ai decurioni, con le indicazioni per l'animazione dei Cooperatori. Poi creava i Direttori diocesani per favorire l'intesa con i Vescovi. Dava vita ad altre figure come il Corrispondente ispettoriale, il Propagandista dei Cooperatori, gli Zelatori, i Comitati d'azione salesiana, e al centro della Congregazione consegnava la responsabilità diretta di tutto il settore alla seconda autorità salesiana, il Prefetto generale (com'era chiamato allora). Occorreva formare i Cooperatori, spiritualmente e salesianamente, e mons. Pasquale Morganti (poi arcivescovo di Ravenna), nel 1905 compilò a questo scopo un  Manuale dei Cooperatori salesiani. A quell'epoca il BS si stampava a Torino nelle nove lingue principali, era mandato in tutti i continenti. E appena sette anni dopo la morte di Don Bosco, nel 1895, i Cooperatori tenevano a Bologna il loro primo Congresso internazionale, a cui tanti altri avrebbero fatto seguito.

I Congressi. Quel primo Congresso fu un' assise imponente, suscitò interesse in tutta Europa. Vi presero parte 4 cardinali, 4 arcivescovi, 24 vescovi. La tribuna stampa accolse rappresentanti di 39 giornali italiani, 7 austriaci, 4 spagnoli e altrettanti francesi, 3 svizzeri, 2 inglesi, uno tedesco. I temi trattati dai Cooperatori erano di estrema concretezza: l'educazione dei giovani operai, collegi e ospizi, le missioni, l'apostolato stampa, il sistema educativo di Don Bosco, catechismi e oratori, colonie agricole, emigrati...

Visto il buon esito, altri Congressi vennero celebrati a distanza di pochi anni a Buenos Aires, Torino, Lima, Milano, Santiago del Cile, São Paulo. Poi scoppiò la prima guerra mondiale, che frenò lo sviluppo dei Cooperatori. Ma essi furono rilanciati - con gli Exallievi - nel 1920 dal Congresso di Torino. Si trattò quasi di un triplice congresso, a cui prendevano parte Cooperatori, Exallievi ed Exallieve, con sedute in parte separate e in parte congiunte. In quell'occasione fu pure inaugurato il bel monumento a Don Bosco di piazza Maria Ausiliatrice; ma soprattutto si precisò il ruolo ecclesiale di questo movimento salesiano, e la sua funzione al fianco dell'Azione cattolica.

Poi congressi a Buenos Aires, Torino, Bogotà, finché la seconda guerra mondiale giunse a frenare di nuovo ogni cosa. Ma nel dopoguerra la nuova ripresa. Nel Consiglio superiore della Congregazione venne creata la nuova carica di consigliere per i Cooperatori, al suo fianco venne chiamato un segretario generale; cariche analoghe sorgevano presso le Figlie di Maria Ausiliatrice. Nel 1951 i Cooperatori venivano aggregati al Movimento dell'apostolato dei laici. Un convegno del 1952 a Roma segnava il nuovo consolidamento: Pio XII riceveva i Cooperatori a Castelgandolfo, e il suo discorso particolarmente denso diventava la ma gna charta dell'associazione.

Don Ricceri, divenuto nel 1953 il nuovo responsabile dei Cooperatori, riordina l'Ufficio centrale, migliora il BS italiano, incoraggia lo sviluppo di quelli esteri, dà un Notiziario e un nuovo Manuale ai Cooperatori dirigenti, dà ai Cooperatori un Manuale di pietà. Potenzia gli esercizi spirituali per Cooperatori, organizza pellegrinaggi, assegna ogni anno una campagna da svolgere con un preciso programma di formazione e di apostolato. Sotto di lui riprendono i Congressi internazionali, a Bruxelles, Madrid, Barcelona... A Roma nel 1962 i Cooperatori si sentono invitati a prendere molto sul serio il loro nome: Cooperatori - spiega loro Papa Giovanni XXIII - è un termine alto: di fatto ogni vescovo (nell'ordinazione sacerdotale) chiama "Cooperatori del nostro ministero" i suoi sacerdoti... . E il Papa li invita ad accogliere e vivere in pienezza il rinnovamento del Concilio.

Il Congresso del centenario. Il rinnovamento voluto dal Concilio mette in stato di ricerca anche i salesiani, che nel Capitolo Generale Speciale del 1971 decidono di valorizzare l'idea, rimasta implicita in Don Bosco, della Famiglia Salesiana. In essa i Cooperatori trovano una collocazione privilegiata, mentre i salesiani sentono maggiormente il dovere di impegnarsi alla loro animazione.

Il nuovo superiore don Giovanni Raineri, che nel 1972 riceverà la qualifica di consigliere per la Famiglia Salesiana, impegna salesiani e Cooperatori a una riscrizione più moderna e aggiornata del Regolamento di Don Bosco (la prima stesura, ad esperimento, è fatta nel 1974). Poi nel 1976 invita i Cooperatori a una nuova grande assemblea, il Congresso del centenario. Ricordando Don Bosco che cento anni prima presentava a Pio XI il loro Regolamento per ottenerne l'approvazione, i Cooperatori a Roma danno vita al loro primo congresso veramente mondiale (intervengono rappresentanti da 39 nazioni di tutti i continenti) e al primo congresso veramente loro. Lo hanno preparato attraverso i precongressi a vari livelli, lo dirigono, vi hanno presenza maggioritaria. I Cooperatori delegati sono 143 su 186 aventi diritto al voto (in più sono presenti un centinaio di osservatori). Durante il congresso essi discutono il testo del nuovo Regolamento perché risulti un aggiornamento senza tradimenti rispetto a quello di Don Bosco, e affrontano nei suoi vari aspetti il tema: Gli impegni dei Cooperatori salesiani nella Chiesa, nella famiglia, nella società. Strano. In un mondo in cui tutti si affannano ad accampare e far valere i propri diritti, i Cooperatori si interrogano sui loro doveri.

Intanto sul ceppo robusto è spuntato un germoglio verde e pieno di promesse: i Giovani Cooperatori. E accanto al grande congresso, negli stessi giorni, essi tengono il loro primo Convegno Europeo. Sono 277 (su 331 partecipanti), discutono il tema Insieme per costruire la civiltà dell'amore evangelizzando. Perché i giovani, secondo l'invito di Paolo VI, devono essere sempre più apostoli dei giovani .

Così, mentre procedeva silenzioso il lavoro dei singoli e dei gruppi durante questi cento e più anni di vita, l'associazione dei Cooperatori è andata maturando in tutti i continenti, ha preso maggiore coscienza di sé, della sua identità, della sua missione, di ciò che i giovani si aspettano da lei. Papa Giovanni aveva detto ai Cooperatori: Continuate gioiosamente il vostro cammino, siate coscienti delle grandi possibilità che avete di fare il bene, operatelo coraggiosamente e serenamente. E la cosa più bella di tutta la storia dei Cooperatori è che tantissimi di loro hanno trovato proprio nella cooperazione salesiana, nel campo che il Signore aveva affidato a Don Bosco, il modo di operare il bene con coraggio e serenità, e di dare significato pieno alla loro vita.

2a parte - continua)

E. B.

5. Alcuni nomi o dal grande mazzo

I Cooperatori sono tutti illustri e tutti importanti per Don Bosco e il suo progetto. Ma per elencarli tutti si dovrebbe stampare un volume tipo elenco telefonico. Perciò ecco una selezione di nomi, lacunosa e puramente esemplificativa. Che comprende anche i Cooperatori ante litteram, i collaboratori e benefattori dei primi Oratori di Don Bosco.

Bianco Marquez Bartolomeo (Spagna, 1914-36). Servo di Dio. Operaio sindacalista, catechista all'oratorio di Pozoblanco: fucilato dai rossi a 22 anni.

Cafasso san Giuseppe (1811-1860). Direttore spirituale di Don Bosco, suo orientatore verso l'apostolato degli oratori, suo costante benefattore.

Carboni Edvige (1898-1952). Serva di Dio. Chiamava Domenico Savio il mio fratellin(,. E come lui al tempo del colera, visitava gli scantinati e le soffitte in aiuto dei poveri.

Chopitea donna Dorotea (Spagna 1816-1891). Serva di Dio. Don Bosco la chiamava la nostra mamma di Barcellona. Col marito dette vita a una trentina di fondazioni, soprattutto per la gioventù.

Da Costa Alexandrina (Portogallo, 1904-1955). Serva di Dio. Inchiodata nel letto da una caduta, fu Cooperatrice salesiana - e autentica - con la preghiera.

Murialdo san Leonardo (Italia 1828-1900). Amico di Don Bosco e suo collaboratore della prima ora, accettò da lui la direzione di uno dei suoi primi oratori, quello di San Luigi, e lo mandò avanti pagando generosamente di persona e con le sue sostanze.

Petyx Antonino (1874-1935). Servo di Dio. Fu tra i primi allievi dei salesiani in Sicilia, uno dei fondatori delle Conferenze di San Vincenzo nell'isola. Lo chiamavano il servo dei poveri, il sacerdote in giacchetta. Il vescovo alla sua morte non volle pregare per lui, dicendo che non ne aveva bisogno.

Pio X (vedi Papi).

Toniolo Giuseppe (1845-1918). Servo di Dio. S'incontrò con Don Bosco, trovò che il proprio motto Tutto per il popolo e per mezzo del popolo era in pieno accordo con lo spirito salesiano, chiese i salesiani per la sua città (Pisa), e per sé il diploma di Cooperatore.

Pio IX (1792-1846-1878). Il primo Papa di Don Bosco: approvò la Società Salesiana e le sue Costituzioni, le FMA, e i Cooperatori. E fu lieto di figurare come capolista dei Cooperatori di Don Bosco.

Leone XIII (1810-1878-1903). Anch'egli volle essere primo Cooperatore di Don Bosco, lo accolse sempre con grande cordialità, nominò il primo vescovo salesiano (mons. Cagliero).

Pio X (1835-1903-1914). Nel 1875 era ospite di Don Bosco e sedette alla sua mensa; nel 1880, mentre era canonico a Treviso, accettò il diploma inviatogli da Don Bosco: è il primo Cooperatore santo.

CARDINALI E VESCOVI

Morganti mons. Pasquale (Italia 1852-1921). Allievo di Don Bosco a Valdocco, poi arcivescovo di Ravenna, scrisse nel 1905 il primo Manuale dei Cooperatori.

Svampa card. Domenico (Italia 1851-1907). Conobbe Don Bosco, sostenne la sua opera, lanciò il Congresso dei Cooperatori di Bologna del 1895.

Testa card. Gustavo (1886-1969). Exallievo di Treviglio e Alassio, creato cardinale si recò a Valdocco e disse in pubblico: Don Bosco, ecco ti porto la mia porpora: è tutto merito tuo.

SACERDOTI

Borel teol. Giovanni (1801-1873). Primo collaboratore di Don Bosco, cassiere (o meglio elemosiniere) dell'oratorio, nel 1846 sostituì per quattro mesi Don Bosco malato.

Ciattino don Giovanni. Parroco di Maretto (Asti), nel 1861 era accolto da Don Bosco nella sua Congregazione primo salesiano esterno.

Stoppani abate Antonio Italia 1824-1891). Geologo e scrittore, autore del popolare Bel Paese, era amico di Don Bosco. Invitato a dare il suo nome ai Cooperatori, aderì con gratitudine.

LAICI

Bauer Fernando (1873-1943). Arrestato in Spagna dai rossi durante la guerra civile, così declinò le sue generalità: Cattolico, apostolico, romano, cooperatore salesiano.

Devoto della Vergine Ausiliatrice, porto con me una sua immagine e il rosario. Esigete che ve li consegni, e obbedisco. Ma continuerò a recitare il rosario anche per voi.

Benítez Francisco (1796-1882). Argentino, primo Cooperatore d'America, papà dei primi missionari salesiani d'oltreoceano. Testimonianza di un missionario:  E' milionario, ma per sè spende il puro necessario. Il resto è per beneficare il prossimo.

Callori di Vignale conte Federico. Uno dei catechisti del primo Oratorio di Don Bosco: lasciava la sua casa nobiliare per scendere sui prati di Valdocco.

Cantù Cesare (1804-1895). Il celebre storico, invitato a diventare Cooperatore, rispose a Don Bosco: Ella ha scelto un ben meschino cooperatore. Ma accettò, e gli fu davvero di aiuto.

Casella Maria (Italia 1895-1975). Persona di servizio. Oratoriana delle FMA a Valdocco, si santificò nel lavoro. Diceva:  Il lavoro è il mio in ginocchiatoio .

Cays di Caselette, conte Carlo (1813-1882). Deputato al parlamento, aiutava Don Bosco a fare l'oratorio. Chiuse la sua vita come sacerdote salesiano.

D'Espinay Charles (1820-1891). Francese, medico: i poveri lo chiamavano il buon dottore. I salesiani invece l'evangelista di Don Bosco, perché già nel 1881 ne scrisse la prima vera biografia.

Fassati marchesi Domenico (1804-1878) e Maria (1824-1905). Il marchese dal 1847 andava all'Oratorio a fare il catechismo, la marchesa a lavare e rammendare la biancheria con Mamma Margherita.

Gastaldi Margherita. Mamma del futuro cardinale di Torino, fu la seconda Margherita del laboratorio di mamma Margherita.

Lo Pa Hong (Shangai 1873-1937). Era detto l'Ozanam della Cina. Apri e sostenne le 4 opere salesiane di Shanghai, e molte altre. Morì assassinato, non si sa bene per quale delle sue opere buone.

Occhiena Margherita (1788-1856). Mamma di Don Bosco, prima Cooperatrice salesiana, spese gli ultimi dieci anni a Valdocco accanto al figlio e per tutti i suoi ragazzi.

Rebaudengo conte Eugenio (Italia 1862-1944). Senatore, fu per 25 anni presidente internazionale dei Cooperatori. A lui si devono due importanti opere salesiane di Torino.

Rua Giovanna Maria. La madre del beato don Michele Rua. Nel 1856, alla morte di mamma Margherita, le subentrò nel compito di accudire ai ragazzi di Don Bosco. Scarampi conte di Pruney. Fu col conte Callori uno dei primi catechisti sui prati di Valdocco. Nel 1900, in età di 80 anni, ricordando Don Bosco e quegli anni antichi, piangeva di tenerezza.

Solari Stanislao (1829-1906). Questo valente agronomo che rispondeva con moderni metodi di coltivazione alle teorie malthusiane, fu vicino col cuore a Don Bosco e nel 1903 intervenne col suo prestigio al Congresso dei Cooperatori.

Ringraziano i nostri santi

MI VENIVA A MANCARE LA PERSONA PIU' CARA

Il 7 dicembre 1978 mio padre fu colpito da emorragia cerebrale e fu ricoverato d'urgenza all'ospedale. Forse un'operazione lo poteva salvare, ma i medici erano dubbiosi, per la sua difficoltà e per le conseguenze che ne potevano deriva re. Passarono tre giorni, e mio padre stava entrando in coma. Sentii dentro di me che mi veniva a mancare la persona più cara. Intensificai la mia preghiera al Signore e con fiducia illimitata mi rivolsi a Maria Ausiliatrice perché si manifestasse la volontà di Dio. Ed ecco arrivare dall'ospedale mia sorella che mi dice:  Papà è in sala operatoria: è l'unica speranza di salvezza. Parenti e suore della mia comunità si unirono nella più fervida preghiera, e il miracolo si compì: dopo l'operazione mio padre fu portato in sala rianimazione, ove stette cinque giorni. La sua salute andò progressivamente migliorando, e oggi sta bene.

Acireale (Catania)

Sr. Caterina Chiarelli

SOLO IL SUO QUADRO FINI' SEPOLTO TRA LE MACERIE

Il 6 maggio scorso avevamo felicemente celebrato la festa di san Domenico Savio e al termine della giornata ci eravamo recate serenamente a riposare, quando improvvisamente fummo destate da uno scoppio e da un forte tonfo nel piano sottostante. Corremmo spaventate in cucina dove per una fuga di gas si era sviluppato un incendio, mentre lo scoppio, oltre a danni vari, aveva fatto crollare una parete del refettorio. Ora al di sopra di tale parete si trova il dormitorio delle interne, che avrebbe potuto sprofondare trascinando nel crollo le ragazze e le loro assistenti. Invece si sacrificò per tutte Maria Ausiliatrice: solo il suo quadro che dominava sulla parete finì sepolto tra le macerie. La disgrazia, come sempre accade, stimolò una gara di bontà: accorsero i vicini che azionando con destrezza gli estintori riuscirono a domare l'incendio; la gente, specialmente le exallieve, si unirono a noi nel ringraziare il Signore e la Madonna, e ci offrirono i primi soccorsi per riparare i danni e continuare la nostra opera a vantaggio della gioventù.

Castelgrande (Potenza)

Direttrice e Comunità FMA

A. Clelia (Trento) scrive: Due anni fa' mio marito fu operato d'urgenza al fegato. Ma i medici non davano nessuna speranza di salvezza. Volevano tentare un secondo intervento, ma per ben tre volte per un motivo o per l'altro lo rimandarono. Un giorno, in seguito a nuovi esami, lo trovarono migliorato, e dopo due mesi di ospedale lo rimandarono a casa. Tempo dopo lo trovarono guarito e gli dissero che poteva chiamarsi un graziato. Lo dico anch'io, perché non ho mai perso la speranza in Maria Ausiliatrice, sempre invocata con grande fede.

Casadei Maddalena (Forlì) in una visita di controllo si è sentita dire dai Professori: La sua guarigione non è opera nostra, noi abbiamo fatto quello che dovevamo, ma questo è più che un miracolo. Lo attribuisce a Maria Ausiliatrice e a san Domenico Savio, invocati con tanto fervore.

RINGRAZIANO MARIA AUSILIATRICE E SAN GIOVANNI BOSCO

Roma Gemma in Peruzzo (Tezze, TV) per la felice nascita della nipotina nonostante che la nuora fosse stata coinvolta in un incidente stradale durante la gravidanza.

Sorelle Rossi (Novara) per la guarigione della mamma da una malattia molto grave.

Scrive pure una ragazzina di 13 anni per ringraziare i nostri Santi per grazie ricevute, ma desidera che non si metta il suo nome perché i miei familiari sono accaniti lettori del vostro giornale che è veramente molto bello!

Un altro ringraziamento anonimo ci giunge da Giaveno (Torino) con l'invito a tutte le giovani a invocare sempre la Madonna con amore filiale.

ORA IL MIO DOMENICO HA VENT'ANNI E STA BENE

Dopo 14 anni mi trovai in attesa del secondo figlio in uno stato di salute molto precario. Venuta a conoscenza del prezioso abitino, lo indossai affidandomi completamente alla intercessione di San Domenico Savio. Entrai in ospedale il 21 luglio con sintomi di parto imminente, ma nonostante gli acuti dolori il bimbo non nasceva a causa di una plastica uterina subita nel 1947. li giorno dopo fui riportata in sala parto; non avevo neanche più la forza di lamentarmi, invocavo solo mentalmente san Domenico Savio. E percorrendo in barella il corridoio mi parve di vederlo proprio come è raffigurato sull'altare della Basilica di Maria Ausiliatrice. Mi rasserenai di colpo, e dissi a mia sorella e alla suora che spingevano la barella: State tranquille, andrà tutto bene. Fui messa sotto ossigeno, i medici mi guardavano impotenti e pessimisti: era tardi per il taglio cesareo, e solo un intervento divino poteva salvarci. Ed ecco che alle 22 venne alla luce un maschietto, Domenico. Il mattino seguente molti medici vennero a visitarmi, e la suora mi disse: Lo sa che lei ci ha fatto tremare tutti?

Ma la vita del mio Domenico sembrava spegnersi come una candela: gastroenterite, ernia inguinale doppia... Passò due mesi all'ospedale e io non persi mai la fiducia nell'aiuto del piccolo Santo. Ora Domenico ha 20 anni: sta bene, è diplomato, ed è molto devoto di Maria Ausiliatrice e di san Domenico Savio.

Torino

Una mamma

Ringraziano san Domenico Savio:

Dell'Oro Antonio (Valmadrera, CO) per aver protetto la nipotina nel primo anno di vita che fu molto difficoltoso.

Guenzi Carmen (Varallo, NO) per la gioia della maternità dopo tanti anni di vana attesa.

Micheletti Laura (Milano) per la nipote che ha portato felicemente a termine la gravidanza.

L'INTERVENTO RIUSCI CON STUPORE DEI CHIRURGHI

Ero ridotto quasi in fin di vita per grossi calcoli al fegato e altri malanni, che rendevano più gravi le mie condizioni. Ormai spedito dai medici curanti, attendevo che da un momento all'altro il Signore mi chiamasse a Sé. Mia moglie, exallieva delle Figlie di Maria Ausiliatrice, non si diede per vinta. Incoraggiata dalle stesse suore della nostra parrocchia, che pregavano con noi, incominciò insieme a loro una fervorosa novena a santa Maria Mazzarello. Con grande fede pose la sua reliquia sulla mia parte ammalata e dolorante e promise di pubblicare la grazia.

Fu proprio allora che i medici decisero di tentare l'intervento chirurgico, e io fui lieto di mettere alla prova l'efficacia dell'intercessione di santa Maria Mazzarello. Benché le speranze non fossero molte, con vero stupore degli stessi chirurghi, l'operazione riuscì ottimamente. Perciò ora godendo buona salute compio la promessa.

Atlantic City (USA)

Primo Sereni

Tarraran Stella (Treviso) scrive: Lo scorso marzo scivolai e mi frantumai l'omero. Data la mia età, il professore dubitava della guarigione completa. D'accordo con mia figlia suora di Maria Ausiliatrice invocammo la grazia dalla Madonna e da santa Maria Mazzarello. Ebbene, dopo una vera quaresima di sofferenze, oggi mi posso dire guarita e posso usare il braccio abbastanza agevolmente. A loro affido ancora la soluzione di vari problemi della mia numerosa famiglia, figli e nipoti .

SONO UN ANTICO ALLIEVO DI DON CIMATTI

Sono un antico allievo di don Cimatti a Torino-Valsalice.

D'accordo con mia moglie ho messo sotto la sua protezione la nostra famiglia e tutti i nostri interessi, e più volte abbiamo constatato la sua presenza nel momento del bisogno. Oltre alla soluzione di certe difficoltà di indole economica, voglio segnalare un duplice intervento a favore di un mio nipotino. Una volta, per portare aiuto a un bambino che stava cadendo mentre giocava, mise a repentaglio la propria incolumità; ma su di lui vegliava Don Vincenzo Cimatti, e dopo pochi giorni di ansia tutto si risolse per il meglio. Un'altra volta toccò con una canna una conduttura elettrica e provocò un corto circuito che avrebbe potuto provocare gravi conseguenze. Invocammo l'aiuto di Don Cimatti, e non ci furono danni.

Saldano (Imperia)

Dr. Giovanni Orrigo

SONO DEBITRICE AL DON BOSCO DEL GIAPPONE

L'estate scorsa sono stata molto male in salute, e ho avuto due collassi in dieci giorni, per cui avrei dovuto essere ricoverata in clinica. In tali frangenti, invocai mons. Vincenzo Cimatti, già professore di mio padre a Torino-Valsalice, e dopo tre giorni i dolori cessarono rendendo inutile il ricovero. Sono debitrice al Don Bosco del Giappone, e di lui parlo sovente ai miei scolari e a coloro che avvicino.

Stradella (Pavia)

Augusta della Porta

Ravizza Maria (Castelnuovo Scrivia) che ha conosciuto personalmente Don Cimatti, lo ringrazia per tante grazie ricevute, e continua a pregarlo per altre grazie che ancora attende a favore della sua famiglia.

Ringraziano pure Don Vincenzo Cimatti: Buzzetti Celestina (Torino); Carabini Maria (Torino); Lupano Cecilio (Ivrea); Zanarini Guido (Modena).

RICORDANDO I FELICI ANNI TRASCORSI PRESSO I SALESIANI

Avevo un rene gravemente ammalato, e non c'era altra soluzione che procedere a un intervento. Ma i medici erano preoccupati, perché già tre anni fa avevo subito una grave e difficile operazione, e le mie condizioni generali.

Erano piuttosto difficili Proprio in quei giorni di dolorosa incertezza, una Suora di Maria Ausiliatrice alla quale ci eravamo rivolti per preghiere mi inviò un'immagine con reliquia del Servo di Dio Don Filippo Rinaldi, invitandoci a invocarlo con fiducia insieme con la Madonna Ausiliatrice, Don Bosco e gli altri Santi salesiani. lo intensificai la mia fede e la mia preghiera, ricordando anche i felici anni trascorsi come allievo presso i Salesiani a Milano. Affrontai con serenità l'operazione, e con gioia e soddisfazione mia, dei medici e di tutti i miei cari, tutto è riuscito bene, compreso il decorso postoperatorio. Voglio esprimere la mia profonda riconoscenza a Dio per mezzo di Don Rinaldi, promettendo di continuare a vivere da buon Cristiano come mi hanno insegnato i Figli di Don Bosco.

LEGGENDO IL BOLLETTINO APPRESI DI UNO STESSO CASO

Da molti anni soffrivo per varici alle gambe, aggravatesi ultimamente per una flebite. Il professore curante consigliò l'intervento chirurgico immediato. Ne fui sconvolta, perché non volevo operarmi a nessun costo. Leggendo il Bollettino appresi di una signora trovatasi nel mio stesso caso e guarita per le preghiere rivolte al Servo di Dio Don Filippo Rinaldi,lo feci altrettanto, pregando perché scongiurasse l'operazione. Intanto il professore aveva ordinato tutte le analisi per preparare l'intervento; ma il risultato fu che non era consigliabile, e perciò fu rimandato. Ma intanto sto molto meglio, non accuso più alcun dolore e cammino benissimo, come non accadeva più da tanto tempo.

Catania

Lina Failla

MISI SOTTO IL CUSCINO

L'IMMAGINE DEI DUE MARTIRI

Mia moglie era soggetta a continue emorragie, e nonostante le cure e un intervento in ospedale deperiva sempre di più. Grandi preoccupazioni ci affliggevano fino alla perdita della serenità familiare, e anche le nostre preghiere restavano inascoltate. In quelle circostanze ci pervenne il numero del Bollettino Salesiano che riportava in copertina le figure dei martiri salesiani mons. Luigi Versiglia e don Callisto Caravario. Li invocai con fede, e la notte stessa misi l'immagine dei due martiri sotto il cuscino di mia moglie. Ebbene, la mattina dopo cominciò un miglioramento che proseguì costantemente fino alla perfetta guarigione. Prego il Signore che voglia glorificare anche sulla terra i due cari martiri.

Nuoro Lettera firmata

HANNO PURE SEGNALATO GRAZIE

Accorsi Luciano - Aiello Ausilia - Andreani Giuliana - Andreis Angelica - Angeletti Artemisia - Baldassarre Anna Maria - Barisan Gabriella - Bassini Domenico - Basso Aristide - Battistella Paola - Benazzo Maddalena - Benefattrici di Ziano - Bertolino Maria - Bettloll Vittorio - Biscaldi Luigina - Bressan Maria - Bresciani Paola - Bruni Rosina - Bottino Margherita - Bruno Flora - Caldani Maria - Camerino Luigina - Camisassi Maria - Campagna Adele - Cardia Wanda - Carletta Grazia - Cason Amelia - Cava Maria - Cavallo Agata - Codurri Gino - Colli Maria - Colombo Bianca - Cretier Angelo - D'Accardi Antonina - D'Angelo Gaspare - De Martini Maria - De Nardo Maria - Di Giambattista Mario - Fabbro Assunta - Fabiani Marzia - Ferrante Anna - Filippi Ubaldo - Filippi Vincenza - Fisichella Paolo - Fochesato Aldo - Forlani Elvira - Formica Maria - Franchi Concetta - Franchini Marisa - Gagliardi Concetta - Gallo Maria R. - Garofano Romeo - Genco Gaspare - Ghioldi Antonio - Giancotti M. Rosaria - Gozzelino Emilia - Gramone Salvatore - Grasso Lina - Grisanti Rosarla - Guerra Melchiorre - Isnardi Margherita - Isone Boccioletti - Lanza Maria - La Vecchia Epifania - Lazzaro Francesco - Lisa Piera - Luca Antonino - Maggioll Anna - Magi Rosetta - Magro Emma - Maltese Francesca - Mantione Salvatore - Marano Lidia - Marcellino Cecilla - Mellini Lucrezia - Meriggi Olga - Miglioli Angelo - Mllone Emilia - Modica Lina - Molteni Candida - Montana Maria - Musco Raffaele - Naselli Serafina - Nervo Angloletta - Pedrali Dina - Pellegrini Andrea - Perrone Armando - Portagiola Agrippina - Portaluppi Luigia - Saetta Rosa - Saraniti Augusta - Semeria Luisa - Sf monetti Maria - Soresi Giovanna - Talice Giovanni - Tantillo Rosalba - Tasca Ida - Tolassi Ada - Torre Giuseppina - Trapani Carmela - Troncale Giuseppina - Varvello Mario - Vitale Angela - Vocino Lucia - Zacchia Maria - Zuccalà Liliana.

† Preghiamo per i nostri morti †

CORNA MARJ cooperatrice † Aglié (TO) a 78 anni

Lavorò indefessamente con spirito salesiano nella sua parrocchia. Era iscritta all'associazione Donne Cattoliche, all'Apostolato della Preghiera, amica dell'Università Cattolica, del Seminario, delegata per le missioni. Devotissima del Sacro Cuore di Gesù e di Maria Ausiliatrice, richiamava nella Famiglia Salesiana l'immagine di Margherita Occhiena, la santa mamma di Don Bosco.

DI BENEDETTO GIUSEPPE cooperatore † a Mazzarino (CL) a 81 anni

Una vita dedita alla famiglia, ricca di sei figli, dei quali curò con particolare impegno l'educazione religiosa. Di cuore buono e sincero, amò soprattutto l'onestà e si meritò dalla gente la stima di uomo giusto. Sempre calmo e sereno, dotato di grande umorismo, seppe irradiare attorno a sé soltanto la gioia e l'allegria. Ha creduto nel valore del lavoro, e quando per anzianità dovette lasciare la professione, si tenne sempre occupato: con la lettura (specie del Bollettino e di Famiglia Cristiana), e con lavoretti utili. Partecipava con entusiasmo alle iniziative parrocchiali, e come Cooperatore dette il suo aiuto alle opere salesiane specie negli anni difficili del dopoguerra. Era felice di aver dato il figlio primogenito alla Chiesa nella Congregazione salesiana. Amò la vita come una festa e lottò fino all'ultimo contro la morte, ma seppe essere docile alla volontà di Dio.

FALETTI MARIA ved. SUCCO cooperatrice † a Torre Can. (TO) a 74 anni

Cooperatrice convinta ed entusiasta, esprimeva il suo amore per Dio nella donazione gioiosa a quanti avevano bisogno del suo aiuto. Tra le consolazioni più belle che il Signore le concesse fu la vocazione della figlia Sr. Bianca tra le FMA. Il Signore l'ha preparata al suo incontro con una lunga infermità e tanta sofferenza, sopportata con vivo senso cristiano. La Madonna che tanto amava e pregava la portò con sé in Paradiso la mattina del 24 maggio.

LO NIGRO CAMILLO salesiano coadiutore † a Ragusa a 66 anni

Perse i genitori che era ancora ragazzo; fu messo in un collegio salesiano, e ivi sbocciò la sua vocazione. Vivacissimo, volenteroso, si perfezionò nell'arte di ebanista, e divenne ricercato per la sua competenza e la perfezione dei suoi lavori. Dimostrò pure doti non comuni nel campo della pittura, della scenografia, della decorazione e della modellazione dei busti dei nostri Santi, richiesti in tutta Italia. Ma ai giovani non offriva soltanto un modello di capacità tecniche e organizzative: offriva soprattutto un esempio di vita cristiana e salesiana; per cui soprattutto la casa di ragusa ne piange l'immatura scomparsa.

MARCHESI mons. ANGELO cooperatore † a Tortona a 67 anni

Fu per circa 30 anni parroco della Cattedrale di Tortona, e fu sempre grande amico e cooperatore dei salesiani, specialmente dell'Istituto delle FMA a cui dedicava in tutte le forme possibili la sua attività sacerdotale. Fece diventare testa del rione la festa di Maria Ausiliatrice, e diede impulso a quella di Don Bosco. L'attività caritativa e la catechesi furono gli aspetti più evidenti della sua vita apostolica. Fu esempio di bontà nel senso più ampio della parola, diede una chiara testimonianza di donazione sacerdotale fatta di ardore pastorale, di disinteresse per i beni terreni fino a privarsi del suo a beneficio delle attività parrocchiali. Più di quanto ha edificato materialmente (la casa parrocchiale, la Casa del Giovane) resta quanto ha edificato nello spirito di quanti l'hanno avvicinato.

MUSSONE sac. GIULIO salesiano † a Torino a 71 anni

Aveva attinto dalla sua terra aostana un temperamento forte, un profondo attaccamento al dovere e una fede robusta. Diventato salesiano, si distinse per laboriosità, spirito di sacrificio e di pietà e senso acuto dell'esattezza. Consacrò la vita alla scuola, e i suoi exalunni ricordano le sue lezioni esemplari per lucidità, e per la passione che vi metteva, ma soprattutto perché erano autentiche lezioni di vita. Fece la dura esperienza della guerra e del campo di concentramento. Ivi dimostrò ottime capacità organizzative, lottando perché i suoi compagni di sventura conservassero la loro dignità e non perdessero la speranza; riuscì anche a riportarne molti sulla strada della fede. Dopo la guerra ritornò all'insegnamento, e per ben 34 anni fu pure cappellano di un grande Istituto delle FMA, puntuale, instancabile, preparatissimo, fino alla morte.

PAGANINI sac. GIOVANNI salesiano † a Como a 69 anni

Iniziò la vita religiosa come coadiutore, frequentando il magistero professionale e lavorando in vari laboratori e uffici; fu anche direttore amministrativo alla Poliglotta Vaticana e dell'Osservatore Romano. Intanto sentiva sempre più forte il richiamo a una maggiore donazione al Signore nel sacerdozio, e maturò la risposta a questa chiamata con l'ordinazione sacerdotale ricevuta nel 1949. Fu per molti anni direttore di opere salesiane, tra l'altro per otto anni a San Mauro Torinese tra i figli orfani dei carabinieri, di cui seppe essere padre amato e indimenticato. Nel Salesianum di Como dette l'apporto essenziale della sua carica umana e del suo profondo spirito religioso. Fu animatore liturgico di grande sensibilità, sapendo condurre a Dio perché lui stesso era decisamente orientato a Dio.

PASIN ANNA in CAROLLO

† a Carrè (Vicenza) a 86 anni

Diede alla Chiesa e a Don Bosco tutti i suoi quattro figli maschi: il coadiutore Giulio, morto tragicamente nelle acque del fiume Upano (Macas, Ecuador) nel 1943; don Luigi e don Giuseppe missionari nell'Ecuador; don Mario residente a Napoli. Visse la sua lunga vita con fede profonda, offrendo le sue preghiere e tutta la sua vita per la perseveranza dei figli e per l'efficacia del loro apostolato. Mori assistita dai tre figli sacerdoti, ripetendo fino all'ultimo: Che Gesù mi apra la porta!

PETRUCCELLI sac. PIO POMPEO salesiano

† a Cerignola (FG) a 73 anni

Diventato salesiano, dedicò la vita all'insegnamento e alla formazione religiosa e disciplinare dei giovani. I suoi alunni ne ricordano la bella figura di sacerdote, di insegnante e di maestro di musica. Le sue ore di scuola erano apprezzate per chiarezza, metodo e creatività; insegnava con gusto canti liturgici e ricreativi; sapeva unire la familiarità della conversazione durante le ricreazioni alla serietà dell'impegno quando suonava la campana. L'elogio più bello gliel'ha fatto un compaesano: Don Pompeo è nato sacerdote .

QUAGLIA LODOVICA In CERATO cooperatrice † a Castagnole Piem.te a 49 anni

Era una donna piena di vita e sempre allegra, perciò si attirava la simpatia di quanti la conoscevano e collaboravano con lei a vantaggio delle opere salesiane. Una inesorabile malattia ne minò il fisico, e la ricondusse alla Casa del Padre dopo dure sofferenze che ne purificarono lo spirito.

SERAFINO GRAZIA ved. MONTALBANO cooperatrice † a Camporeale (PA) a 65 anni

Si era spiritualmente legata a Don Bosco e ai salesiani cooperando con essi all'animazione dei Centro Sociale del suo paese. Educò affettuosamente i figli al santo timor di Dio; amò tanto Maria Ausiliatrice, da cui ottenne la forza per sostenere le ultime dolorose prove della vita. Conservò fino all'ultimo la serenità interiore, che diffondeva attorno a sé, pienamente rassegnata alla volontà di Dio.

SUFFI DOMENICO cooperatore † a Carpiano (NO) a 69 anni

Di famiglia contadina, fece una lunga e dura esperienza di guerra prima in Etiopia dal 1933 al 1936 e poi nella seconda mondiale, dal 1940 al 1946. Rilasciato dalla prigionia e non potendo ritornare al paese di origine (Orsera di Pola), fece venire in Italia moglie e figli. Uno di essi, Nicolò, gli diede la gioia di diventare sacerdote salesiano. Poi ricominciò la sua vita da capo, lavorando generosamente per IL famiglia. A chi gli chiedeva cosa provasse nel trovarsi lontano dai familiari sparsi per tutto il mondo, rispondeva:  Ci ritroveremo tutti in Cielo.

TIRENDI sac. GIUSEPPE cooperatore

† a Maletto (CT) a 69 anni

Sacerdote esemplare, parroco zelante, cooperatore e decurione per moltissimi anni, si imponeva per la sua caratteristica paziente bontà, al di sopra di ogni controversia e delle croci di cui la sua vita fu cosparsa. Ebbe un fratello salesiano coadiutore, già in Paradiso, e un altro, don Vincenzo, parroco a Carraba. Indice di una famiglia benedetta da Dio con quelle vocazioni di cui egli, come tutti, soffriva la penosa carenza.

ZAMPESE sac. DAVIDE salesiano

† a Bardolino (VR) a 73 anni

Crebbe in una famiglia ricca di figli (tredici, lui era l'ottavo!) e di fede, e si orientò verso la vita salesiana perché la trovò piacevolissima in tutto. E divenne un religioso esemplare, tutto dedito all'educazione dei giovani.

Possedeva per questo capacità non comuni: la parola facile e attraente, l'abilità nel gioco, nella musica... E accettò in spirito di fiduciosa obbedienza anche gli incarichi più difficili. Fu direttore per 26 anni, e seppe guidare i confratelli più con l'esempio che con la parola: con osservanza, pietà, laboriosità, e disponibile bontà verso chiunque avesse bisogno. Fu duramente provato anche dalla malattia, che seppe accettare come mezzo di purificazione e di redenzione.

Altri Cooperatori defunti

Campodonico cav. rag. Paolo † Genova a 82 anni

Prato Giovanna ved. Canale

Simcictt Berta ved. Soldati t Genova a 78 anni

Soldati Alberto † Genova a 78 anni

Zatteroni Maria

Solidarietà missionaria

Borse di studio per giovani missionari salesiani pervenute alla Direzione Generale Opere Don Bosco

Borsa: Maria Ausiliatrice e S. Giovanni Bosco, per grazia ricevuta dal marito, a cura di A.F., Caserta L. 500.000

Borsa: Maria Ausiliatrice e Santi Salealani, implorando una grazia e protezione per la famiglia, a cura di Armone Dr. Gaetano, Casteltermini (AG) L. 500.000

Borsa: Maria Ausiliatrice e Don Bosco, in suffragio di Don Paolino Pillitteri e familiari di Sutera, a cura dei fratelli L. 500.000

Borsa: In memoria e suffragio di Carlo Alberto Giordano, Ispettore scolastico, a cura del fratello Don Antonio, Salesiano e dei familiari L. 300.000

Borsa: Maria Ausiliatrice e S. Giovanni Bosco, in suffragio di Don Paolo Gerli, a cura di Ferii Anita, Venezia L. 150.000

Borsa: Don Rua, per grazie ricevute e in suffragio di anime del purgatorio, a cura di Giannoni Giovanna, Ponzano Sup. (SP) L. 150.000

Borsa: Maria Ausiliatrice e Santi Salesiani, in memoria e suffragio di Don Teresio La Manna, a cura delle V.D.B. di Torino L. 135.000

Borsa: Gesù Sacramentato, Maria Ausiliatrice e Don Bosco, per grazie ricevute e implorando lunga protezione per i genitori, a cura di Musuraca Floria, Placanica (RC) L. 100.000

Borsa: Maria Ausiliatrice e S. Giovanni Bosco, in memoria di Vittor Vittorio, a cura degli amici L. 100.000

Borsa: S. Giorgio, in memoria e suffragio di Rosso Lorenzo, a cura di Rosso Rita, Cavallermaggiore (CN) L. 100.000

Borsa: Maria Ausiliatrice e S. Giovanni Bosco, in ringraziamento, a cura di Federica e Alessandra L. 100.000

Borsa: Sacro Cuore di Gesù e Maria Ausiliatrice, invocando grazia e protezione perla famiglia, a cura di A.E. L. 100.000

Borsa: S. Giovanni Bosco, a cura di A.L.B., Torino L. 100.000

Borsa: Maria Ausiliatrice e S. Giovanni Bosco, in suffragio dei miei genitori Vincenzo e Maria Rosa, a cura di Restuccia Caterina, Vibo Valentia (CZ) L. 100.000

Borsa: Maria Ausiliatrice e S. Giovanni Bosco, in memoria di Franco e per intenzioni particolari, a cura di Modugno Sorelle, Bologna L. 100.000

Borsa: Beato M. Rua, in suffragio di papà Giuseppe e mamma Gina, a cura di Zavarise Rosa e Maria, Biadene (TV) L. 100.000

Borsa: Don Bosco, proteggi tutta la nostra famiglia, a cura di Zanon Giuseppe, Vicenza L. 100.000

Borsa: «Anno del Fanciullo» a cura di Don Sitzia, Salesiano L. 100.000

Borsa: Maria Ausiliatrice, in ringraziamento e invocando protezione sui miei cari, a cura di Migliavacca Pietro, Trecate (NO) L. 100.000

Borsa: Don F. Rinaldi, in ringraziamento, a cura di Lanaro Virginia, Schio (VI) L. 100.000

Borsa: Maria Ausiliatrice e S. Giovanni Bosco, in memoria di Mazzucco Maria e Roggero Margherita, a cura di Giusio Piero, (AT) L. 100.000

Borsa: Maria Ausiliatrice, in memoria e suffragio di Don M. Leder, a cura Allievi Scuola Media D. Bosco, Faenza (RA) L. 100.000

Borsa: Don Bosco, a cura di Francesca e Alessandro Verna L. 100.000

Borsa: Giovanni XXIII, per impetrare grazie, a cura della Parrocchia S. Paolo, Cagliari L. 100.000

Borsa: S. Bartolomeo, in suffragio dei familiari defunti e invocando protezione egrazie, a cura di Salis Antonina L. 100.000

Borsa: Maria Ausiliatrice, in memoria e suffragio della moglie Clelia Arrobio, a cura di Perinciolo Vito, Rosignano (AL) L. 70.000

Borsa: S. Giovanni Bosco, nel giorno di sua festa, in suffragio del papà e invocando protezione, a cura di Dal Pane Adriana, Faenza (RA) L. 60.000

Borsa: Maria Ausiliatrice e S. Giovanni Bosco, invocando protezione sulla famiglia, a cura di Sciutto M. Silvia, Torriglia (GE) L. 60.000

Borsa: Maria Ausiliatrice e Don Bosco, supplicando intercessione per grande grazia, a cura di Salvata Oliva, Uscio (GE) L.60.000

Borsa: Maria Ausiliatrice e Don Bosco, in memoria dell'ex-allievo Robortella Giovanni, a cura della moglie e dei figli L. 60.000

Borsa: Maria Ausiliatrice e Don Bosco, a suffragio defunti e invocando protezione per persona inferma, a cura di Alessandra Maria, Bra (CN) L. 60.000

Borsa: Maria Ausiliatrice e S. Giovanni Bosco, a suffragio defunti e invocando protezione, a cura di Bramati Luigia, Monza (MI)

Borsa: In memoria di M. Maddalena Seivini, a cura di Gilardoni Angela, Milano

Borsa: Don Bosco, in suffragio di Maria Rossotto, a cura di Cagnazzi Aldo e C.

Borsa: S. Giovanni Bosco, in suffragio dei genitori, a cura di A.C.M., Torino

Borsa: In suffragio di Gonella Felicina ved. Martini, a cura di Martini Giulia, Torino

Borsa: Maria Ausiliatrice e S. Giovanni Bosco, a cura di Siletti M. Santa

Borsa: Maria Ausiliatrice e Don Bosco, a cura di P.C., Torino

Borsa: Maria Ausiliatrice e S. Giovanni Bosco, in suffragio di mamma e papà, a cura di N. N., Chiari (TO)

Borsa: Maria Ausiliatrice e S. Giovanni Bosco, per grazia ricevuta, a cura di N.N., Chiari

Borsa: Maria Ausiliatrice e Don Bosco, a cura di Fam. Grossetti, Torino

Borsa: Don Bosco, a cura del Cooperatore Regano Antonio del giorno del 92' Compleanno: 31 gennaio 1888 - 1980

Borsa: In suffragio dell'ex allievo Trabbio Pio, a cura della Famiglia

Borsa: Maria Ausiliatrice e Don Bosco, invocando protezione sui miei figli, a cura di Merlin Carmela, Verona

Borsa: Maria Ausiliatrice e S. Giovanni Bosco, in suffragio del Marito e invocando importante grazia, a cura di Nobili Rosina, Vetto d'Enza (RE)

Borsa: Santi Salesiani, ringraziando e invocando protezione sulla famiglia, a cura di Ciusa Ester, Nuoro

Borsa: Maria Ausiliatrice, Santi Salesiani, per ringraziamento, a cura di Tassi Gabriella, Gera d'Adda (BG)

Borsa: Maria Ausiliatrice, a cura di Becchi Giorgio, Torino

Borsa: In memoria di Limongi Fortuna, a cura della sorella Cabiria

Borsa: Maria Ausiliatrice, in memoria e suffragio del marito Pasquale, a cura di Improta P. Rita, Napoli

Borsa: Gesù Sacramentato, Maria Ausiliatrice, S. Giovanni Bosco, invocando protezione sui miei figli, a cura di Bifulco Gregorio, Ottaviano (NA)

Borsa: Gesù Sacramentato, Maria Ausiliatrice, Don Bosco, a suffragio nostri defunti, a cura di Bifulco Gregorio e Eleonora.

Borsa: Maria Ausiliatrice, in memoria di Reboulaz Romano, a cura di Reboulaz Sofia, Chàtillon (AO)

Borsa: S. Domenico Savio, aiutaci nelle nostre malattie e prega per noi, a cura dei Coniugi Miceli

Borsa: Maria Ausiliatrice e S. Giovanni Bosco, in suffragio e memoria di Agostino, a cura della famiglia Sgorbiati

Borsa: S. Giovanni Bosco, per grazia ricevuta e implorando benedizione, a cura di Lanari Giuseppina, Pasian di Prato (UD)

Borsa: Maria Ausiliatrice e S. Giovanni Bosco, invocando protezione sulla famiglia, a cura di N.N., Roma

Borsa: Maria Ausiliatrice, chiedendo protezione per i figli, a cura di Inzalaco Rosalia, Castrofilippo (AG)

Borsa: S. Giovanni Bosco, in ricordo dei defunti genitori, a cura di N.N.,

Cremona

Borsa: Maria Ausiliatrice, in ricordo dei genitori, a cura di N.N., Cremona

Borsa: Maria Ausiliatrice e Santi Salesiani, impetrando grazia per mia sorella Francesca, a cura di Rinaldis Lina, Rimini (FO)

Borsa: S. Domenico Savio, ringraziando per la nascita di Davide Domenico, a cura di Giudici Luigi, Saroinno (Va)

Borsa: Maria Ausiliatrice, Don Bosco, S. Domenico Savio, in ringraziamento, a cura di Oggero Luigi, Torino

Borsa: Maria Ausiliatrice e S. Giovanni Bosco, in riconoscenza e a suffragio dei defunti, a cura di Cusa Gemma, Isolella (VC)

Borsa: Maria Ausiliatrice e Santi Salesiani, a protezione dei familiari e a suffragio dei defunti, a cura di Tonasso Mario, Lugagnana di P.

Borsa: In memoria e suffragio di Zenoni Martino, a cura di Pezzoli Petronilla, Lette (BG)

Borsa: Maria Ausiliatrice e S. Giovanni Bosco, per grazia ricevuta, a cura di Cocco Veneranda, Lanusei (NU)

Borsa: Don Bosco, implorando grazie, a cura di Moi Mario, Roma

Borsa: Maria Ausiliatrice, Don Bosco, Domenico Savio, a cura di Francesco Scafati

Borsa: Maria Ausiliatrice, per grazia ricevuta e invocando protezione sui miei cari, a cura di Mellano M. Grazia, Venaria (TO)

Borsa: Maria Ausiliatrice e Santi Salesiani, per riconoscenza e invocando aiuto, a cura di Rebora Pia, Genova

Borsa: Don Bosco, a cura di Boraffa Maria, Gualdo Cattaneo (PG) Borsa: S. Giovanni Bosco, proteggi me e la mia gente, a cura di C.B.M., Tirano

Borsa: Maria Ausiliatrice e S. Giovanni Bosco, a cura di Calza Angelo, Cizzolo (MN)

Borsa: Maria Ausiliatrice, Mons. Vincenzo Cimatti, per ottenere una grazia, a cura di Randi Luisa, Faenza (RA)

Borsa: Maria Ausiliatrice, chiedendo preghiere, a cura di Farisano Maria, Sanremo

Borsa: Maria Ausiliatrice, Santi Salesiani, in suffragio dei miei defunti, a cura di Bazzini Rina, Broni (PV).