Bollettino Salesiano

ANNO XCIX. N.9   1o MAGGIO 1975

Io ti darò una Maestra

Perché tanti cristiani e anche religiosi, sotto il pretesto talora di una religione « più pura » lasciano ormai Maria nell'ombra? I l Vaticano Il ha scritto sulla Vergine Maria un ammirabile capitolo, ed i cristiani vi sono invitati ad una « vera devozione» verso la loro Madre e Modello.

Io vorrei ricordare a questi cristiani e religiosi una voce molto semplice; quella di un laico la cui fede vigorosa aveva percepito, molto prima del Concilio, il posto unico di Maria nella storia della salvezza, e la necessità per i cristiani di contemplarla e pregarla.

« E la Santa Vergine, la preghi tu la Santa Vergine ? La preghi come è necessario ? Ella è nostra Madre, è chiaro, ella è la Madre del genere umano, la nuova Eva. Ma ella è anche sua figlia. Il mondo antico, il mondo doloroso, il mondo prima della grazia l'ha cullata lungo tempo sul suo cuore desolato... Per secoli e secoli esso ha protetto con le sue vecchie mani, cariche di delitti, la piccola figlia meravigliosa, di cui non sapeva nemmeno il nome. Una piccola figlia questa regina degli angeli ? E così è rimasta, non dimenticarlo!...

La Vergine era l'innocenza. Renditi conto di ciò che noi siamo per lei, noi, la razza umana ! Oh, naturalmente ella detesta il peccato, ma infine essa non ne ha nessuna esperienza, questa esperienza che non è mancata ai piú grandi santi, anche al Santo di Assisi, per quanto serafico egli sia. Lo sguardo della Vergine è il solo sguardo di bambino che si sia mai levato sulla nostra onta e sulla nostra sventura. Sì, mio piccino, per pregarla bene, bisogna sentire su di sè questo sguardo, che è quello della tenera compassione, della sorpresa dolorosa, di un non so quale sentimento ancora inesprimibile, che la fa piú giovane del peccato, piú giovane della razza dalla quale essa è venuta e piú che Madre, Madre delle grazie, la piú giovane del genere umano» (Bernanos, Diario di un curato di campagna).

Per pregare bene Maria, i membri della Famiglia Salesiana devono ritrovare lo sguardo che essa rivolge loro.

Maria e l'originalità della vocazione salesiana

Ma per i Figli di Don Bosco non basta « pregare bene Maria ». L'originalità della vocazione salesiana viene dal suo scopo, che è l'educazione umana e cristiana dei giovani, soprattutto dei più poveri: bisogna aiutare questi giovani a diventare uomini e uomini figli di Dio in Gesù Cristo. Ora, la Vergine Maria ha in questa opera un compito speciale.

Non voglio fare o rifare la storia del posto di Maria nella vita, nell'anima e nell'opera di Don Bosco, nella nascita e nello sviluppo della Congregazione Salesiana. Io vorrei solo rilevare che una serie d'indizi storici e le dichiarazioni formali di Don Bosco permettono di affermare l'intervento particolare di Maria alla origine della vocazione stessa di Don Bosco educatore e all'origine della Famiglia Salesiana.

È Dio nostro Padre e Cristo Signore che hanno chiamato Don Bosco e suscitato la Congregazione Salesiana nella Chiesa per la salvezza della gioventù moderna; è sicuro. Ma essi hanno chiamato, voluto, attuato mediante la Santa Vergine Maria, col suo intervento positivo, preciso, continuo. Nel sogno decisivo di Don Bosco a 9 anni, Cristo maestoso dice al ragazzo scoraggiato davanti al compito, che gli è affidato: «Io ti darò una Maestra, molto saggia, senza la quale ogni sapienza diventa stoltezza ». La Signora annunziata appare allora risplendente, ed è alla sua presenza che le bestie feroci si cambiano in mansueti agnelli. La Vergine buona Pastorella assiste Don Bosco, buon pastore di un immenso gregge di giovani: questa è l'immagine fondamentale, sotto la quale appare Maria nella vita e nell'opera di Don Bosco. Essa esprime già ciò che l'apostolo infaticabile confesserà alla sera della vita: « È lei che ha sempre lavorato. Tra le sue mani, Don Bosco non è stato che un povero strumento. Noi le dobbiamo tutto ».

Questo merita la nostra più grande attenzione. Nell'opera salesiana, il posto di Maria non è solo un felice superfluo. Essa non è neppure il fatto di una libera preferenza di Don Bosco. È vero il contrario: Maria si è presentata per prima. Essa, mandata da suo Figlio, ha preso l'iniziativa di scegliere Don Bosco e di fondare per mezzo suo l'opera salesiana, che è opera Sua, «affare Suo », per sempre. In questo essa non ha fatto altro che manifestare uno degli aspetti del suo u cio materno universale. Maria data come maestra di sapienza a Giovanni Bosco, prete, educatore, vuol dire che essa si è per prima commossa nel suo cuore di madre davanti a tutti questi adolescenti abbandonati, i Suoi figli e che ha fatto scendere nel cuore di questo prete la sua inquietudine e compassione. Sembra capitale per i Salesiani riconoscere che Don Bosco nella sua vocazione e missione si è sempre considerato delegato di Maria presso i giovani. Da ciò, la straordinaria esperienza di « vita mariana », che ha fatto questo prete educatore, per il quale Maria fu sempre una persona intensamente vivente e presente!

Questa prospettiva chiarisce i due titoli precisi sotto i quali, in coerenza con i fatti storici e con la sua esperienza ecclesiale e spirituale, Don Bosco è giunto a invocare questa celeste Pastorella: la Vergine Immacolata e Ausiliatrice. Qui ancora, essa ha preso l'iniziativa: si è presentata, oserei dire che si è imposta al nostro padre come la Vergine purissima e poi come la Regina tutta soccorrevole. Sono questi come i due lineamenti maggiori del volto di Colei, che manda Don Bosco ed i Salesiani ai giovani. Ed è sicuro che tali lineamenti interessano da una parte la vita religiosa apostolica dei Salesiani e d'altra parte il cammino degli stessi giovani verso la loro statura di uomini e di figli di Dio.

La Madonna dei Salesiani

L'Immacolata Ausiliatrice è la Madonna dei Salesiani. Come Immacolata li porta alla totale disponibilità alla loro missione di educatori, che, come ho già detto, è una missione paterna. Perché Maria è stata questa prodigiosa eccezione di purità e di apertura a Dio ? Perché doveva essere e perché potesse essere più interamente e più squisitamente Madre di Dio e degli uomini nella perfetta coerenza di tutte le sue forze fisiche e spirituali. Perché il Salesiano deve essere particolarmente puro ? Perché dev'essere padre secondo le dure esigenze della paternità spirituale verso i giovani. La sua purezza lo mette in accordo con l'amore di Maria, che lo manda ai giovani più poveri; lo fa andar d'accordo con la sua missione, disponendolo ad essere «puramente e semplicemente» a loro servizio. Mette nel suo cuore una vigilanza ed una tenerezza « mariali », ossia materne, che tendono a suscitare nei giovani l'apertura a Gesù Cristo e lo spirito dei figli di Dio.

Come Ausiliatrice, Maria conduce i Salesiani nel combattimento della fede e nel servizio della Chiesa. Non è cosa facile essere figli di Dio, né aiutare gli altri ad esserlo, soprattutto in un'epoca e in un mondo in piena mutazione. Ci vuole la conversione, la lotta contro il male multiforme e contro ogni sorta di nemico interno ed esterno, la fedeltà lucida e tenace. Ci vuole anche spirito ecclesiale, perché si è figli insieme, nella solidarietà di una famiglia visibile, il Popolo di Dio, che compie penosamente il suo pellegrinaggio terreno verso la Terra promessa. Maria Ausiliatrice preserva i Salesiani dall'illusione della facilità, pur ispirando loro un inesauribile ottimismo. Perché essa è là, sempre, per soccorrere e per dare confidenza nella vittoria contro il male. In breve, il vero salesiano impara da Maria a situarsi nel seno di una Chiesa, che lotta e spera.

La Madonna degli adolescenti

La Immacolata Ausiliatrice è anche la Madonna degli adolescenti. Don Bosco ha capito che la Vergine Madre che lo mandava ai giovani doveva essere manifestata sia agli educati che agli educatori: la sua presenza intima è un richiamo ad una forza per la loro educazione di uomini e di figli di Dio. Ma è sicuro che i malintesi qui sono possibili. Vi è una falsa Immacolata: quella che si mostrasse ai giovani come una Bellezza lontana e come una Santità modellata e costituita da Dio, senza che la privilegiata debba intervenire. E c'è una falsa Ausiliatrice: quella che si mostrasse come una madre dominatrice, troppo invadente, che dà soggezione al giovane nel suo sforzo di uscire dall'infanzia.

La vera Madonna di Don Bosco è invece «la Madonna dell'impegno ». É quella che è impegnata essa stessa per prima: se la purezza significa anzitutto disponibilità, l'Immacolata è una ragazza di i6 oppure di 17 anni, che, nel momento della sua annunciazione, ha detto sì alla sua vocazione con la più totale libertà, rompendola con le sue sicurezze, impegnando tutto il suo essere, rischiando, di un colpo, tutto il suo avvenire. Come Ausiliatrice, ella induce i giovani a prendere le loro responsabilità di uomini e di figli di Dio, nel duro sforzo quotidiano, per il servizio della Chiesa che lotta. Si tratta di condurre alla vittoria non più una flotta di navi papali né squadroni di soldati cristiani, ma degli spiriti tentati dal dubbio, dei cuori vacillanti per la sfiducia, delle volontà fragili davanti all'attrattiva del male o troppo passive di fronte alle difficoltà del bene, alle ingiustizie ed agli Scandali del mondo. Felice l'adolescente che, sul suo cammino, incontra tale Educatrice: egli impara da lei a conquistare la sua libertà, per forgiarla nella fede, al servizio di Dio e degli altri.

Ho iniziato con una citazione di Bernanos. Concluderò con una parola di Claudel. Il grande poeta domandò un giorno al grande comico Jean-Luis Barrault: - Cosa fai, quando sei al corto di ispirazione?

- Non saprei... Rifletto... Mi metto le mani nei capelli...

- Ebbene, io vado a pregare la Santa Vergine. È un buon gioco. Mi è sempre riuscito!

In questa epoca di ricerca, i Salesiani hanno bisogno di molta ispirazione... Che essi non dimentichino il « buon gioco » di Claudel. Don Bosco è dello stesso parere del poeta.

GIUSEPPE AUBRY (rid. di T. Bosco)

Educhiamo come Don Bosco

Insegnategli il ROSARIO

Durante la notte del 6 dicembre 1876 Don Bosco ebbe uno dei suoi sogni più fascinosi. Don Bosco li chiama « sogni », ma in realtà erano « carismi profetici ». Nel sogno gli venne incontro l'adolescente santo, Domenico Savio. Era estremamente bello. Fece vedere a Don Bosco un lampeggiamento di Paradiso, un fioco barlume della Città Celeste, della Gerusalemme Nuova, il cui «progettista e costruttore - dice la Lettera agli Ebrei nel capitolo 11 - è Dio stesso». A un tratto Domenico Savio mostrò a Don Bosco un magnifico mazzo di fiori, che teneva fra le mani. Vi erano rose, viole, girasoli, genziane, gigli, semprevive e, in mezzo ai fiori, spighe di grano.

« Me lo porse - raccontò Don Bosco - e mi disse:

- Osserva !

- Vedo... ma non capisco niente - risposi.

- Questo mazzolino presentalo ai tuoi ragazzi, perché possano offrirlo al Signore; fa' che tutti l'abbiano, che nessuno ne resti privo e che nessuno lo perda. Con questo mazzo, sta' sicuro che ne avranno abbastanza per essere felici.

- Ma che cosa significa questo mazzo di fiori ?

- Prendi la teologia - mi rispose, - essa te ne darà la spiegazione. - Ma la teologia l'ho studiata e non saprei come ricavare da essa ciò che tu mi presenti.

- Sei obbligato a sapere queste cose. - Dammi, ti prego, la spiegazione.

- Vedi questi fiori? Rappresentano le virtù che più piacciono al Signore. - E quali sono?

Domenico Savio, sfilando a uno a uno quei fiori.

- La rosa è simbolo della carità; la viola, dell'umiltà; il girasole, dell'obbedienza; la genziana, della penitenza e della mortificazione; le spighe, della comunione frequente; il giglio indica quella bella virtù di cui sta scritto: "Erunt sicut angeli Dei in caelo"" (saranno come gli Angeli di Dio in cielo), cioè la castità. E la sempreviva significa che tutte queste virtù devono durare sempre: significa cioè la perseveranza.

- Orbene, mio caro Domenico - gli domandai, - dimmi: tu che hai praticato queste virtù in vita, quale cosa ti consolò di più in punto di morte? - Prova a indovinare - mi ribatté Domenico Savio.

- Forse l'aver conservato la bella virtù della purezza?

- No, non è questo solo.

- Forse la coscienza tranquilla?

- È già una buona cosa, ma non è la migliore.

- La speranza del Paradiso - Neppure.

- L'aver fatto tesoro di molte opere buone?

- No, no.

- Quale dunque fu il tuo conforto in quell'ultima ora?

Glielo chiesi con aria supplichevole, imbarazzato di non riuscire a indovinare il suo pensiero.

E Domenico Savio:

- Ecco: ciò che mi confortò di più in punto di morte fu l'assistenza, cioè la presenza accanto a me della potente e amabile Madre di Dio. Dillo ai tuoi ragazzi: che non si dimentichino di pregare la Madonna finché sono in vita ».

Una cosa a cui Don Bosco teneva molto, nell'educare i suoi ragazzi ad amare la Madonna, è il Rosario. Dice il suo biografo: «Il Rosario era per Don Bosco una pratica necessaria per ben vivere, quanto il pane quotidiano per mantenersi in forze». E al conte di Cavour che gli obiettava la monotonia e la difficoltà di tale preghiera per i giovani, Don Bosco rispondeva: « lo ci sto molto a tale pratica; sul Rosario è fondata la mia istituzione. Rinunzierei alla sua preziosa amicizia, signor Conte, ma non mai alla recita del Rosario».

Il Santo Padre Paolo VI nella stupenda lettera esortatoria « Marialis Cultus» parla del Rosario tra i giovani e ribadisce in pieno il pensiero genuino di Don Bosco: «Va raccomandato soprattutto tra i giovani l'inserimento della meditazione dei misteri e la ripetizione litanica dell'Ave Maria nello schema della Celebrazione della Parola di Dio. La lettura di testi biblici, l'omelia, le pause di silenzio, il canto arricchiscono il Rosario». E aggiunge: «Il Rosario ha un'indole comunitaria, si nutre della Sacra Scrittura e gravita intorno al mistero di Cristo. La meditazione dei misteri del Rosario, rendendo familiari alla mente e al cuore dei giovani i misteri del Cristo, può costituire un'ottima preparazione alla celebrazione liturgica della Messa e diventarne poi un'eco prolungata».

Don Bosco, con un sorriso di luce negli occhi, diceva ai suoi ragazzi e lo ripeté per tutta la vita: « Recitate il Rosario, almeno cinquanta Ave Maria, cioé una corona o una terza parte. Vi assicuro che la grazia di Dio e la protezione della Madonna vi recheranno infallibilmente aiuto». E per spronarli maggiormente lanciava questa freccia di luce: «Il Rosario è un'arma che dà vittoria non solo agli individui, ma anche alla Chiesa ». Diceva Chesterton, uno dei più grandi scrittori inglesi: «Varrebbe la pena digiunare quaranta giorni per sentir cantare il primo merlo nell'anno nuovo. Volentieri si passerebbe attraverso il fuoco per vedere sorgere una primavera. Che cosa si darebbe per sentire un ragazzo modulare col cuore un'Ave Maria alla sua Mamma del cielo?».

CARLO DE AMBROGIO

Don Bosco nei paesi di lingua tedesca

Come fu conosciuto Don Bosco, e come si sviluppò l'Opera Salesiana in Germania, Austria e Svizzera di lingua tedesca? Partendo da questi interrogativi, il salesiano D. Biagio Rubino ha portato a termine, sulla base di ricerche effettuate in Germania e negli archivi della Congregazione, un importante studio in lingua tedesca. Il lavoro ha avuto negli ambienti tedeschi riconoscimenti ed apprezzamenti.

Egli stesso, in queste pagine, delinea in condensato gli aspetti principali della sua ricerca.

Don Bosco non si recò mai in ambienti tedeschi per far conoscere la sua opera, come invece si recò in Francia e in Spagna. La cronaca registra una sua breve visita a Frohsdorf presso Vienna per confortare l'aspirante al trono di Francia, il conte Enrico di Chambord, gravemente ammalato.

In seguito alla benedizione del Santo, il conte guarì perfettamente. Don Bosco tuttavia si era mostrato assai riluttante a intraprendere quel viaggio, e lo accettò solo per le incessanti pressioni e le allarmanti notizie sullo stato dell'infermo. In quella circostanza, Don Bosco si espresse in francese; tuttavia, incontrato un gruppo di ragazzini, ignari di quella lingua, si intrattenne con loro amabilmente in tedesco. Chiaramente Don Bosco intuiva l'importanza delle lingue, e approfittava di qualche momento libero per approfondire le sue cognizioni.

L'opera di Don Bosco a Torino diviene, nella seconda metà dell'800, un centro di interesse pedagogico. Ben presto le sue fondazioni si diffondono oltre i confini del Piemonte e d'Italia: dapprima in Francia (1875), poi in Spagna (1881); seguono (1887) il Belgio e l'Inghilterra.

È dalla Francia che si irradia principalmente la fama di Don Bosco verso la Germania, attraverso opuscoli e piccole biografie.

L'ambiente cattolico tedesco, soprattutto parroci e insegnanti, dimostrano un enorme interesse ai metodi dell'Educatore torinese.

I «Don Bosco-Zirkel »

Nel decennio 1875-85 si vanno diffondendo tra gli insegnanti cattolici i così detti «Don Bosco-Zirkel » (i circoli Don Bosco), dove i membri si propongono di studiare e attuare nel loro ambiente i metodi di Don Bosco. Alcuni, come Auer e Mehler, noti educatori, si recheranno anche a Torino per averne una conoscenza diretta. Il Mehler dimorò ben 15 giorni nell'oratorio di Torino; voleva rendersi conto del sistema di educazione ivi adottato.

Ritornando in patria, ebbe da Don Bosco la sollecitazione a far conoscere la sua opera in tutta la Germania e la formale autorizzazione a tradurre e pubblicare i suoi scritti e metodi educativi. Infatti al Congresso di Miinster del 1885, il Mehler parlerà ben due volte ai 5000 congressisti, rappresentati dei cattolici tedeschi, del « grande educatore e apostolo della gioventù operaia». E tale fu l'ammirazione, che il Congresso al termine voterà all'unanimità la risoluzione di fondare opere per giovani poveri, e dirigerli secondo lo spirito di Don Bosco.

Il Mehler sarà in seguito instancabile nel diffondere con numerose pubblicazioni il metodo e l'opera educativa del Santo.

Già cinque anni prima della sua morte (1888) troviamo biografie di Don Bosco in lingua tedesca: sono in genere traduzioni dal francese, come quella del D'Espiney e del Du Bois.

Col 1888 Don Bosco entra ufficialmente nella letteratura scientificopedagogica tedesca: il Kellner gli dedica infatti un capitolo nella sua famosa « Storia dell'educazione », definendolo « la più notevole personalità contemporanea nel campo dell'educazione e dell'istruzione ».

Nell'ambiente politico non si può dire che Don Bosco sia passato inosservato anche oltr'Alpe. Ben sappiamo quanto si sia prodigato per ristabilire i buoni rapporti tra Stato e Chiesa: un Kissinger d'altri tempi. E quanto successo avessero i suoi buoni uffici, lo prova l'intervento del cancelliere Bismark, che in nome del suo Imperatore telegrafava nel 1874 al ministro Vigliani a Torino per dissuaderlo dall'accettare la mediazione di questo prete. A Bismark premeva infatti un accordo diretto con uno Stato Piemontese in opposizione a quello Pontificio.

Lo spirito e l'opera di Don Bosco si diffondono

Fra le cause che contribuiranno efficacemente a far crescere l'influsso di Don Bosco in questi paesi sono da citare la pubblicazione del Bollettino Salesiano e l'opera dei Cooperatori.

Don Bosco inizia la pubblicazione del « Bollettino » nel 1877, allo scopo di far conoscere l'opera salesiana e i suoi metodi educativi. E già l'edizione italiana, come pure quella francese a partire dal 1879, è inviata ai numerosi amici e ammiratori di lingua tedesca. Nel 1895 esce l'edizione tedesca in 20.000 esemplari. Nel 1905 il Bollettino tedesco (Sàlesianische Nachrichten) viene inviato a 36.000 iscritti.

Se pensiamo che i Salesiani faranno la loro prima esigua comparsa in Austria nel 1903, e in Germania solo nel 1916, ci rendiamo conto come i veri propagatori dell'idea salesiana in quegli ambienti furono gli amici e ammiratori, quelli che Don Bosco definisce « Cooperatori Salesiani». Nel 1886 Don Bosco stesso inviò ai Cooperatori tedeschi una circolare nella loro lingua, raccomandando le sue opere a favore della gioventù. Questa associazione crebbe in modo prodigioso. Nel 1889 la redazione tedesca contava 40.000 associati, cui veniva regolarmente inviato il «Bollettino ». La nostra ammirazione cresce poi, se pensiamo che gran parte di costoro erano parroci, vescovi, insegnanti di ogni grado, autorità civili e regnanti, persone quindi con notevole influenza e responsabilità.

La barriera della lingua

Sul piano letterario, Don Bosco divenne presto motivo di studio da parte di pedagogisti, educatori, scrittori di ogni tendenza e fede. Numerose sono le pubblicazioni scientifiche sui metodi educativi di Don Bosco. Quarant'anni fa il Prof. Habrich lo definì « il Pestalozzi dei nostri giorni ». Attualmente scrive di lui il pedagogista svizzero Franz Dilger: « Don Bosco supera tutti i concorrenti contemporanei e moderni per la sua efficacia personale, per l'ampiezza e costanza del suo metodo. Ci troviamo di fronte a un educatore, che dalle premesse più difficili sa trarre un successo ».

Con pari estimazione e rispetto egli viene nominato dai suoi numerosi studiosi. Potremmo pensare che quella di Don Bosco sia stata una marcia trionfale negli ambienti culturali e religiosi tedeschi.

In realtà non pochi fattori hanno fatto da forte freno a uno sviluppo - che si poteva prevedere prodigioso - dell'opera pedagogico-educativa del Santo Educatore. Tra questi citiamo la barriera della lingua: raramente la letteratura pedagogica italiana ha interessato i traduttori. D'altra parte, il pensiero educativo di Don Bosco, alieno da una precisa formulazione teorica, non ha di solito superato i confini dell'interesse pedagogico-religioso. Come fa notare il Póggeler, eminente pedagogista contemporaneo, Don Bosco è stato « etichettato » sin dall'inizio come pensatore « tipicamente cattolico », e come tale di interesse relativo, come gran parte dei pedagogisti cattolici stranieri.

Possiamo comunque affermare che, a quasi 9o anni dalla sua morte, Don Bosco è ancora vivo e operante, ed è riguardato non solamente come un eroe della Chiesa Cattolica, ma ancor più come grande educatore sociale. E un indubbio merito va oggigiorno ai Salesiani tedeschi.

Lo sviluppo dell'opera salesiana

Si è già fatto notare come Don Bosco non si sia mai recato in ambienti di lingua tedesca, per mancanza sia di adeguata conoscenza dei bisogni di quegli ambienti, come di personale adatto. Ciò nonostante, la sua fama lo precorse ovunque, e da ogni dove si chiedeva l'opera dei suoi Salesiani. Negli archivi della Congregazione rimangono ancora, a testimonianza, numerosissime richieste di fondazione per la Svizzera, Austria e Germania, che in parte Don Bosco stesso dovette a malincuore rifiutare. Solo per Vienna, troviamo tra la fine e l'inizio del secolo una decina di pressanti richieste di opere giovanili, caldeggiate dal Cardinale o dall'Arciduca.

Premessa per Don Bosco era la preparazione del personale, e fu sua geniale idea la cura e formazione delle vocazioni adulte. Opportunamente informati dal Bollettino tedesco o dai parroci (Cooperatori salesiani), numerosi giovani scesero a Torino chiedendo di poter diventare Salesiani. Si trattava spesso di operai o semplici impiegati, che chiedevano di realizzare un'aspirazione a lungo repressa dalle circostanze. Don Rua fonda per loro, nel 1895, una apposita casa a Penango, che già dal primo anno ospita 74 aspiranti di lingua tedesca. L'incremento fu tale, che pochi anni dopo il direttore scriveva amareggiato al Rettor Maggiore di esser costretto a rifiutare ben tre quarti delle domande per insufficienza di ambiente.

In seguito, queste opere per la formazione dei candidati verranno aperte direttamente in Austria e in Germania con un crescendo di vocazioni fino all'avvento del Terzo Reich.

Nel 1903 i Salesiani entrano ufficialmente a Vienna. Nel 1905 si costituisce già la prima ispettoria austriaca.

Nella Svizzera tedesca viene aperta una scuola professionale a Muri già nel 1897.

In Germania la situazione politica era piuttosto avversa all'entrata di nuovi istituti religiosi stranieri. Solo nel 1916 si riuscirà a metter piede a Würzburg, nonostante i difficili momenti della guerra.

I terribili anni della guerra

Fatto il primo passo, fu poi un susseguirsi di nuove fondazioni un po' ovunque: a Monaco, Bamberga, Ratisbona, Essen, Berlino, Hannover, Linz, Graz, Klagenfurt per citarne solo alcune.

Le due grandi guerre hanno condizionato in misura notevole lo sviluppo dell'opera stessa; soprattutto il periodo del cosiddetto Terzo Reich (1933-1945) fu quanto mai disastroso. Quasi tutti gli istituti furono distrutti dai bombardamenti o chiusi dalla Gestapo, perché non allineati col regime.

Ben più grave fu la perdita di oltre cento salesiani, periti sul fronte o nei campi di concentramento. Costoro hanno lasciato un vuoto ancor oggi incolmabile: erano le forze fresche di un organismo promettente. Terminata la guerra, ritornarono stremati i superstiti. Li attendeva un immane lavoro: migliaia di ragazzi, rimasti senza famiglia, vagavano sbandati per le strade. Qualcuno doveva preoccuparsi di loro. Vescovi e autorità fecero pressione e affidamento sui Salesiani.

Si ricostruirono gli istituti, se ne aprirono molti altri in zone più bisognose. Le nuove opere del dopoguerra assommano a oltre 35, e molte più potrebbero essere, data la richiesta, se ancora non pesasse la mancanza di personale.

Aspetti nuovi e promettenti dell'attività salesiana nei paesi di lingua tedesca sono oggigiorno l'editoria cattolica. La Don Bosco-Verlag di Monaco è all'avanguardia per la formazione morale giovanile e le attività parascolastiche. Una specifica formazione e specializzazione stanno curando le nuove leve salesiane nella Scuola Superiore di Pedagogia sociale di Benediktbeuern per una qualificata attività nei numerosi istituti per ragazzi disadattati e asociali.

L'ambiente tedesco è stato pertanto tutt'altro che arido e indifferente all'ideale educativo di Don Bosco; ne è anzi rimasto affascinato ed entusiasta, e nei limiti consentiti dalle circostanze, l'ha saputo generosamente attuare.

DON BIAGIO RUBINO

VYASAHPADY 10 anni doppo

Nel 1965 padre Mantovani arrivava nel poverissimo quartiere di Vyasarpady, alla periferia di Madras (India), e in brevissimo tempo dava vita al «Villaggio delle Beatitudini ». Ecco un testo con qualche notizia.

Tutto cominciò una triste sera del primo dopo-guerra, in una fattoria in provincia di Bergamo (Italia). Orfeo, il primo di 13 fratelli, osservava con apprensione la mamma mentre scodellava la povera polenta nelle ciotole dei fratelli. Quando vide la polenta finita e le ciotole di mamma e babbo rimaste vuote, domandò: « Ma voi non mangiate ? ». « Questa sera non abbiamo fame », gli risposero con pietosa bugia. Orfeo scappò sull'aia, e si abbandonò a un pianto irrefrenabile. La mamma corse a confortarlo, e Orfeo: « Ho deciso. Sarò sacerdote, e lavorerò soltanto per i poveri ».

Ha mantenuto la parola. Missionario salesiano in India, si fece cambiare l'obbedienza perché dove l'avevano mandato non c'era abbastanza miseria. Ma a Vyasarpady ne trovò quanta bastava al suo cuore, e inventò quel miracolo di carità che è oggi il « Villaggio delle Beatitudini*. Tutti i «beati» vi sono compresi: i poveri, i lebbrosi, gli esiliati, i profughi, quelli che hanno fame e sete di giustizia, i moribondi.

Il patto stabilito con i sani di Vyasarpady è di due rupie come compenso per ogni moribondo che gli avessero portato. E nel 1967 morì anche lui, ucciso dalle molte malattie trascurate. Vista l'incredibile apoteosi che i suoi poveri gli tributarono come funerale, un consigliere comunale indù commentò: « Se la religione cristiana può produrre uomini come padre Mantovani, non può che essere divina ».

E padre Schlooz, il missionario olandese vissuto tanti anni al suo fianco, ne ha ereditato lo spirito. Con lui il villaggio continua a crescere, e accoglie sempre nuovi « beati ». Dice: «Dio provvederà. L'opera fondata da padre Mantovani, prima che nostra, è di Dio ». E il Signore provvede facendogli arrivare lettere come questa : «Abbiamo speso 500 dollari per rimodernare la cucina. Non ci è sembrato giusto. Allora, ecco altri 500 dollari per i suoi poveri ».

Un giorno, di passaggio in Europa, padre Schlooz ha spiegato in segreto di Vyasarpady: « La fede, che ci fa amare Gesù in quella povera gente, ci rente bella la vita anche tra i lebbrosi. Con tutto il benessere e le agiatezze che avete voi qui, io non vi invidio. E non cambierei con voi. Io sono felice, e ogni giorno ringrazio il Signore ».

Per le strade e i fiumi del MATO

Don Giovanni Battista Faresin, fratello del vescovo salesiano mons. Camillo, vescovo di Guiratinga, ha compiuto un lungo viaggio nella prelazia brasiliana affidata ai missionari salesiani. Ha inviato di laggiù due brevi e succose corrispondenze che pubblichiamo per testimoniare il lavoro oscuro e benemerito di tanti nostri fratelli.

Il Matogrosso è uno degli stati più grandi, più misteriosi e più promettenti del Brasile.

I Salesiani giunsero nel Matogrosso nella primavera del 1894, dal porto di Montevideo, risalendo in battello i corsi interminabili del Rio Prata, Paranà, Paraguay, San Lorenzo, Cujabà. Quei primi figli di Don Bosco si chiamavano don Malan, don Lasagna, don Balzola... Il loro viaggio, gli inizi delle loro fatiche, la loro opera evangelizzatrice e civilizzatrice si può definire una vera epopea. Là i Salesiani seminarono tanto bene e tanto tanto si cattivarono l'ammirazione e la simpatia delle popolazioni, che mons. Correa Francesco d'Aquino (1885-1956), per 41 anni vescovo ausiliare e poi arcivescovo di Cujabà, in un periodo doloroso della storia dello stato fu voluto governatore del Matogrosso, e lo governò per quattro anni con illuminata saggezza. Ora uno dei più grandi e prosperi municipi dello stato porta, nei secoli, il suo nome: Dom Aquino.

Il vescovo corre

Desidero parlare soltanto brevemente di Guiratinga, una delle circoscrizioni ecclesiastiche in cui è diviso il vastissimo stato e che non è né la più grande né la più difficile. Retta dal 1934 al '56 dalla fede eroica e dallo zelo titanico di mons. Giuseppe Selva, salesiano lombardo, dal 1956 è affidata alle cure di mons. Camillo Faresin, salesiano vicentino. La prelazia ha io6 mila chilometri quadrati di estensione, 16 parrocchie o centri missionari, 27 sacerdoti (italiani, brasiliani, belgi, tedeschi, francesi) e una quarantina di suore.

v Negli ultimi anni, la prelazia si è l0 arricchita di decine di chiese, cappelle, residenze missionarie, di asili, centri sanitari, e di un grande ospedale: con l'aiuto dei cattolici vicentini, nordamericani e specialmente tedeschi, e, ultimamente per la generosità dei magnifici giovani dell'Operazione Matogrosso.

La sede- della prelazia; una graziosa cittadina di circa 6 mila abitanti, è adagiata in una ridente conca.

Ogni parrocchia ha la dimensione di una diocesi (e che diocesi!); noi non abbiamo l'idea delle lontananze, delle difficoltà, dei problemi che incontra la cura d'anime, l'istruzione religiosa, la amministrazione dei Sacramenti.

Il vescovo corre da Guiratinga a Pesouro a Barro do Gargas, da Dom Aquino a Ponte Branca: 100, 200, 300, 400 chilometri - qui i chilometri non impressionano - a predicare, a confessare, a offrire il Sacrificio dell'unità e della pace, a incontrare i suoi preti e i laici, che alla causa di Dio e delle anime dedicano il tempo, le energie, il cuore.

E come il vescovo, i missionari, dopo aver lavorato nei loro centri, nelle chiese, nelle scuole, nelle famiglie, corrono lontano, instancabili e fiduciosi, per strade polverose, per sentieri inestricabili in mezzo al « mato «, dove sempre più avanti si spingono i coloni, ad annunciare la parola di Dio, ad offrire e a distribuire il Pane della vita.

40 angurie per il Regno di Dio

Nei giorni 15-18 luglio feci un viaggio indimenticabile: 858 chilometri, non uno asfaltato: alcuni tratti discreti, altri difficili e aspri.

Giungemmo ad Araguaiana mentre calava la sera. È il primo centro abitato dell'immenso territorio perché lì c'è il traghetto sul Rio Araguaia dallo stato di Goiàs al Matogrosso.

Ci accolse festoso don Luigi Lorenzi. Era esultante per la visita del vescovo, cui aveva tante cose da dire, da chiedere. Parlò con entusiasmo della sua gente, dei suoi viaggi, dei suoi progetti. Quel mattino aveva raccolto 40 grosse angurie e 70 chilogrammi di pomodori, nel suo orto, che egli stesso aveva vangato con le sue mani. « Perché - diceva - bisogna mangiare; bisogna dare ai poveri; bisogna insegnare alla gente di qui che, se si lavora, sé si pianta, la terra dà». Era felice. Fra due settimane doveva risalire, con la jeep verso il nord, fino a Cocalinho, per battezzare, benedire matrimoni, offrire con quei fratelli il Sacrificio della Redenzione: 25o km. di pista deserta e polverosa: e lui era felice.

La parrocchia di Guiratinga si estende per 5800 chilometri quadrati: quasi tre volte la diocesi di Vicenza. Lungo le piste, nella foresta, nelle valli, sono disseminate una ventina di cappelle o scuole-cappelle, dove il missionario va una volta ogni mese, ogni due mesi, a costruire nelle anime il Regno di Dio. Dal Io al 7 luglio P. Cornelio tenne una specie di missione a Correia, un misero villaggio a 4o km. di distanza. Andava ogni sera con una suora e due giovani; parlava agli uomini, alle donne e ai ragazzi; tornavano a notte alta, coperti di polvere, stanchi, contenti.

La sera della domenica 7 lo accompagnai. A ridosso del paese scorre placido e maestoso il Rio Garias. Si deve passare in canoa. Ci imbarchiamo: un uomo un po' somigliante al Caronte dantesco, ci trascina.

Il suono di una campanella invita alla Messa, nella quale si celebra un matrimonio e un battesimo: nella chiesetta e fuori, è tutto pieno di poveri garimpeiros, di donne e di bambini.

Nel ritorno, sul camion, salgono 5-6 ragazzi e tre donne che vanno a Guiratinga da parenti; ridono e cantano. Tra i sobbalzi del camion sulle rocce e le buche della strada e le nuvole di polvere, dico ridendo a P. Cornelio: «Senti, ma il Signore, quando ha mandato gli Apostoli a predicare, sapeva che strade c'erano ? ». E lui scoppiando in una risata: « Eh, questo è niente. Quando piove e la jeep sprofonda nella melma e il GarQas è pieno fino agli argini, allora sì che è bello! ». A 4 chilometri da casa, il motore si spense; niente da fare; rimanemmo sulla strada, finché la Provvidenza ci fece ritornare. Questa è la vita dei missionari.

La sera del 14 luglio P. Cornelio tenne una meditazione a un gruppo di cristiani impegnati. Seguì la santa Messa e io concelebrai. La partecipazione dei preti presenti è intensa, ardente. Al Padre nostro si fa corona intorno all'altare: io do la mano al confratello e a una signora giapponese. Il Padre nostro è scandito più che dalle labbra dal cuore: è come un grido di anime, che sale al cielo e avvolge la terra e stringe i vicini e i lontani nell'unità dell'amore.

A Guiratinga, in tutte le Messe, anche nei giorni feriali, il celebrante tiene una breve meditazione a commento delle letture; nessuna Messa è senza canto, un canto vivo, che sale dal cuore del popolo, che crede e che spera.

In ogni parrocchia, i missionari e le suore hanno proprie scuole; le frequentano specialmente i figli di famiglie che abitano nell'interno, lontano dai centri abitati. E il modo più efficace per tenere il contatto con migliaia di famiglie e di preparare alla vita le nuove generazioni. Nei piccoli e nei grandi centri, nei cantieri, nelle scuole, negli uffici, dappertutto si incontrano exallievi, che alla scuola di Don Bosco hanno imparato le leggi del vivere civile e cristiano.

La scuola normale di Guiratinga diploma ogni anno una trentina di maestre, che portano nelle zone più impensate, con la prima istruzione, il seme della fede cristiana.

Pane e medicine

La predicazione dei missionari, tra tanti rischi e sacrifici, è la stessa di Gesù: « Guai a voi ricchi »; la loro è una coraggiosa opera di liberazione dal peccato e dall'ingiustizia. Tutti i missionari vivono poveri tra i poveri e hanno i calli nelle mani; la loro casa è il rifugio di chi ha fame e sete di giustizia.

Dopo il Concilio, il vescovo ha costruito a Guiratinga 120 case per i poveri, con l'aiuto dei cattolici di Germania. Egli abita in due povere stanze, che anche il più scassato ufficio di Genio civile dichiarerebbe inabitabili.

I Salesiani del Matogrosso, in ogni centro, accanto alla cappella, tengono aperto un dispensario e un posto di medicazione. L'Operazione Mato Grosso ha costruito a San Marcos, a Sangradouro, a Paraiso dei piccoli ospedali. Ogni settimana ci va un medico; ogni giorno sono disponibili il missionario e le suore. Ma tutto questo non basta, e allora il vescovo maturò l'idea di costruire un ospedale, che venisse incontro specialmente ai bisogni dei più poveri. Mons. Zinato, vescovo di Vicenza, assicurò l'aiuto concreto della diocesi: e i diocesani risposero davvero in maniera cristiana: un contributo pari a più di 40 milioni. Altri aiuti vennero dalla « Misereor » della Germania, dagli Stati Uniti, dal governo dello Stato.

Il dr. Baruffa, bassanese, fece giungere all'ospedale una « équipe » di giovani medici usciti dall'Università Cattolica di Pelotas, nel Rio Grande do Sul.

L'ospedale è ora una felice realtà: con 80 letti e attrezzature modernissime, per cui può confrontarsi con le più importanti cliniche di Cujabà, accoglie pazienti di ogni condizione, specialmente i più poveri, che giungono dalle città e dalle foreste, anche da 300 e 500 chilometri.

I malati sono curati con perizia e amore. Suor Eurosia racconta, sorridendo, di quattro fratellini sotto i dieci anni, denutriti e malaticci, che vi furono accompagnati dal padre. Furono curati, nutriti, ripresero le forze, divennero vispi, tumultuosi. Passò un mese, due mesi, tre: nessuno si faceva vivo per venirli a ritirare. Li caricò sulla jeep e andò a cercare la famiglia. Dopo 60-7o km. e tante peripezie, riuscì a rintracciare la capanna nel folto del « mato »: la mamma pareva che neppure si ricordasse di avere dei figli. È cosa triste, ma purtroppo vera.

Suor Eurosia, sr. Alessandrina, sr. Pietrangela, della «Divina Volontà » di Bassano, sono gli angeli bianchi dell'ospedale, voluto dal vescovo salesiano e sostenuto da tanta gente di buona volontà.

GIOVANNI B. FARESIN (riduz. di Teresio Bosco)

ma la terra dei miei Bhoì non è bella

Da Umsohlait si vede l'Himalaya. Ed è bella. Una striscia lunga tutto l'orizzonte, bianchissima, che sembra lì, a portata di mano.

Fantastici, quegli ottomila metri in su. Ma lassù nessuno ama e nessuno è amato, perché non c'è vita, non c'è nemmeno l'ossigeno per respirare e far battere dei cuori umani. Qui, invece, in questa fitta foresta indiana dove mi trovo, c'è gente viva, che scopre di giorno in giorno una Fede nuova con l'entusiasmo di chi scopre tesori.

Ma la terra dei miei Bhoi non è bella. Inospitale e crudele, è diventata il cimitero dei pochi che vollero salire le sue vallate profonde, superare i precipizi senza fondo, attraversare la foresta densissima dove l'elefante, la tigre e l'orso sono i padroni assoluti. Un mondo chiuso in sé, separato, unico, con i piccoli villaggi perduti nell'immensità della giungla, abitati dall'ultimo arrivato, l'uomo-Bhoi, che da secoli è ignorato da tutti, che da secoli ignora che al di là di quelle montagne, al di là di quei fiumi, c'è un'altra maniera di vivere, diversa dalla sua intessuta senza fine di miseria, malattie, ignoranza.

Forse la speranza è spuntata in questa foresta. Cristo ha guardato questi suoi fratelli, ed essi esultano, e ringraziano il Creatore delle montagne bianche che da tanti secoli essi credevano casa di un dio che non ha orecchi per ascoltarli.

Umsohlait, missione cattolica, missione nuova: tre capanne, cinque mucche, una jeep, il capannone che fa da chiesa, tre suore indigene, i secchi per portare l'acqua, i cavoli, io, il catechista che gira per il villaggio, i figli del catechista, le stuoie per dormire. C'è altro a Umsohlait ? Sì, i ragazzi, con l'allegria prorompente di tutti i ragazzi del mondo, e la piccola campana (trecento rupie mi è costata, Signore!) che ha la voce di un ragazzo anche lei. Poi non c'è più nulla: attorno la giungla indiana, il fiume che oggi sembra un filo d'acqua ma che quando piove fa paura, e, insieme alle tigri e agli elefanti, le scimmie che hanno una gran voglia di chiacchierare.

Ci troviamo bene qui. C'è l'entusiasmo di un'avventura nuova per il Signore; il senso di unione tra persone che cominciano un lavoro nuovo e sanno che Dio è con loro; c'è anche la spensieratezza di chi sa di dover sbagliare comunque faccia, perché tutto è nuovo e bisogna cominciare dove si può; c'è una povertà che non abbiamo ricercato, ma è « nostra ». E poi c'è Lui, il Signore, altrimenti io non sarei qui, ma sarei già fuggito mille volte a Barcellona, o a Madrid, o sulle spiagge di Mayorca!

Quando il nuovo Vescovo mi mandò qui a cominciare, lo feci nel puro stile salesiano. Gli dissi: «Eccellenza, non ho un soldo! ». E lui: « E ti pare il momento di parlare di soldi questo ? ». Forse un soldo non l'aveva nemmeno lui in tasca, e così me ne venni via senza niente.

Ma allora la fame era solo per me: ora invece sta scavando nello stomaco di tutta questa grande e cresciuta famiglia: ragazzi, ragazze, catechisti, suore, cristiani... Non ho mai sognato montagne di mattoni per fare, che so, una bella scuola o una bella chiesa. Ma montagne di panini sì, le sogno sovente. Sono questi i «mattoni» necessari ai miei ragazzi, alle mie ragazze, ai miei Bhoi che soffrono e muoiono in silenzio, spersi nei loro piccoli villaggi della giungla. E qualcuno di questi « mattoni », lo confesso senza arrossire, farebbe bene anche a me, povero missionario di Gesù, a cui però Gesù non ha dato il potere di moltiplicare i pani e i pesci.

P. ROBERTO PERNIA SDB

Mont Don Bosco - Umsohlait Mawhati B.P.O.; Via Naya Bungalow 703165 Meghalaya (INDIA)

BHUTAN: dalla preistoria all'ONU

Dal 1965 i Salesiani lavorano nel Bhutan, minuscolo regno nascosto fra i corrugamenti dell'Himalaya. E condividono con quel popolo - tra la fiaba e il dramma - la sua lenta e faticosa ascesa.

« In tre missionari partimmo col treno da Gauhati, India Nordest, diretti al Bhutan. La ferrovia terminava a dieci chilometri dal confine: smontammo e prendemmo una jeep. La strada si inerpicava a torcicollo tra le montagne; a un tratto trovammo una canna di bambù messa per traverso sulla strada e dovemmo sostare per le pratiche d'uso: eravamo infatti al confine...

« Sei chilometri più avanti arrivammo alla prima località bhutanese, che si chiamava Phuntsholing, cioè nella lingua del posto: "Il Principio delle Cose". Subito dopo il principio delle cose, sopra un bel pianoro verde, scorgemmo due capannoni dal tetto di lamiera ondulata: era il collegio che il governo aveva allestito per noi. Era l'anno 1965, il primo maggio festa di san Giuseppe lavoratore, il giorno giusto per cominciare la formazione dei futuri lavoratori del Bhutan. Difatti nel capannone i primi otto nostri scolaretti già ci attendevano... ».

Così, nel racconto di padre Filippo Giraudo (da allora direttore dell'opera), cominciò l'attività dei Salesiani nel Bhutan.

Il Bhutan conta poco più di un milione di abitanti tagliati fuori dal mondo, dediti all'agricoltura, alla pastorizia, a un artigianato primitivo. Il lavoro è pagato in natura, il commercio si fonda in buona parte sul baratto. Fino a pochi anni fa i bhutanesi non sapevano cosa fosse la ruota, non essendoci strade non avevano mai visto un'automobile. Ma i soldati indiani (il paese è sotto il protettorato dell'India) nel 1962 costruirono la prima strada e vi fecero transitare la prima jeep. Al vedere quel mostro dagli strani ruggiti, che camminava su due piedi rotondi e di notte guardava gettando attorno lame di luce, la gente abbandonava i villaggi, scappava impaurita. Solo una vecchina, evidentemente in pace con Buddha, si fece coraggio: prese una bracciata di fieno, la depose sul ciglio della strada, poi si mise in disparte per vedere se la jeep la mangiava.

In queste condizioni una scuola professionale assolutamente ci voleva. Il re dette l'ordine; il primo ministro fece sondaggi in India, poi un giorno affrontò a Gauhati l'Ispettore salesiano: « L'educazione di voi missionari cristiani è la migliore che ci sia, ma è tanto cara. Pochissimi nel nostro regno potrebbero pagare ». Ma quando l'Ispettore disse che i suoi missionari lavoravano per i poveri e presentò il progetto, le preoccupazioni caddero di colpo.

Così i tre missionari si sistemarono in un capannone; misero gli otto scolaretti nell'altro, e attesero i loro compagni. A fine settimana erano 22. Al termine del mese un alto funzionario visitò la scuola: i ragazzi lo accolsero con danze e canti in bhutanese e inglese. Il funzionario stupefatto domandava: « Come fate a ottenere simili risultati, da ragazzi che fino a ieri avevano visto solo il cielo, l'erba e gli yak ? ». Il segreto stava anche nei ragazzi: sono per natura intelligenti, laboriosi e docili.

E poi, per ordine del re, erano stati mandati al collegio i migliori del regno. A fine anno si celebrò la giornata dello sport, si inaugurò la mostra scolastica, e a distribuire i premi c'era il primo ministro.

Al secondo anno i ragazzi sono un centinaio, i Salesiani sono cinque. Nuovi capannoni ospitano il laboratorio: il collegio nel pittoresco pianoro ha tutta l'aria di un villaggio industrioso.

Nel 1970 la scuola, che ha già edifici in muratura, licenzia i primi diplomati, meccanici, falegnami, sarti.

D'ora innanzi se si guasterà un rubinetto dell'acqua (congegno meraviglioso e raro da queste parti) non si dovrà più ricorrere a tecnici stranieri: i bhutanesi sapranno ripararlo da soli.

Gli arbitri non fischiavano i falli del re

Nel Bhutan il buddhismo è religione di Stato (il re è anche capo religioso), i Salesiani non possono lavorare direttamente per le conversioni. Ma il popolo è profondamente religioso e sa valutare la testimonianza di fede dei missionari.

In ogni casa la gente ha una cappellina dove pregare. Ogni villaggio ha un « lama », quasi un parroco, che si occupa del bene spirituale. Un po' dappertutto sorgono monasteri con centinaia di monaci buddhisti. La gente corre dal lama a chiedere la sua benedizione: egli impone la mano, allontana gli spiriti cattivi e fa scendere i buoni.

L'impegno morale è preso molto sul serio dalla gente, e ciò facilita i compiti del missionario. La materia che i ragazzi della scuola salesiana gradiscono e studiano di più, è proprio la morale. Fa loro meraviglia apprendere che ci sia un Dio buono e che noi possiamo diventare suoi figli. Pregano con gusto, spontaneamente vanno nella chiesa del collegio, assistono alla Messa, sono capaci di pregare per ore da soli. Il re, anche se è il capo religioso del suo popolo, e quindi buddhista convinto, è in ottimi rapporti con i missionari.

Un curioso sovrano, il più giovane del mondo: si chiama Jigme Singye Wangchuck e ha 19 anni. Volentieri visita il collegio salesiano, in compagnia dei suoi ministri. Lo scorso Natale vi ha portato la squadra di basket delle sue Guardie Reali, perché giocassero contro la squadra del collegio; e da re adolescente, ha voluto giocare anche lui (« Gli arbitri sono stati parziali, non gli fischiavano i falli, e lo hanno fatto vincere», si sono lamentati alla fine i ragazzi). Tra il pubblico, ad applaudire, erano la regina madre e tre principesse.

Le autorità, soddisfatte del lavoro dei missionari, hanno donato loro un terreno nella capitale. Il gesto è quasi incredibile: nessun straniero fino allora aveva potuto possedere una casa propria nel Bhutan. I Salesiani vi hanno costruito un « campeggio estivo », con cucina, refettori, salotti, cappella, tutto per i ragazzi.

Gli studenti interni del collegio oggi sono 350, dai 6 ai 2o anni. Studiano meccanica, elettro-meccanica, motori, falegnameria, sartoria. Intanto nel paese sono sorte altre tre scuole superiori (di cui due affidate ai missionari Gesuiti).

Gli Exallievi salesiani si fanno onore. Non pochi proseguono gli studi, sono all'università in India, a Singapore, perfino in America. Molti occupano posti di responsabilità nel 16 piccolo apparato statale, sostituendo man mano gli impiegati che prima venivano dall'estero. Uno addirittura è diventato il direttore della Banca.

Intanto è tutto il Bhùtan che a poco a poco si desta. Chiuso fino a pochi anni fa perfino agli scambi con l'India, oggi fa parte dell'ONU. Ha un piccolo aeroporto militare ma già sogna quello civile. La stazione radio trasmette due ore di programmi alla domenica, e si stampa un minuscolo settimanale. La luce elettrica illumina già due centri abitati...

E i missionari sono schierati al fianco di questo minuscolo popolo che ha pieno diritto al suo posticino nel mondo.

ENZO BIANCO

Figlie di Maria Ausiliatrice

Gli emigranti servi del mondo intero

Le Figlie di Maria Ausiliatrice non sono assenti dai gravi problemi dell'emigrazione. Si può dire che il nostro Istituto, a 5 anni dalla fondazione, affrontò come primo apostolato missionario quello degli emigranti, insieme ai Salesiani, in America.

I tempi sono cambiati, ma il problema blema dell'emigrazione si è forse accentuato. Si presenta per la società, per la Chiesa, per gli individui in modo sempre più allarmante. Bisogna viverlo. Si parla con i giovani, si visitano ospedali, si scambiano parole e idee con questa povera gente e incominciano a venire fuori, come i grani della corona, problemi carichi di dolorosa realtà:

• L'enorme barriera della lingua che li isola dagli uomini creando intorno a loro un clima gelido, di sfiducia.

• Quella madre che vive con il cuore nella patria lontana, perché lì, forse con i nonni, ha lasciato i suoi figli più piccoli. Chissà se nell'estate potrà rivederli... Sarà facile avere vacanze ? Il preventivo economico glielo permetterà ?

• Uomini soli o uomini sposati che vivono senza la famiglia. Marito e moglie che lavorano tutto il santo giorno e arrivano a tarda sera, stanchi, senza voglia di niente.

• E i figli sono stati soli; loro stessi hanno dovuto preparare il pranzo... E poi? Cosa avranno fatto nelle ore libere dopo la scuola?

È un triste giorno: « Crisi nel lavoro ! ». Lavoro ridotto, licenziamenti... «Mi cacceranjlo via? Potrò continuare a vivere in Germania, a Parigi, nel Sud Africa? Cosa fare con i figli?... ». E il cuore invecchia prima del tempo!

Ci sono molti che sentono, come una lastra pesante sopra la testa, la tanto dibattuta situazione sociale.

Nel grande ventaglio del viavai umano

Altri non hanno superato grandi difficoltà e hanno saputo farsi strada e assicurarsi la vita.

Così, in questo ventaglio del viavai umano, fra le amarezze, il lavoro difficile, forse poco sicuro, e il raggio, lo spiraglio di luce, si muovono gli emigranti, crescono i giovani, ma anche si muovono e lavorano fra loro le F.M.A.

Tanti altri problemi emergono qua e là, e le Suore sono pronte a provvedere nei piccoli limiti delle loro possibilità, nel grande desiderio della loro carità.

Nella rigida precisione tedesca

Ad Essen (Germania), dal 1964 alcune F.M.A. spagnole lavorano tra gli emigranti al servizio della Colonia Spagnola.

Suor Marìa Jesús Gofii e Suor Illuminada Iglesias ci scrivono:

«Con l'animo sempre in tensione per evitare infrazioni fra l'enorme traffico automobilistico e, tempo addietro, controllando gli orologi per non perdere i tram che funzionano ad orario fisso, con precisione tedesca, sono già dieci lunghi anni che lavoriamo in questa città, capitale della regione più industrializzata della Repubblica Federale Tedesca.

L'anno 1964 fu il primo della nostra attività. Il lavoro con gli emigranti si è realizzato dall'inizio nell'ambito della Missione Cattolica Spagnola. Il Cappellano Salesiano P. Carlos Castejòn, con sicura visione della realtà diresse gran parte del suo sforzo all'educazione dei giovani. La varia organizzazione da lui creata fu la piattaforma e la base della nostra attività apostolica. Correvano allora i tempi della prima avventura dell'emigrazione spagnola. Imparavamo tutti insieme. Cominciammo con l'insegnamento e poi si allargò il campo di lavoro nella Missione arrivando ad impartire il "Bachillerato" per i figli degli spagnoli all'estero. Dal 1972 ci si aprirono le porte delle scuole ufficiali tedesche per poter impartire anche in esse la Catechesi ai ragazzi spagnoli. In questi due anni si può calcolare a 500 - con precisione abbastanza esatta - il numero di ragazzi. Nel presente anno scolastico facciamo scuola di Religione a 170 giovani.

Ma i giovani, non soltanto vanno a scuola, giuocano, si muovono: hanno bisogno di realizzarsi in tutti i campi. Questo porta altre attività: preparazione di feste, commedie, danze, passeggiate. Così come si può fare in qualunque altra scuola nostra, ma con i naturali e dolorosi limiti che porta con sé l'emigrazione.

La nostra opera si estende pure alle giovani che hanno superato l'età scolare, insegnando loro tutto quanto può promuoverle come donne. Si crea in queste classi un ambiente semplice di familiarità e di confidenza che ci permette una grande possibilità di educazione e formazione cristiana.

Non mancano i raduni con i genitori. Si studia con loro un tema pedagogico e formativo previamente scelto fra tutti e su questo si apre il dialogo. Si finisce sempre con una festicciola in tanta cordialità ed allegria.

In questi ultimi anni abbiamo potuto formare gruppi di giovani impegnati, pieni di buona volontà, che, radunati, sanno riflettere e prendere posizione davanti ai terribili problemi posti dalla vita moderna e dalla loro condizione di stranieri.

Fra tante macchine, tante fabbriche, all'inizio di questo 1975 così poco sicuro, mentre condividiamo con i nostri compatrioti la preoccupazione e la speranza, vi inviamo un saluto cordiale ».

Tra i portoghesi in Sud Africa

- Suor Adelaide Costa, puoi interrompere un momento i tuoi studi presso la U.P.S. e raccontarci qualcosa sull'apostolato che hai realizzato nel Sud Africa? Sappiamo che anche lì, a Brentwood Park, dal 1965, quattro FMA lavorano fra gli emigranti portoghesi.

- Con piacere. Ci sarebbero molte belle cose che commuovono. Le suore vi fanno un po' di tutto. Costatarono subito, in loco, la penuria religiosa: quella che un secolo fa don Bosco descriveva ai suoi primi missionari, i quali nei primi tempi dovettero occuparsi degli emigranti.

- Ma, a mio avviso, nel Sud Africa non ci sono pressanti necessità materiali. E proprio necessario che le Suore lavorino con questi emigranti ?

- Hanno bisogno che qualcuno ricordi loro che non tutto si risolve con il denaro. Ed è un grosso problema.

A Brentwood Park c'è la Chiesa della Madonna di Fatima e il Collegio dipendente dall'Arcivescovo di Lourenço Marques (Mozambico).

Il Collegio è molto piccolo; ha appena la capacità di accogliere 36 allieve interne; ma cosa è questo per 120.000 portoghesi residenti nel Sud Africa? È il problema di ogni domenica: dire ai numerosi richiedenti: « Non c'è più posto ». C'è chi fa la prenotazione uno o due anni prima ma a volte anche le prenotazioni saltano in aria perché i casi urgenti sono quanto mai imprevedibili.

Un giorno arriva un papà con una bambina di 4 anni. Chiede un posto.

- Mi rincresce, ma non ne abbiamo proprio nessuno.

- Eppure, Suora, mia figlia deve rimanere. La nonna è partita; io devo andare al lavoro.

- Ma, e la mamma?

- Beh... - Cominciò un racconto penoso, facilmente immaginabile. Siccome il papà portava anche il letto, per qualche tempo ci si aggiustò nel corridoio; poi si incominciarono ad usare letti « a castello ».

Un uomo sui banchi delle elementari

Siamo nel mese di giugno; la temperatura scende a 5 gradi sotto zero. Verso le 8 di sera arriva un uomo in bicicletta, le mani rosse dal freddo, il viso sconvolto.

- Suora, sono anni che lavoro qui ma senza permesso; anzi non ho nessun documento; sono nel pericolo di finire in prigione. Sono andato in una Agenzia ma, per regolarizzare i documenti devo avere un certificato della Scuola Elementare; ho sentito dire che le Suore lo davano qui...

- Beh, gli esami ci saranno, ma nel prossimo mese di luglio; presiederà l'Ispettore scolastico di Lourenço Marques il quale concederà poi il Diploma. Lei, che Scuola ha frequentato ?

- Nessuna.

Il poveretto era completamente analfabeta; e mancava un mese per gli esami. Lavorava fino alle 18; faceva cena e si metteva in bicicletta per venire alla lezione. Questo però sempre col pericolo di trovare un poliziotto per strada che gli chiedesse i documenti...

Una giornata piena fino a traboccare

Al Collegio di Brentwood Park funziona nel pomeriggio la Scuola Portoghese (Classi Elementari); le ragazze durante il mattino sono trasportate in città per frequentare la scuola obbligatoria, inglese.

Nella mattina le Suore preparano le lezioni, il pranzo per quasi tutti i 120 ospiti; vanno in città per le varie commissioni, accompagnano qualche ragazza dal dottore, vanno nelle diverse scuole a prendere qualcuna che non sta bene... Sembrano cose che accadono ogni tanto e invece sono quotidiane; c'è poi qualche interna che non ha compiuto ancora cinque anni di età e non va a scuola...

Questi sono i casi più frequenti, ma come si fa a risolverli tutti?

La domenica mattina la si passa tutta in chiesa. Ci sono domeniche con tre matrimoni, quindi tre Messe accompagnate dal canto di tre Suore e altrettante ragazze di buona volontà...

La Catechesi si fa durante la Scuola, ma il sabato viene fatta in Collegio e anche in città. La domenica si fa in Parrocchia.

Il mese di maggio viene celebrato nelle proprie parrocchie alle 8 di sera di ogni giorno e nelle domeniche in varie Parrocchie inglesi per i portoghesi ivi residenti. In tal modo per i cari emigranti ogni domenica sembra un 15 di maggio e ogni chiesa rappresenta il Santuario di Fatima e la Madonna è prodiga di favori e grazie straordinarie!

A queste celebrazioni notturne partecipano le Suore con qualche ragazza perché c'è bisogno di chi suoni per accompagnare i canti della Patria lontana. È da notare che gli emigranti italiani partecipano a queste celebrazioni e si recano pure al Collegio perché le Suore insegnino il Catechismo ai loro figli. Dopo il gruppo portoghese quello degli italiani è il più numeroso.

L'opera principale delle Figlie di Maria Ausiliatrice sta appunto nelle attività parrocchiali.

La Madonna di Fatima accompagna i suoi figli

Quando nel lontano settembre 1965 arrivarono le prime quattro Suore con a capo Sr Luisa Brambati che sostituiva la Direttrice (nominata, ma ancora in Portogallo) si chiesero: « Ma, che cosa faremo? ». Dal lunedì fino al sabato, ci fu il Collegio da riordinare e pulire e non c'era ancora l'acqua... Le Suore trovarono solo letti e coperte appena comprati, niente più. La settimana volò tra i preparativi. La domenica il Parroco, come se niente fosse, disse che ci sarebbe stata la Messa cantata.

- Ma, e le musiche? E chi canta?

- Le Suore.

Su un piccolo messale c'era una minuscola carta della Messa « De Angelis »; tre Suore la cantarono.

Non mancò la meraviglia di quella brava gente che diceva:

- Le nostre Suore cantano così bene, sembrano angeli...

Nel mese di ottobre si realizzò con tutta solennità la festa delle prime Comunioni e della Professione di Fede. Alla fine di quel 31 ottobre 1965 rimaneva con le F.M.A. la prima ragazza interna di 1o anni, Lucia: il Collegio è intitolato alla Madonna di Fatima. E così con la festa della Madonna di Fatima, a ottobre Cristo Re, poi l'Immacolata e Natale, si sparse dovunque la voce che al Collegio c'erano le Suore e che ricevevano le bambine. Da allora in poi c'è un solo rammarico di non poter attendere a tutte le loro necessità.

Australia, Thailandia, Belgio...

Come a Essen e a Brentwood Park anche in tanti altri centri le Figlie di Maria Ausiliatrice lavorano fra gli emigranti.

In Australia, a Engadine, nel 1971 Suor Ancilla Gritti fu inviata come missionaria in aiuto; poté prendersi la responsabilità di occuparsi dell'assistenza spirituale e sociale degli emigranti italiani. Si iniziarono gruppi settimanali per istruzione religiosa alle mamme, visita alle famiglie a scopo di catechesi, preparazione ai Sacramenti. In caso di bisogno si sono fatte visite agli ospedali; più volte al mese si sono pure visitati gli « Hostels » dove arrivano i nuovi emigranti e lì è commoventissimo il momento in cui vedono la Suora che li incoraggia ad iniziare una vita tutta nuova e assicura loro il suo aiuto spirituale, morale e talora anche materiale. Quante volte dopo le riunioni dei genitori, hanno sentito dire: « Suore, non abbiamo mai udito parlare così bene del Signore; ora abbiamo fiducia in Lui, ora incominciamo a volerci bene anche tra di noi ».

Anche nella lontana Thailandia nel contatto con gli emigranti italiani (ce ne sono anche lì!), si sentì dire da uno di loro: «In Bangkok ho ritrovato Dio! ». Aveva proprio dovuto andare così lontano per ritrovarlo...

Nel Belgio, a Quiévrain, le Suore si prendono cura dei bambini italiani della zona e impartono loro lezioni settimanali di lingua patria.

A Verviers esiste un internato « protezione della donna » che accoglie 90 giovani, per la maggioranza vietnamite e zairesi, studenti, impiegate ed operaie.

Nella Francia, a Lille sud, a St. Etienne, a Parigi con le algerine, con le spagnole, le Suore sono pronte ad assistere e ad impartire la loro catechesi e tutto l'aiuto sociale di cui abbisognano, collaborando pure con i sacerdoti nella preparazione delle famiglie ai Santi Sacramenti.

Gli emigranti sono i « servi del mondo intero», e le Figlie di Maria Ausiliatrice vogliono essere pure al loro servizio.

A cura dell'Ufficio Stampa FMA

muratore nella casa dell PADRE

Chi guarda con interesse e attesa al prossimo « Centenario delle Missioni salesiane », troverà nella figura di Santi Mantarro - coadiutore e missionario, e muratore nella casa del Padre - motivi di gratitudine e speranza.

Hanno riferito a mons. Mathias, vescovo di Shillong (India), che questo Salesiano laico di quasi quarant'anni - senza studi particolari ma con enorme intelligenza sulla punta delle dita - sa fare proprio di tutto, e il Vescovo lo mette subito alla prova.

Corre l'anno 1929: bisogna costruire una chiesa per la missione di Jowai (a 64 km da Shillong), e farla in cemento armato perché resista ai terremoti e alle voracissime formiche bianche. Santi Mantarro si rimbocca le maniche, ma l'impresa è davvero improba: manca una strada degna di questo nome, occorre portare tutto il materiale a spalla e a dorso di mulo attraverso la foresta. Lui non conosce ancora la lingua locale khasi, non conosce l'inglese, sa veramente bene solo il siciliano, ma parla con le mani e con l'esempio: si mette in testa al gruppetto di indiani khasi che lo aiutano, e fa lui per primo. Mons. Mathias ha dato loro una forma per preparare i mattoni: si riempie con le mani, si pressa con i piedi, poi si mette al fuoco e il blocco è pronto. Tre anni dura il lavoro, ma alla fine la chiesa a tre navate - unico edificio in muratura per anni e anni da quelle parti - è veramente bello, i khasi dicono bello come il paradiso.

Sì, Santi Mantarro ci sa davvero fare, e il suo arrivo in India è una provvidenza, perché nel frattempo la cattedrale di mons. Mathias è andata in fumo: un incendio l'ha divorata. Il danno materiale è minimo, perché è bruciato solo un po' di legname, ma quel po' di legname era tutta la cattedrale di mons. Mathias. Un ingegnere ora ha tracciato il nuovo progetto in muratura, e Santi Mantarro con i suoi aiutanti khasi lo realizzerà, dettaglio dopo dettaglio, blocco su blocco.

Più importante che piantare cavoli

Come è venuto in mente a questo campagnolo di Sicilia (nato in un piccolo villaggio dal cordiale nome di San Fratello a Messina, l'anno 189o) di farsi Salesiano e andare con i Salesiani in capo al mondo ? Da ragazzo aveva lasciato presto ; libri per il lavoro nei campi, ed è cresciuto sano e robusto. Un giorno arriva a San Fratello, durante una delle sue peregrinazioni apostoliche, un predicatore di fama in Sicilia: il pittoresco e focoso Salesiano don Fasulo. Egli parla alla popolazione con veemenza pentecostale, e Santi tutto orecchi decide che nella vita farà qualcosa di più importante che piantare cavoli. Sarà anche lui Salesiano.

Detto fatto, entra nella casa di formazione di San Gregorio; ma prima di militare nelle file di Don Bosco dovrà militare per la patria: due anni di servizio di leva, poi torna a San Gregorio per il noviziato. Troppo presto: scoppia la guerra di Libia, e lui deve partire. Alla fine ritorna ricomincia il noviziato. Non ci siamo neppure questa volta: scoppia la prima guerra mondiale, e la patria ha di nuovo bisogno di lui.

Santi suona bene la cornetta, lo mettono nella banda della divisione, la banda gira e rallegra i soldati al fronte. Un giorno sono circondati dai nemici, « ta-pum » da tutte le parti, bisogna arrendersi e finiscono prigionieri in Germania. Santi ha perso ogni cosa eccetto la cornetta, e secondo gli ordini ricevuti continua salesianamente a rallegrare i soldati.

E finalmente la pace. Compiuto il suo dovere verso la patria terrena, è ora tempo di militare sul serio per la patria celeste. Il noviziato, la domanda per le missioni, la destinazione Shillong dove è bruciata la cattedrale.

Dopo la cattedrale c'è da costruire lo studentato per i giovani Salesiani a Mawlai. Anche qui mancano le strade, e manca anche l'acqua, ma lui si esprime già in un impasto di lingua siculo-khasi, e ce la fa. Poi altre otto chiese (tra cui quella di Cherrapunguee, la località più piovosa del mondo), l'ospedale di Shillong, e tante scuole e residenze missionarie.

Ha buona salute e resistenza alla fatica. Apre la giornata salesianamente con messa e meditazione in ore antelucane, poi dedica mattino e pomeriggio alle costruzioni. Finito il lavoro, fa l'oratorio. Un nugolo di ragazzi impazienti aspetta che arrivi: giochi, recite, saggi ginnici, canti, catechismo. Preghiere della sera e una lunga « buona notte*, poi i ragazzi se ne vanno gridando il loro cordiale « khublei », arrivederci. E mangiato un boccone, torna all'oratorio dove questa volta ci sono i giovani e gli adulti, e la banda.

« Ci penso su »

La sua versatilità stupisce. « Santi - gli domandano -, come fai a saper fare tante cose?». Risponde disarmato: «Ci penso su ». Ma stupisce ancor più come riesce a cementare gli animi. I ragazzi gli sono amici per la pelle; poi crescono, si formano uomini, si sposano e lui continua a rimanere profondamente compaginato nella loro esistenza, strettamente imparentato con tutti.

La sua cameretta è un bugigattolo da rigattiere, stipato di mille cose utili in mille circostanze diverse, e senza il minimo conforto. Sceglie i suoi vestiti tra quelli che dall'Europa sono mandati per i poveri, tutti di seconda mano, e li rammenda con pezze di seconda mano. Per sé non spende un soldo. In 42 anni di India neppure una volta torna nella sua antica patria. Ma quale patria ? Lui si sente indiano.

E quando scoppia la seconda guerra mondiale, lo trattano da indiano. Gli altri missionari italiani sono internati nel campo di Dohra Duri; per lui le autorità fanno eccezione e lo lasciano libero.

Passata la bufera, torna a costruire. Nel 1971 lo chiamano al Consolato italiano di Calcutta per dirgli che il Presidente della sua patria lontana lo ha nominato « Cavaliere della Repubblica ».

Un giorno di festa, Santi è in chiesa per onorare con gli altri il Signore: si sente male sviene, mentre un filo di sangue gli esce dalla bocca. Lo portano d'urgenza all'ospedale di Calcutta, e la diagnosi è tremenda: un tumore si è impossessato del suo polmone destro, occorre operare d'urgenza. L'intervento è disperato, a un tratto il cuore smette di battere; ma il chirurgo riesce a riattivare la circolazione. Santi lascia in sala operatoria il suo polmone malato, e con quello buono poco dopo torna a costruire le chiese dell'India.

C'è, tra l'altro, da finire la cattedrale di Shillong, con l'aggiunta di ampliamenti laterali, e lui ci tiene a farlo. Sente che il tempo gli manca, ma arriva a vedere le parti nuove coperte col tetto. Poi lo riportano all'ospedale, questa volta al « suo » ospedale di Shillong.

Due ore prima di spirare dà ancora le ultime istruzioni sui lavori da finire. Domenica 1o agosto 1971 sono in settemila, tutti suoi amici, ad accompagnarlo al cimitero cristiano.

Enzo Bianco

MISSIONI SALESIANE

1875 - 1975 - 5

1883: ultimo malon

Due tattiche diverse - In fondo agli occhi il terrore delle carabine - Nove cacichi a Forte Roca - Don Bosco non conosce i Salesiani - Giovanni Cagliero primo vescovo - Lunga anticamera dal Presidente - « Monsignore vedeva cose da barbari» - Una bottiglia di birra per un bambino indio - L'unica politica possibile.

Sulla migliore carta dell'Argentina esistente a quel tempo (De Moussy-Paris 1862), sopra le sconfinate regioni della Patagonia si leggeva: Traversias, Regiones inexploradas, Tierras incognitas, Indios, Desiertos del Sur que no son recorridos mas que por los salvajes (Deserti del Sud che sono percorsi soltanto dai selvaggi).

Alla foce del Rio Negro, sulle opposte sponde, erano cresciuti due agglomerati di abitazioni: Carmen de Patagónes e Mercedes de Viedma. La prima parte dei due nomi stava lentamente scomparendo. Le due città si sarebbero chiamate semplicemente Patagónes e Viedma. I1 15 dicembre 1879, da Buenos Aires, partirono due gruppetti di Salesiani. A loro erano state affidate le missioni di Patagónes e di Viedma. Don Fagnano, parroco di Patagónes, insieme a due sacerdoti, due coadiutori e quattro suore, avrebbe dovuto pensare a tutte le colonie e le tribù fra il Rio Negro e il Rio Colorado: un territorio vasto quanto l'alta Italia, dal Piemonte al Veneto. Don Milanesio, parroco di Viedma, avrebbe dovuto occuparsi di tutti quelli che abitavano al sud del Rio Negro: un territorio vasto come l'Italia dal Po alla Calabria.

Don Fagnano adottò come tattica: far venire più gente possibile a casa nostra. Nello spazio di dieci mesi tirò su e fece funzionare due scuole, per ragazzi e ragazze. La prima « infornata » fu di 88 giovani, tra cui i privilegiati erano alcuni figli di Indi, le cui famiglie venivano regolarmente in città per i mercati. Don Milanesio adottò una tattica completamente diversa: andare a trovare la gente a casa loro.

Montò a cavallo e andò alla ricerca degli Indi. In poco tempo imparò la loro lingua, raggiunse e strinse relazioni d'amicizia con numerose tribù, salvò gruppi e famiglie isolate dai soprusi dei bianchi. Con la sua barba al vento divenne la figura tipica del missionario pioniere. Gli Indi avevano fiducia e riverenza verso di lui. Giunsero ad invocare il suo nome come una parola magica, quando i cosiddetti « civili » bianchi li maltrattavano. La sua azione itinerante si dimostrò così provvidenziale, che da Buenos Aires fu mandato un altro salesiano come parroco di Viedma, il torinese don Beauvoir. Don Milanesio continuasse le sue escursioni apostoliche.

In fondo agli occhi il terrore delle carabine

Le tattiche adottate istintivamente da questi due grandi missionari non erano contrapposte. Potevano essere integrate perfettamente. E così si fece. Viedma e Patagónes divennero, col passare del tempo, sede di efficienti scuole e collegi dove si preparava una « nuova generazione » di cittadini onesti, cristiani, rispettosi degli Indi. E divennero punti strategici da cui missionari itineranti, seguendo il corso dei fiumi, s'inoltravano per vallate, colline e montagne, a visitare i toldos degli Indi e le fazendas dei coloni bianchi. Vita faticosa e ricca solo di eroici sacrifici. Man mano che l'esplorazione del territorio avanzava, si sceglievano i punti più adatti a fondare nuovi centri di missione. Qui si stabilivano residenze, scuole, collegi. E di qui si ripartiva per spingere avanti l'esplorazione e l'assistenza missionaria.

I Missionari percorrevano un territorio che era già stato, purtroppo, setacciato dai soldati. Il terrore dei bianchi, delle carabine, della prepotenza era annidato in fondo agli occhi degli Indi. Non ci volle molto tempo alle tribù superstiti, strette intorno agli umiliati Cacichi, per ravvisare nei Missionari dei bianchi « diversi ». Gli Indi formavano generalmente piccoli nuclei, concentrati in località adatte all'agricoltura e alla pastorizia. In questi punti i Missionari innalzavano piccole e povere cappelle, dove catechizzavano i piccoli e predicavano agli adulti.

L'immensa regione patagonica per cui si spingevano i Salesiani aveva aspetti diversissimi. Deserto sabbioso nella zona costiera sull'Atlantico, battuto da venti turbinosi; vi s'innalzavano monti di sabbia chiamati médanos. Altopiani poverissimi di vegetazione, rotti da lagune di acqua salmastra, degradanti in sterminate lande sabbiose nella zona centrale: erano chiamate traversias; il viaggiatore che vi s'inoltrava in estate correva serio rischio di morire di sete, di afa e di polvere. La zona andina e le valli dei fiumi, invece, erano verdi di boschi e di prati, costellate di laghi e di pascoli ricchissimi.

Nove cacichi a Forte Roca

Manuel Namuncurà, l'ultimo grande cacico araucano, sotto l'incalzare delle colonne armate di Julio Roca si era rifugiato verso i passi della Cordigliera Andina, e aveva evitato la cattura. In questi anni, mentre nelle pianure e nelle valli continuavano i soprusi dei bianchi sugli Indi, attorno a lui si radunarono le ultime tribù guerriere. Iniziò ancora una volta il sanguinoso malon. Le orde si abbattevano sulle fattorie e sulle colonie, uccidevano e bruciavano senza pietà.

Il generale Villegas, lasciato da Roca a presidiare le terre del Rio Negro, nel 1882 decise di portare un pesante colpo alla guerriglia. Con un'improvvisa e gigantesca retata catturò duemila Indi, uomini donne e bambini, che abitavano le alte valli andine. Nello scontro furono uccisi un centinaio di Indi. Nella retata caddero prigionieri anche la moglie e quattro figli di Manuel Namuncurà.

Fu il colpo decisivo. Il grande cacico si persuase a trattare la resa. Ma la sua diffidenza nei bianchi era senza limiti. Di uno solo si fidava: Don Milanesio. Scelto come mediatore di pace, il missionario persuase Namuncurà a presentarsi di persona al generale Villegas per fare atto di sottomissione, garantendone l'immunita.

5 maggio 1883. Il grande cacico entra nel Forte Roca accompagnato da altri 9 cacichi e da 130 uomini di scorta. Dà la sua parola che mai più combatterà contro l'esercito argentino. In cambio riceve titolo, divisa e stipendio di colonnello dell'esercito. Alla sua tribù viene assegnato un vasto territorio fertile nella valle del Rio Negro, attorno a Chimpay. È la fine della storia epica degli indios argentini.

« Io vedevo nelle viscere delle montagne »

In quello stesso 1883, a migliaia di chilometri di lontananza, Don Bosco vede in un nuovo sogno l'avvenire dell'America del Sud e dei suoi Missionari. « ... Guardavo dai finestrini del carrozzone, e mi vedevo sfuggire innanzi svariate, ma stupende regioni. Boschi, montagne, pianure, fiumi lunghissimi e maestosi... Per più di mille miglia abbiamo costeggiato il lembo di una foresta vergine, oggi giorno ancora inesplorata...

Io vedevo nelle viscere delle montagne e nelle profondità delle pianure. Avevo sott'occhio le ricchezze incomparabili di questi paesi che un giorno verranno scoperte. Vedevo miniere numerose di metalli preziosi, cave inesauribili di carbon fossile, depositi di petrolio così abbondanti quali mai finora si trovarono in altri luoghi. Ma ciò non era tutto. Tra il grado is e il 20 vi era un seno assai largo e assai lungo che partiva da un punto ove formavasi un lago. Allora una voce disse ripetutamente: "Quando si verranno a scavare le miniere nascoste in mezzo a questi monti, apparirà qui la terra promessa. Sarà una ricchezza inconcepibile...".

Il treno riprese la corsa attraverso la Pampa e la Patagonia... Giungemmo allo stretto di Magellano. Scendemmo. Avevamo innanzi Punt'Arenas. Il suolo per varie miglia era ingombro di depositi di carbon fossile, di tavole, di travi, di legna, di mucchi immensi di metallo, parte greggio parte lavorato. Il mio amico accennò a queste cose e disse:

- Ciò che adesso è in progetto, un giorno sarà realtà. I selvaggi in futuro saranno così docili da venire essi stessi per ricevere istruzione, religione, civiltà e commercio. Qui sarà tale meraviglia da superare quanto ora reca stupore in tutti gli altri popoli.

Conclusi: Ho visto abbastanza. Ora conducetemi a vedere i miei Salesiani in Patagonia ».

« Ritornammo alla stazione e risalimmo sul treno. Dopo aver percorso un lunghissimo tratto di via, la macchina si fermò innanzi ad un borgo considerevole. Discesi dal vapore e trovai subito i Salesiani...

Io andai in mezzo a loro. Erano molti, ma io non li conoscevo, e fra loro non vi era alcuno degli antichi miei figli. Tutti mi guardavano stupiti, come se fossi persona nuova, e io dicevo loro:

- Non mi conoscete ? Non conoscete voi Don Bosco?- Oh Don Bosco! Noi lo conosciamo di fama, ma l'abbiamo visto solamente nei ritratti! Di persona, no certo.

- E Don Fagnano, Don Costamagna, Don Lasagna, Don Milanesio, dove sono essi ?

- Noi non li abbiamo conosciuti. Sono coloro che vennero qui una volta nei tempi passati; i primi Salesiani che arrivarono in questi paesi dall'Europa. Ma ormai trascorsero molti anni da che sono morti.

A questa risposta io pensavo meravigliato:

Bon Bosco non conosce i Salesiani

- Ma questo è un sogno oppure una realtà?...

Risalimmo, fischiò la macchina, e via verso il nord... Per lunghissime ore si avanzò sulle sponde di un fiume larghissimo. E ora il treno correva sulla sponda destra, ed ora sulla sinistra di questo. Intanto su quelle rive comparivano numerose tribù di selvaggi. E il mio accompagnatore ripeteva: "Ecco la messe dei Salesiani ! Ecco la messe dei Salesiani!"».

Durante questo lungo e fantastico «sogno», il misterioso accompagnatore di Don Bosco gli predisse il tempo della completa «redenzione» dei popoli selvaggi dell'America del Sud: « Sarà compiuta prima che si compia la seconda generazione. Ogni generazione comprende sessant'anni ». Predisse anche il metodo con cui i Missionari l'avrebbero ottenuta: « Col sudore e col sangue ».

Giovanni Cagliero primo vescovo

Il 16 e il 20 novembre 1883, la Santa Sede emanò due importanti documenti. La Patagonia settentrionale e centrale (territori di Rio Negro, Chubut e Santa Cruz) veniva dichiarata «Vicariato Apostolico », alle dipendenze di Don Cagliero nominato Provicario Apostolico. La Terra del Fuoco (estremo territorio meridionale della Patagonia) veniva dichiarata Prefettura Apostolica, con Don Fagnano nominato Prefetto Apostolico. Undici mesi dopo, il 20 ottobre 1884, un altro documento: Don Cagliero era nominato vescovo. L'antico sogno della colomba e del ramo d'ulivo si avveravano. Le parole di Don Bosco dette ad un ragazzo moribondo: « E il breviario hai da farlo portare a tanti altri... E andrai lontano lontano... » si dimostrano ben altro che semplici parole.

La consacrazione ebbe luogo nel Santuario di Maria Ausiliatrice il 7 dicembre. Per Valdocco fu un avvenimento memorabile. Uno dei primi ragazzi di Don Bosco, entrato all'Oratorio quando aveva 13 anni ed era orfano di padre, a soli 46 anni veniva eletto vescovo di una sterminata regione missionaria.

Due particolari. Al termine dell'imponente funzione, il giovane vescovo si staccò dal corteo e si diresse verso sua madre. La vecchietta (80 anni) gli venne incontro sorretta da un figlio e da un nipote. Mons. Cagliero strinse sul petto la testa bianca, e tra la commozione dei presenti la ricondusse delicatamente a sedere. Verso la sacrestia, mescolato tra la folla, l'aspettava Don Bosco con la berretta in mano. Il vescovo corse tra le sue braccia. Aveva tenuto nascosta la mano con l'anello vescovile tra le pieghe dell'abito. Il primo bacio toccava di diritto al suo Don Bosco.

Mons. Cagliero partì per l'America del Sud due mesi dopo. Conduceva con sé 18 Salesiani e 6 Figlie di Maria Ausiliatrice.

Lunga anticamera dal Presidente

Mise piede in terra argentina in un momento molto delicato delle relazioni tra la Repubblica e la Chiesa Cattolica. Il Governo aveva rotto clamorosamente le relazioni con Roma, e una dura campagna giornalistica si era scatenata contro gli stessi Salesiani. I Missionari della Patagonia venivano chiamati «razza di vagabondi, gente raccogliticcia, uomini inetti al progresso civile, ingannatori, turbolenti, cupidi, fanatici, senza vincoli di famiglia e di nazionalità, buoni solo a scroccare denaro e a denigrare l'Argentina all'estero ».

Mons. Cagliero cercò di entrare in punta di piedi, ma i giornali lo presero di mira lo stesso giorno della sua entrata. Il Presidente era Julio Roca, il generale che aveva comandato le colonne armate in cui Don Costamagna fungeva da cappellano. Accompagnato da Don Costamagna, il vescovo riuscì a farsi ricevere (dopo una lunga anticamera). Il Presidente lo investì prima di lasciargli aprir bocca, seccato che il Papa mandasse un vescovo nella Repubblica senza intendersi prima con il governo. Mons. Cagliero era vestito da semplice prete, e lasciata passare la prima ondata di ira presidenziale disse con calma:

« Sono vescovo, è vero, ma non ho diocesi. Ho lavorato qui alcuni anni come missionario salesiano, e ora torno per riprendere il mio lavoro nella Patagonia. La Repubblica Argentina è aperta a tutti coloro che desiderano lavorare, e noi veniamo come tanti altri, per lavorare. E anche per insegnare a lavorare ai giovani. Ho condotto con me una trentina di Missionari, fra i quali parecchi Salesiani laici maestri d'arte. Andremo così alcuni a insegnare l'agricoltura e l'allevamento del bestiame, altri a prenderci cura delle anime nelle terre conquistate da Vostra Eccellenza ».

La conversazione continuò più distesa, e al termine Julio Roca strinse la mano al vescovo dicendo: « Saremo amici ».

« Monsignore vedeva cose da barbari»

Il 9 luglio, mons. Cagliero arrivò a Patagónes, centro della Missione.

Lo storico Pietro Stella così riassume l'attività del vescovo: « Iniziò la riorganizzazione dei centri missionari, potenziò l'attività dei suoi collaboratori, esercitando un valido influsso su indi e civili. Solo allora poté dirsi su basi sicure e promettenti l'opera di civiltà e di evangelizzazione ».

Il vescovo articolò il suo programma in due direzioni: ridestare la fede religiosa e l'onestà civile nei bianchi; raggiungere, difendere ed evangelizzare gli Indi.

Lungo il Rio Colorado e il Rio Negro erano in via di formazione centri misti di Argentini e di Europei, fra i quali regnava una desolante indifferenza religiosa e una aperta immoralità. Gli Indi che osavano scendere lungo i fiumi per tentare scambi commerciali, venivano assoggettati a soprusi incredibili. « Monsignore vedeva cose da barbari - scrive un testimone - in danno di quelle sventurate creature, quasi non appartenessero all'umana specie». Una buona fetta di responsabilità l'avevano alcuni scienziati e pseudo-scienziati del tempo, che nelle loro teorie avevano classificato quegli Indi come un « anello di congiunzione » tra l'uomo e la scimmia, come esseri inferiori all'uomo bianco.

Dagli adulti c'era poco da sperare, concluse mons. Cagliero. Un mutamento radicale di cose poteva avvenire solo con una nuova generazione educata a princìpi umani e cristiani. Tutti gli sforzi dei Salesiani, perciò, furono indirizzati alla costruzione di scuole ed oratori, dove lavorare per i giovani, gli uomini di domani. Due collegi (maschile e femminile) a Patagónes, due a Viedma. Sempre più spaziosi, sempre più efficienti. Oratori pieni di vita e di attività, con folle di ragazzi che si affezionavano sempre più ai figli di Don Bosco.

Una bottiglia di birra per un bambino indio

La situazione degli Indi era tragica. Dispersi dalla guerra, falcidiati dalle malattie che contraevano con paurosa facilità dai civilizzati, essi cercavano di adattarsi alle forme di vita dei bianchi. Ma molti coloni davano loro una caccia spietata per farne degli schiavi.

Gli avvenimenti avevano assunto tali caratteri di barbarie, che due deputati, al Parlamento di Buenos Aires, ne domandarono conto al governo. Molti araucani - riferivano i due deputati - erano stati sbarcati presso la capitale, ed erano, stati divisi in due branchi: uomini da una parte, donne e bambini dall'altra. Giunto il momento di distribuire i disgraziati a chi ne faceva richiesta, si erano strappati i piccoli alle madri fra pianti disperati degli uni e delle altre, e a quella scena assisteva impassibile una folla di gente. Durante la discussione in Parlamento emerse un altro fatto criminale: un comandante aveva fatto fucilare in massa 250 indios. Le donne del gruppo erano state abbattute mentre reggevano in braccio i bambini.

Col diritto della forza, soldati imprigionavano gruppi di Indi, che andavano poi a vendere come schiavi a fattorie o a famiglie private, dove essi dovevano lavorare ricevendo in cambio soltanto il cibo per campare.

Il giornale della capitale, La Nación, il io novembre 1885 narrava un avvenimento raccapricciante. Su un treno viaggiavano 150 Indi, destinati come schiavi a delle fattorie che avevano bisogno di mano d'opera a buon mercato. Alla stazione di Tucuman, un « civile* offrì al sergente che comandava il treno una bottiglia di birra, chiedendo in cambio un bambino indio. Il militare prese la bottiglia con una mano, con l'altra aprì la porta di un vagone in cui stavano ammucchiati gli Indi. Afferrò il primo bambino che vide, e senza badare al terrore del piccolo e alla disperazione della madre, lo diede al bianco « civile ».

L'unica politica possibile

Il salesiano Don Ricciardi, in una lettera spedita da Viedma il 12 novambre 1885, scriveva: « Se potessimo svelare tutti i misfatti atrocissimi, le turpitudini, le nefandità commesse da qualche anno a questa parte! Ma se a Dio piacerà, parlerà un giorno la storia e darà a conoscere al mondo chi sono i veri selvaggi della Patagonia ». Purtroppo la storia parla quando i cadaveri sono già stati sepolti.

Potremmo domandarci: perché i Missionari salesiani non fecero qualche clamorosa denuncia pubblica di queste nefandezze ? È purtroppo facile rispondere: le denunce pubbliche c'erano, in Parlamento e sui giornali, ma non servivano a niente. Se poi una denuncia « denigratoria della Repubblica » fosse stata fatta dal Vicario Apostolico o da Missionari stranieri, sarebbe stata accolta come un'occasione d'oro, da tanta cattiva gente, per indurre il Governo ad espellerli. Soppesata bene ogni cosa, l'azione migliore che potevano fare i Missionari era duplice: difendere il maggior numero possibile di Indios con un'azione diretta di assistenza e di protezione; e tentare di immettere in quella società di rudi e incalliti pionieri il lievito della fede e della morale cristiana.

L'unica politica possibile era il tentativo di trasformare quegli uomini brutali (o almeno i loro figli) in gente che rispetta il prossimo, in gente che vede anche nel «selvaggio» (qualunque fosse la «razza» appiccicata loro addosso dagli scienziati del tempo) un figlio di Dio.

TERESIO BOSCO

NEL MONDO MONDO SALESIANO

PAOLO VI AI SALESIANI: «SIATE FORTI!»

Mercoledì 29-1 -1975, all'Udienza Generale del Santo Padre erano presenti 120 Salesiani partecipanti al « Simposio sugli Esercizi spirituali», guidati dal Rettor Maggiore don Ricceri.

Paolo VI ha parlato « a braccio», con la consueta spontaneità e cordialità. Dopo aver salutato un gruppo di militari, ha aggiunto:

«Adesso un saluto che credo sarà partecipato da tutti, perché passiamo da un gruppo di soldati a un altro gruppo che è pure militante; solo che quelli sono con le armi in mano, e questi sono invece con i ragazzi in mano: sono i Salesiani!

(risate e un lungo applauso). I Salesiani di Don Bosco, e le loro consorelle, le Figlie di Maria Ausiliatrice, che hanno dato la vita per la gioventù, per quella specialmente che ne ha più bisogno, la gioventù del popolo. E che insegnano loro a essere buoni, a pregare il Signore, a dirigere la vita sopra la via maestra della nostra esistenza, che insegnano a leggere e scrivere e a far di conto, e soprattutto insegnano loro a lavorare.

Una professione (non ho bisogno di fare apologie, perché voi la conoscete meglio di me) che merita il plauso, l'entusiasmo e la gratitudine della Chiesa. E sono lieto in questo momento di esserne l'interprete, per dirvi grazie, e che siate forti!

Continuate, moltiplicatevi, continuate sempre nello stesso amore e nella stessa dedizione - che sappiamo senza confini - verso la gioventù, anche quella di oggi, specialmente quella di oggi; per dare davvero al paese, alla Chiesa, una nuova generazione cristiana.

Vi benedico con tutto il cuore (applausi) ».

GIOVANI COOPERATORI: INCONTRO NAZIONALE IN ARGENTINA

Si è svolto nei giorni 1 - 3 novembre 1974 a Rosario (Argentina) il «Primo Incontro Nazionale dei Giovani Cooperatori », presenti 90 partecipanti di 15 centri (di cui due dell'Uruguay), e inoltre due Ispettori, 12 delegati e 5 Figlie di Maria Ausiliatrice. Organizzatore il Delegato nazionale don Antonio Azarkiewicz. Scopo:

approfondire le tematiche dello spirito salesiano, e della missione del Cooperatore. I gruppi di lavoro hanno curato non solo le discussioni ma anche, a turno, l'allestimento dei pasti. Liturgia intensamente partecipata, e alla sera i canti attorno al fogon (falò). È la prima volta, a quanto risulta, che i Giovani Cooperatori in America Latina tengono un incontro a livello nazionale.

PER LA MESSA D'ORO DEL RETTOR MAGGIORE

Il Rettor Maggiore salesiano - come già annunciato - nel prossimo settembre celebrerà le sue nozze d'oro sacerdotali (fu infatti ordinato a San Gregorio di Catania il 19 settembre 1925).

II vicario del Rettor Maggiore don Gaetano Scrivo ha inviato agli Ispettori salesiani una lettera, in cui richiama la loro attenzione sulla « lieta circostanza », e propone alcune iniziative pratiche.

愥灳癳%

Nella lettera don Scrivo osserva che «si offre così a tutti noi un'occasione concreta e gradita, per stringerci spiritualmente intorno a colui che - come successore di Don Bosco - è padre e centro di unità per l'intera Famiglia Salesiana ».

Egli passa quindi a indicare tre «modi concreti con cui associarci al giubileo sacerdotale del Rettor Maggiore».

Anzitutto, assicurare don Ricceri riguardo alla « nostra partecipazione gioiosa e filiale» al ringraziamento che egli «innalzerà in tale circostanza al Signore (anche noi infatti sentiamo il bisogno di ringraziare il Padre per aver concesso in don Ricceri un dono privilegiato alla Famiglia Salesiana) ».

Altro «modo sostanzioso di partecipare al giubileo sacerdotale» indicato da don Scrivo, sarà l'impegno per « rispondere alla sollecitudine pastorale», del Rettor Maggiore attuando il programma da lui stesso fissato alla Famiglia Salesiana per l'anno 1975: « conversione a Dio, riconciliazione con i fratelli, evangelizzazione». «Una piena adesione di mente di cuore e di opere» a questo programma, «sarà il dono più gradito che gli possa essere offerto dalla nostra famiglia».

Infine, a queste due forme soprattutto interiori di partecipazione verrà data «un'espressione anche esterna, in Roma, a nome della Famiglia Salesiana di tutto il mondo»: « II 19 settembre, il Rettor Maggiore celebrerà la Messa Giubilare nella basilica del Sacro Cuore: sarà un appuntamento spirituale per quanti ci sentiamo a qualsiasi titolo vincolati alla missione salesiana nella Chiesa e nel mondo».

ANCHE LE FMA PREPARANO LA «SPEDIZIONE MISSIONARIA» DEL CENTENARIO

Anche la Superiora delle FMA, come il Rettor Maggiore salesiano, ha invitato le sue religiose a preparare una «spedizione missionaria» particolarmente significativa, in occasione del Centenario delle missioni di Don Bosco.

L'invito è contenuto in una lettera che Madre Ersilia Canta ha inviato alle Figlie di Maria Ausiliatrice. Dopo aver ricordato che il loro istituto è «dalle sue origini missionario», e che secondo il pensiero della Chiesa ogni suora e ogni comunità devono sentirsi missionarie, ha così precisato:

«Un modo concreto di celebrare i cento anni di vita delle nostre missioni sarà quello di giungere, con ogni sforzo, a una significativa e il più possibile numerosa spedizione missionaria.

Sono quindi a rivolgere il più caldo invito a tutte le suore che si sentono chiamate a dedicarsi all'apostolato in terra di missione, a farne domanda».

Le missioni dei Salesiani compiono cent'anni di attività nel 1975, e quelle delle FMA compiono i cent'anni nel 1977; ma le due Congregazioni di Don Bosco celebreranno insieme l'anno centenario. Esso si aprirà I'11 novembre 1975, per chiudersi I'11 novembre 1976. La celebrazione avrà nella «spedizione missionaria» speciale, che le due Congregazioni si sono impegnate a realizzare insieme, uno dei suoi momenti più significativi.

«EUROBOSCO»: UN CONGRESSO PER GLI EXALLIEVI D'EUROPA

« Eurobosco»: il curioso neologismo è stato coniato dagli Exallievi del Belgio, fondendo insieme le parole Europa e Don Bosco. E con senso pratico essi lo hanno posto come etichetta al «Secondo Congresso Europeo degli Exallievi di Don Bosco», che ha scelto di dibattere l'impegnativo tema del « contributo degli Exallievi all'unità dell'Europa».

Il Congresso si svolgerà nei giorni 11 -14 settembre 1975 a Lovanio (Belgio) presso il collegio dell'Università dei Padri Gesuiti di Heverlee. Non sarà una manifestazione di prestigio, ma un'assemblea di studio e di lavoro.

Il numero massimo sarà di duecento congressisti; avranno diritto. di parola e di voto soltanto i delegati delle Federazioni nazionali europee (oltre ai membri della Presidenza federale); le altre rappresentanze avranno però diritto di parola.

Sono previste tre relazioni, affidate a:

- don Giovanni Raineri, del Consiglio Superiore salesiano (parlerà sui motivi e le ragioni dell'impegno europeistico degli Exallievi);

- M. Kulakowski, segretario generale della « Federazione internazionale dei Sindacati cristiani» (sulla storia, i problemi, le difficoltà, le prospettive dell'unità europea);

- A. Vanistendael, segretario generale della « Cooperazione Internazionale» (sul contributo degli Exallievi all'unità europea).

Don Raineri, interrogato sull'importanza e funzione che attribuisce a questo Congresso, ha risposto: «Vedo il Congresso come un modo pratico, ad altissimo livello, di "collaborazione per l'animazione cristiana della società", cosa espressamente richiesta dal nuovo Statuto degli Exallievi (all'art. 3). Penso che il Congresso, dopo aver evocato le grandi ragioni ideali di impegno europeistico, giungerà a promuovere impegni pratici e concreti, da attuare con corresponsabilità e con il necessario sacrificio (senza cui niente di grande e di cristiano si fa). Vedo anche il Congresso come un contributo di unione e di collaborazione con la Congregazione salesiana; nell'area europea essa opera con ben 37 Ispettorie su 70; l'unione e collaborazione fra Salesiani ed Exallievi, che già esiste, dovrebbe uscire dal Congresso rafforzata.

Non mi nascondo le difficoltà - ha concluso don Raineri -; ma penso che il Congresso, con il suo carattere di mobilitazione civile e cristiana, saprà far scaturire ideali capaci di vitalizzare il Movimento e l'Associazione degli Exallievi ».

GIUNSE UNA LETTERA...

Una notte improvvisamente, per uno dei violenti temporali tanto frequenti qui nelle Filippine, bruciarono la pompa e il cavo dell'unico pozzo d'acqua potabile nella bidonville di Tondo (periferia di Manila): il pozzo costruito da noi Salesiani. E addio acqua potabile.

Per la riparazione interpellammo una ditta, che ci presentò un preventivo di 15.000 pesos filippini (1.500.000 lire italiane), da pagare appena ultimati i lavori. In cassa non avevamo un soldo, ma come fare? Demmo ugualmente il via ai lavori.

Il giorno in cui la ditta ci presentò la fattura da pagare, con la posta giunse una lettera dalla Svizzera, contenente un assegno bancario di 15.000 pesos filippini. E dire che a volte abbiamo dubitato che queste cose fossero accadute davvero ai tempi di Don Bosco...

(Don Ercole Solaroli da 25 anni in Oriente).

Parteciparono complessivamente alle «giornate», svoltesi nei locali della parrocchia, 310 giovani delle classi superiori provenienti dalle varie scuole di Banpong e località vicine, suddivisi in quattro turni.

I temi furono trattati dai Salesiani, da una Figlia di M. A. e da specialisti in problemi giovanili. Gli argomenti svolti, la partecipazione attiva dei giovani, e il clima di fraternità creatosi, entusiasmarono i partecipanti, che alla fine hanno espresso il desiderio di tornare qualora venissero organizzate altre giornate del genere.

Si sta ora pensando a radunarli ancora una volta o due, per stimolarli a far passare in atto quanto hanno sentito.

UN «INCONTRO» PER I COLLABORATORI LAICI

Un «incontro» Latino-Americano per collaboratori laici nell'opera educativa salesiana ha avuto luogo a Córdoba (Argentina) dal 7 al 20 febbraio 1975. L'iniziativa, concordata con il Rettor Maggiore nell'aprile 1974, assume rilievo per i problemi nuovi che si sono affrontati e per i risultati che si sono avuti.

L'importanza dell'incontro - a quanto fanno notare gli organizzatori - nasce dal fatto che i « collaboratori laici » nelle opere educative salesiane stanno diventando sempre più numerosi e vanno occupando cariche di sempre maggior responsabilità. A ciò va aggiunta la trasformazione in corso nelle stesse istituzioni educative salesiane, che da « enti giuridici di diritti e doveri» (come pur sempre rimangono) vengono oggi più considerati e vissuti come « luoghi in cui si realizza un processo educativo, condotto nell'intimo da un unico spirito animatore di tutti quelli che vi sono impegnati». In altre parole, l'istituzione educativa viene sempre più considerata « comunità» educativa. Di qui la necessità che i collaboratori laici si inseriscano nell'attività salesiana con l'adeguata preparazione e capacitazione a un lavoro educativo salesianamente comunitario, e di qui la necessità dell'incontro.

L'incontro, aperto a salesiani e collaboratori laici di Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay, risulta particolarmente impegnativo: è durato due settimane e ha chiesto ai partecipanti « otto ore di orologio» al giorno, da dedicare allo studio dei temi, alla ricerca di gruppo, e alle discussioni generali.

Il lavoro intellettuale ha avuto certamente la sua parte, ma i momenti liturgici e comunitari sono risultati « una lezione di vita su ciò che può essere lo spirito della Famiglia Salesiana in azione».

Il programma comprendeva lo studio dell'ambiente latino-americano, del profilo del collaboratore laico nelle comunità salesiane, e soprattutto della missione educativa salesiana (sistema preventivo, programmazione educativo-pastorale, dinamica di gruppo, la Famiglia Salesiana).

Si è voluto ottenere così - attraverso l'incontro di Córdoba - una convergenza di riflessioni e di indirizzi pratici riguardanti il processo educativo perché diventi veramente cristiano e salesiano; e assicurare nelle Ispettorie la presenza di un gruppo di animatori in grado di operare da moltiplicatori dell'esperienza vissuta.

E naturalmente, per i collaboratori laici, si è trattato di prendere coscienza del movimento dei « Cooperatori Salesiani» ed eventualmente di aderirvi.

INVENTARE UNA TEOLOGIA DEL RISCHIO

Pensieri dall'agenda di don Alfonso Ruocco, Vicario dell'Ispettoria Meridionale, improvvisamente scomparso il 18 gennaio 1975:

«Riempirsi d'entusiasmo è riempirsi di Dio (en Theo) ».

« L'errore di ieri è stato il progresso sollecitato dalla base e non sempre accettato dal vertice. L'errore di oggi: il progresso sollecitato dal vertice, e non sempre assimilato dalla base».

« Dove c'è crescita c'è rischio. Bisognerebbe inventare una teologia del rischio. Non si può vivere senza rischi oggi;

non è morale evitare delle soluzioni solo perché implicano dei rischi».

« Se i tempi sono cattivi, viviamo bene e i tempi saranno buoni: i tempi siamo noi».

SCIARE SENZA NEVE, E IN PIENA CITTÀ

La proposta veniva dal direttore delle «Scuole Salesiane del Lavoro» di Talca (Cile), padre Pedro Pavisic, e i ragazzi naturalmente l'hanno accolta con entusiasmo. Agli ordini del direttore hanno costruito l'impianto nel cortile più grande della casa, e l'hanno inaugurato nel gennaio scorso (cioè, per il Cile, in piena estate). La pista, di neve artificiale, imponente, ha l'inclinazione regolabile fra i 22 e i 45 gradi, e i ragazzi con sci e racchette si divertono un mondo. Anche se alcuni in vita loro non hanno mai visto la neve!

PER INTERCESSIONE DI MARIA AUSILIATRICE DI SAN GIOVANNI BOSCO E DI ALTRI SANTI E SERVI DI DIO

IL GRAZIE DI UNA MAMMA

Ringrazio di vero cuore M. Ausiliatrice e S. Giovanni Bosco per aver assistito con un aiuto veramente straordinario mia figlia, Figlia di M. Ausiliatrice, durante tre interventi chirurgici per un tumore che si era ripetuto a breve distanza di tempo. Con meraviglia anche dei medici si è ristabilita in fretta, e da due anni non sente più manifestazioni del terribile male. Ho molta fede che M. Ausiliatrice e Don Bosco continuino a proteggere non solo mia figlia, ma tutta la nostra famiglia.

CasteLnuovo Don Bosco-Becchi

ANGIOLINA MUSSO ved. CAVALLO

ATTESA AMARA E AGITATA

Dovevo essere sottoposto ad operazione chirurgica, che si presentava non lieve, ed il mio stato assai vivo di emotiva preoccupazione, mi rendeva oltremodo amara ed agitata l'attesa. Fiducioso in Maria Ausiliatrice, di cui nella mia vita sono stato rispettoso devoto, mi raccomandai vivamente a Lei, perché mi concedesse la grazia d'assistenza e di serenità a superare la prova temuta (resa ancora più delicata da una mia minorazione fisica). Ed ho avuto la gioia che tutto si è risolto nel modo migliore, senza la sofferenza tanto paventata. M. Ausiliatrice mi ha fatto toccare con mano la sua materna protezione.

Con l'animo pieno di gratitudine rivolgo preghiere di ringraziamento.

Milano

SANDRO CIGOLINI

LA MEDICINA E LA FEDE

Da parecchi anni mia sorella soffriva di gravissimi disturbi allo stomaco. Le cure, svariate, non solo non avevano giovato, ma si notava un progressivo peggioramento. In preda a grave ansia mi rivolsi alla Vergine Ausiliatrice. Pregai con fede, ed ecco che un nuovo medico, consultato quasi senza speranza, ordinò una nuova cura semplice che si rivelò efficacissima. Ogni disturbo è svanito, e mia sorella riesce a svolgere nuovamente un'attività molto intensa. Ringrazio pubblicamente la Madonna.

Rivoli (Torino)

ANNA GAZ

LA VITA A 17 ANNI

Una sera del marzo 1974, un nostro nipote di 17 anni fu investito gravemente da un'automobile che procedeva ad altissima velocità. Ricoverato immediatamente all'ospedale di Brescia, gli furono riscontrate fratture enormi e delicatissime. La mamma, angosciata, per sei giorni non fu ammessa a vederlo. Saputa la gravità estrema del caso, iniziammo con fede una novena a M. Ausiliatrice. Ed essa ci ha esaudito. Dopo quattro mesi di degenza, il nostro nipote poteva riprendere la sua vita normale, e a tutt'oggi non risente postumi del grave incidente. Riconoscenti ringraziamo la Vergine.

Sorelle SALVI, FMA

LA PREZIOSITÀ DEGLI OCCHI

In una operazione all'occhio sinistro assai delicata, mi rivolsi a Maria SS. Ausiliatrice perché mi assistesse con la sua protezione. Un male virale che si manifestò dopo l'operazione rischiò di far precipitare le cose verso una realtà molto brutta. Mi rivolsi ancora all'intercessione della Vergine e di Don Bosco, protettore della nostra famiglia, affinché scongiurasse questa sciagura. Lo stesso chirurgo, visitandomi dopo qualche tempo, riconobbe nel ricupero totale della vista qualcosa di straordinario. Manifesto la mia profonda riconoscenza a M. Ausiliatrice e a Don Bosco, implorando per me e la mia famiglia costante protezione.

Roma

EMMA LANZARA MENICHINI

NEL DISBRIGO DELLE FACCENDE DOMESTICHE

Nel disbrigo delle faccende domestiche rimasi tempo addietro infortunata ad una parte delicata della mano destra. Di fronte alla eventualità di un intervento chirurgico prospettatomi dal medico curante, pregai la Vergine Ausiliatrice di soccorrermi, e di evitarmi le sofferenze e le incognite dell'operazione. La grazia mi venne concessa. Dopo alcune cure, la mano è tornata alla normalità. Alla Vergine Ausiliatrice vanno i miei sentimenti di gratitudine e di rinnovata devozione.

Bari

LUCIA SPAZIANTE

L'ALLEGRA CERTEZZA DI UN MISSIONARIO

Mi trovavo ricoverato in un ospedale di Belem (ParàBrasile). Dopo l'incertezza di prolungate analisi, venne la sentenza: malaria maligna, infezione generale, ulcera allo stomaco ed altro ancora. La mancanza di assistenza medica, piuttosto normale per noi missionari, aveva reso il caso gravissimo. « Per questa volta cercheremo di farcela - mi disse uno dei medici curanti - ma che non ricada in un'altra faccenda del genere, Padre Riccardo, altrimenti non ce la farà». Come molte volte avevo fatto, con fiducia, quasi direi con allegra certezza, mi sono rivolto alla nostra buona mamma Ausiliatrice e a Don Bosco. Tutto decorse felicemente. Desidero dire a tutti la grande e continua bontà con cui l'Ausiliatrice e Don Bosco mi assistettero non solo questa volta, ma in tutti i momenti più difficili del mio lavoro missionario.

Padre RICCARDO LORENZONI SDB

IL ROSARIO DEL PAPA

Mentre era in serena conversazione con il nostro parroco, mio padre (84 anni!) si sentì improvvisamente male. Pensavamo ad una delle sue solite crisi, e gli fornimmo i soliti rimedi. Ma questa volta i disturbi continuavano e crescevano. A tarda notte le forze gli vennero meno, e chiamammo il medico. Ma anche i suoi rimedi risultarono vani. Comparve una violenta emorragia interna con larga perdita di sangue. Per due giorni le condizioni peggiorarono. La sera del 27 tutti noi familiari eravamo riuniti nella stanzetta da letto, a vegliare amorosamente papà, quando egli all'improvviso si pose con chiarezza ed energia a recitare il Rosario di 15 misteri, come era solito fare ogni giorno. Alla fine del Rosario si volta a noi, dice che si sente bene, che si vuole alzare, perché « Don Bosco mi ha sorriso». Commossi rendiamo pubblica la grazia e ringraziamo di gran cuore.

BORTOLO CRISTIANO di BRANCALEONE (RC)

«SI RICORDI CHE È VIVA PER MIRACOLO»

Mia sorella di 39 anni, mamma di due bambini, venne colpita quasi improvvisamente da una fortissima intossicazione accompagnata da pericolosa emorragia. Fu trasportata al pronto soccorso. Qui rimase un giorno e mezzo priva di conoscenza. Per tutto questo tempo invocai incessantemente Maria Ausiliatrice. L'aiuto dei medici dell'ospedale fu generosissimo, e la sorella non solo lentamente si riprese, ma dopo pochi giorni potè tornare in famiglia. Il primario, che esitava assai a concederle il permesso di tornare a casa, le disse: «Signora, ricordi che lei è viva per miracolo». Siamo riconoscentissimi a M. Ausiliatrice e invochiamo la sua protezione su tutta la famiglia.

Canalicchio (Catania)

Suor ANGELA LO VERDE, FMA

LA MAMMA SI È SALVATA

In seguito ad un attacco cardio-circolatorio, mia mamma fu ricoverata in ospedale. Quando sembrava ormai fuori pericolo, sopraggiunse una grave complicazione: il cuore cessò di battere, e sembrò che la mamma avesse cessato di vivere. Fortunatamente si individuò quasi subito la complicazione sopraggiunta: embolia cerebrale. Curata bene, dopo qualche giorno mamma incominciò a parlare, la mente tornò lucida, e la gioia tornò in tutta la famiglia. Ringraziamo l'Ausiliatrice, di cui mamma è assai devota, e che pregammo incessantemente durante i momenti difficili.

Messina

Ch. RAFFAELE GIANNATELLO

PERSONE RICONOSCENTI

Savina Zampieri ringrazia M. Ausiliatrice e Don Bosco per aver avuto la soddisfazione di un bel nipotino, atteso da tanto tempo.

Mario e Liliana Jannitti (Roma) ringraziano di cuore Don Bosco per l'arrivo nella loro famiglia del bimbo che in suo onore hanno battezzato Giovanni. Per quattro volte in passato la gravidanza non aveva avuto esito felice. Ora i coniugi, riconoscenti, ringraziano il Santo dei ragazzi.

La Comunità delle Figlie di M. Ausiliatrice di GiavenoOratorio ringrazia M. Ausiliatrice per il buon esito dell'intervento chirurgico cui è stata sottoposta la loro Direttrice.

Quaglia Pietro (Villata VC): « Mio fratello era stato ricoverato in ospedale per una piccola operazione. In seguito a complicazioni si aggravò. Mi rivolsi con fiducia a Don Bosco e subito ebbe un miglioramento. Riconoscente mando il mio grazie ».

A.T.B. (Nizza Monf.) (lettera firmata) ringrazia di cuore San Giovanni Bosco per una segnalata grazia attesa con ansia.

Auda-Giori Aida ved. Girello (Torino) ringrazia M. Ausiliatrice per il felice esito in una delicata operazione e per le grazie elargite a lei ed alla sua famiglia.

Rita Ceppo (Moncalvo AT) ringrazia M. Ausiliatrice perché il fratello, insieme ad altre due persone, è uscito illeso da un pauroso incidente stradale.

Renzo Rastelli: «Vedendo scomparire la mia nipotina, che pure avevo vicinissima, in una profonda buca, tuffandomi in mare per cercarla e non trovandola, nel mio cuore gridai: "Don Bosco, aiutami!". Ritrovai la piccola poco distante. Trasportata per breve tempo in luogo di cura, è tornata a sorridermi ».

Maria Grisoli (Catanzaro) ringrazia M. Ausiliatrice per aver ottenuto, per sua intercessione, una segnalata grazia spirituale.

Gaetana Pizzino (Capo d'Orlando): « Mio marito doveva subire una delicata operazione agli occhi, e si presentavano difficoltà per disturbi cardiaci. In quel momento assai difficile mi rivolsi fiduciosa a M. Ausiliatrice e tutto andò benissimo. Manifesto tutta la mia riconoscenza».

Jole Imberciadori (La Spezia): « Mio nipote, di pochi anni, colpito da forte mal di stomaco con altri disturbi più gravi, che tardavano a passare, migliorò rapidamente appena lo raccomandammo a Don Bosco. Riconoscenti ringraziamo».

Luciano D'Angelo (Cortona CH) ringrazia con viva gioia M. Ausiliatrice per una grazia ricevuta.

CI HANNO PURE SEGNALATO GRAZIE

Acquasciati Giuseppina - Agnelli Eva - Agnoletti Federico - Agostinetti Rosa - Alby Emilia - Alioto Giuseppe - Amighetti Luigina - Anastasi Elisa in Gorgone - Antonini Valentina - Arfiero Palmira - Armand Beatrice - Aronica Pasqualina - Arrigoni Ancilla - Atseni Carlo - Bagnati Caterina - Baldiotto Filomena - Balestra Giuseppina - Barberis Famiglia - Barberis Clelia - Barberis Flavia - Baricordi Maria - Battaglia Gina - Bazzano Carmela - Belletti Pierino - Benzi Giuseppina - Berera Alessandrina - Bertani Maria - Berteotti Luigia - Bertonello Palmira - Biscu Francesca - Bocci Guido - Bordone Margherita - Borra Emilia - Borsarelli Annetta - Bottaro Ernesto - Bottero Giovanna - Bottini Rosa - Bruno Francesca - Calcagno Angela - Caldonazzi Luciana - Campanari Stella - Canale Maria - Cantamessa Angela - Cappella M. Luisa in Furia - Cappuccino Maria - Caramia Rosa - Carli Pozzati Ines - Caroti Antonietta - Castelletti Rosina - Castrucci Iris - Casucci Rosa - Cataldi Fausta - Cavallari Elsa in Bellini - Cella Giovanna - Cena Pierina - Cetti Imelde - Chiesa Concetta - Chiesa Gian Carlo - Cipriani Ponziano - Coira Salvatore - Colmarini Maria A. - Copes Anna - Coppola Adalgisa - Corradini Gilda - Costa Brigida - Covellini Giovanni - Crivellaro M. - Dagna Margherita - Dal Bo Vilma - Dal Pos Bruna - De Angelis Maria - De Crescentis Anacleta - Del Basso Antimo - Dellantonio Giuseppina - Delsignore Caterina - Delsignore Mario e Famiglia - De Marco Vincenzo - De Martino Maria - Di Francesco Maria - Di Martino Maria - Divina Agnese - Dondi Ortensia - Dente Battistina - Elia Maria - Epis Noemi - Ercolano Sr Elena - Errante Micheletta Galatia - Facelli Maria - Fay Maria - Febbrari Gino - Felchero Rina - Ferrante Giulio - Ferrara Lina - Ferrari Francesca - Ferrero B. Giuseppina - Fillietraz Angela - Finco Giuseppina - Fischella Paolo - Fortunati Luigia - Fostini Marino - Fortugno Romeo Margherita - Gaido Anna - Gallo Marta v. Barberis - Gambaro Martinoni Jolanda - Gandolfi Domenica - Gandolfo Ines - Garoppo Agnese - Carrè Giovanna - Gaspari Maria - Gatti Giuseppina - Gaudissard Maria - Genovese Angela - Gervasi Francesca - Gianolio Lucia - Giovannini Bruna - Giudice Paolo - Gonella Clementina - Grimaldi De Luzi Felicita - Grosso Rosetta - Gueli Anna - Guglielmi Gisella - Ivaldi Clelia - La Manna Maria Leoncini Raimondo - Lessio Maria - Limonta Felicita - Lombard Angelo - Longo Rosetta - Maduri Rosina - Maffeo Anna - Manzella Rosalia - Marangi Rosalba - Marchetti Eumenide - Marcorie Anita - Marradro Maria - Masina Antonio - Matera Angela - Merlo Eletta - Messerotti Poppi Giuseppina - Milani Odette - Milazzo Stella - Minati Lina - Minotti Norina - Mittino Giuseppe - Molinaroli Elisa - Musella Margherita - Obert Rosina - Oberti Laura - Occhiena Guido - Olivero Guglielmo - Orrù Giovanni - Palmeri Giovanni - Papetti Carla - Pasquini Maria - Patrone Melania - Petratto Luigi - Pettinati Romolo - Pezzini Enrico - Pizzorni Centina - Porcellato Cesare - Prandin Luigina - Prandoni Olga - Provera Adele - Puleri Pietrina - Puricelli Antonietta - Puxeddu Eleonora - Quadrelli Anna - Racca Rita - Ragno Ada - Randazzo Grazia - Ranuschio Maria - Richaud Ada - Riffino Rosanna - Riz Albina - Rizza Politi Mariannina - Rizzo Francesca - Rocca Gurini Elisa - Rodigari Dorotea - Romagnolo Secondina - Romanelli Elvira - Ronuschio Leone - Rosa Alfonsina - Rosiello Modestino - Rosso Primo - Rovagna Lucia - Russo Antonino - Russo Francesca - Ruy Sorelle - Sabbadin Galliano - Sacchi Ines - Samuele Nicola - Sapienza Rosa - Sasso Don Michele - Savin Glarey Liberata - Scarabosio Mariella - Scardin Gina - Scarsi Stefano - Scarso Famiglia - Senucia Giuseppina - Serra Laura - Sica Antonietta - Siragusa Antonio - Spadafora Rosaria - Spagnoli Tiziana - Spina Andrea - Starda Romana - Strazzeri Fausta - Surra Vivina - Tamburelli Antonietta - Targato Mognato Assunta - Todaro Franca - Torengo Maria - Tortoo Marta e Marco - Tosi Ester - Trisotto Pia - Trombetta Teresa - Truffa Luigia - Turra Bruna - Uffreduzzi Luciana - Vacca Carlo - Valchiusa Marta - Vazi Maria - Verena Raimondo - Verzoletto Ada - Vezzoli Te.esa - Villa Adele - Vincenti Carla - Viola Agovino - Vuillermoz Leontina - Zanni Paolina - Zaramella Lorenzo - Zocci Jole - Zongoli Concetta.

Michelina Melis Del Carretto ved. Gorini (Cagliari) ringrazia vivamente M. Ausiliatrice, per non essersi mai rivolta a Lei per motivo ragionevole senza esserne esaudita. Ricorda nel tempo le segnalate grazie materiali e spirituali concesse alla vecchia mamma che toccò il secolo, al marito e al figlio. Invita tutti alla fiducia ed all'amore verso la celeste Regina.

Beatrice Maccagno è vivamente riconoscente a M. Ausiliatrice e a Sr. Valsé Pantellini per il loro aiuto sempre colmo di amore.

Elda Ferrero (Milano): « Due anni fa mio marito fu colpito da un grave infarto. Pregai con fede la Vergine Ausiliatrice e Don Bosco, ed ora mio marito sta molto bene ed ha ripreso a lavorare come prima. Riconoscente ringrazio anche perché la Vergine e Don Bosco tengano lontano ogni pericolo dalla mia famiglia».

Romana Starda (Vercelli) ringrazia di cuore M. Ausiliatrice per la guarigione della mamma da paralisi.

Nicolina Cannistraci (Messina). Per un grave incidente sul lavoro, suo marito rimase seriamente lesionato, e dovette subire due dolorose operazioni durante tre mesi di degenza ospedaliera. Le preghiere a M. Ausiliatrice e a Don Bosco, unite alla valentia dei medici, hanno ottenuto il suo pieno ricupero per il lavoro e per la famiglia.

Mariarosa Caravati in Bareggi (Milano): « Manifesto la mia riconoscenza a M. Ausiliatrice e a San D. Savio per la felice nascita della mia quarta bambina. Durante la gravidanza passai dei momenti molto difficili, ma con grande fede mi rivolsi ai miei celesti protettori, ed è nata una bimba sana e bella. Spero che la Madonna me la faccia crescere buona».

GUARITA DA INESPLICABILE MALATTIA

Rendo pubblico il fedele racconto di una grazia grande che Santa Maria Mazzarello mi ottenne dal Signore nel 1955.

Devo premettere tutta la storia degli anni che vi precedettero.

Nel 1935, quando avevo appena un anno di vita, venni colpita da una malattia agli occhi, per cui i miei genitori dovettero sostenere forti spese per curarmi.

Guarita di questa, esattamente due anni dopo - nel febbraio 1937 - mi comparvero alle gambe come delle morsicature d'insetti maligni, che si allargavano formando delle vere piaghe.

I genitori e i nonni non si davano pace nel vedermi in quello stato e cercavano sempre nuovi medici che riuscissero a guarirmi. Ma invece di migliorare, peggioravo sempre più.

In tali penose condizioni giunsi ai quattordici anni: l'infezione alle gambe era divenuta così estesa e preoccupante che dovetti essere ricoverata all'ospedale «S. Giovanni di Dio» di questa città. Cinque grandi piaghe intorno al ginocchio m'impedivano di camminare. Mi fecero molti esami, senza poter diagnosticare il male: alcuni dottori dicevano trattarsi di lebbra e volevano isolarmi; altri pensavano addirittura all'amputazione delle gambe per salvarmi la vita.

Grazie a Dio, tra i medici ve n'era uno che consigliò di attendere e di provare una sua cura. Questa era terribilmente dolorosa, usando del plasma speciale fatto venire dagli Stati Uniti, per rifarmi i muscoli, quasi completamente distrutti.

Dopo trentasei giorni di degenza uscii dall'ospedale molto migliorata, ma non guarita. I miei genitori, poveretti, erano esausti di forze e di mezzi.

A sedici anni potei con sforzo riprendere la scuola, sempre sospesa; la malattia però non mi abbandonava. Il medico continuava a studiare il mio caso senza mai riuscire a diagnosticarlo: solo constatava che con la terramicina miglioravo; ma vedendo che poi i piccoli tumori ricomparivano, pensava trattarsi di una forma allergica prodotta da qualche pianta della località dove andavo durante le vacanze.

Nel 1953 incominciai la scuola secondaria presso le Figlie di Maria Ausiliatrice di questa città; e nel 1955 conseguito il diploma di dattilografia ottenni di continuare gli studi come interna nel collegio « S. Inés» di S. Tecla. Cercavo di nascondere la mia malattia, tenendo sempre le gambe ben coperte e facendo da me tutte le cure necessarie.

In collegio sentii parlare di Santa Maria Mazzarello, leggere le relazioni di grazie ottenute per sua intercessione, ed ebbi l'ispirazione di scegliere la Santa come mio medico, chiedendole incessantemente che mi guarisse.

Il miracolo - posso proprio chiamarlo così - venne: le piaghe si chiusero, e per la prima volta nella mia vita mi sentii felice. Oltre la celebrazione di una Messa, avevo promesso alla Santa anche di pubblicare la grazia, se dopo un dato tempo il male non fosse ricomparso.

Continuai poi sempre bene; ed ora sposa e madre di tre bambini sani e robusti, col cuore pieno di gratitudine, invoco la mia celeste Benefattrice, anche per quanti soffrirono lungamente con me, e cerco di diffonderne la conoscenza e la devozione.

Santa Ana (El Salvador)

ANGELICA CASTANEDA DE GENOVEZ

L'INTERVENTO 51 PROSPETTAVA PERICOLOSO

Esprimo la mia più viva gratitudine alla nostra Santa Madre Mazzarello, di cui ho esperimentato la potente intercessione in varie circostanze.

La mia cara mamma, Carmela Brando in Grimaldi, già operata nel 1962 per due volte all'occhio destro con esito quasi negativo, nel 1972, all'età di 74 anni, doveva subire anche all'occhio sinistro un intervento, che si prospettava pericoloso essendo affetta da altri mali, ormai divenuti cronici.

Particolarmente preoccupata, recandomi in pellegrinaggio a Mornese e a Nizza, sostai in preghiera nei luoghi santificati dalla presenza della nostra Santa Madre, invocando con fede la guarigione della mamma e altre grazie particolarissime, di cui avevo tanto bisogno.

Dopo pochi giorni di degenza, la mamma usciva dalla clinica essendo riuscito con ottimo esito l'intervento subito.

Adempio perciò con gioia la promessa di rendere pubblica la grazia, riconoscente alla Santa anche per altri favori, mentre la prego di voler continuare la sua valida e materna protezione su di me e sui miei familiari.

Salerno

Sr. VINCENZA GRIMALDI, FMA

DOPO ESSERE STATA IN COMA PER 22 GIORNI

II 3 ottobre 1972 la nostra piccola Emanuela di otto anni si trovava sulla macchina, guidata dalla mamma, insieme con la sorella maggiore, il fratellino e due amichette. D'un tratto un pesante automezzo immessosi sul corso senza rispettare il segnale di «stop», investì in pieno la macchina sfasciandola completamente. Quanti vi si trovavano furono sbattuti sull'asfalto, in modo terrorizzante.

Emanuela rimase fra tutti in peggiori condizioni perdurando in stato di coma per 22 giorni. Dottori e professori si prodigarono con ogni risorsa medica per salvarla, ma con poche speranze. Qualora fosse sopravvissuta, si prospettava angosciosamente la previsione di rimanere menomata nelle facoltà mentali.

Per l'interessamento della direttrice dell'Istituto «S. Giuseppe» di Crusinallo, che con la comunità partecipò in preghiera al doloroso caso, si affidò la bambina a Santa Maria Mazzarello.

Ora a distanza di due anni possiamo attestare l'efficacia dell'intercessione della Santa nella completa guarigione di Emanuela, che ha anche superato bene l'esame di quinta elementare.

Vivamente grate, preghiamo la Santa a voler continuare la sua protezione sulla bambina e sui familiari.

Torino

la zia ANGELA FOVANA CINQUIN

SR. VALSÈ MI HA SEMPRE ESAUDITA

Tutte le volte che mi rivolsi alla cara Sr. Teresa Valsé fui sempre esaudita e talora in modo straordinario.

Qualche anno fa un amico di famiglia - il sig. Martino Martelli - si ammalò di ulcera allo stomaco, così almeno pareva trattarsi. Sottoposto a intervento chirurgico, il male risultò tanto grave e diffuso che gli dovettero asportare tutto lo stomaco.

I chirurgi non davano speranza di ripresa. Ma sull'ammalato vegliava « la cara Teresina », come familiarmente Sr. Valsé viene chiamata nel paese di Rufina.

Grazie alla sua intercessione, il paziente andò riprendendosi a poco a poco, migliorando gradatamente, tanto che ora sta benino e può attendere anche a qualche lavoro.

Ancora una grazia, per non dire di molte altre.

Mia cognata Elide Conti, già assai sofferente di ipertiroide diffusa e con uno scompenso cardiaco, venne anche colpita da ulcera gastrica che non le permetteva di nutrirsi.

Le radiografie confermarono la gravità del caso. Consigliata di rivolgersi ad un noto chirurgo dell'Università di Firenze, questi dopo averla visitata le disse: « Se si opera subito posso assumere una certa responsabilità di riuscita, ma se si aspetta non potrei... ».

Appena mi fu comunicato per telefono tale penoso responso, mi rivolsi con fiducia a Sr. Valsé, mentre la mia ispettrice invitava a pregarla anche la comunità e le esercitande della casa ispettoriale di Livorno.

L'operazione riuscì bene; però dopo il terzo giorno sopravvenne la forte e pericolosa crisi che si temeva. Grazie alle pronte cure del caso, ma soprattutto al valido aiuto di Sr. Valsé, di cui mia cognata portava indosso con fede la reliquia, il grave pericolo poté essere superato. Ora dopo diciassette giorni di degenza all'ospedale, l'ammalata ha fatto ritorno in famiglia per la convalescenza.

Riconoscente, ringrazio pubblicamente la Serva di Dio.

Livorno-Sciangai

Sr BRUNA MOZZI, FMA

NON RICORSI INVANO A SR. VALSÈ

Mi trovavo sofferente di reumatismo articolare acuto, per cui le Superiore credettero di darmi sollievo col mandarmi a Playas, dove il clima marittimo sembrava il più confacente al mio caso.

Purtroppo, invece, non fu così, e anziché migliorare, dopo un anno circa di permanenza, fui ridotta in uno stato assai peggiore. Ebbi allora l'ispirazione di rivolgermi alla Serva di Dio Sr. Teresa Valsé, promettendole di rendere pubblica la mia riconoscenza se mi avesse esaudita.

Ora, trovandomi in condizioni molto migliori, adempio la promessa fatta, sicura di ottenere la grazia completa per poter continuare l'apostolato che vado svolgendo fra la povera gente del luogo.

Dall'Ecuador

Sr. ROSA ARIAS, FMA

L'HA SALVATO DA IRREPARABILE SCIAGURA

Desidero ringraziare pubblicamente la nostra cara Sr. Teresa Valsé Pantellini per una grande grazia concessa alla mia famiglia.

I miei familiari, e particolarmente un caro fratello, a causa di un susseguirsi di dispiaceri, incomprensioni, incidenti venne a trovarsi in una angoscia invincibile, in una depressione che stava per diventare tragedia. La potente mano di Sr. Valsé l'ha salvato da certa irreparabile sciagura.

A distanza di tre anni posso dire che non solo è stata una grande grazia ma un vero miracolo: ora tutto prosegue serenamente come prima. Ringraziamo quindi fervidamente la Serva di Dio, mentre continuiamo ad invocarne la celeste protezione.

Torino

Sr. TERESA COMBA, FMA

«RIPRENDERÒ LA SCUOLA CON LO SPIRITO DI UN'EXALLIEVA»

In seguito ad un disturbo che mi portavo dietro ormai da quattordici anni, sentivo sintomi allarmanti. Dopo una visita medica, il mio timore crebbe. Fui inviata in osservazione ospedaliera. Proprio in quei giorni lessi sul Bollettino Salesiano la relazione di una grazia ottenuta per intercessione di Madre Morano. Con tanta fede così l'invocai: «Cara Madre, liberatemi dal male, ed io riprenderò la scuola con quello spirito che deve avere una ex-allieva di Don Bosco». Madre Morano intercedette per me, e l'esito fu buono. Gli esami rivelarono che ero stata colpita da un male, ma che esso era già risolto. Riconoscente, chiedo la protezione di Madre Morano anche per l'avvenire.

Ravenna

Suor ELEONORA FEDATI

MI RIDONA LA SALUTE

Da tempo soffrivo di forte mal di capo e di grande stanchezza. Verso la fine dell'anno scolastico, il medico in seguito ad analisi fatte, riuscì a individuare il male che ritenne assai preoccupante.

Ordinò fra l'altro riposo assoluto anche mentale e soggiorno climatico in collina. Ne rimasi alquanto scoraggiata, e incominciai a pregare con fede la Serva di Dio Madre Morano, recitando tutti i giorni un Pater, Ave e Gloria. Alla fine di agosto il male parve aggravarsi tanto che dovetti essere ricoverata all'ospedale. In seguito agli accertamenti clinici, si riuscì a scongiurare il pericolo incombente di grave infezione.

Dopo circa un mese di degenza e di cure, potei tornare a casa ristabilita ed ebbi la gioia di rimettermi alla vita comune. Ora ho potuto anche riprendere il mio lavoro scolastico che, con l'aiuto del Signore, confido di poter continuare fino al termine dell'anno.

Attribuisco la guarigione ottenuta all'intercessione di Madre Morano, alla quale va tutta la mia riconoscenza e la sicura fiducia che vorrà continuarmi la sua protezione.

Catania

Una Figlia di Maria Ausiliatrice

† PREGHIAMO PER I NOSTRI MORTI †

SALESIANI DEFUNTI

Sac. Emilio Garro † nella Casa Madre (Torino) a 88 anni.

Eccellente vocazione dell'Oratorio e delle scuole salesiane di La Spezia, fu accolto in Congregazione dal Beato Don Michele Rua, che gli benedisse la talare e ne ricevette la professione. Con ottima laurea in Lettere, visse tutta la sua vita salesiana nell'apostolato delle scuole e della buona stampa nell'Ispettoria Romana e Napoletana, finché nel 1939 non fu chiamato a Torino per la direzione delle Letture Cattoliche di Don Bosco, poi del periodico Maria Ausiliatrice, e per la collaborazione a varie riviste ed al Bollettino Salesiano. Tenne a battesimo la rivista Giovani, ed editò una sessantina di pubblicazioni scolastiche, narrative, amene ed educative, drammatiche e religiose. Un quinquennio di sofferenze in progressiva debilitazione sublimarono la sua consacrazione fino all'olocausto, in costante fedeltà al suo motto: a Io non giudico, obbedisco.

Sac. Giorgio Zottarel † a Roma-Gerini a 66 anni.

Motivi di salute consigliarono il suo trasferimento dall'Ispettoria veneta a Roma, dopo una breve permanenza in Sicilia. Nelle varie Case ha svolto abitualmente l'attività dell'insegnamento, avvicinando diverse categorie di giovani sia nella Scuola Media sia nel Centro di Formazione Professionale, oltre che nelle Scuole statali, ove gli era stato affidato l'insegnamento della religione. Ebbe anche, per un breve periodo di tempo, l'incarico della promozione del catechismo. Ha lavorato fino al termine dei suoi giorni: ancoraa quest'anno insegnava nella Scuola Media, allorché sorella morte venne a rapirlo improvvisamente.

Don Ugo Fíoriní † a Rovereto a 91 anni.

Partì giovane sacerdote per l'America Latina dove, con vero spirito di amore per tutti, si sacrificò e si prodigò tanto nella missione da ammalarsi gravemente. Rientrato in patria e riavutosi alquanto, si donò di nuovo al lavoro. Trascinatore di gruppi giovanili, educatore ricco di profonda umanità, non riusciva a concepire una vita priva di entusiasmo e sapeva comunicarlo. Carattere forte e spirito retto, detestava le mezze misure e i compromessi. Fedelissimo alla Chiesa si segnalò sempre per un incondizionato amore al Papa. Con fervore e devozione vigorosa affidò la sua vita e le sue continue iniziative alla Madonna: era la sua Ausiliatrice. Morì come i patriarchi: carico di anni e di meriti, circondato da tanto affetto.

Coad. Carlo Basso † a Bivio di Cumiana (Torino) a 81 anni.

Dopo aver partecipato alla prima guerra mondiale, entrò nella vita salesiana, dove si manifestò esemplare e generoso fino alla fine. La sua testimonianza, nel ricordo di tanti exallievi, fu dell'umile contadino che serve il Signore con gioia e semplicità, e il cui animo è aperto con stupore alle meraviglie della natura. Negli ultimi mesi di vita, il Signore lo provò con la sofferenza, che egli accettò preferendola per il bene dei confratelli e dei giovani.

Sac. Paolo Valentinuzzi † a Fossano (Cuneo) a 89 anni.

Durante la sua lunga vita dimostrò di essere un vero figlio di Don Bosco per la sua pietà, per l'osservanza della Regola fino allo scrupolo, per il suo amore alla Congregazione. Lavorò instancabilmente per le vocazioni sacerdotali e religiose, e soprattutto per le missioni.

Sac. Alfonso Ruocco † a Napoli a 41 anni.

La morte lo colse proprio quando stava dando il meglio di tutte le sue energie come Vicario Ispettoriale. Sicurezza di giudizio, pietà semplice e profonda, giovialità, ottimismo, fecero di lui il salesiano modello, apprezzato e amato da tutta l'Ispettoria, che ne ha pianto l'improvvisa scomparsa con dolore profondo.

COOPERATORI DEFUNTI

Olga Gíanduzzo in Scaramazza † a Mestre a 54 anni.

Sorella del nostro confratello salesiano Silvano, spese la sua vita come infermiera negli ospedali di Niguarda (Milano), Portogruaro e Mestre. Figura esemplare di donna laboriosa e seria, devotissima di don Bosco e di Maria Ausiliatrice, coglieva sempre l'occasione per diffondere queste due devozioni fra i suoi ammalati. Dopo sei anni di sofferenza si spense serenamente purificata dal dolore e confortata dall'Eucaristia.

Colombo Bambina † a Melzo a 74 anni.

Cooperatrice Salesiana dal 1959, devotissima di Maria Ausiliatrice, di S. Giovanni Bosco, e soprattutto di Gesù Eucaristico, rivolse a Loro l'ultimo suo pensiero, dopo che aveva consacrato tutta la vita. Le sue pochissime risorse finanziarie erano spesso devolute per le missioni più povere. Accettò la sofferenza di una lunga e lenta malattia, e offrì la sua agonia dolorosa per il Papa, e i Sacerdoti.

Maria Boggero ved. Visconti † a Torino a 82 anni.

Scrive il figlio, sacerdote salesiano: a La sua vita è stata per noi, suoi figli, e per tante persone che sono venute a conoscenza del suo cammino, un enorme esempio di laboriosità e di sacrificio. Ma quello che a tutti è servito come costante richiamo al vero Cristianesimo, è stata la soluzione finale di ogni problema della vita mediante la fede in Dio e la continua preghiera».

Giustina Brígatí † a Bologna.

Fu affezionata e zelante Cooperatrice Salesiana.

Francesco Zanni † a Formiglione di Modena a 72 anni.

Semplice, buono, generoso, dedicò la sua vita alla famiglia ed al lavoro, prodigandosi anche per gli altri ed in particolare per i nipoti di un fratello, rimasti orfani in tenera età, cui fece da padre. Le sue specchiate virtù traevano forza dalla sua profonda fede religiosa, sublimata dall'offerta al Signore di una delle figlie divenuta Suor Luciana, Figlia di Maria Ausiliatrice.

Devotissimo di Don Bosco che pregava continuamente, partecipò sempre ad ogni attività dell'Associazione locale dei Cooperatori con zelo e dedizione ammirevole.

Maria Muscas ved. Lay † a Cagliari a 84 anni.

Spinta da una viva fede ad una costante pratica religiosa, fu fervida cooperatrice e benefattrice dell'Opera Salesiana di Cagliari nella sua lunga vita.

Mons. Mario Pisu † a Cagliari a 99 anni.

Fin da giovane sacerdote fu a Cagliari decurione dei Cooperatori. Ebbe la fortuna di incontrare il successore di Don Bosco, il Beato don Michele Rua. Comprò il terreno e curò la costruzione dell'Istituto Salesiano. Per tutta la vita rimase legato e affezionato alle Opere salesiane di Cagliari e della Sardegna, di cui vide con gioia la meravigliosa crescita.

Dorina Mongilardí Galli † a 81 anni.

Donna di profonda cultura si dedicò all'insegnamento con passione e competenza. Cooperatrice salesiana, meritò già nel 1958 la Medaglia d'Oro al merito dell'istruzione, in cui profuse le sue virtù cristiane e la sua caratteristica salesiana.

Rosalia Vallotto ved. Roncato † a 82 anni.

Insigne Cooperatrice, donò a Don Bosco il figlio don Adino, morto tragicamente in Giappone nel 1955.

Maria Scaglia ved. Dellavalle

Madre di 13 figli (di cui uno sacerdote salesiano), condusse nella semplicità e nel nascondimento, nella preghiera e nel lavoro, una vita profondamente cristiana. Nella gioia e nel dolore, una grande fede l'arricchì di una perenne serenità di spirito. È questa l'eredità più preziosa che Ella lascia ai figli e a quanti la conobbero.

Vanda Mia † a Torino a 49 anni.

Dedicatasi completamente a Dio, pur vivendo accanto alla mamma, fu a tutti di esempio nella fede, alimentata dalla Comunione e Messa quotidiana. Segretaria del Centro Cooperatori e Torino - S. Giovanni Bosco n ne fu l'anima. Purificata dal dolore, rimane fulgido esempio di vita cristiana.

Maria Vedovelli ved. Brambílla † a Pavia a 74 anni.

Cooperatrice fedelissima, visse fino all'ultimo giorno il suo ideale di carità. Accettò la grave sofferenza di un mortale infortunio, affermando di essere contenta di aver, con la sua vita, preservato altri.

Vittoria Zanone † a Tarino.

La vita di questa Cooperatrice fu un atto di fede. Lavorò e si sacrificò prima come moglie e madre, poi per anni curando un nipotino. Attribuiva a S. Domenico Savio la sua perfetta guarigione. Il suo ricordo vive nei nostri cuori.

Angelo Roluti † a Nizza Monferrato.

Exallievo, Cooperatore e benefattore generoso delle Opere di Don Bosco, volle essere assistito nelle ultime ore da un sacerdote salesiano.

Riccardo Cerri † a Lenta (VC) a 74 anni.

La memoria di questo Cooperatore vivrà a lungo nel ricordo dei molti che beneficò disinteressatamente nei momenti difficili della lotta di Liberazione. Per mezzo suo furono salvate 200 vite a Serravalle Sesia, 24 a Lenta, 10 a Rovasenda, 7 ad Agnona ed altre ancora. Anche dopo, nel silenzio, continuò a fare del bene a tutti.

ALTRI COOPERATORI DEFUNTI

Tarlazzi Maria ved. Amadei - Bardani Maria in Rovaglia - Guerra Domenica - Volpe Mario - Lombardi Rosa - Avanzini Luigia - Baroni Cirillo - Caudana Margherita - Guadagnini Secondo - Prando Giuseppe.


L'ISTITUTO SALESIANO PER LE MISSIONI con sede in TORINO, eretto in Ente Morale con Decreto 12 gennaio 1924, n. 22, può legalmente ricevere Legati ed Eredità. Ad evitare possibili contestazioni si consigliano le seguenti formule:

Se trattasi d'un Legato: «... lascio all'Istituto Salesiano per le Missioni con sede in Torino a titolo di legato la somma di Lire... (oppure) l'immobile sito in ...»

Se trattasi, invece, di nominare erede di ogni sostanza l'Istituto, la formula potrebbe esser questa: «... Annullo ogni mia precedente disposizione testamentaria. Nomino mio erede universale l'Istituto Salesiano per le Missioni con sede in Torino, lasciando ad esso quanto mi appartiene a qualsiasi titolo ».

(Luogo e data)

(Firma per esteso)


crociata MISSIONARIA

ELENCO DI BORSE MISSIONARIE PERVENUTE ALLA DIREZIONE DEL BOLLETTINO SALESIANO

Borsa: Gesù Sacramentato e Maria Ausiliatrice, in ringraziamento ed invocando protezione per i miei cari e suffragio per i miei defunti, a cura di Genduso Bina, Palermo, L. 100.000.

Borsa: Maria Ausiliatrice e S. Giovanni Bosco, in suffragio dei genitori Giov. Battista e Antonia Palladino, a cura del figlio Angelo, Rocca Grimalda (Alessandria), L. 100.000.

Borsa: Sacro Cuore di Gesù, Maria Ausiliatrice, Papa Giovanni, in riparazione delle omissioni, a cura di N.N., Aosta, L. 100.000.

Borsa: S. Domenico Savio, a cura di Castello Melania, Breganze (Vicenza), L. 70.000.

Borsa: Don Variara, a cura di Miletto Emilia, Torino, L. 70.000.

Borsa: S. Giovanni Bosco, a cura di Sardelli Anna, Pagani (Salerno), L. 50.000.

Borsa: Franco Francesco, S. Bonifacio (Verona), L. 50.000.

Borsa: In memoria di Andrea Giovanni Vanzo, a cura di N.N., Verona, L. 50.000.

Borsa: Maria Ausiliatrice e S. Giovanni Bosco, proteggete i miei nipoti e tutta la mia famiglia, a cura di Amodeo Rosina e Rita, Abbiategrasso (Milano), L. 50.000.

Borsa: Maria Ausiliatrice e S. Domenico Savio, per implorare benedizione e aiuto, a cura di N.N., Cuneo, L. 50.000.

Borsa: Matrimonio sereno, a cura di Carrù Dott. Angelo, Pavia, Lire 50.000.

Borsa: S. Giovanni Bosco, chiedendo protezione sui miei cari, a cura di Pinto Lia, Milano, L. 50.000.

Borsa: Maria Ausiliatrice, S. Giovanni Bosco e Santi Salesiani, invocando protezione e grazie, a cura di Mirti Ena, S. Benedetto del Tronto (Ascoli Piceno), L. 50.000.

Borsa: Madonna Del Mazzero, San Giovanni Bosco e Santi Salesiani, in suffragio di Don Giuseppe Crucillà, a cura del Cav. Bartoli Salvatore, Mazzarino (CL), L. 50.000.

Borsa: Sacro Cuore di Gesù, Maria Ausiliatrice e Papa Giovanni XXIII, a suffragio dei miei defunti e invocando continua protezione e una grazia urgente, a cura di A.B., L. 50.000.

Borsa: Maria Ausiliatrice e S. Giovanni Bosco, per grazia ottenuta, a cura di Profilio Ius. Lina Maria, Canneto Lipari (Messina), L. 50.000.

Borsa: Maria Ausiliatrice e S. Giovanni Bosco, in ringraziamento e supplicando protezione, a cura di Colonnello Broéil Anna, Milano, L. 50.000.

Borsa: Maria Ausiliatrice, S. Giovanni Bosco e Papa Giovanni XXIII, in memoria di Domenica Bonansea, ved. Genre, e in ringraziamento per grazia ricevuta, a cura di M. A. Santomassimo, Pinerolo (Torino), L. 50.000.

Borsa: In memoria di D. Carlo Boffa, a cura di Giorgetti Maria e Cooperatrici di Montecatini Terme (Pistoia), L. 50.000.

Borsa: Maria Ausiliatrice, a cura di N.N., Foglizzo, L. 50.000.

Borsa: Maria Ausiliatrice e S. Giovanni Bosco, con profonda riconoscenza e supplicando protezione, a cura di M. N., L. 50.000.

Borsa: Maria Ausiliatrice e S. Giovanni Bosco, per ringraziamento e invocando protezione, a cura di Gatti Michele, Torino, L. 50.000.

Borsa: Maria Ausiliatrice e S. Giovanni Bosco, per ringraziamento e invocando protezione, a cura di Gatti Gina, Torino, L. 50.000.

Borsa: Maria Ausiliatrice e San Giovanni Bosco, per ringraziamento e invocando protezione, a cura di Gatti Paola, Torino, L. 50.000.

Borsa: Maria Ausiliatrice e S. Giovanni Bosco, per ringraziamento e invocando protezione, a cura di Gatti Vanni, Torino, L. 50.000.

Borsa: In memoria di Domenico e Clara Bordiglia, a cura dei figli, Castelnuovo D. Bosco, L. 50.000.

Borsa: Divina Provvidenza, a cura di Boglione Francesco, Torino, L. 50.000.

Borsa: S. Giovanni Bosco e S. Domenico Savio, in suffragio del papà Nicola, a cura di Di Donato Angelo, L. 50.000.

Borsa: Maria Ausiliatrice, Don Bosco, in ringraziamento, a cura di Riva Livia, Carignano (Torino), L. 50.000.

Borsa: Maria Ausiliatrice e Santi Salesiani, per grazia ricevuta ed invocando ancora protezione, a cura di F. D. P., Torino, L. 50.000.

Borsa idem come la precedente, L. 50.000.

Borsa: Maria Ausiliatrice, a cura di Jadanza Elena, Roma, L. 50.000.

Borsa: S. Giovanni Bosco, a cura di Jadanza Elena, Roma, L. 50.000.

Borsa: S. Giovanni Bosco, in suffragio della moglie Giovanna, a cura di Pelliccioni Giovanni, Lucca, L. 50.000.

Borsa: Maria Ausiliatrice e S. Giovanni Bosco, proteggete la mia famiglia, a cura di N.N., Trieste, L. 50.000.

Borsa: Lina Pucci da Sassi (Lucca), L. 50.000.

Borsa: Don Francesco Anderle, a cura di Cetto D. Luigi, Pergine (Trento), L. 50.000.

Borsa: Maria Ausiliatrice, S. Giovanni Bosco e S. Domenico Savio, in ringraziamento e invocando protezione per i miei cari, a cura di Grosso Giuseppina, Bologna, L. 50.000.

Borsa: S. Giovanni Bosco, per le vocazioni, a cura di Parodi Mario, Campomorone (Genova), L. 50.000.

Borsa: Gesù Sacramentato, Maria Ausiliatrice e S. Giovanni Bosco. a cura di Pacella Nando, Sulmona (Aquila), L. 50.000.

Borsa: S. Giovanni Bosco, a cura dei gruppo filatelico D. Bosco di Ancona, L. 50.000.

Borsa: S. Giovanni Bosco, in suffragio per i miei defunti, a cura di Pierantoni Immacolata, Anversa (Caserta), L. 50.000.

Borsa: SS. Cuori di Gesù e di Maria, per grazia ricevuta ed implorandone altra per intercessione di Maria Ausiliatrice, di S. Giov. Bosco e di Don Augusto Czartoryski, a cura di Milani Lucia, Ghedi (Brescia), L. 50.000.

Borsa: Maria Ausiliatrice e S. Giovanni Bosco, in ringraziamento per grazia ricevuta, a cura di Spandonari Carlo, Genova, L. 50.000.

Borsa: In suffragio dell'anima di mia sorella Maria Martino e perché io possa conoscere ed adempiere la volontà di Dio sulla terra ed ottenere la perseveranza finale, il bel Paradiso , a cura di Martino Carmela, Castrovillari (Cosenza), L. 50.000.

Borsa: In suffragio delle anime dei miei zii: Coniugi Maria Musmanno e Michele Pepino, a cura di Martino Carmela, Castrovillari (CS), L. 50.000.

Borsa: In suffragio delle anime dei miei genitori: Coniugi Angiolina Musmanno e Giovanni Martino, a cura di Martino Carmela, Castrovillari (Cosenza), L. 50.000.

Borsa: In suffragio delle anime dei miei nonni materni, Coniugi Carmela Zicari e Giuliano Musmanno, a cura di Martino Carmela, Castrovillari (Cosenza), L. 50.000.

Borsa: In suffragio delle anime dei nonni paterni, Coniugi Virginia Zicari e Giovanni Martino, a cura di Martino Carmela, Castrovillari (Cosenza), L. 50.000.

Borsa: S. Giovanni Bosco, vigila sulla mia famiglia, a cura di Brandi Filomena, Bari, L. 50.000.

Borsa: S. Giovanni Bosco e Beato D. Rua, per la salvezza dell'anima, per la pace cristiana e la salute in famiglia, a cura di Lucini Carlo Alberto, Bergamo, L. 50.000.

Borsa: Cuor di Gesù confido in Te, in memoria e suffragio della Mamma, a cura di De Paoli Fabio, Piove di Sacco (Padova), L. 50.000.

Borsa: Maria Ausiliatrice e S. Giovanni Bosco, a cura di Racano Anna, Monopoli (Bari), L. 50.000.

Borsa: Maria Ausiliatrice e S. Giovanni Bosco, a voi raccomando la salvezza dell'anima mia, a cura di Maizza Rosina, Monopoli (Bari), L. 50.000.

(continua)