Bollettino Salesiano

ANNO LXXXIX. N.5   1° MARZO 1965

Fame non attende

Ogni dieci giorni esplode sistematicamente l'atomica della fame. Ogni dieci giorni muoiono di fame 200.000 persone, quante sono perite nell'ecatombe di Hiroscima. Le statistiche sulla fame nel mondo cominciano a inquietare l'Occidente. Su tre miliardi di uomini, due sono denutriti e uno ha troppo da mangiare: è uno squilibrio che non può durare, un rischio permanente per la pace nel mondo.

Destàti dal loro immobilismo millenario, i popoli sottosviluppati hanno preso coscienza della loro miseria nel confronto con i popoli occidentali e accusano oggi le potenze colonialiste di essere alla radice di tutti i loro mali: Tutti noi - proclamò Sukarno alla conferenza afro-asiatica di Bandung - siamo uniti da un odio comune al colonialismo: l'abbiamo conosciuto in tutta la sua crudeltà, abbiamo visto l'immensa rovina umana nella povertà che causa e l'eredità che si lascia dietro quando è cacciato . L'accusa è sommaria e discutibile, specialmente in bocca a Sukarno, ma contiene nuclei di verità. E oggi l'Occidente sta movendosi lentamente in soccorso dei popoli sottosviluppati, pungolato dalle iniziative del blocco sovietico e cinese, che sfruttano la situazione per le loro mire espansionistiche.

Ma i due miliardi di affamati sono anche un grave problema posto alla coscienza della cristianità di oggi: Noi guardiamo con immensa compassione alla moltitudine umana che soffre la fame - ha affermato Paolo VI - e osserviamo con trepida attenzione il modo con cui sono trattati gli enormi problemi connessi a tale stato di cose. La sofferenza dei poveri è nostra , ha ancora detto il Pontefice; e la sua recente visita in India ha dato un contenuto dolorante e terribilmente concreto alla sua pietà.

I cattolici si sono mossi: sull'esempio della Misereor, la grande organizzazione assistenziale diretta dai Vescovi tedeschi, sorgono iniziative in tutti i paesi: il digiuno quaresimale sta assumendo un nuovo significato: privarsi del superfluo, rinunciare al cinema o alla gita, alla sigaretta o alla messa in piega per devolvere il denaro risparmiato a chi ha fame 24 ore su 24.

Ma prima e più ancora dell'offerta materiale, la Quaresima deve sensibilizzare la nostra coscienza al grave problema, farci capire che siamo tutti solidariamente responsabili delle popolazioni sottoalimentate, come scrisse papa Giovanni nella Pacem in terris.

Ai nostri Cooperatori l'invito a dare il loro pieno appoggio alle iniziative che si stanno avviando in Italia. I Cooperatori di Roma ne han dato l'esempio. In un mondo che conta un uomo di più al secondo - concludiamo col card. Feltin - non si ha il diritto di essere un'ora in ritardo .

7 MARZO: DATA STORICA

INCOMINCIA LA NUOVA LITURGIA

Con la quaresima in tutte le chiese d'Italia incomincia la riforma liturgica. La lingua italiana sostituisce per larghi tratti quella latina, alcuni riti sono eliminati, altri modificati o aggiunti.

Il fatto interessa profondamente i cristiani: si sente che è qualcosa d'importante e che riguarda tutti. I cattolici di buona volontà seguono con attenzione gli sviluppi della riforma, desiderosi di capirla e d'inserirsi attivamente nel movimento spirituale in atto. Ma sorgono qua e là alcune incertezze e preoccupazioni, che è bene chiarire e discutere serenamente.

UNA ESORTAZIONE DEL PAPA

Sentirete sovente in questo periodo il discorso sulla Sacra Liturgia, fatto da tante voci diverse e su temi diversi, ma sempre derivato dalla recente Costituzione del Concilio Ecumenico e dalla successiva Istruzione, che ne inizia la graduale applicazione. E bene che sia così: questa nuova legislazione circa il culto pubblico ed ufficiale della Chiesa è assai importante, e merita d'essere largamente divulgata e commentata, anche perchè una delle sue caratteristiche e principali finalità è la partecipazione dei fedeli ai riti che il Sacerdote dirige e personifica.

Ed è bene che si avverta come sia proprio l'autorità della Chiesa a volere, a promuovere, ad accendere questa nuova maniera di pregare, dando così maggiore incremento alla sua missione spirituale: era ed è cura primaria della Chiesa tutelare l'ortodossia della preghiera; e cura successiva è stata quella di rendere stabili ed uniformi le espressioni del culto; grande opera, da cui la vita spirituale della Chiesa ha ricavato immensi benefici; adesso la sua premura si allarga, modifica certi aspetti oggi inadeguati della disciplina rituale, e tende coraggiosamente, ma pensatamente ad approfondire il significato essenziale, la esigenza comunitaria ed il valore soprannaturale del culto ecclesiastico, mettendo in migliore evidenza, innanzi tutto, la funzione che vi esercita la Parola di Dio, sia quella della Sacra Scrittura, sia quella didattica e parenetica della catechesi e dell'omelia; e dando alla celebrazione sacramentale la sua limpida e insieme misteriosa centralità.

Per comprendere questo progresso religioso e per goderne i frutti sperati dovremo tutti modificare la mentalità abituale formatasi circa la cerimonia sacra e la pratica religiosa, specialmente quando crediamo che la cerimonia sia una semplice esecuzione di riti esteriori e che la pratica non esiga altro che una passiva e distratta assistenza. Bisogna rendersi conto che una nuova pedagogia spirituale è nata col Concilio; è la sua grande novità; e noi non dobbiamo esitare a farci dapprima discepoli e poi sostenitori della scuola di preghiera, che sta per cominciare.

Può darsi che le riforme tocchino abitudini care, e fors'anche rispettabili; può darsi che le riforme esigano qualche sforzo sulle prime non gradito; ma dobbiamo essere docili ed avere fiducia: il piano religioso e spirituale, che ci è aperto davanti dalla nuova Costituzione liturgica, è stupendo, per profondità e autenticità di dottrina, per razionalità di logica cristiana, per purezza e per ricchezza di elementi cultuali ed artistici, per rispondenza all'indole e ai bisogni dell'uomo moderno...

Accogliete questa esortazione del Papa: una volta di più farete l'esperienza della fecondità e della felicità, che l'obbedienza porta con sè...

PAOLO VI

La Messa è immutabile?

In qualcuno desta un senso di stupore il fatto che la Messa venga modificata. Dice con sorpresa:

Ma non è il sacrificio eterno di Gesù Cristo? Non è immutabile?

La Costituzione liturgica approvata dal Concilio precisa: « La liturgia consta di una parte immutabile perchè di istituzione divina, e di parti suscettibili di cambiamento, che nel corso dei tempi possono o anche devono cambiare ».

È un fatto che da quattrocento anni la Messa non aveva più subìto considerevoli variazioni. E così a poco a poco ci si era abituati a una sua presunta immutabilità.

Alla fine del Medioevo le cose andavano ben diversamente: i riti cambiavano da una località all'altra, e i vari riformatori con le loro critiche e il loro operato non facevano che aumentare la confusione. Bisognava mettere ordine. Il Concilio di Trento lo fece e impose nei riti l'uniformità che è durata fino a ieri.

Oggi i pericoli d'un tempo non esistono più. Il Papa e i Vescovi - sentiti gli studiosi di liturgia, che a loro volta riflettono le nuove esigenze dei fedeli - si riprendono la loro originaria libertà d'azione in campo liturgico.

Nuovi riti non risolvono una crisi religiosa

La crisi dei valori spirituali e religiosi che si denuncia oggi, può essere risolta semplicemente rinnovando i riti della Messa? Non occorre invece cercare una cura più radicale del male, che colpisca alle radici il paganesimo moderno? Certo, occorre cercare le cause per cui molti battezzati d'oggi s'allontanano dalla pratica religiosa e vivono come se Dio non esistesse. Questo però non è soltanto un problema di natura psicologica e sociale, ma anche liturgico e pastorale.

La Chiesa ha sempre forgiato i suoi cristiani attraverso il catecumenato. Nei primi secoli, i pagani convertiti ricevevano il battesimo solo dopo un adeguato periodo di istruzione. Col battesimo amministrato ai neonati, il catecumenato da personale divenne sociale: fu cioè la società profondamente cristiana a maturare spontaneamente il bimbo alla vita soprannaturale.

Un tempo il cristianesimo lo si respirava nell'aria; ora non più. La Chiesa si trova di fronte ad aree geografiche di nuova formazione e pagane, da conquistare per la prima volta: le aree industriali e i popoli della civiltà dei consumi. La città e la fabbrica non sono cristiane. Non è che un tempo lo fossero: città e civiltà industriale sono fenomeni originali e moderni.

Nel nuovo ambiente il battezzato viene a trovarsi senza il catecumenato personale (perchè riceve il battesimo quand'è ancora in fasce), e anche senza il catecumenato sociale (perchè la società in cui vive non è praticamente cristiana e non lo può educare cristianamente).

La Chiesa in passato aveva messo a punto le sue tecniche apostoliche e strutturato i suoi riti adattandoli al mondo di allora, che era eminentemente rurale; e ci seppe fare così bene che lo conquistò. Ora le tecniche di apostolato e i riti liturgici hanno bisogno di una ristrutturazione per rendere possibile la conquista della nuova civiltà. La Costituzione liturgica parla arditamente di una riforma radicale (instauratio) della liturgia. La parola ha gettato in alcuni un certo turbamento. Ma perchè dovrebbe turbare, se a pronunziarla sono il Papa e i Vescovi riuniti in Concilio, sotto l'assistenza dello Spirito Santo ?

Cambiare per il gusto di cambiare?

Questo sostituire un rito con un altro, una lingua con un'altra, non sono dovuti forse al desiderio di novità? I mutamenti dei riti, dopo aver solleticato la curiosità per qualche tempo, lasceranno le cose al punto di prima?

Le cose al punto di prima non torneranno. «Nella riforma - dice la Costituzione liturgica - l'ordinamento dei testi e dei riti dev'essere condotto in modo che le sante realtà ch'essi significano siano espresse più chiaramente, e il popolo cristiano possa capirne più facilmente il senso, e possa parteciparvi con una celebrazione piena, attiva e comunitaria ». Il cristiano che dal 7 marzo va a messa alla domenica è invitato a una nuova forma di partecipazione, che gli farà comprendere meglio i riti e le preghiere, lo introdurrà nel vivo della celebrazione eucaristica attraverso il canto e la preghiera, e lo stimolerà ad accostarsi al banchetto eucaristico. La riforma non è un toccasana; la sua efficacia dipenderà dalla buona volontà di ciascuno. Perciò se le cose non cambiassero, aumenterebbe la responsabilità dell'uomo d'oggi, per aver rifiutato un invito che gli giungeva più chiaro, più evidente e più persuasivo.

La riforma interessa anche i laici

Questa riforma, si può pensare, in fondo riguarda i Vescovi, il clero, i liturgisti. Il semplice cristiano può rimanersene in disparte a guardare. Non dipende certo da lui se durante la Messa si farà un rito o un altro. Per lui questi nuovi tipi di messa complicano solo le cose, distraggono e non lasciano pregare come si vuole. Bisogna alzarsi, sedersi, rispondere, ascoltare, perfino cantare. Tutte cose che impediscono di pregare.

Chi la pensa così non ne ha gran colpa. Una lunga prassi ha creato questa mentalità sbagliata, ma molto diffusa. La pietà liturgica si è lasciata sopraffare dall'invasione delle devozioni private, al punto che il rito è diventato qualcosa di estraneo al fedele. I cristiani tiepidi guardano ai riti della messa stando in fondo alla chiesa come forestieri impacciati, con animo assente. Molte persone devote durante la Messa pregano per conto loro, col loro libricino, macinando una devozione dopo l'altra.

La Chiesa, oggi come ieri, non è contraria alla pietà privata; sostiene infatti che la liturgia non esaurisce tutta la vita spirituale. La Chiesa però afferma la centralità dei riti sacramentali in genere e del sacrificio eucaristico in specie.

La preghiera privata e la meditazione possono essere un'utile preparazione alla Messa. Ma questa non dev'essere una mezz'ora di pratiche di pietà personali; e neppure dev'essere una mezz'ora di noia da dare al Signore per evitare un peccato mortale. La Messa sia la Messa, cioè la partecipazione, con gli altri fratelli, al rendimento di grazie al Padre per il grande dono che ha fatto agli uomini del suo Figlio, morto e risorto per noi.

7 marzo prima tappa

La riforma liturgica si attua per gradi. Il 7 marzo scatta la prima fase, che comprende alcune variazioni nei riti e l'introduzione delle lingue nazionali in varie parti della Messa.

Sono omessi il salmo Ludica me, Deus, che si diceva all'inizio della Messa, l'ultimo Vangelo e le preghiere finali. Nelle Messe con la partecipazione dei fedeli, fra il Credo e l'Offertorio viene introdotta la preghiera dei fedeli. Altre preghiere che il celebrante prima pronunciava sottovoce, ora sono dette a voce alta.

Le Messe celebrate col solo serviente rimangono in lingua latina; le Messe con partecipazione dei fedeli avranno in italiano le letture (Epistola e Vangelo), i canti e le parti dialogate.

In Italia non sarà subito possibile introdurre la lingua nazionale in tutte le parti della Messa in cui ciò è consentito, perchè il nuovo messale bilingue sarà pronto solo in aprile.

Questa prima riforma sarà seguita, tra qualche anno, da una riforma più completa.

Vivere il mistero pasquale di Cristo

La riforma liturgica mira a far vivere ai fedeli il mistero pasquale di Cristo. Quando Gesù Cristo salì al cielo, prolungò la sua presenza nel mondo attraverso la Chiesa e la Liturgia.

La Chiesa, con la Messa, rivive la storia della salvezza e rinnova i misteri pasquali: la passione, morte e risurrezione di Cristo. Partecipare attivamente alla Messa significa partecipare ai misteri di Cristo, attraverso i quali si compie la nostra salvezza, che non si è realizzata una volta per sempre, ma si attua anche oggi. L'attualità della liturgia sta in questo, che il mistero della salvezza si realizza quotidianamente.

In ogni Messa Gesù rinnova la sua Pasqua, per dare a noi l'occasione di morire e di risorgere spiritualmente con lui. Ogni Messa è per noi un impegno di morte al peccato e di risurrezione alla grazia: è una Pasqua. Partecipare alla Messa è sentire Cristo risorto che irrompe con la sua grazia nella propria vita, è rinnovarsi spiritualmente e orientarsi con decisione al bene, alla purezza, all'impegno nell'adempimento del dovere, alla generosità nell'apostolato.

Un linguaggio che si era dimenticata

Queste verità erano molto più sentite e vissute dai primi cristiani che non oggi. C'è voluto un lungo ripresentarle ai cristiani di oggi in tutta la loro vivezza. Tempo fa, ci si accontentava di sentire la Messa. Poi si parlò di assistere alla Messa, il che richiedeva già una presenza vigile e attenta. Poi ci si accorse che occorreva partecipare attivamente all'azione del sacerdote. Ma sacerdote e fedeli devono fare di più: devono sentirsi strettamente uniti f -a loro e partecipare assieme, ciascuno secondo il proprio modo, all'azione di Cristo che rinnova il suo sacrificio e la sua risurrezione per attuare il piano di salvezza.

Non è più il celebrante che deve far tutto, mentre gli altri lo stanno a guardare. Ciascuno ha la sua parte. Il celebrante presiede l'assemblea dei fedeli la rappresenta dinanzi al ' Signore. I lettori leggono l'Epistola e il Vangelo. I cantori eseguono i canti più difficili. I servienti portano l'acqua e il vino per il sacrificio. Il popolo canta, prega, e nei suoi atteggiamenti manifesta la sua partecipazione al sacrificio. Stare seduti non significa disinteressarsi, ma mettersi in posizione di ascolto e di meditazione. Stare in piedi con la fronte rivolta all'altare è la posizione di chi non giace più nella tomba delccato, ma è risorto con Cristo. In ginocchio, è la posizione di profonda e umile preghiera, di supplica, di adorazione, d'implorazione.

L'unità d'intenti che unisce fedeli e celebrante è espressa dal dialogo, a volte anche da un semplice amen. Amen è risposta di adesione a ciò che opera il celebrante in nome della comunità riunita, ed è come la firma che ogni fedele mette al suo operato. Nelle Chiese antiche questo amen risonava con un fragore che riempiva tutta la chiesa: era il grido dell'assemblea che approvava e faceva proprie le parole e le azioni del celebrante.

Sembra di udire un linguaggio nuovo. In realtà è un linguaggio tanto antico, che lo si era dimenticato.

La riforma nel proprio cuore

Diventa oggi possibile e doveroso dare un nuovo contenuto alla propria pietà liturgica. I fedeli devono farsi coraggio e vincere quella ritrosia che spesso li trattiene dal cantare e pregare a voce spiegata.

Sui banchi di molte chiese si trovano i libretti per seguire comunitariamente la Messa. Bisogna usarli. Chi può, si procuri un messalino. Ma il messalino serve a poco in chiesa; se si partecipa attivamente alla Messa, è più utile il libretto comune. Il messalino serve per prepararsi alla Messa; durante il rito, ciò che si leggerebbe sul messalino, viene proclamato ad alta voce e in italiano.

I laici colti approfondiscano la loro cultura in campo liturgico. Faranno delle scoperte sorprendenti. Esistono ottimi libri e riviste liturgiche. È anche bene procurarsi i documenti pontifici sulla liturgia, partecipare a conferenze e giornate di studio.

I genitori che vivono la loro missione educatrice, solennizzano la Messa della domenica. Già al sabato ne stabiliscono l'ora e armonizzano i programmi domenicali in modo che la Messa non sia considerata un tempo sottratto ai divertimenti, ma il culmine psicologico della giornata. Essi dànno un colorito familiare alla partecipazione della Messa: sul loro esempio i figli verranno dietro. Anche i grandicelli. Se il babbo prega forte, anche il figlio giovanotto si fa coraggio e., tira fuori un po' di voce. Babbo e mamma cristiani sono i primi alla balaustra per la comunione.

E quando il celebrante pronuncia l'Ite missa est, la Messa non finisce, ma continua per tutto il giorno per tutta la settimana. Il cristiano la vive ora per ora, perchè crede veramente che Cristo vive in lui che deve portarlo nella sua vita, nel focolare domestico, tra gli uomini, in mezzo al mondo.

In fondo, la riforma liturgica si compie nel proprio cuore.

PERCHE NON RESTINO LONTANI ANCHE DA DIO

A Zurigo più di 30.000 italiani lavorano, soffrono e sperano. lontani dalla patria e dalla famiglia. Quattro salesiani sono in mezzo a loro per aiutarli, per impedire che siano lontani anche da Dio. Un inviato del 'Bollettino Salesiano' li ha visitati nel Natale scorso.

La Svizzera sotto la neve è un immenso presepe. In questo presepe si aggirano - come i pastori del Vangelo - cinquecentomila italiani che han lasciato i loro casolari sui monti degli Abruzzi, della Sardegna, della Sicilia, della Calabria. Ma i pastori venuti dall'Italia nell'immenso presepe che è la Svizzera sotto la neve, da soli forse non andrebbero a vedere il Signore. Bisogna che qualcuno li inviti, li solleciti, li persuada. Guai se questi emigrati lontani dalla patria e dalla famiglia restassero anche lontani da Dio. Gli angeli del cielo mandati ai cinquecentomila emigrati sono i sacerdoti delle Missioni Cattoliche Italiane: ogni grosso centro della Svizzera ha una di queste Missioni.

La Missione di Zurigo è la più antica, ed è tenuta dai Salesiani. Sono quattro sacerdoti in tutto, tre italiani e uno svizzero, che prendono su di sè i problemi dei trentamila e più italiani di Zurigo, partecipano alle loro gioie e alle loro pene.

I tempi eroici della missione

Nel 1896 una lettera spedita da Roma giungeva sul tavolo del Rettor Maggiore dei Salesiani don Rua. Esprimeva l'invito dell'episcopato svizzero, avvalorato dal desiderio del Papa, a inviare qualche salesiano a Zurigo. Don Rua non aveva personale, ma al Papa non poteva dire di no.

Da allora un salesiano della casa di Muri prese a recarsi a Zurigo il sabato sera, per fermarsi la domenica e tornar via il lunedì mattino. Questo week end apostolico era troppo avventuroso, e non risolveva i problemi di Zurigo. Gli emigrati avevano bisogno d'essere difesi dai padroni che li sfruttavano, dagli operai svizzeri che vedevano con rancore i concorrenti italiani, dai protestanti che cercavano di adescarli, dai socialisti che volevano inquadrarli nelle loro organizzazioni, dalla solitudine e dalla nostalgia che li rodevano dentro, dalle bettole che li spogliavano, dal coltello che si portavano sempre dietro per paura e come una maledizione.

Nel 1901 si fermò stabilmente a Zurigo il primo salesiano: don Giovanni Branda. Nel gennaio affittò un locale, nel febbraio aprì una cappella, poi iniziò l'oratorio e organizzò le associazioni operaie cattoliche. I socialisti erano attivissimi, e i cattolici non lo furono meno. I socialisti sfilavano con le bandiere e i cattolici si cucirono le loro bandiere e fecero le loro sfilate. I socialisti fondavano associazioni di mutuo soccorso e i cattolici eressero la Lega Cattolica Operaia di Mutuo Soccorso (in vita ancor oggi). I socialisti avevano il commissariato del popolo, e un commissariato del popolo lo fondarono anche i cattolici. Al numero 109 della Feldstrasse, fino a qualche anno fa si leggeva ancora, un po' sbiadita, la scritta 'Commissariato del popolo'; ora una mano di bianco l'ha cancellata del tutto.

I Salesiani più tardi aumentarono di numero, ma affrontarono tempi duri, durissimi. Occorrevano soldi per costruire e per mandare avanti le opere, e non ce n'erano neppure per sfamarsi. Allora fecero come San Paolo, che per non essere di peso ai neofiti lavorava a intrecciare stuoie. Essi, fino alla prima guerra mondiale, ogni pomeriggio si recavano in una fabbrica vicina e vi tenevano i registri della contabilità. Un muro dell'attuale refettorio reca un segno circolare in un angolo alto: di là usciva il tiraggio d'una stufa a legna, l'unica stufa posseduta dalla Missione.

Ora i tempi sono cambiati, ma i problemi rimangono ancora.

vizzera ha bisogno degli emigrati

Moltissimi emigrati, passando attraverso le forche caudine della legislazione, sono divenuti eccellenti cittadini svizzeri. Dopo dieci anni di permanenza hanno un alloggio sufficientemente ampio, vivono in pace in casa propria, non hanno debiti di sorta, hanno buone referenze dai datori di lavoro. A queste condizioni li hanno naturalizzati e ora sono sistemati.

Altri lavorano sodo in attesa della naturalizzazione. Tremila delle automobili che girano per Zurigo sono di proprietà di italiani.

La maggior parte degli emigrati però non ha intenzione di fermarsi: pensa al gruzzoletto e al paesello. Tornerà e si farà la casetta.

La Svizzera ha bisogno di emigrati. Se essi si ritirassero tutti insieme, molte fabbriche e molti alberghi chiuderebbero. Ma c'è chi pensa: questi stranieri guastano l'indole genuina del popolo. Alcuni temono una maggioranza cattolica in Svizzera. E c'è chi briga per ottenere una legislazione restrittiva. Gl'industriali invece fanno ponti d'oro alla mano d'opera straniera. Le baracche di Oerlikon nei sobborghi di Zurigo, destinate agli operai senza famiglia, qualche anno fa lasciavano molto a desiderare, ma ora di baracca hanno solo più il nome. Sono abitazioni comode, ben riscaldate, spaziose.

Parte del merito di queste migliorie va al salesiano don Vincenzo Kreyenbühl, uno dei quattro della Missione, il quale scrive sui giornali di lingua tedesca e rivendica i diritti degli emigrati.

Vanno dietro a chi grida più forte

Il comunismo lavora intensamente tra gli operai delle baracche. Gli emigrati che tornano in Italia per le elezioni - è risaputo - in gran parte votano comunista. « Non che siano convinti dell'ideologia - dice don Vincenzo a proposito di quelli delle baracche. - Ne capiscono pochino; ma sono scontenti e questo basta perchè votino comunista. Hanno dovuto lasciare la famiglia. A volte non trovano in Svizzera ciò che si aspettavano, non trovano il lavoro adatto, nè il datore di lavoro che fa per loro, trovano solo incomprensioni. Non conoscono la lingua, non se la sentono di girare da soli e s'intruppano comunque sia. Alcuni passano la domenica in casa per non spendere. C'è chi la passa a letto per risparmiare anche il combustibile. I comunisti soffiano nei loro orecchi che la colpa di tutto il loro soffrire è del governo italiano. Il governo è colpevole di tutto, specialmente della loro separazione dalla famiglia. ` Quando comanderemo noi - dicono i comunisti - capovolgeremo la situazione e risolveremo tutti i problemi. Voi potrete tornare in Italia e avrete casa e lavoro'. Essi ci credono. Il novanta per cento degli operai delle baracche di Oerlikon sono contro il governo, e alle elezioni è probabile che votino comunista ».

Don Vincenzo spiega: « Questi uomini perdono la propria personalità, la propria capacità di giudicare e di decidere. Vanno dietro a chi grida più forte. Sono vittime del rispetto umano, si fanno pecore. C'è qualcuno che ride di loro se vanno a Messa alla domenica, e loro non ci vanno più. Per questo bisogna che il prete vada da loro, nelle baracche. Sono più di duemila ».

« Io vado alle baracche da più di dieci anni - dice don Vincenzo. - All'inizio mi fu difficile entrare, ma ora mi accolgono quasi tutti. Li abbiamo aiutati tanto, e loro lo sanno ».

Per qualsiasi informazione o pratica che occorra loro, don Vincenzo è là. Dà l'indirizzo esatto, fa la telefonata, scrive la lettera, s'interessa, sollecita, va di persona. Distribuisce pacchi in dono. Un'associazione caritatevole raccoglie vestiti e altro presso persone benestanti. C'è roba bella, magari messa una sola volta. Sotto la chiesa della Missione c'è un deposito: lì confluisce tutta la roba e viene ripulita e ordinata in pacchi per gli emigrati poveri. Anche somme in denaro vengono distribuite.

Il prete delle baracche

« Gli operai che sono sinceri lo sanno che noi gli vogliamo bene - dice don Vincenzo. - Le pochissime eccezioni almeno tacciono, non potendo dir male ». Don Vincenzo ha i capelli biondi e gli occhi azzurri, sembra fragile ma è instancabile. Il direttore della Missione sovente scuote il capo e lo rimprovera perchè lavora troppo. È sempre in giro. Quando è in casa, legge libri e riviste e prepara articoli per i giornali.

Dice con una venatura di tristezza: « Quelli delle baracche hanno accettato questo prete, mi accolgono sempre quando vado da loro, ma non è questo che io voglio. Io voglio che accettino la mia fede, la dottrina sociale della Chiesa, non me come persona. Non mi serve a niente se mi separano dalla Chiesa e dicono 'don Vincenzo' invece di dire il sacerdote o il Papa ».

Quante miserie ha visto don Vincenzo! Egli cita San Tommaso: « Per praticare la virtù ci vuole un minimo di benessere », e poi applica subito: « Se noi potessimo dare, a ogni famiglia italiana che viene, un buon appartamento, sarebbero molto più buoni, verrebbero più volentieri in chiesa, frequenterebbero più spesso i sacramenti ».

Il prossimo aprile, a Roma, nella nuova sede del Pontificio Ateneo Salesiano si aprirà il XIX Capitolo Generale della Congregazione Salesiana. Vi prenderanno parte, con i membri del Capitolo Superiore, gli Ispettori e altrettanti `Delegati' eletti dai Salesiani delle Ispettorie quali loro rappresentanti. Purtroppo non potranno essere presenti gli ispettori e i Delegati dei Paesi d'oltre cortina. È facile comprendere l'importanza dell'avvenimento. Saremo quindi grati ai nostri Cooperatori, Benefattori e Lettori se vorranno unirsi ai figli di Don Bosco nell'innalzare preghiere perchè la luce e la sapienza dello Spirito Santo illuminino e guidino i lavori di questa assemblea, da cui dipendono tanti interessi per la missione apostolica affidata dalla Provvidenza alla Congregazione.

Il capoccia comunista e la testimone di Geova

Una difficoltà almeno, fra le tante, oggi non esiste più. I protestanti non intralciano più il lavoro dei sacerdoti cattolici. I pastori sono in buoni rapporti con i salesiani della Missione e in genere con tutti i sacerdoti cattolici.

Un pastore del Vallese diffonde tra. i cattolici della sua zona il mensile cattolico Meridiano 12. Se un italiano ammalato all'ospedale di Zurigo si aggrava, le infermiere protestanti telefonano al direttore della Missione perchè corra ad assisterlo.

Un giorno don Giuseppe incontra per strada il pastore evangelico, che lo saluta e gli dice:

« C'è una famiglia di emigrati cattolici nel tal posto, che manifesta qualche intenzione di convertirsi alla Chiesa evangelica. La conosce lei, quella famiglia? È gente di cui ci si può fidare? ».

« So che in quel posto c'è quella famiglia di cattolici - gli risponde don Giuseppe, - ma io non li ho mai veduti venire alla mia chiesa ».

« Ah! Se è così, se li tenga pure lei... » - taglia corto il pastore.

I pastori sanno per esperienza che i cattivi cattolici non saranno mai dei buoni protestanti.

La maggioranza protestante in Svizzera si assottiglia, e si prevede che tra qualche anno i cattolici saranno più numerosi di loro. La domenica mattina nella chiesa della Missione è tutto un susseguirsi di Messe. Sono occupati i banchi, gli spazi tra una fila e l'altra, l'ampio ingresso e la cantoria. Con la bella stagione vengono anche gl'italiani che abitano lontano dalla Missione e allora bisogna celebrare nel cortile.

I Testimoni di Geova sono forse l'unica delle denominazioni protestanti che non si rassegna all'avanzata cattolica e cerca di fare proseliti. Passano di casa in casa, dicono: « Noi vi portiamo la verità », e donano una Bibbia. Ma di solito si dimostrano così fanatici e propagano errori così grossolani che nessuno li segue.

Una signorina attivista dei Testimoni di Geova riuscì a radunare un gruppo di famiglie italiane di Zurigo notoriamente comuniste, e con molto calore propinò loro il suo sermoncino. I comunisti la stettero a sentire. Alla fine il capoccia prese la parola a nome di tutti e disse: « Senta, signorina. Noi qui siamo comunisti e per il momento non pratichiamo alcuna religione. Ma se domani decidessimo di praticarne una, praticheremmo quella cattolica, che è la vera, e non la vostra ». E congedò per sempre la zelante signorina.

Ma anche se non converte, questa propaganda spicciola fa del male, perchè spinge i cattolici tiepidi all'indifferentismo.

Un numero incredibile di attività

Per questo la Missione Cattolica moltiplica le sue iniziative e le sue organizzazioni. Ce ne sono tante che pare impossibile siano solo i quattro sacerdoti a dirigerle.

Oltre la Pia Unione dei Cooperatori salesiani, c'è la Conferenza di San Vincenzo, che raccoglie uomini e donne, ragazzi e ragazze. Ogni domenica fanno il loro giro negli ospedali e portano pacchi, frutta e giornali. La Corale Sant'Agnese ha cinquant'anni di vita. L'Azione Cattolica è fiorente in tutti i suoi rami. Il Piccolo Clero e le Giovani Guardie (una specie di esploratori in camicetta verde) sono sempre pronti a prestare servizio. Poi ci sono le Figlie di Maria e le Dame di Carità, che a due a due visitano i malati a domicilio. C'è l'Apostolato della preghiera e l'Associazione dei paramenti sacri che provvede al decoro delle funzioni. La Lega Cattolica ha quasi settant'anni di vita; la Filodrammatica è attivissima.

Si tengono corsi di tedesco e di francese, e s'insegna religione nelle scuole cattoliche. Funziona una biblioteca. Alla festa c'è doppio spettacolo di cinema.

Ogni associazione ha le sue riunioni, conferenze, attività varie.

Le Messe sociali richiedono l'opera di tutt'e quattro i sacerdoti della Missione: uno celebra. e tre confessano.

Don Giuseppe abitualmente s'interessa dei malati e delle carceri. Don Vincenzo visita gl'italiani delle baracche. Don Carlo, da 35 anni alla Missione, cura la San Vincenzo e le attività religiose e formative. Don Arnaldo è tutto per i giovani: dirige il circolo, le attività ricreative e la filodrammatica.

A completare l'opera dei sale. sian ci sono le Suore Immacolatine d'Ivrea. Sono in dieci, e tengono il giardino d'infanzia, la scuola materna e la scuola elementare. Le mamme vi portano i loro bambini, e poi corrono a lavorare tranquille.

La gioia più grande che gl'italiani all'estero possano provare è di avere un luogo cordiale dove si parli schiettamente la loro lingua. A Zurigo hanno la Missione, dove si sentono amati e odono nella loro lingua soltanto parole di conforto e di speranza.

La chiesa della Missione è l'unica che a Natale faccia il presepe. Le altre chiese di Zurigo, anche cattoliche, non usano. Ebbene, i pastori che hanno lasciato i loro monti degli Abruzzi, della Sardegna, della Calabria, della Sicilia, vanno a visitare il Signore nella grotta. Quattro sacerdoti, come angeli, ve li conducono per mano.

UNA STORIA CHE PARE ROMANZO

Il salesiano don Mecys Burba, lituano, che ha raggiunto quest'anno il sacerdozio in Italia, il 16 agosto scorso ha avuto la gioia di assistere alla professione religiosa del fratello Riccardo nel noviziato di Newton (USA).

Tutti e due sono vocazioni adulte, tutti e due figli della cattolica Lituania. Il primo fu accolto nella casa salesiana di Castelnuovo Don Bosco dopo essere stato strappato dalla patria, costretto a combattere su diversi fronti. e poi a vivere da profugo in Inghilterra, sempre con la tristezza nel cuore di non poter raggiungere il sacerdozio.

Il secondo ebbe avventure più sensazionali ancora. Col terrore negli occhi per la patria invasa, si trovò, bimbo di 4 anni, solo sulla strada dei profughi che, abbandonata ogni cosa di fronte al nemico invasore, si spingevano verso l'Occidente.

Raccolto da una signora e caricato su un carro tra le masserizie, venne portato in Germania, dove durante un bombardamento si smarrì di nuovo.

Fu trovato dai militari americani e quindi adottato da una famiglia. Il piccolo Riciardas Burba si trovò negli Stati Uniti col nome di Edmund Cook. Tutto aveva perduto, il piccolo profugo: la casa, la patria, i genitori, la lingua, persino il nome. Gli rimase, e questa fu la sua fortuna, la fisionomia paterna e un'innata bontà d'animo.

Nella patria adottiva compì gli studi, quindi fu chiamato per il servizio militare, che assolse nel corpo di spedizione militare USA in Germania. Fu qui che cominciò le ricerche della famiglia d'origine, ricerche che il fratello salesiano aveva iniziato per conto suo qualche tempo prima. Finalmente, grazie alla perfetta organizzazione della Croce Rossa Internazionale, si ritrovarono dopo circa 20 anni. Lui, militare americano in Germania, il fratello maggiore in Italia, la sorella profuga in Inghilterra; il papà in paradiso e la mamma rimasta a pregare e a soffrire in Lituania.

Il giovane Riciardas Burba, conosciuto sotto il nome di Edmund Cook, anche da soldato si era conservato buono: il cappellano non poteva desiderare un segretario più fedele e un collaboratore più esemplare.

Venuto in Italia per incontrarsi col fratello studente di teologia, nella casa salesiana scoperse una famiglia ideale e senza esitazione la scelse anche per sè.

Terminato il servizio militare e tornato negli Stati Uniti, entrò nell'aspirantato, quindi nel noviziato salesiano, dove è diventato figlio di Don Bosco con la professione religiosa. Così ha ritrovato anche un Padre!

In tutte queste vicende non avrà gran parte di merito la vecchia mamma, rimasta sola nella tormenta a sgranare il suo inseparabile rosario?

IL PRIMO CONVEGNO NAZIONALE DEI COOPERATORI INDIANI

II Congresso Eucaristico di Bombay offrì ai Cooperatori dell'india la felice occasione di tenere il loro primo Congresso Nazionale.

Per lo storico avvenimento fu fissato il 2 dicembre scorso. La giornata ebbe inizio ai piedi di Maria Ausiliatrice con la santa Messa di mons. Ferrando, celebrata nel suo tempio. " Le tre divozioni predilette di Don Bosco - disse il vescovo - devono essere le tre divozioni di ogni Cooperatore: Gesù Sacramentato, Maria Ausiliatrice e il Palpa.

II convegno fu presieduto da don Archimede Pianazzi, rappresentante del Rettor Maggiore. Vi intervennero oltre 300 Cooperatori provenienti da ogni parte dell'India, anche dalle regioni più remote. Tra le personalità si notavano i vescovi salesiani: mons. Ferrando da Shillong, mons. Morrow da Krishnagar, mons. Marengo da Tezpur, mons. Marianayagam da Vellore, mons. Carretto da Ratburi (Thailandia). Erano pure presenti don Med, ispettore salesiano nell'india sud, don Alessi, ispettore a Shiliong, don Paviotti, ispettore a Calcutta.

II tema centrale, in armonia col clima eucaristico dei congresso, fu " Don Bosco e la SS. Eucarestia". Lo trattò don Pianazzi, che mise in evidenza come l'Eucarestia sia stata per Don Bosco il segreto della sua santità e di quella dei suoi figliuoli. Il santo educatore basò il suo sistema educativo su tre solidi pilastri: la Confessione e la Comunione frequenti e la Messa quotidiana. Concluse invitando i genitori a fare dell'Eucarestia il mezzo basilare per la santificazione propria e dei figli.

Mons. Ferrando rievocò i giorni del Concilio, che definì una novella Pentecoste, e sottolineò il fatto nuovo nella storia della Chiesa, della partecipazione dei laici al Concilio Vaticano li; in esso vide un simbolo e una promessa: la Chiesa trionferà per mezzo degli apostoli laici. Don Bosco divinò tutto questo un secolo fa e fondò la Famiglia dei Cooperatori Salesiani, che volle fossero a servizio della Chiesa, dei vescovi e dei parroci.

L'ispettore don Paviotti tracciò le grandi linee dell'apostolato moderno. Un tempo bastava aver la fede; oggi bisogna professarla e portarla nella vita sociale. Il problema sociale è problema di giustizia, ma anzitutto di fede e di amore: solo il messaggio di Cristo, portato nella società dagli apostoli laici, potrà risolverlo. I Cooperatori debbono prendere il loro posto in questa opera di 'consacrazione dei mondo'.

Dopo un intervallo rallegrato dalla banda " Don Bosco ", prese la parola un Cooperatore padre di famiglia, il signor G. V. D'Netto di Madras, per parlare sul tema della nostra campagna annuale: "I Genitori e l'educazione dei figli". Famiglia e scuola sono i due primi fattori dell'educazione. Tutti e due debbono mirare a dare fin dai primi anni una visione profondamente religiosa e morale della vita permeando la loro opera educativa di una spiritualità profonda. " Dobbiamo esser grati a Don Bosco - concluse il sig. D'Netto - che ci ha lasciato un patrimonio educativo di una ricchezza incomparabile".

Il cav. W. J. Fernandez interpretò la riconoscenza dell'assemblea verso il rappresentante del Rettor Maggiore, i vescovi e le personalità presenti. Un grazie particolare ebbe per don Di Fiore, direttore della Casa, e per don Sandanam, organizzatore del convegno.

Don Pianazzi salutò i convenuti esortandoli ad essere fieri di appartenere a questo esercito di apostoli militanti che è la terza famiglia di Don Bosco.

GENITORI SOTTO ACCUSA

A proposito della nostra campagna " Famiglia Educatrice" invitiamo i genitori ad ascoltare una voce che viene dalla base, ma che non per questo è meno attendibile. È il risultato di una inchiesta, che si legge nel bellissimo volume del card. Suenens:

« Vita quotidiana, vita cristiana »

Per stimolarvi l'immaginazione e incitarvi alla carità familiare, vi dirò di un'interessantissima inchiesta, condotta di recente fra un gran numero di ragazzi d'ogni parte del mondo. Dovevano dire, i ragazzi, che cosa sperassero dai genitori ; e le risposte, perchè fossero sincere il più possibile, dovevano essere rigorosamente anonime.

Le risposte vennero metodicamente raccolte e ordinate, e gli psicologi incaricati d'analizzarle e d'interpretarle costatarono con sorpresa che i concetti espressi dai ragazzi, a qualunque paese, razza, colore, appartenessero, erano su per giù gli stessi.

Da quelle risposte, insomma, è venuto fuori una specie di programma che rispecchia e riassume i «desiderata» dei ragazzi. Eccolo:

Signori Genitori,

1. non bisticciate mai in presenza dei figli;

2. dimostrate per tutti uguale affetto;

3. non dite mai ad un ragazzo cose non vere;

4. siate vicendevolmente indulgenti fra voi due;

5. fra voi e i figli regni un certo spirito di cameratismo;

6. gli amici dei figli accoglieteli, come accogliete i vostri;

7. non rimproverate nè punite il vostro alla presenza d'altri ragazzi;

8. fate risaltare le buone qualità dei vostri figli e non ne mettete troppo in evidenza i difetti;

9. rispondete sempre alle loro interrogazioni;

10. mostratevi con loro di umore e di amorevolezza sempre costanti.

È difficile rifiutare un invito di tal sorta. Qual fonte di pace e di serenità, pensate, se i «grandi» s'impegnassero fermamente a non deludere l'aspettativa dei giovanissimi, i quali li osservano e li giudicano!

Persino nell'intimo della famiglia la carità si rivela per quella forza rivoluzionaria che è! Facciamole largo, accogliamola con generosa ospitalità. E ricordiamo queste parole di Bernanos:

« Ciò che gli altri attendono da noi, è Dio che lo attende».

COME UN GRANELLO DI SENAPA

La nota parabola di Gesù sembra avverarsi anche per l'Opera Salesiana in Giappone, e in particolare per la « Scuola professionale Don Bosco » di Tokyo.

Alla periferia della grande Tokyo, tra boschi e campi, trent'anni fa i salesiani acquistarono un terreno per la sede della « Scuola professionale Don Bosco». Il luogo pareva infelice; la Scuola secondo molti era destinata a vivere stentata per mancanza di allievi. Era lontana dal centro e priva di facili comunicazioni.

Sopravvenne la guerra, e con la guerra difficoltà di ogni genere. Il primo direttore fu internato in un campo di concentramento, metà degli edifici furono occupati da uffici paramilitari, ma la scuola non si arrestò nel suo lavoro. L'Ausiliatrice e Don Bosco la scamparono da tanti pericoli, tra cui i massicci bombardamenti aerei.

Finita la guerra, con un ritmo di andante mosso, si sviluppò in modo insperato. L'ultima grande prova è stata l'incendio, che nove anni fa distrusse in poche ore tutto il corpo centrale della scuola, la chiesa e l'internato. Ma dalle ceneri sorse più bella.

Gli allievi oggi superano il migliaio, e la scuola viene apprezzata da tutti, incominciando dalle autorità, che in tanti modi incoraggiano e aiutano materialmente per l'acquisto del macchinario necessario ll'insegnamento professionale.

Ogni anno sono più di duecento i diplomati che entrano nella società ben preparati nel campo dell'insegnamento professionale, come in quello morale. Una educazione seria, sicura e completa fa sì che gli allievi vengano ricercati dai grandi complessi industriali giapponesi, che conoscono e apprezzano l'insegnamento della « Scuola Don Bosco ». Ogni anno poi un bel gruppetto riceve il Battesimo, e questi sono i frutti più consolanti per chi lavora per la gioventù nipponica che attualmente, dal lato religioso, è completamente abbandonata.

Ma se la grazia del Battesimo arriva a pochi, il seme della parola di Dio arriva a tutti gli allievi e c'è da credere che un giorno questa semente germoglierà e darà frutti per la società e per la Chiesa.

La «Scuola Don Bosco » svolge con successo anche l'attività stampa con l'editrice « Don Bosco ». Da circa quindici anni l'editrice si è staccata dalla scuola per avere, come opera a sè, maggior sviluppo e seguire così le orme del Santo che, come tutti sanno, nel campo della stampa cattolica fu un vero pioniere.

Ma i salesiani non si sono fermati. La trasformazione del Giappone in una grande potenza industriale ha suscitato un problema grave e impellente la mancanza di tecnici e perciò la necessità di prepararli. È sorto a questo scopo, per volere del governo, un nuovo genere di scuola: l'Istituto tecnico superiore della durata di cinque anni, per la formazione di periti industriali. I salesiani hanno colto la palla al balzo. L'attuale direttore della « Scuola Don Bosco » con i suoi collaboratori si è lanciato in questa impresa e ha fatto della vecchia scuola professionale un Istituto tecnico superiore, seguendo le direttive del governo. L'impresa non era delle più facili, ma la stima della Scuola, la serietà degli alunni, la costanza e l'entusiasmo dei dirigenti, ottennero l'approvazione governativa. Così la « Scuola professionale tecnica superiore Don Bosco » è stata tra le prime ad essere approvata con tre rami d'insegnamento: disegno industriale, arti grafiche, elettricità.

- Il governo giapponese venne in aiuto con un buon sussidio. Nel novembre 1963 il rev.mo don Ruggiero Pilla, economo generale dei salesiani, in una breve visita alla scuola benedisse la prima pietra dell'edificio del ' Disegno industriale', un modernissimo fabbricato di quattro piani per complessivi 5000 metri quadrati. Il io novembre 1964, a un anno dalla benedizione della prima pietra, l'ispettore don Giovanni Dalkmann inaugurava la nuova costruzione e apriva le celebrazioni del trentennio della scuola.

In quella occasione moltissimi simpatizzanti dell'Opera hanno fatto corona alle autorità civili intervenute per celebrare l'inizio ufficiale dell'Istituto tecnico superiore. Tutti esternarono il loro plauso e la loro. ammirazione per il lavoro svolto dai figli di Don Bosco per un lungo trentennio a vantaggio della gioventù giapponese. Per l'occasione gli allievi, guidati dai loro professori, prepararono in tutti gli ambienti della scuola una grande e ammiratissima mostra dei loro lavori. Si videro allora gli ex allievi invadere la scuola, fieri d'esservi stati educati.

I rami di questa pianta ormai si sono estesi in modo prodigioso, ma forse pochi pensano che quest'albero proviene dal granello di senapa, che ha potuto crescere perchè caduto in terreno irrorato dal sudore di molti e dal sangue di un missionario, don Adino Roncato che, nell'eroico gesto di salvare un giovane salesiano giapponese, lasciò la vita tra le fiamme nel drammatico incendio del 15 febbraio 1955.

EDUCHIAMO COME DON BOSCO

CAPIRE I RAGAZZI

Era una sera quieta di aprile. Don Bosco passeggiando con alcuni ragazzi raccontò un sogno: « Ho veduto - disse con accento sommesso - un ragazzo dell'Oratorio steso per terra in mezzo al camerone di una caserma; attorno a lui stavano dei coltelli spuntati, delle pistole, delle carabine e delle membra umane fatte a pezzi. Sembrava agonizzante. Gli domandai: ' Come va che ti trovi in uno stato così miserabile?

Non lo vede - mi rispose - dagli strumenti che mi stanno attorno? Sono diventato un assassino e fra poche ore sarò condannato a morte'». I giovani ascoltatori di Don Bosco allibirono a quelle parole. Don Bosco aggiunse: « Io conosco quel ragazzo; starò attento a correggerlo dei suoi difetti e a infondergli sentimenti di pietà e di mitezza; ma ha un'indole così violenta che temo faccia una cattiva fine». Don íBosco azzeccò la previsione. Quel ragazzo diventato adulto si arruolò nell'esercito; si comportò male e venne fucilato per aver ucciso il proprio ufficiale. Per fortuna morì da buon cristiano: prima della fucilazione chiese di confessarsi e di comunicarsi.

Don Bosco aveva l'occhio lungo: sapeva prevedere, calcolava dove andavano a finire certi primi accenni di malizia nell'animo degli adolescenti; indovinava come sarebbero cresciuti certi germogli. In una parola: capiva i ragazzi.

Ecco ciò che si richiede ai genitori e agli educatori: saper osservare i ragazzi, saperli comprendere, saper prevedere il loro orientamento. L'adolescenza è un risveglio, uno slancio, uno sforzo di liberazione. La sola cosa che il ragazzo sopporta è quella di una guida amorevole che lo aiuti senza urtare. Ci sono alcuni atteggiamenti da parte dei genitori e degli educatori che vanno assolutamente evitati. Il primo consiste nel fingere che i difetti, i vizi e i vizietti del loro figliuolo siano cose passeggere, bazzecole. « La crisi - essi dicono - si riassorbirà. È un brutto momento ma passerà ». Cioè, i genitori fanno uno sforzo per capire, ma non cercano affatto di agire. È un atteggiamento negativo, poco utile e poco intelligente, perché il ragazzo non può formarsi senza l'aiuto e il consiglio dei suoi genitori.

Il secondo atteggiamento è peggiore. Consiste nell'intervenire brutalmente e fuori tempo, con grida di collera, invettive, scenate. Pretendere di modificare e di dirigere con la forza l'evoluzione del ragazzo (che ha la tendenza a restare autonomo e segreto) significa mancare di esperienza. L'adolescente si difende chiudendosi in una zona di finzione e di sotterfugi.

Il vero atteggiamento è quello di comprendere il ragazzo, tutto il ragazzo. In fondo, comprendere il ragazzo significa soltanto riflettere su ciò che siamo stati noi stessi. Occorre frenare la collera, il dispetto, il cattivo umore. Il vostro ragazzo vi disobbedisce ostentatamente? Punitelo, ma con calma e misura. La serenità vi permette di proporzionare meglio la sanzione alla colpa.

Ma non basta. Sono molti i genitori che amano profondamente i loro ragazzi ma che poi non riescono a comprenderli. Non si tratta di scusarli, ma di saper cercare in ogni azione, anche colpevole, l'elemento sano e magari ottimo che essa può contenere. L'adolescente è per definizione un essere alla ricerca del suo equilibrio e più di qualsiasi altro essere è soggetto a errori. Quante circostanze attenuanti vi sono per la maggior parte delle sue mancanze! Anche quando egli deve essere castigato e in certi casi punito severamente, va sempre studiato e considerato con benevolenza. L'adolescente in fondo desidera di essere compreso in questo modo. Se trova nei genitori una simpatia attiva gliene sarà profondamente riconoscente.

«Ho avuto un padre straordinario - raccontò in una trasmissione radio una famosa giornalista. - Ero figlia unica. Prima di morire mio padre mi mandò a chiamare e mi disse:

Non ho nulla da lasciarti. Devi farti strada nel mondo e guadagnarti da vivere. Come farai? Ti ho osservata a lungo e credo di poterti lasciare una sola eredità: e cioè pochi suggerimenti. Eccoli. Prima di tutto: non lasciarti. impressionare dagli altri. Non aver rispetto umano. Bada solo a Dio. Lui ti giudicherà. Seconda cosa: non possedere troppi oggetti inanimati. Non farlo, altrimenti saranno loro a possedere te. E terza cosa: sii sempre la prima a ridere di te stessa. Tutti hanno un lato ridicolo e il mondo intero ama ridere di qualcuno. Se tu sarai la prima a ridere di te stessa, il riso degli altri non ti toccherà, come se tu fossi chiusa in un'armatura dorata' ». La giornalista concludeva: « Mio padre mi conosceva bene e mi aveva suggerito giusto ».

UNA VIRGOLETTA INUTILE

Il 15 dicembre la Sacra Congregazione dei Riti preparatoria discusse sull'eroicità delle virtù del servo di Dio Giuseppe Benedetto Dusmet, monaco benedettino, arcivescovo di Catania e cardinale.

Uomo di straordinaria carità, dimostrata in modo particolare nel colera del 1854 a Caltanissetta e nelle eruzioni dell'Etna del 1879 e 1885, ebbe stima e venerazione grandi per Don Bosco e la sua opera. Da Catania, fin dal 1877, alcuni zelanti sacerdoti si erano rivolti all'Apostolo di Torino per un'opera da aprirsi in quella città: una scuola per giovani artigiani. Il santo arcivescovo di Catania avvalorava con la sua straordinaria autorità quell'istanza. Nel 1884 egli insistette presso Don Bosco che i salesiani affrettassero la loro andata a Catania, nonostante la violenta campagna di un giornale locale per screditare i salesiani con calunniose insinuazioni. Il santo cardinale insisteva perchè si recasse subito anche un solo salesiano a dirigere un oratorio festivo e una scuola elementare.

Don Viglietti scrive nella sua cronaca che nel maggio 1887, quando Don Bosco andò a Roma per la consacrazione del tempio del Sacro Cuore, ricevette tra gli altri illustri visitatori anche l'arcivescovo mons. Dusmet.

Un grazioso episodio si ricorda nelle Memorie Biografiche a proposito di una offerta inviata a Torino dal card. Dusmet. L'arcivescovo aveva fatto richiesta direttamente a Don Bosco per il suo seminario di alcune composizioni musicali di don Cagliero, domandando il relativo conto da pagare. Don Bosco fece spedire, scrivendo sul conto questa nota: « L'importo della musica è di L. 14,75. Nella cifra si vede bensì una virgoletta, ma questa nel totale si può considerare inutile ». Al che il santo prelato rispose: « Accetto come una voce del Cielo l'osservazione di V. S. sulla virgoletta inutile nel totale. Perciò spedisco L. 14 in estinzione del mio debito verso la Libreria salesiana, e aggiungo L. 1400, senza virgoletta, da servire a Don Bosco per la fabbrica della nuova chiesa del Sacro Cuore di Gesù in Roma. Questa somma io avevo raccolta a spilluzzico, risparmiando qua e là, con l'intento d'impiegarla in un'opera pia che ho intrapresa e non ancora compiuta. Ma la virgoletta fuori di posto mi ha fatto mutare avviso, perchè mi ha richiamato alla memoria la nota sentenza: Qui dat cito, bis dat. Don Bosco dunque riceva con buon viso la mia offerta, e mi ricambi con una fervorosa preghiera a quell'adorabile Cuore, che tanto amò e tanto ci ama. Rispetto alla Libreria, si contenti del 14,00 con la virgoletta, la quale resterà celebre negli annali delle finanze salesiane ».

Nel 1885 Don Bosco mandò a Catania i suoi salesiani, che si stabilirono nella casa dell'Opera Pia San Filippo Neri. In pochi anni essa divenne un centro di formazione spirituale, . culturale e ricreativa che si può definire prodigioso. Il card. Dusmet nei nove anni che visse ancora, ebbe per quell'opera salesiana affetto, cure e sollecitudini di vero padre.

UN DIFENSORE DI PIO XII

Una visita non comune per l'istituto salesiano San Giovanni Berchmans', quella di Alexis Curvers, un grande nome della letteratura contemporanea in Belgio. Interessati per l'ultima sua opera Pio XII, il Papa oltraggiato, gli allievi del Liceo desideravano conoscere più intimamente l'illustre scrittore.

Ex allievo di Don Bosco, fu lieto di accogliere l'invito e tenne una conferenza nell'Istituto. Incontrò subito la simpatia degli allievi per la semplicità dei suoi modi e la cordialità del parlare. Anzitutto volle porre in rilievo la grazia che essi avevano di far parte della famiglia di Don Bosco. Senza nascondere la sua emozione, ricordava alcuni nomi dei suoi superiori, che « erano stati per lui - come si espresse - l'immagine dell'amore e della santità ».

L'illustre umanista espose poi le ragioni che l'avevano indotto a prendere le difese del Papa Pio XII. Lo scandalo causato da Il Vicario, le insensate accuse che si erano levate contro quel santo Pontefice, suscitarono lo sdegno in questo convinto e appassionato scrittore cattolico, che volle restituire al più alto livello l'innocenza. e la dignità del supremo Pastore degli uomini.

IL TEMPIO SUL COLLE DON BOSCO

Nella chiesa inferiore i lavori procedono con ritmo sempre più intenso. Alle finestre cominciano ad apparire le vetrate illustranti episodi e aspetti della vita di Don Bosco. Semplicità e linearità caratterizzano gli altari laterali che dovranno servire per la celebrazione dei Sacerdoti pellegrini.

VENEZUELA - Il 14 novembre scorso per l'Ispettoria salesiana del Venezuela è stato giorno di festa e di ringraziamento. L'Ispettoria ha compiuto in quel mese i 70 anni di lavoro in quella Repubblica. In questa occasione i Salesiani del Venezuela hanno voluto rendere omaggio al carissimo mons. Francesco Iturriza, salesiano, vescovo di Coro, che incominciava il suo giubileo d'argento di episcopato.

Ardisci e spera

Sta per uscire presso l'ELLE DI CI il primo volume dell'opera di S. E. mons. Luigi Mathias: « Quarant'anni di missione in India ». Le quattrocento pagine che lo compongono formano come uno schermo su cui si succedono scene stupende: è la vita di ardimentosi conquistatori di anime che, guidati dal grande Arcivescovo salesiano, ne hanno realizzato il motto-programma « Ardisci e spera ».

- Ardisci e spera : che bel motto per un missionario!

- E sarà il mio!

Queste battute si scambiavano nel lontano 19 dicembre 1921 a Foglizzo, durante la rappresentazione dell'operetta musicale del Garlaschi « Don Bosco fanciullo », il grande salesiano don Vismara e uno dei suoi più illustri discepoli, mons. Mathias. Questi era alla vigilia della sua partenza per l'India, dove avrebbe iniziato con undici salesiani la Missione dell'Assam.

Mons. Mathias era stato invitato dal suo antico professore di teologia a visitare lo studentato teologico prima di partire per le lontane terre dell'Oriente. Benchè il tempo stringesse, vi era andato molto volentieri. « Mi pareva - racconta - mons. Mathias - un preciso dovere andare ancora una volta a pregare nella cappella dello studentato, nella quale avevo ricevuto tante grazie, e nella quale avevo pure celebrato la mia prima santa Messa, assistito dall'indimenticabile don Malan, covo nelle Americhe ». Mons. Mathias sin dal primo annunzio della sua nomina a capo della spedizione missionaria per l'Assam, si era messo alla ricerca di un programma di vita e di un motto che sintetizzasse tutto quello che sentiva ardere nel suo cuore. L'aveva cercato a Roma pregando dinanzi alla statua di San Pietro, poi ancora a Torino dinanzi al quadro miracoloso dell'Ausiliatrice e finalmente a Valsalice presso la tomba di Don Bosco. Sembrava invano. « Ma non era così - scrive monsignore. A Foglizzo avrei trovato ciò che con tanta ansia stavo cercando. Si era alla fine del secondo atto dell'operetta: Giovannino è solo, smarrito, in preda a grande ansietà e timore. Comprende che è chiamato a compiere una grande missione. Ma come? con quali mezzi? Sta per accasciarsi scoraggiato; quand'ecco apparirgli un angelo pieno di luce che gli dice: « Non temere, Giovannino! Ardisci e spera! ».

Le parole dell'angelo a Giovannino Bosco sarebbero diventate la stella luminosa che avrebbero accompagnato mons. Mathias per tutta la sua vita di prefetto apostolico dell'Assam, di primo vescovo di Shillong e di arcivescovo di Madras. Lo dicono le 40o e più pagine del primo volume delle sue Memorie (1921-1935) che si dipanano dinanzi ai nostri occhi come uno schermo su cui passano visioni di ardimentose spedizioni nell'interno della giungla, di commoventi episodi, di arditi tentativi ed esperimenti, di costruzioni e realizzazioni stupende, di prove e difficoltà tremende .e di sante conquiste.

Don Bosco aveva visto

Infondeva coraggio a mons. Mathias e ai suoi primi compagni di missione la persuasione che erano gli strumenti scelti dalla Divina Provvidenza per realizzare in India i'sogni' profetici di Don Bosco. Lo afferma monsignore rievocando il suo incontro a Torino nel 1921 con don Bernardo Savarè, direttore della Casa madre. Questi lo chiamò in disparte e gli disse: « Quanto le dirò e le farò vedere deve rimanere strettamente confidenziale. Lei è in partenza per l'India. È giusto che venga a conoscenza di quanto Don Bosco ha visto in un `sogno', dove, tra l'altro, si parla dell'India. Quando, anni fa, ero assistente dei tipografi a San Benigno Canavese, i Superiori ci diedero a stampare in forma confidenziale i famosi sogni di Don Bosco, perchè dovevano essere presentati a Roma per la causa di beatificazione. Quanto si stampava sull'argomento doveva rimanere segreto. C'era l'ordine di consegnare tutte le copie stampate. Con una restrizione mentale mi permisi di tenere una copia delle bozze. Mi sembra opportuno che lei legga il sogno di Barcellona. Sono persuaso che dopo questa lettura partirà per l'India con maggior fiducia e coraggio ».

Si era nel 1921. Era in corso la Causa di beatificazione di Don Bosco: molte cose non conveniva fossero pubblicate. Si può immaginare con quanta avidità e gioia mons. Mathias abbia letto quelle preziose bozze. Oggi è noto il sogno che Don Bosco fece a Barcellona nel 1886. In esso vide una scia luminosa che fasciava tutta la terra da Valparaiso a Pechino. Una maestosa 'matrona' gli fece vedere il mirabile sviluppo delle missioni salesiane, non solo nelle Americhe ma anche nelle terre d'Oriente.

« Leggendo quelle pagine - racconta mons. Mathias - il mio cuore ebbe un sussulto. Non potevo credere ai miei occhi scorgendo i nomi di Bombay e di Calcutta tra i centri salesiani che sarebbero sorti sulla via di Pechino. Dunque il nostro Padre ci aveva già visti in viaggio verso l'India misteriosa? Dunque potevamo andare fiduciosi incontro all'avvenire, persuasi che la nostra potente Ausiliatrice ci avrebbe aiutati e protetti ? Confesso che sentii un santo orgoglio al pensiero che avrei visto coi miei occhi la realizzazione del sogno profetico di Don Bosco ».

Oggi possiamo aggiungere che mons. Mathias fu magna pars di queste realizzazioni. Si deve al suo coraggio, al suo zelo, alla sua brama di conquista se oggi Don Bosco in India è tanto conosciuto e tanto amato; se ci sono tre ispettorie con quasi mille salesiani di cui moltissimi indiani, e una fioritura di opere veramente prodigiosa, vorremmo dire miracolosa.

Da Bombay, ove sbarcarono il giorno dell'Epifania del 1922, per avanzare man mano a Calcutta, a Shillong, a Madras, all'India tutta, hanno inizio quelle felici realizzazioni che hanno avuto la loro più bella benedizione con la recente visita di Paolo VI alla 'Scuola Don Bosco' di Bombay e con le sue parole: « Ringraziamo i Salesiani per quanto hanno fatto in India ».

L'esperimento riuscì

Nel 1925 la Santa Sede aveva inviato in India un Visitatore straordinario a studiare il problema delle scuole cattoliche. Il Visitatore ne rimase molto addolorato e un giorno, sfogandosi con mons. Mathias, lo prese per le mani esclamando: « Monsignore, monsignore, riempia l'India di Don Bosco...

L'India ha bisogno del vostro spirito! ».

Era l'inviato del Papa che parlava. Mons. Mathias ne accolse l'appello come un comando di Dio. Con un ardimento che qualcuno giudicò temerario, tanto fece e tanto insistette presso i Superiori di Torino, che ottenne il permesso di dar inizio nell'Assam a un noviziato per giovani aspiranti europei. Si trattava di portare nell'Assam, sui contrafforti dell'Himalaya, elementi giovanissimi, far apprendere loro le lingue e i costumi del paese e iniziarli così alla vita apostolica. A quel tempo le difficoltà erano maggiori per le distanze e per i mezzi di trasporto molto lenti. Ma l'esperimento riuscì. Dall'Istituto card. Cagliero di Ivrea ogni anno un bel gruppo di giovani salpava verso l'Assam, ogni anno i salesiani in India aumentavano, ogni anno mons. Mathias apriva qualche nuova Opera. A lui si poteva applicare il verso del salmista: « Come aquila che vola sui suoi aquilotti », perchè mons. Mathias aveva dell'aquila lo sguardo lungimirante e gli ardimenti, curava personalmente la formazione dei suoi 'aquilotti', mostrava loro la via e poi, come Don Bosco, li lanciava sul campo del lavoro.

Ma ci volevano anche vocazioni native che, affiancate a quelle venute da lontano, potessero preparare i futuri quadri. Ed ecco i primi chierici indiani, poi i primi sacerdoti; e oggi i primi due vescovi salesiani indiani si sono aggiunti agli altri quattro.

Ardimentoso tedoforo

Mons. Mathias ha l'ansia del futuro. Sembra che egli legga nell'avvenire. Senza soldi si mette a costruire edifici enormi. Senza personale accetta nuove fondazioni in tutta l'India: Calcutta, Krishnagar, Bandel, Bombay, Madras... È difficile seguirlo nelle sue escursioni e nei suoi viaggi. Sfogliando le sue Memorie lo vediamo sui monti Khasi, a Jowai ove acquista una collina intera, nella Bhoi Country ove si perde nella giungla e si busca una grave malattia, a Nongbah ove si commuove sino a piangere dinanzi alla `fede' di io.ooo pagani... Poi eccolo a Bombay ad accogliere un gruppo di missionari, tra i quali don Vendrame, che diventerà il San Francesco Saverio dell'Assam; eccolo a Tanjore con mons. Mederlet, il ` terrore dei demòni ; a Calcutta, ove accetta di prendere la cura della Cattedrale e una tipografia; a Dibrugarh sull'Alto Bramaputra, ove prepara quella futura diocesi. Lo seguiamo poi con don Ricaldone attraverso l'India, la BirmaLo stesso desiderio di far onore a Don Bosco spinse mons. Mathias a prendersi cura particolare della gioventù povera e abbandonata e a dar vita agli Oratori festivi, che tanto apporto han dato al movimento di conversioni.

Ma l'India oggi è riconoscente a mons. Mathias specialmente per le scuole professionali ch'egli ha disseminato nelle varie città: Shillong, Gahuati, Calcutta, Krishnagar, Saharampur, Madras, Bombay. Anche in questo mons. Mathias fu un grande antesignano e un grande salesiano.

Segreto non ultimo di riuscita per monsignore fu lo spirito di famiglia, che volle regnasse tra i salesiani. Commoventi le pagine delle Memorie che parlano di quelle riunioni familiari attorno alla mensa dei superiori.

Volevano scrivere al Papa

È ricordato l'addio che Shillong diede al suo primo vescovo quando venne eletto arcivescovo di Madras. I confratelli gli offrirono un gran cuore d'argento con tutti i loro nomi incisi come segno di perpetuo affetto. I cattolici Khasi non potevano rassegnarsi alla sua perdita e venivano a trovarlo e gli portavano ogni sorta di doni. Persino i protestanti, che nei primi anni l'avevano tanto osteggiato, ora venivano a dirgli che lui doveva rimanere a Shillong e ch'essi erano disposti a scrivere al Papa perchè lo lasciasse nell'Assam.

Ma bisognava lasciare la Città dei fiori e la terra incomparabile dell'Assam per andare a Madras e ricominciare da capo, o meglio a continuare nell'India meridionale lo stesso grande lavoro per far onore a Don Bosco'.

Ed eccoci alle ultime righe del primo volume delle Memorie. Mons. Mathias è in treno alla volta della sua archidiocesi di Madras. « Più mi allontanavo dalla mia missione dell'Assam, più mi tornavano alla mente i primi momenti di trepidazione e d'incertezza quando, in Italia, andavo in cerca di un motto e di un programma. Mi rivedevo in treno quella sera di ritorno da Foglizzo e mi riecheggiavano all'orecchio le parole che l'angelo aveva rivolto a Giovannino Bosco: 'Ardisci e spera'...

Madras era vicina. Mi scossi e presi una risoluzione: dimenticare il passato. O meglio, no! Il passato mi sarebbe stato sempre presente per incoraggiarmi ad affrontare con grande fiducia l'avvenire, che si affacciava incerto sul mio nuovo orizzonte ».

I MIEI PICCOLI IMPLACABILE

Mons. Marchesi, vescovo missionario salesiano nel Rio Negro (Brasile) ha milioni e miliardi piccoli nemici che ostacolano il suo lavoro fico tra cii indios La mia diocesi, alla confluenza del Rio Negro col Rio delle Amazzoni, è solcata dalla linea calda dell'equatore; non ho grattacapi per il riscaldamento invernale. In compenso io - e con me i miei missionari - ho moltissimi nemici da cui guardarmi. Essi non sono emissari segreti di potenze straniere, mandati tra i nostri indi a disseminare le false ideologie; non sono neppure i variopinti stregoni delle tribù, intenti a preparare magìe e sortilegi: i nostri nemici sono molto più piccoli, piccolissimi, individualmente insignificanti, ma sono a milioni, anzi a miliardi. Sono le bestioline della foresta e della savana.

Per esempio le formiche. Ce n'è un tipo chiamato dai brasiliani `formiche del fuoco'. Vivono sulle foglie e sulle cortecce degli alberi. Io viaggio spesso nella foresta, cd esse mi attendono al varco: quando passo sotto il ramo su cui si trovano, esse si lasciano cadere in massa su di me e mi ricoprono dalla testa ai piedi. Prese a una a una sono appena visibili, ma tutte assieme cambian di colore ai miei vestiti, e mordono e provocano addosso un calore come di fuoco. Per questo le chiamano le 'formiche del fuoco'.

Le termiti non domandano permesso

Ho poi da vedermela sovente con le tèrmiti, che edificano nidi monumentali nel cavo degli alberi e di notte gironzolano in cerca di cibo. Molti tipi di legname, per loro, sono una leccornia. Li mangiano con vero piacere, e combinano scherzi non sempre simpatici. Un contadino, per esempio, pianta nel terreno un palo d'un legno che rientra nel loro menù. Dopo qualche mese va a rivederlo e gli sembra intatto; solo in basso c'è un piccolo foro. In realtà il palo all'interno è stato completamente svuotato dalle tèrmiti passate attraverso il foro, e si regge in piedi per misericordia; ma a vederlo, chi lo direbbe? Il contadino s'appoggia a quel che ritiene un solido sostegno, e vola a gambe all'aria insieme col suo palo, che è più leggero d'una canna.

Io dovendo dormire all'aperto, monto il mio giaciglio tra gli alberi, a un metro o due da terra, e appendo il bagaglio a un ramo alto, perchè se cadesse sotto le grinfie di queste bestioline maleducate, vi s'intrufolerebbero senza domandare il permesso, per mangiare ciò che è di loro gusto. Ma nonostante tutte le precauzioni da me prese, le tèrmiti conoscono molto bene il sapore dei miei vestiti e dei miei libri.

Una fiumana di formiche avanza verso di me

Altre formiche s'intruppano in orde di milioni e milioni, e migrano nella selva spinte dalla fame. Avanzano in colonne larghe anche cinquanta metri, come un fiume dalle acque brune e turbolente. Non c'è insetto o piccolo animale che resista alle loro ondate: anche i rospi, i topi e le lucertole devono fuggire. Se qualche incauto si lascia raggiungere da loro, in migliaia gli si avventano addosso e lo divorano, risparmiando solo la pelle e gli ossicini ripuliti.

Una notte, stanco del viaggio, dormivo saporitamente in una baracca. Mi svegliai al rumore di una pioggia fitta che cadeva sulle foglie della foresta. Ascoltai meglio: non era pioggia, era qualcosa di diverso, come lo scalpiccìo di un'infinità di zampette. Le formiche arrivavano. Balzai dall'amaca, ma era troppo tardi per scappare. Rimasi immobile. Il mio corpo si coprì di migliaia di formiche. Le lasciai fare. Salivano e scendevano indaffarate. Poi diradarono e scomparvero. Emisi un profondo sospiro di sollievo. Guai se avessi tentato di difendermi: m'avrebbero aggredito.

Altra volta celebravo la messa in una cappella e i miei indi seguivano attenti la funzione. Si era appena dopo la consacrazione, quando alcuni indi vicini all'uscita lasciarono la cappella. Poco dopo altri li seguirono, poi tutti. Anche l'accolito mi lasciò. Rimasto solo, mi voltai: a pochi passi dalla cappella una fiumana di formiche avanzava rapidamente verso di me, col suo tipico scalpiccìo. Che fare? Mi preparai a sostenere l'assalto. Coprii il calice col velo e protessi con le mani la particola consacrata. Le formiche giunsero all'uscio ed entrarono decise. Vidi ragni e centopiedi fuggire disperati in ogni direzione: non avevo mai sospettato che la cappella, ripulita ogni giorno, ne contenesse tanti. Le formiche li annientarono tutti. Intanto i miei paramenti assunsero un colore niente affatto litur-. gico: erano grigi di formiche. Le bestiole s'arrampicarono sui candelieri, scalarono i vasi di fiori, ispezionarono la predella dell'altare e il campanello del sanctus, frugarono dappertutto e assaggiarono tutto meno le fiammelle delle candele. E passarono oltre. Poco dopo ritornò il silenzio, ritornarono gli indi e continuai la messa.

Queste sono dette le `formiche di correzione', perchè dove arrivano son dei castigamatti. Fanno del bene alla campagna, e distruggono gl'insetti dannosi. Ma sentirsele passare addosso, sulle mani, sulle labbra, sugli occhi, proprio non è un piacere.

Le zanzare espugnano ogni difesa

Come se non mi bastassero le formiche per terra, devo anche difendermi dai miei nemici dell'aria: i moscerini, le zanzare e i tafani. Essi regolano la giornata della selva come un orologio. Finchè c'è luce, per dodici ore e più, sono di scena i moscerini. All'imbrunire i moscerini si ritirano e lasciano il posto ai tafani, i padroni del crepuscolo. Appena il buio s'è fatto intenso, essi se ne vanno, ma ritorneranno al crepuscolo del mattino. La notte è invece il regno delle zanzare.

I tafani hanno punture terribili, e mettono a dura prova la sopportazione anche degli animali più robusti.

I moscerini sono onnipresenti. Li si respira con l'aria. Pungono, succhiano e dànno prurito insopportabile. Una razza di moscerini a un certo punto dell'anno lascia le zone paludose.e frequenta uomini e animali in cerca di sangue. Sono piccolissimi e s'intrufolano dappertutto. Filtrano attraverso le maniche, il colletto, il foro aperto da una tarma nel vestito. Aderiscono alla pelle, si gonfiano. di sangue, e si trasformano in botticelle rossicce, grosse come chicchi di riso. Poi si lasciano scivolare a terra, e smaltiscono la loro sbornia di sangue.

Le zanzare solo nelle zone paludose inoculano il tripanosoma della malaria, ma per punzecchiare sono presenti dappertutto. Di solito ne basta una per non lasciar dormire; arrivederci quando ce n'è un'infinità. Fuochi accesi e zanzariere, creme e pomate spalmate sul viso e sulle mani, dopo pochi minuti non servono più a nulla. Sembra che le zanzare si divertano a espugnare ogni sorta di difesa. Uccisa una, tornano in dieci, e tutte intenzionate a pompare sangue.

Pipistrelli brava gente e pipistrelli sanguinari

Anche i pipistrelli ce l'hanno con me, povero vescovo missionario. Non tutti per fortuna, perchè alcuni mi risparmiano e preferiscono a me qualche insetto saporito, o un frutto o un pesciolino.

I pipistrelli insettivori sono brava gente e liberano la campagna coltivata dagli insetti dannosi. I fruttivori che rovinano i raccolti sono eliminati facilmente con l'arsenico o la stricnina. I contadini alla sera lasciano su un albero una sola banana, trattata col veleno. Al mattino seguente trovano attorno all'albero decine di pipistrelli fulminati dal veleno.

Io non ho mai visto al lavoro i pipistrelli ittiovori che mangiano i pesci, ma di essi mi hanno parlato molte volte i miei indi. Pescando di notte sui fiumi, gl'indi vedono spesso all'opera questi curiosi pipistrelli che volano a pelo d'acqua, attendono i pesci nel momento in cui guizzano dall'acqua per respirare una boccata d'aria, e li arraffano al volo.

Miei veri nemici personali sono invece i vampiri. Sono dei sanguinari, autentici vagabondi del cielo, senza fissa dimora. Solo quando hanno trovato una vittima smettono di migrare per la selva. Allora seguono la loro vittima e la perseguitano, tutte le notti, con una costanza degna di miglior causa.

Occorre riconoscere che fanno le cose per bene, con tanta delicatezza che le loro vittime neppure se ne accorgono. Pare s'intendano di medicina. Scelto il punto preciso in cui mordere, dapprima vi praticano una specie di anestesia locale, poi succhiano il sangue e infine, senza recare il minimo disturbo, se ne vanno.

Una volta fui aggredito da un vampiro per due notti consecutive. Non volevo diventare la sua emoteca, il suo ristorante. Decisi di attenderlo alla terza notte e regolare i conti. Due indi mi vennero in aiuto e si misero di guardia innanzi alla porta di casa, armati con grossi rami per abbatterlo. Anch'io mi ero armato e lo attendevo in camera. Nessuno di noi avvertì il suo arrivo. Quando percepii nell'aria un leggero fruscio d'ali, il mio vampiro era già sulla via del ritorno, e aveva già compiuto il misfatto: sul mio piede, da due piccole ferite profonde, uscivano due rigagnoli di sangue.

La nostra guerra continua

Il suolo nelle foreste equatoriali è sovente coperto d'un soffice detrito, formato da cortecce d'alberi, ramoscelli, semi, frutti, foglie cadute: un morbido piumino sprimacciato dalla natura e invitante a distendersi. Non conviene accogliere quell'invito! Io ero missionario giovane e inesperto quando accettai: un minuto dopo scattavo in piedi e, mi dimenavo in tutti i sensi per liberarmi dai mille piccoli insetti che in un niente m'avevano assalito. Era la loro dichiarazione di guerra. Ne è passato del tempo: ora ho 75 anni, sono vescovo, ma i miei piccoli implacabili nemici della foresta non mi portano ancora alcun rispetto e mi combattono con l'accanimento di sempre.

Ma nè i vampiri nè le formiche nè le zanzare fermano l'opera del missionario: a tutte queste cose - come dice San Paolo - ci rende superiori l'amore che portiamo a Gesù Cristo, che per il primo ci ha amati e si è sacrificato per noi.

Sotto il manto dell'AUSILIATRICE

Vide Don Bosco ai piedi dell'Ausiliatrice

Anni fa mia zia Maria Civita Mancini nata Agresti, quasi improvvisamente si sentì come paralizzata e incapace a muoversi. Lo stato dell'inferma andò sempre peggiorando, mentre i pareri dei medici erano discordi.

Una notte le sembrò vedere un sacerdote che pregava inginocchiato dinanzi ad un'immagine della Madonna. Quel sacerdote le faceva segno che si raccomandasse alla Vergine e la invocasse. Da quel momento cominciò a sentirsi meglio e in breve guarì completamente.

Qualche tempo dopo le capitò tra le mani un'immagine che rappresentava Don Bosco in preghiera ai piedi dell'Ausiliatrice; allora riconobbe che era stato Don Bosco a ottenerle la guarigione da Maria Ausiliatrice.

DON PASQUALE MARIA JALONGO

Missionario nell'Amazzonia

L'odissea di un missionario

Sento il dovere di far conoscere una grazia ottenuta da Maria Ausiliatrice quando ero missionario in Cina.

In un mio viaggio da una comunità cristiana all'altra, in una discesa mi scivolò la bicicletta e io caddi a terra battendo la testa e perdendo i sensi. Quando rinvenni, mi trovai circondato da alcuni pastorelli di bufali che mi facevano capire che perdevo molto sangue. Difatti il manico del freno si era conficcato proprio sotto l'occhio sinistro, aprendomi una grossa ferita: lo strappo fu grande e un pezzo di faccia mi penzolava.

Quei pastori mi fasciarono la ferita con alcune foglie di tabacco evitandomi di perdere troppo sangue. Giunto in un villaggio pagano vicino, mi pulirono il sangue con acqua calda. Arrivai finalmente alla chiesa cattolica di Linshen a sera tarda; e lì don Simone Leong impiegò circa due ore per medicarmi e rimettere a posto il pezzo di faccia penzolante. Poi dovetti stare seduto, senza mai coricarmi, per sette giorni. In tutto quel tempo non potei prendere altro cibo che un po' di acqua zuccherata e latte, perchè la faccia mi era gonfiata talmente che quasi non potevo aprire la bocca.

In tutto questo tempo sperimentai l'efficacia dell'unico antidoto che ebbi a mia disposizione contro tutte le infezioni, complicazioni ed emorragie: l'assistenza materna di Maria Ausiliatrice, che non cessai d'invocare, e con me i cristiani che lo seppero. Quando giunsi tra i miei fedeli di Tung-Pi, che mi avevano pianto morto, fu una gioia per tutti perchè ero già completamente guarito. Compio, anche se in ritardo, la promessa di pubblicare la grazia.

Repubblica di San Marino

DON SALVATORE M. BUGGEA

I medici si dettero per vinti

L'anno scorso fui colpita daa grave tromboflebite alle gambe con febbre costantemente molto alta. I medici, nonostante i ripetuti esami batteriologici fatti, non riuscirono a scoprire il virus che circolava nel mio sangue e si dettero per vinti. Il mio fisico non sopportava più una ulteriore cura a base di antibiotici e c'era il pericolo grave di una setticemia. Allora pregammo con tanta fede Maria Ausiliatrice e Don Bosco perchè intercedessero presso il Cuore di Gesù la mia guarigione. In breve la febbre scomparve e mi avviai verso la convalescenza. Sono infinitamente grata a Maria Ausiliatrice e a San Giovanni Bosco.

Torino

PIERINA MAZZINI

Evita un pericoloso intervento

Verso la fine del dicembre 1963 venni colpita da una violenta infezione da virus alla cistifèllea, ribelle a tutte le terapie più forti e più aggiornate. Nel febbraio del 1964, dovetti essere ricoverata e fui curata da valenti professori, ma per il persistere della febbre, si rendeva necessario un intervento che, a causa dei miei disturbi cardio-circolatori, si presentava molto pericoloso. Fu allora che, d'accordo con mio marito, iniziai una fervorosa novena a Maria Ausiliatrice e a San Giovanni Bosco. La febbre scomparve e nel giugno scorso potei ritornare a casa, evitando il pericoloso intervento. Adempii subito la mia promessa e ora rendo nota la grazia con perenne riconoscenza a Maria Ausiliatrice e a San Giovanni Bosco.

Bordighera (Imperia)

WANDA TRAVERSO

C'era ancora qualcosa da fare: pregare

Chiamata d'urgenza all'ospedale per la mamma che doveva subire una difficile operazione, trovai degente in condizioni gravissime anche un mio cugino, Luigi Tiraboschi di 32 anni, operato due volte in breve tempo allo stomaco per ulcera perforata e una terza per occlusione intestinale. A giudizio dei medici non c'era più nulla da fare. Già gli avevano amministrato gli ultimi Sacramenti. Lo invitai ad avere fede in Don Bosco e gli misi sotto il guanciale la reliquia del Santo. Il mattino seguente tornai a trovarlo. Mi disse: « Sa che mi sento meglio! Stanotte ho pregato Don Bosco e gli ho promesso un'offerta se mi fa la grazia di guarire ». Ora sta bene e, riconoscente a San Giovanni Bosco, manda l'offerta promessa.

Codigoro (Ferrara)

SR. MARIA EPIS

CI HANNO PURE SEGNALATO GRAZIE

Abbiati Lina - Accomazzo Rosita - Albini Maria - Alfano Carmela - Alganon Olga - Allasia Campana Anna - Amato Michele - Ameglio Giacomo - Amerio Giovanni e Angela - Andreuccetti Dina - Anselmi Mariella - Arcidiacono Maria - Arena D. - Aresti Nina - Arioldi Fam. - Arrigoni Ancilla - Aspesi Barbazza Maria - Asti Emma - Astuto Adelina - Attinà Maria - Audino Dago Maria - Bacusi Adele - Badino Rosalba - Bado Francesca - Baffi Daniele Teresa - Baghetto Federico - Balbiani So-elle - Balbi Alba - Baldini Maria - Balestra Caterina - Bassi Renato - Bellingeri Marina - Bellotti Ercolina - Bertelli Teresina - Bertola Ida - Besuzzi Fam. - Biondi Fedora - Biscaldi Luigina - Bocca Giuseppe - Bolla Letizia - Bollo Ada - Bonajuti Vincenzina - Bonetti Luigi - Borgatello Ottavio - Borgo G. - Botallo Ines - Bozon Giuseppina - Bracelli Immacolata - Bragetti Valeria - Brandolin Giovanna - Bruno Pierino - Brusa Antonini Antonietta - Bruzzone Maria - Bruni Emilia - Burgay Oreste - Burgay Teresa - Caddeo Mafaldo - Calcagni Rosa - Calderoni Vittorio - Callega Luigi - Calligaris Lidia - Caminneci Lucia - Campari Teresa - Candia Raffaella - Capitanio Bozzi Thea - Capobianco Francesca - Cappelletti Virgilio - Cardinale dott. Salvatore - Carena Teresa - Carpi Elena - Carretta Maria Luisa - Casari Luigia_- Caso Rina - Castagno Teodoro - Castana Luigia - Castellano Giuseppe - Castellarin Maria Augusta - Cattide Carmine - Caula Rita - Cavallero Aldo - Cavallero Maria - Cepollaro Raffaele - Ceresa Fam. - Ceresa Florinda - Cerrato Rita - Cesarini Flora - Chiarle Rosa - Chiavetto Grazia - Chinellato Cecchetti Regina - Ciancia Giovanna - Ciani Giovanna - Ciccopiede Anna - Cilin Luigi - Ciomimi Maria - Civati Ofelia - Colcagno Nunzietta - Colombo Giulia - Colombo Margherita - Colombo Maria Alessandrina - Concina Maria - Conforti Rosina - Conti Giovanni - Coppini Enrica - Coramanno Antonietta - Cordera Angela - Cosso Anna Maria - Costa Maria - Cotta Antonio - Covi Romedio - Covolan Virginia - Cravedi Severino - Cremonesi Maria Raffaella - Cretier Teresa - Crippa Giulio - Crisafulli Giuseppa - De Francesco Carmelina - Dellarole Pier Carla - Del Maisto Anna - Dal Pane Adriana - Del Prato Giuseppina - De Maggin Carla - De Marchi Adelina - De Murtas Ugo - Di Carlo Angelina - Di Francesco Anna - Di Janni Diaria - Dilleo Maria - Dini Berti Maria Laura - Di Pasquale Palma - Distefano Maria - Dolcini Marinella - Donina Carmela - Dore Maria - Eliano Filomena - Fabrici Olimpia - Faccioli Elena - Facciolo Tommaso - Faillaci Serafina - Faldetta Anonina - Fanel Riccardo - Facciolo Adele - Favaro Palazzolo Rosina - Favre Palmira - Fazzini Guizzetti Maddalena - Fedrigotti Marina - Fenini Leone - Ferrara Lina - Ferraro Maria - Ferreri Lucia - Ferrero Maria - Fior Gioconda - Foti Elena - Franco Rosalba - Fusi Angelo - Fustaino Giuseppina - Gabos Oscar - Gabos Maria - Gabusi Giulia - Cadola Domenica - Gagliardi Z'ta - Gal Antonietta - Galizio Lucia - Galletti Teresa - Garibotto Maria Matilde - Garlaschi Nora - Gay Argentina - Ghezzi Sofia - Giambone comm. Angelo - Giancola Aristide - Giano]: Melania - Gilardi Giuseppina - Giuffrè Faro. - Goggi Maria - Gole Anna - Grandiosi De Giorgi Maria - Grassi Zaroli Giovanna - Grassi Rita - Grasso Agnese - Grilli Maria - Grimaldi Maddalena - Grossi Maddalena - Guagliardo Giuseppina - Guazzi Fam. - Gucciardo Vincenza - Guglielminetti Teresa - Guglielminetii Vanda - Guglielmi Anna - Guy Simian Delfina - lannazzo Vittoria - Iovine Nunzia - Isnardi Forni Rosa - Lampis Angela - La Penna Maria - Lavarini Palma - Lenzi Ines - Liotti Grazia - Livolti Franca - Lombardo Concetta - Longo Giuseppe - Lo Turco Carolina - Lozzi Lucia - Ludovici Vincenza - Lugano Teresina - Lupinaro Attilio - Magliano Alfredo - Maiano Serafina - Maluini Rosa - Mancuso Concetta - Mandrino Margherita - Manica Giovanna - Mantillaro Enrico - Manzoni Giacomina - Marini Teresa - Maron Pot Stella - Martinelli Pia - Martini Ettorina - Martini Margherita - Mascherpa Giuseppe Sergio - Massoni Anita - Mastro Pasqua Tina - Masini Rodolfo - Mazzeri Maria - Mazzetta Piero - Mazzola Merelli Cristina - Mazzucchelli Carolina - Melilli Felli Anna - Menna Rachele - Merli Pietro - Merlino Carlo - Merlo Francesca - Micelisopo Stefana - Michelis Anita - Migliore Vita - Millet Adelina - Minutolo Zino Maria - Miotti Bruna - Modugno Bergagna Anna - Moglia Ferrara Nicoletta - Molè Rosa - Molinario Maria - Mollo Carmela - Molteni Caterina - Mondelli Claudia - Monel Maria - Montanaro Beatrice - Morandi Aldo - Morandi Bonacossi Cecilia - Morero Antonietta - Morgia Adele - Morielli Silvia - Morrone Enricheita - Mottura Bartolomeo - Musumeci Anna - Nava Ernesta - Negri Maria - Negri Walter - Nizza Elisabetta - Nucci Sr. Maria Antonietta - Oddi Marina - Olivero Daniele - Pace Concetta - Pagliarello Bianca - Palaia Ferdinando - Panzica Vincenza - Paolella Maria - Paraninfa Angelo - Parrinello Maria - Pasquale Lina - Pasquali Maria - Perego Chiara - Peretto Rolla Rina - Persegeri Albina - Pesce Iolanda - Pescio Caterina - Peveri Teresa - Piazza Iride - Picco Agostino - ngazzi Fedora - Pisano Maria - Picinali Antonia - Pocchetti Carla - Pozza Marcella - Pozzi Angela - Pozzoli Luigi - P]azzer Maria - Poloni Maria - Pozzi Felice - Prato Giordano Anna - Prato Gina - Praz Caterina - Pretti Primina - Prevedello Adelina - Prina Battista - Principe Franca - Puppo Maddalena - Ramini Manzini Edmonda - Rastelli Giacomo - Razzano Luigina - Rebuli Elvira - Revil Maria - Righetti Emma - Rinaldi Sergio Paolo - Riva Cleofe - Rizzo Anna - Roberti Emilia - Roberto Caterina - Roffi Alba - Roletto Luigina - Romano Giovanni - Romagnoli Maria - Rossetti Gian Piero - Rossetti Romano - Rossi Giuseppina - Rosso Zunino Graziella - Rossolto Maria - Roveda Giovanna - Rubino Rosetta - Ruggeri Giuditta - Russo Giuseppe - Sacchi Pierina - Saettone Armida - Sandretto Mariotta - Sanfelice Maria - Sanna Maria - Sansone Maria - Santi Anna - Santi Martinelli Maria - Santiani Cesarina - Santinello Corradina - Santoro Immacolata - Sapienza Rosa - Sarcletti Serafina - Sartorio Giuseppina - Saveri Lina - Saviolli Palmira - Saviori Elisa - Scantamburlo Antonietta - Scarantino Luigi - Searimbolo Carmela - Schenone Cenci Bianca - Schivo Elsa - Serena Cecilia - Simonelli Assunta - Sinatra Ubaldina - Somenzi Camilla - Soltimano Clementina - Spagnuoli Francesca - Spendolini Elvira - Steffenino Martinetto Modesta - Stella Giovanni - Stracquadanio Carmelina - Tamagnini Dina - Tanzi Antonietta - Tassi Terza - Testamarta Giovanni - Tigano Chiarenza Iole - Tonani Emilia - Tondo Teresina - Toppi Enrichetta - Torre Armanda - Toscano Maria - Tosini G. - Trabucchi Milani Graziella - Traina Lina - Trossero Renzo - Vaccaro Pinuccio - Valente Crociato Dora - Visentini Bruno - Valenza Rosaria - Valsesia Gloria Giuseppina - Varesi Maria - Vay Ercolina - Veronese Carolina - Verzeroli Elvira - Villa Giuditta - Vimercati Chiarina - Visentini Martellina - Volpi Felicina - Vulcano Lucrezia - Yon Maria - Wilmelm Maria - Zanatta Adolfo - Zanghi Lidia - Zanini Fam. - Zannone Giovannina - Zanocco Giuseppe - Zanon Cattaneo Frat.cesca - Zavattari Pierina - Zeni Luigia - Zigliana Mansueta - Zizzi Fausta - Zuccarcllo Antonietta - Zunino Alberto.

Per intercessione di SAN DOMENICO SAVIO

« Sei guarita! Non hai nessun male »

La signora Incardona Nunziata, giovane madre di quattro bambini, da anni soffriva acuti dolori causati da calcoli renali. Nell'ultimo attacco il medico curante consigliò il ricovero in ospedale per una cura più efficace; ma la signora, per quanto in preda a forti dolori, non ne volle sentire parlare per non lasciare soli in casa i figliuoletti. Un salesiano le portò un abitino di San Domenico Savio che la signora indossò con grande fede, aggiungendo una fervorosa preghiera. Poco dopo essersi assopita, si sente scuotere al braccio. Svegliatasi, si vede di fronte una chiarissima luce, e sente una voce che le dice: « Sei guarita! Non hai nessun male ». La sua non è un'illusione: realmente si sente completamente guarita e, spuntata l'alba tanto attesa, corre trafelata alla chiesa del locale Istituto San Domenico Savio a ringraziare il Santo e a raccontare con incontenibile gioia il fatto.

Modica Alta (Ragusa)

DON LEONARDO SABATINO

Un medico in gambissima

Il mio bambino Mario doveva fare la prima Comunione. La vigilia la trascorse nel ritiro con i compagnetti presso i Frati. Alla sera tornò a casa con febbre a quaranta. Il medico lo dichiarò affetto da tonsillite e con principio di congestione polmonare. In tali condizioni era impossibile che il giorno dopo potesse recarsi a fare la prima Comunione con gli altri. Ma il bambino, sebbene abbattuto dalla febbre, continuava a ripetere il suo ritornello: « Anche malato, anche se muoio, domani faccio la Comunione! ». Col cuore angosciato invocai San Domenico Savio e collocai sulla gola malata l'abitino. Il piccolo si addormentò placidamente e non si svegliò più fino al mattino, ore 7,30, precisamente un'ora prima della funzione: « Presto - disse - vestitemi che vado a ricevere Gesù ». Gli misurai la temperatura: era normale. Temevo complicazioni, ma lui si alzò da letto e fui costretta a vestirlo e ad accompagnarlo in chiesa. Ricevette la S. Comunione e assistette a tutta la cerimonia, che durò un'ora. Io ero impazi 'nte di riportarlo a casa per rimetterlo a letto, ma il bambino volle partecipare alla festicciola preparata in loro onore. Tornato a casa, non volle saperne di letto e si mise a giocare. Quando il medico venne per la visita, trovò che le placche bianche e rosse alla gola erano scomparse, e così la congestione polmonare. Allora esclamò: « Il medico che l'ha guarito è molto più bravo di me ».

Oristano (Cagliari)

DESSI PEPPINA IN MURA

La gioia rinasce nel focolare

La gioia e la felicità del nostro matrimonio, insieme con i bei sogni di vedere sbocciare come fiori i bambini nel nostro focolare, svanirono, lasciandoci in preda al dolore e alla desolazione, da quando ci nacquero successivamente due bambine e ce le vedemmo morire subito dopo, senza che i medici potessero individuare la causa e debellarla.

Nel nostro immenso dolore decidemmo di affidare il nostro caso a San Domenico Savio, di cui io volli anche indossare e portare il prezioso abitino. Il caro Santino ci volle esaudire e consolare subito con un terzo, e questa volta, lietissimo evento. Il 18 aprile 1964 ci otteneva dal Cielo un caro e sano bambino, che battezzammo col nome di Romano Domenico, come segno della nostra perenne riconoscenza.

Nella speranza che il meraviglioso Santo voglia continuarci sempre la sua amabile protezione, preghiamo che la bella grazia ottenuta venga fatta conoscere a suo onore e gloria.

Spirano (Bergamo)

RITA E CARLO BRESCIANI

Le salva la gamba in cancrena

La nostra Maria Angela di anni 8, nel tornare da scuola venne investita da una moto e portata all'ospedale. Appena la videro, i dottori di guardia dichiararono necessaria l'amputazione della gamba sinistra. A tale verdetto noi genitori restammo addoloratissimi. La bambina lottò per quindici giorni tra la vita e la morte. Quanto alla gamba c'era niente da fare perchè ormai andava in cancrena. Ma una sera venne a trovarla una signorina che le portò l'abitino di San Domenico Savio e lo applicò alla gamba. La bambina dormì tutta la notte e il mattino seguente i dottori rimasero altamente meravigliati nel costatare un grande e imprevisto miglioramento alla gamba, che si potè salvare. Anche il primario ha detto che è stato un vero miracolo.

Brugherio (Milano)

FELICE E LUIGIA BONALUMI

Per intercessione del VENERABILE DON MICHELE RUA

Chiede di poter essere operata

Nel 1963 fui seriamente ammalata di cuore per versamento di liquido e per infarto cardiaco. Mia sorella mi diede una reliquia di Don Michele Rua; iniziammo insieme una novena e ci affidammo a lui, perchè i medici non mi davano speranza che potessi sopravvivere. Il cuore infatti era molto ingrossato, aveva una lesione e insufficienza mitralica.

Dopo molto pregare, un giorno mi sentii spinta a passare una visita da uno specialista cardiologo. Questi, viste le mie condizioni, mi fece entrare immediatamente in ospedale. Là mi dichiararono grave; tentarono tuttavia una cura energica per restringere e rinforzare il cuore e rendere così possibile l'operazione. Io allora invocai Don Rua chiedendogli espressamente la grazia dell'operazione. Dopo qualche tempo il mio cuore era tornato normale e io potei subire l'operazione, il cui esito fu dichiarato sorprendente. Sono trascorsi sei mesi e continuo a star bene e a lavorare.

Cerea (Verona) GINA BOLOGNA

Esaudisce una monaca Premonstratense

Una nostra cara zia ebbe la disgrazia di perdere le sue facoltà mentali. Dopo due mesi di degenza in casa di cura, i medici assicurarono che non sarebbe più guarita. A tale tristissima notizia, una mia sorella monaca Premonstraterise, che aveva letto sul Bollettino Salesiano l'invito del Rettor Maggiore a invocare il venerabile don Michele Rua per affrettarne la beatificazione, gli rivolse una fervente preghiera perchè ci liberasse da una disgrazia così grave. Don Rua l'ascoltò e restituì la salute alla zia. La sorella, riconoscentissima, promette preghiere per le Opere salesiane e dichiara pubblicamente la sua ammirazione per la straordinaria potenza di intercessione del venerabile.

Medina del Campo (Spagna)

VINCENZO MIGUÉLEZ

Premiata la fede della moglie

Con animo commosso e riconoscente al venerabile Don Rua, adempio la promessa di pubblicare la grazia seguente. Due anni or sono un mio cognato dovette subire una dolorosa operazione allo stomaco. Ma la guarigione non fu così perfetta come si era pensato. Non molto tempo dopo, infatti, avvertì i soliti dolori di stomaco e col tempo si prospettò la necessità di un nuovo intervento chirurgico. Fu allora che invitai la sorella e il cognato a invocare con fede l'aiuto di don Rua, il quale, nonostante la scarsa fiducia dell'ammalato, seppe premiare la fede di chi, supplendo all'incredulità del marito, aveva sinceramente sperato nel suo aiuto.

È doveroso aggiungere che, qualche mese fa, un'altra persona cara ottenne, per l'intercessione del Venerabile, di essere completamente liberata da continui disturbi allo stomaco.

La preghiera a Dio che ci conceda presto di vedere Don Rua agli onori degli altari, sarà l'espressione migliore della nostra gratitudine.

Cison (Treviso)

CH. ALDO MIELE

Un consiglio del confessore

Nella mia ultima infermità - una gravissima nefrite - consigliato dal mio confessore, il venerando salesiano P. Daniel Meza, invocai la guarigione dal venerabile don Rua promettendo, anche solo in caso di un miglioramento, un'offerta per la sua causa di beatificazione.

Per gli impegni della mia carica era di grande importanza che il miglioramento fosse rapido. Don Rua mi esaudì in pieno. Il medico curante ha dichiarato a mia moglie che nella sua lunga carriera professionale, questo è l'unico caso di un ricupero così rapido in questa malattia. Sono convinto che devo la grazia a Don Rua e sono lieto di far conoscere questo suo prodigioso intervento.

Santiago del Cile

PIETRO SILVA FERNANDEZ

Presidente della Corte Suprema


L'ISTITUTO SALESIANO PER LE MISSIONI con sede in TORINO, eretto in Ente Morale con Decreto 12 gennaio 1924, n. 22, può legalmente ricevere Legati ed Eredità. Ad evitare possibili contestazioni si consigliano le seguenti formule:

Se trattasi d'un Legato: «... lascio all'Istituto Salesiano per le Missioni con sede in Torino a titolo di legato la somma di Lire... (oppure) l'immobile sito in ...»

Se trattasi, invece, di nominare erede di ogni sostanza l'Istituto, la formula potrebbe esser questa: «... Annullo ogni mia precedente disposizione testamentaria. Nomino mio erede universale l'Istituto Salesiano per le Missioni con sede in Torino, lasciando ad esso quanto mi appartiene a qualsiasi titolo ».

(Luogo e data)

(Firma per esteso)


† PREGHIAMO PER I NOSTRI DEFUNTI †

SALESIANI DEFUNTI

Don Eugenio Gíoffredi n. a Montemagno (Asti), † a Cumiana (TO) a 76 anni.

Don Gioffredi era una delle figure più conosciute e venerate nella nostra Famiglia. Questo non è tanto dovuto al fatto che ha passato quasi tutta la vita nell'Ispettoria Centrale occupando alte cariche direttive (fu il primo direttore della prima casa missionaria e il primo maestro dei novizi del primo noviziato missionario), quanto alle sue qualità morali e religiose.

Abitualmente sereno, anche se sempre sofferente in salute, nobile e riservato nel tratto, mite e amabile, prudente e delicato, parco nelle parole ed essenziale nella direzione delle anime, esigente e comprensivo, generoso a un tempo e austero, ha lasciato ovunque gradito ricordo di sè, ed ora che ci ha lasciati, commosso rimpianto.

Don Michele Salgado † a Vigo S. Matias (Spagna) a 86 anni.

Don Luigi Pansard † a Giel (Francia) a 76 anni.

Don Alessandro De Bonís † a Napoli il 25-1-1965 a 77 anni (di lui parleremo in un prossimo numero).

Don Giovanni Bonmesadri † a Villa Colón (Uruguay) a 71 anni.

Don Giulio Barberis † ad Asti a 66 anni.

Don Orlando Benacchio † a Bassano (Vicenza) a 58 anni.

Don Luigi Guindaní † a S. Paolo (Brasile) a 41 anni.

Ch. Enrico Antonio Bocca † a Rosario (Argentina) a 20 anni.

Coad. Alessandro Mígliavacca † Monteortone (Padova) a 79 anni.

COOPERATORI DEFUNTI

Mons. GAETANO MALCHIODI † a Piacenza a 87 anni.

L'illustre Presule fu per 25 anni Vicario dell'Amministrazione Apostolica di Loreto. Compì varie delicate missioni sia in Italia che all'estero, distinguendosi per bontà d'animo, saggezza e zelo. Fu anche apprezzato autore di opere apologetiche e storiche.

Nel 1948 riuscì ad avere in diocesi i Figli di Don Bosco, a cui volle affidare la gioventù lauretana con la direzione dell'Istituto Illirico e l'apertura di un Oratorio festivo.

Furono innumerevoli le prove di paterno affetto che il venerando pastore ebbe per queste due opere. Non mancò mai di presiedere le liete manifestazioni e le feste religiose. Fu largo di aiuti per tutte le iniziative che potessero giovare alla sana educazione dei giovani, specialmente nell'oratorio, che costituì la sua predilezione. Il suo cuore paterno si rallegrò quando, nel lasciare la Diocesi Lauretana per la malferma salute, vide l'Opera salesiana prendere stabile dimora nel bell'Istituto di Montereale, a breve distanza dall'Istituto Illirico.

Con le nostre vive condoglianze al fratello mons. Umberto, Arcivescovo di Piacenza, offriamo per il venerato Estinto i suffragi di tutta la Famiglia Salesiana.

Mons. Angelo Mosconi † a Monza a 86 anni.

Allievo della Casa madre di Valdocco dal 1890 al 1894, a contatto con l'ambiente salesiano dei tempi eroici, assorbì un vivo entusiasmo per tutto ciò che richiamasse alla pietà, alla semplicità della vita, alla concretezza degli ideali, alla serenità dello spirito, alla bontà del cuore. Di qui quella sua completa disponibilità per ogni opera di bene a cui si donava con cuore sacerdotale e salesiano. Queste sue doti gli avvicinarono un gran numero di anime nel sacro ministero e in tante opere di apostolato nella plaga di Monza.

Da moltissimi anni decurione dei Cooperatori salesiani di Monza, ebbe la grande gioia di organizzare nello storico Duomo le grandiose feste della beatificazione e della canonizzazione di Don Bosco, del quale si dichiarò sempre, e con espressioni calde di devozione e di amore, allievo e figlio riconoscente.

Gr. Uff. Luigi Seghetti † a Frascati (Roma) a 82 anni.

Nella sua lunga vita terrena fu costantemente vicino all'Opera salesiana, ispirandosi all'esempio di Don Bosco nella ininterrotta sua opera di apostolo laico. In questo campo d'azione precorse i tempi presiedendo a Roma l'Apostolato della Carità, opera che agiva sotto l'alta protezione del cardinale Agagianian e con la personale efficace adesione del Segretario di Stato di Sua Santità. Per lunghi anni fece parte della Segreteria dell'A.N.P.M.I., senza mai abbandonare il suo prediletto campo d'azione nell'apostolato della carità, favorendo e soccorrendo gli orfani, gl'indigenti e le famiglie più bisognose della capitale. Questi i titoli durevoli di meriti dell'illustre scomparso, umanista, poeta e musico, ma soprattutto apostolo.

Giuseppe Paganelli † a Sogliano al Rubicone (FO) a 82 anni.

Sposo e padre di fede robusta e di vita esemplare, era ritenuto il migliore della parrocchia. Non sapeva dire di no a nessuno e aiutava con slancio e sentimento cristiano, sì da lasciare in quanti lo conobbero profondo rimpianto. Amava l'Ausiliatrice e Don Bosco con amore filiale. Graziato dal Santo, a Lui offrì il figlio carissimo don Remo. Il santo Rosario, che recitava ogni sera, gli ottenne la grazia desiderata di passare all'eternità di sabato, accompagnato come per mano dalla Vergine.

Giacomo Monchíero † a Fossano a 82 anni.

Era assai noto in città per le sue doti di instancabile lavoratore e godeva la fiducia e la simpatia di tutti per la sua rettitudine morale. Tra i numerosi figli che lo piangono c'è don Giovanni, missionario salesiano.

Domenico Burzío † a Pralormo (TO) a 81 anni.

Cooperatore e ammiratore fervente di Don Bosco, vantava un primato come lettore assiduo del Bollettino, avendo cominciato a leggerlo all'età di i6 anni. Questa lettura meditata cooperò con altre a formarlo ad una spiritualità non comune in un semplice agricoltore, spiritualità che lo fece esultare come di una grazia straordinaria quando potè offrire a Dio l'unica figlia nell'Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice.

Giuseppe Pietro Motta † a Cassolnovo (PV) a 49 anni.

Ogni giorno pregava per le Opere di Don Bosco, che si era scelto come modello di lavoro, di preghiera e di sacrificio. Seppe sopportare con eroica fortezza il male che limava la sua fibra, sorretto da viva fiducia in Maria Ausiliatrice, in Don Bosco e nei Santi salesiani.

Paolo Pasquarellí † a Giarole (AL) a 65 anni.

Uomo di fede, confidò alla sorella Figlia di Maria Ausiliatrice di aver offerto la sua vita al Signore chiedendogli la santificazione nel dolore. Fu esaudito: soffrì molto, ma col sorriso sulle labbra, offrendo la sua sofferenza per le anime. Ancora sul letto di morte si consolava dicendo: «Poche ore e poi il Paradiso!».

Ugo Donati † a Figline Valdarno (FI).

Uomo integerrimo, da tutti ammirato e apprezzato, cristiano di fede praticata esemplarmente, Cooperatore salesiano di lunga data, giustamente si può chiamare il fondatore dell'Opera salesiana in Figline Valdarno.

Isabella Acerbi † a Paullo Milanese a 80 anni.

Cooperatrice degna della grazia di essere la mamma di un missionario. Commovente la circostanza che il figlio don Franco ricevette la dolorosa notizia del decesso della mamma mentre navigava verso l'Oriente di ritorno per la terza volta in Giappone.

Ermelínda Olgíati † a Iseo (Lugano) a 80 anni.

Preghiera e lavoro ne sintetizzano la vita. Curò per molti anni il decoro della cappella del paese e si tenne onorata di ospitare il parroco che vi si recava a celebrare nei giorni festivi. Fu anche benefattrice generosa dell'Opera salesiana di Lugano.

Giovanna Aíroldí † a Novara a 80 anni.

Anima delicata e pia, ammiratrice affezionata delle Opere salesiane, fu sempre presente in ogni iniziativa di apostolato. Coltivò e sostenne la vocazione della nipote Sr. Margherita Airoldi fino alla gioia di vederla Figlia di Maria Ausiliatrice.

Rosa Colombo in Rota † a Darfo (Brescia) a 83 anni.

Sua gioia e sua corona: figli, figlie e nipoti. Sua gloria: due figli e due nipoti salesiani. Un poco suoi nipoti erano anche i ragazzi della Casa del Fanciullo di Darfo, soprattutto quelli che non hanno più la mamma.

ALTRI COOPERATORI DEFUNTI

Agnesod Maria - Aimone Domenico - Alberetto Vincenzo - Amedani Mario - Anelli D. Giuseppe - Antonioli Gina - Aondio Federico - Audisio Margherita - Baccini Fausto - Badini Antonio - Bagnara Irma - Baldelli Ida - Balestra Elisabetta - Bastonero Caterina - Beccari D. Renato - Bellicini Domenico - Berruti Caterina - Bertolino Teresa - Bianchet Vigotti Carla - Bignacca Maria - Bona D. Giuseppe - Borghi Annunciata - Bosio D. Luigi - Botta Maria - Brogi Nella - Brogio Maria - Bruna Brigida - Bruseghini Lavinia - Busetto Ines - Bussotti Eugenio - Cagnetto Antonietta - Campesato Rosa - Carozzi Lucia - Casacci Isola - Casanova Angelo - Casassa Vigna Nicolao - Cataldi ing. Giuseppe - Cattani Virginia - Cavaglià Giovanna - Cavagnet Clemente - Cecchetti Lorenzo - Cerva avv. Stefano - Chaissan Marcellina - Checcacci Giulia Cnirchirillo Gaetana - Cicogna Domenico - Consolini Dina - Coppa Felice - Cosarini Nice - Crivello Domenica - Del Giudice Stefano - De Lorenzi-Visca Delfina - De Michele Giovanni - De Michelis cav. Emiliano - Ecchioni Antonietti Maria - Ferrante Ing. Cav. Mario - Ferri Dott. Cesare - Figazzolo Teresa - Fiore Margherita - Folli Francesco - Folli Maria - Franceschini Di Luigi - Franceschini Mario - Franzi Bonadei Angela - Frongia Maria - Galeotta Bassignani Giuditta - Gallo prof. Costanzo - Gandelli Angelo - Ganglio Stefano - Garolini Ginseppina - Gherardi Lucrezia - Giorgi Rosa - Giudice Rosetta - Giuliani avv. Stefano - Giurina Marcella - Grosso Teresa - Guerrini Luigi - Lanzo Saluzzo Maria Angela - Lavarini Maria - Lazzarini Caterina - Lega Carlo - Lepora rag. Dante - Lioy Rocco - Lioy Savina - Magnetti Giuseppina - Maio Cesarina - Marchini Giuseppe - Cleri ci D. Mariano - Marini Ernesto - Marocco Caterina - Marone Flaminia - Martini ins. Zena - Martino Provvidenza Maria - Milano D. Giovanni - Miletto Luigia - Minero Eugenio - Minoletti Teresina - Mocellin Stefano - Molteni Bambina - Montrucchio doti. Felice - Nicola Adele - Paci Leopoldo - Papaterra Gelsomina - Pavasino Maddalena - Pecollo Giuseppe - Pegorari Maria - Perino Nina - Personemi Elisabetta - Petrella Nicola - Pia Luigi - Pianica Alfredo - Pilato Teresina - Piccione Giuseppina - Picchi Nello - Pinna D. Raimondo - Pozzer Rodolfo - Preti cav. Giovanni - Prusso cav. Luigi - Raselli Camilla ved. Demichelis - Riboldi Fermo - Ricci Orsolina - Richiardone Luigia - Ripamonti Angelo - Rizzo D. Michelangelo - Rogara Rina - Rodolfo Erminio - Romairone Giuseppe - Rossetto Girolamo - Rossi Massimo Sabatini Armida - Sabot rag. Luigi - Salvoni Antonio - Scevola Caterina - Selmi Pompilio - Sereno Teresa - Setzu Silvio - Siccardi Severino - Strocco Giovanni - Suardi Angelina - Tacchella Angela - Tapinassi Fortunato - Tempestivi Carmela - Tes,oni Edvige - Tosti Clementina - Vaschetti Giuseppe - Voena Eugenia - Voyat Efisio - Zanardi Emilio - Zanzottera Antonietta - Zerbone Giuseppe - Zimbone Francesco.

CROCIATA MISSIONARIA

TOTALE MINIMO PER BORSA L. 50.000.

Avvertiamo che la pubblicazione di una Borsa incompleta si effettua quando il versamento iniziale raggiunge la somma di L. 25.000, ovvero quando tale somma viene raggiunta con offerte successive.

Non potendo fondare una Borsa, si può contribuire con qualsiasi somma a completare Borse già fondate.

BORSE DA COMPLETARE

Borsa: Missionario, salva anime e prega secondo le intenzioni di C. A. Z. (Cuneo). L. 40.000.

Borsa: Divina Provvidenza (22a) a cura di Boglione Francesco (Torino) 1° versamento L. 30.000.

Borsa: Beasi Barbara, a cura del figlio (Pesaro) 1° vers. L. 25.000.

Borsa: S. Domenico Savio, proteggi il mio bambino a cura di Caterina Amato (Agrigento). L. 25.000.

Borsa: Madonnina Ausiliatrice, aiutateci, a cura di Rina ed Edoardo Valli (Parma). L. 40.000.

Borsa: Corbetta Carlo e Alice, a cura di Corbetta Vittorio (Milano). L. 35.000.

Borsa: Don Bosco, secondo le intenzioni di Natali Ada (Ascoli Piceno). L. 40.000.

Borsa: Madonna Ausiliatrice e S. Domenico Savio, secondo le intenzioni di Fagetti Speranza (Milano) 1° vera. L. 25.000.

Borsa: Anime del Purgatorio, in attesa di una grande grazia, a cura di T. M. (Milano) 1° vers. L. 30.000.

Borsa: A memoria e suffragio dei miei defunti, a cura di Lina Uggé (Milano). L. 40.000.

Borsa: Maria Ausiliatrice e S. G. Bosco, p. g. r. a cura di Botto Giorgio (Pavia). L. 30.000.

Borsa: S. Domenico Savio, a cura di Bolla Letizia (Verona). L. 40.000.

Borsa: Busatto Antonietta, a cura dei genitori (Udine). L. 40.000.

Borsa: Leccardi Carlo, in suffragio, a cura di A. C. L. (Milano) 1° vers. L. 40.000.

Borsa: Rinaldi don Filippo, secondo le intenzioni di Angela prof. Solina e Virginia Tofanelli B. (Livorno) 1° vers. L. 30.000.

Borsa: Riconoscenza a S. G. Bosco, a cura di Suor Zucca Maria (Torino) 1° vers. L. 25.000.

Borsà: Pistoia Maria, a cura del figlio Raffaele (Pesaro); N. N. (Isola del Cantone - Alessandria) 5000. Tot. L. 28.000.

Borsa: S. Giuseppe (2a), secondo le intenzioni di Mariani Maria (Milano) 1° vers. 20.000; Solio Paolina 5000. Tot. L. 25.000.

Borsa: Rinaldi don Filippo, servo di Dio, a cui chiedo la sistemazione di problemi importanti, a cura di S. L. (Varese). L. 20.000; Facchinetti Maria 5000. Tot. L. 25.000.

Borsa: S. Domenico Savio, proteggi sempre il mio Guido, a cura di Emilia Guglielmi (Genova); Castrovinci Antonio 5000. Tot. L. 25.000.

Borsa: S. Giovanni Bosco, protettore ed educatore della gioventù, a cura di G. P. F. (Torino). 1° vers. 20.000; fam. Pasero 5000. Tot. L. 25.000.

Borsa: Rinaldi don Filippo (2a), a cura di Puccio Mandalà (Palermo) 1° vers. 20.000; dott. Panizzi Carlo 5000. Tot. L. 25.000.

Borsa: S. G. Bosco, in ringraziamento, a cura di Gadda-Gussoni Vittorino (Varese). L. 25.000.

Borsa: S. Giovanni Bosco e Angelo mio Custode, a cura di N. N. Gattinara (Vercelli) 1° vers. 20.000; dott. Panizzi Carlo 5000. Tot. L. 25.000.

Borsa: Gesù Sacramentato, Maria Ausiliatrice, S. G. Bosco e S. Domenico-, Savio, proteggete i miei genitori, a cura di Flora Masuraca (Reggio Calabria) 20.000; dott. Panizzi Carlo 5000. Tot. L. 25.000.

Borsa: Anzini don Abbondio, a cura di anime riconoscenti (18a) 1° vers. 18.000; dott. Panizzi Carlo 5000. Tot. L. 23.000.

Borse complete

Borsa: S. Cuore di Gesù, Maria Ausiliatrice, S. G. Bosco, S. D. Savio e don Michele Rua, proteggete il mio Gianni e la sua famiglia, a cura di Caprile Luigi (Napoli). L. 50.000.

Borsa: Immacolata Ausiliatrice, prega secondo le intenzioni di Capece Giuseppe e Vincenzina (Lecce). L. 50.000.

Borsa: Brancati Vitaliano, a cura di Raffaele Leone Levo. L. 50.000.

Borsa: Levo Giuseppina Leone. L. 50.000.

Borsa: Rosario Leone Costanzo. L. 50.000.

Borsa: Santi Raffaele e Antonietta, a cura della famiglia Santi di Roreto (Cuneo). L. 50.000.

Borsa: Seminaristi Indiani Salesiani, pregate secondo le intenzioni di Arvati Vittoria (Genova). L. 50.000.

Borsa: Polla Don Ezio, in suffragio (la), a cura della madre P. Irma. L. 55.000.

Borsa: Maria Ausiliatrice e Venerabile Don Michele Rua, in memoria e suffragio dei. genitori di Elsa Gallo-Ciglia (Savona). L. 50.000.

Borsa: Albera Paolo, a cura di Giovanni e Paolo Mariella (Torino). L. 50.000.

Borsa: Unia Don Michele, a cura del prof. D'Arbesio (Torino). L. 50.000.

Borsa: M. Ausiliatrice e S. G. Bosco, in ringraziamento e chiedendo ancora protezione, a cura del notaio Michele Demateis (Chàtillon-Aosta). L. 50.000.

Borsa: Maria Ausiliatrice, in ringraziamento per la Messa d'Oro dei Coniugi Cappellari. L. 50.000.

Borsa: In suffragio e ricordo di mia madre, a cura di Angelo Ferrari (Novara). L. 50.000.

Borsa: " Adveniat Regnum tuum ", a cura di Adriana Giusti (Pisa). L. 50.000.

Borsa: Maria Ausiliatrice, S. G. Bosco e successori, pregate secondo le intenzioni di Bonizzoni Maria (1a) (Varese). L. 50.000.

Borsa: Maria Ausiliatrice, S. G. Bosco e successori, pregate secondo le intenzioni di Bonizzoni Maria (2a) (Varese). L. 50.000.

Borsa: Lovati Michele, ex allievo di Lombriasco, in suffragio e ricordo, a cura dei genitori (Milano). L. 50.000.

Borsa: Maria Ausiliatrice, S. -G. Bosco e S. Domenico Savio, proteggete me e le persone a me care, a cura di D. R. V. (Alessandria). L. 50.000.

Borsa: Maria Ausiliatrice e Papa Giovanni, per ottenere quella grazia, a cura di BosyPucci (Alessandria). L. 50.000.

Borsa: Maria Ausiliatrice, S. G. Bosco e Santi Salesiani, pregate per me e per i miei cari vivi e defunti, a cura di Argenteri Mignolli Mercedes. L. 50.000.

Borsa: Maria Ausiliatrice e Don Bosco Santo, proteggetemi, a cura del dott. Paolo Carducci, ex allievo (Perugia). L. 50.000.

Borsa: Maria Ausiliatrice e Don Bosco Santo, pregate per Dora D'Erme (Latina). L. 50.000.

Borsa: Zeffirino Namuncurà (10a), a cura di Mombelli G. B. (Svizzera). L. 50.000.

Borsa: S. Cuore di Gesù e Maria Ausiliatrice, in suffragio dei genitori e per ottenere una grazia speciale, a cura di B. M. (Cuneo). L. 50.000.

Borsa: Peracchi Angelo e Giovannina, a suffragio e ricordo, a cura della figlia Bice (Pavia). L. 50.000.

(continua)