Bollettino Salesiano

ANNO LXXXIII. N.8    15 APRILE 1959 

AL CONVEGNO DI ROMA, tutti presenti

Noi non ci fermiamo mai; vi è sempre cosa che incalza cosa... Dal momento che noi ci fermassimo,la nostra Opera comincerebbe a deperire - DON BOSCO

Siamo ormai alla vigilia del nostro Convegno. Si mettono a punto gli ultimi elementi dell'organizzazione. Dalle notizie ricevute constatiamo che sarà larga la partecipazione di Cooperatori e Cooperatrici da tutte le regioni d'Italia in un clima di fervido entusiasmo. Anche le altre nazioni Europee saranno ben rappresentate con numerose delegazioni.

Ma - com'è naturale - solo una minoranza, di Cooperatori, rispetto alla massa degli iscritti, potrà trovarsi a Roma. Non per questo i cari fratelli impossibilitati per le più varie ragioni a intervenire saranno proprio assenti. È ben possibile una partecipazione spirituale di tutti i Cooperatori al Convegno Romano, in unione con i fortunati che potranno trovarsi nella Città Eterna.

Tutti - chi rimane a casa e chi partecipa al Convegno - tutti troviamoci uniti nella preghiera per la felice riuscita del Convegno. Quanto sarà bello e proficuo che i nostri Dirigenti organizzino, in occasione della Conferenza mensile o alla partenza dei convegnisti, o meglio ancora nei giorni del Convegno, funzioni propiziatrici e preghiere a cui partecipino tutti i Cooperatori, illustrando gli scopi e le mète del nostro Convegno! In particolare la preghiera dei Cooperatori abbia questa intenzione: perchè i Convegnisti che ritorneranno da Roma siano fermento di apostolato salesiano nei vari centri, e le conclusioni del Convegno siano tradotte in pratica col concorso fervido e generoso di tutti i Cooperatori.

Ed i fortunati Cooperatori « romani », che arriveranno spiritualmente preparati a vivere le storiche giornate, come in S. Pietro, così al Tempio di S. Giovanni Bosco, alla Benedizione del Santo Padre, nella Basilica del Sacro Cuore, dovunque, terranno ben presenti i fratelli e le sorelle forzatamente lontani, e ritornando rivivranno con loro le gioie provate ed i propositi formulati dinanzi all'Urna di Don Bosco.

Così il Convegno si allargherà nello spazio e nel tempo a bene di tutti; così saremo tutti fruttuosamente presenti a Roma.

NEL PRIMO CENTENARIO DELLA CONGREGAZIONE SALESIANA

Pensieri ler la seconda Conferenza annuale

INTRODUZIONE

Il 1959 segna la data centenaria dell'atto di nascita della Congregazione Salesiana.

Don Bosco, nei primi anni del suo apostolato tra i giovani, aveva scelto un piccolo nucleo di anime ardenti che andava preparando con prudenza e sapienza ad essere gli strumenti della Provvidenza per il compimento dei disegni di Dio, ripetutamente conosciuti attraverso superne manifestazioni. Un passo decisivo verso l'attuazione del suo ideale Don Bosco lo fece il 26 gennaio 1854, quando propose ad alcuni tra i migliori chierici e giovani una promessa di esercizio pratico della carità verso il prossimo, chiamandoli Salesiani.

E finalmente, il 9 dicembre 1859, tenne ai suoi intimi « una conferenza speciale », preannunziata solennemente a tutto l'oratorio il giorno dell'Immacolata. In essa Don Bosco descrisse che cosa fosse una Congregazione religiosa, la sublime grazia di appartenervi, l'onore di chi si consacra tutto a Dio, la gloria che attende il religioso in Paradiso.

Quindi con visibile commozione annunziò che era giunta l'ora di dar forma a quella Congregazione che aveva conosciuto essere voluta da Dio e che Pio IX aveva incoraggiata e lodata. Aggiunse però che vi sarebbero stati iscritti solo quelli che, dopo matura riflessione, avrebbero deciso di emettere i santi voti di povertà, castità, obbedienza.

Uscendo, più di uno disse sottovoce: « Don Bosco ci vuol fare tutti frati! ». E il chierico Cagliero passeggiò a lungo, nervoso e concitato; poi, volgendosi ad un amico, col suo fare franco ed energico esclamò: « Frate o non frate, da Don Bosco non mi staccherò mai più! ».

La storica conferenza di fondazione della Società Salesiana fu tenuta il 18 dicembre 1859. Il risultato della seduta fu consacrato in un verbale che è un documento d'incantevole semplicità e che contiene il primo atto ufficiale della Società Salesiana. Il documento, dopo di aver affermato che lo scopo per cui si erano radunati era quello di « promuovere e conservare lo spirito di vera carità che richiedesi nell'opera degli Oratori per la gioventù abbandonata e pericolante », continua: « Piacque pertanto ai medesimi Congregati di erigersi in Società o Congregazione, che avendo di mira il vicendevole aiuto per la santificazione propria, si proponesse di promuovere la gloria di Dio e la salute delle anime, specialmente delle più bisognose d'istruzione e di educazione ».

Nella stessa seduta si procedette all'elezione del consiglio direttivo della nuova Società, che risultò così formato:

Rettor Maggiore: Sac. Giovanni Bosco.

Prefetto: Don Vittorio Alasonatti.

Direttore Spirituale: Suddiacono Michele Rua.

Economo: Diacono Angelo Savio.

Consiglieri: chierici Giovanni Cagliero, Giovanni Bonetti, Carlo Ghivarello.

Così fu costituito il primo Capitolo, che poi fu denominato Capitolo Superiore (Mem. Biogr., VI, pp. 327-337).

VINCOLO DI UNITÀ

1. La ricorrenza centenaria di questa storica data ha un interesse particolare anche per la Terza Famiglia Salesiana, che si potrebbe dire nata insieme con la prima. Consta infatti che la prima idea di Don Bosco era stata quella di legare a sè i generosi che gli avevano prestata la loro collaborazione fin dalle origini dell'Oratorio, organizzando un sodalizio di preti secolari e soprattutto di semplici buoni cristiani da incorporarsi alla Società Salesiana.

Per questo nelle primitive Costituzioni inserì un capo intitolato Esterni, del quale citiamo i primi due paragrafi:

1° Qualunque persona, anche vivendo nel secolo, nella propria casa, in seno alla propria famiglia, può appartenere alla nostra Società.

2° Egli non fa alcun voto, ma procurerà di mettere in pratica quella parte del presente Regolamento che è compatibile con la sua età e condizione.

Ma a Roma, parendo strano e pericoloso il connubio di gente esterna con comunità religiose, gli fu ordinato di eliminare quel paragrafo. I tempi non erano maturi!

2. In seguito Don Bosco pensò a formare dei così detti Esterni una" Associazione distinta bensì, ma sempre strettamente unita e dipendente dalla Società Salesiana. L'unità di spirito e di metodo delle sue Famiglie era la sua grande idea. E il primo Capitolo Generale, celebratosi nel 1877, sancì l'ideale del santo Fondatore affratellando ufficialmente i due sodalizi e consacrando in certa guisa l'articolo del Regolamento che diceva: I membri della Congregazione Salesiana considereranno tutti i Cooperatori come altrettanti fratelli in Gesù Cristo, e a loro s'indirizzeranno ogni volta che l'opera di essi può giovare alla maggior gloria di Dio e a vantaggio delle anime. Con la medesima libertà, essendone il caso, i Cooperatori si rivolgeranno ai membri della Congregazione Salesiana.

Questo affratellamento è un toccasana per eventuali sbandamenti. Appunto per prevenire questi sbandamenti, che sarebbero stati la rovina dell'unità di spirito, Don Bosco volle accentrata nel Rettor Maggiore la direzione generale dei Cooperatori. Nello stesso Capitolo Generale infatti il Santo disse: Io avrei trovato subito il mezzo che non desse tanto lavoro, ma allora questa Associazione non avrebbe più corrisposto allo scopo. Il mezzo era facile: lasciare molti centri che facessero da sè, affratellando o cancellando affratellati. I Terziari Francescani sono così costituiti. Ogni casa di Francescani può affiliare chi vuole, e il numero in questo modo resta anche sempre molto grande, ma non si può avere un centro e unità d'azione. Il più grande sforzo che io abbia fatto per questi Cooperatori, cosa per cui ho studiato molti anni, e in cui per questo solo mezzo parmi di essere riuscito, fu appunto di trovare il modo di rendere tutti uniti al capo e che questi possa far pervenire i suoi pensieri a tutti.

Un episodio avvenuto otto anni dopo conferma il pensiero del Santo Fondatore. Nel 1885 fra gl'intervenuti a festeggiare l'onomastico di Don Bosco vi fu il giovane sacerdote bavarese Giovanni Mehler, che doveva farsi un nome con numerose pubblicazioni di sociologia cristiana e di cristiana educazione popolare. Ritornato in patria, si diede con zelo a far Cooperatori Salesiani specialmente nella sua Baviera. Vedendo che molti corrispondevano all'invito, avrebbe voluto essere autorizzato a firmare in nome di Don Bosco i diplomi; ma Don Bosco non credette conveniente concedere tale autorizzazione. Trattandosi della cosa nel Capitolo Superiore, egli disse: I diplomi si stamperanno in tedesco e si firmeranno in Torino. Voleva dunque che il legame dei Cooperatori con la Congregazione non solo permanesse, ma fosse anche visibile.

In seguito, a stringere sempre più questo legame giovarono grandemente gl'incontri nei Congressi, inaugurati nel 1895 con il grandioso Congresso Internazionale di Bologna. Queste assemblee avvicinano gli uni agli altri anche da paesi remoti e tutti hanno così occasione e modo di conoscersi, di scambiare idee, di comunicarsi esperienze e di stringere relazioni personali feconde di ottimi frutti. Sono contatti che rassodano i vincoli della mutua e operosa solidarietà. Mentre i Salesiani imparano ad apprezzare sempre più le benemerenze dei loro collaboratori, questi portano con sè un concetto sempre più adeguato dell'Opera di Don Bosco.

La Congregazione rappresenta dunque per i Cooperatori il grande vincolo di unità. Don Bosco, sulla scia degli antichi Ordini religiosi, ha creato il suo Terz'Ordine, ma con una sua fisionomia caratteristica, che è quella medesima della Congregazione Salesiana. Egli stesso nel 1874 scriveva della Pia Unione: L'Associazione Salesiana si può chiamare una specie di terz'ordine degli antichi, con questa diversità, che in quelli si proponeva la perfezione cristiana nell'esercizio della pietà, qui si ha per fine principale la vita attiva specialmente in favore della gioventù pericolante.

Ai nostri tempi ha mostrato di comprendere bene questo punto, tra gli altri, l'Arcivescovo di Trento, Mons. Carlo De Ferrari, il quale parlando ai Cooperatori e alle Cooperatrici della sua città, ha rilevato con compiacenza che la caratteristica dei Cooperatori Salesiani è quella di non essere soltanto, come presso altri Religiosi, un terz'ordine, ma di formare con i figli di S. Giovanni Bosco un'unica grande famiglia.

L'ANCORA DI SICUREZZA

Tra la Congregazione e la Pia Unione c'è, come si è detto, un'unità essenziale di origine, di spirito, di metodo e di fine. Ma la Congregazione Salesiana - come si può facilmente dimostrare - è opera di Dio. Dunque il Cooperatore che vive e opera nello spirito salesiano ha la miglior garanzia che cammina sul sicuro.

1. La Congregazione è opera di Dio, o vale a dire è quello che è, perchè Dio l'ha fatta così e la vuole così; i Salesiani sono quelli che sono in virtù di un atto positivo della volontà di Dio, che ha determinato, specificato, caratterizzato questo speciale modo di essere, di vivere e di agire che si chiama spirito di Don Bosco o vita salesiana.

Di questa nostra affermazione abbiamo prove evidenti.

a) Il Santo Fondatore Don Bosco non è semplicemente il risultato della sua natura, del suo temperamento del suo ingegno e della sua volontà duttile e al tempo stesso resistente, ma è una creazione particolare di Dio fatta per un fine speciale; non è un semplice legislatore, ma un ambasciatore di Dio: le norme e i precetti che diede li diede precisamente in virtù della missione divina che gli era stata affidata. Don Bosco insegna, comanda, traccia le Regole della sua nuova Famiglia perchè Dio glielo comandò e lo inviò per questo.

E come tutti gl'inviati speciali di Dio, Don Bosco si è presentato con le credenziali divine della sua missione, formate da quel cumulo di miracoli e di interventi soprannaturali che gli hanno spianato la via e fatto superare tutti gli ostacoli.

Don Bosco stesso riconosce l'abbondanza dell'intervento divino nella sua missione. Ci è stata tramandata, in proposito, una sua dichiarazione che può sorprendere chi dimentica che l'umiltà è verità. Il 2 febbraio 1876, conversando con alcuni sacerdoti salesiani, disse: ... Diciamolo qui tra noi: altre Congregazioni e Ordini ebbero agli inizi qualche ispirazione, qualche visione, qualche fatto soprannaturale, ma per lo più la cosa si fermò ad uno o a pochi di questi fatti. Invece tra noi la cosa procede ben diversamente. Si può dire che non vi sia cosa che non sia stata conosciuta prima; non mutamento o perfezionamento o ingrandimento che non sia stato preceduto da un ordine del Signore. Noi avremmo potuto scrivere tutte le cose che avvennero a noi prima che avvenissero e scriverle minutamente e con precisione. E varie cose le avevo già scritte per mia norma e conforto (Mem. Biogr., XII, p. 69).

Ed altra volta: Si può dire che Don Bosco vede tutto ed è condotto avanti per mano dalla Madonna. Ad ogni passo, ad ogni circostanza, ecco la Beata Vergine!

Dio stesso firmò questa sua missione divina di Fondatore donandogli in larghissima misura il Potere di far miracoli, di profetare, di leggere nelle coscienze...

b) La diffusione della Congregazione Salesiana e dell'Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice. Dopo cento anni, la Congregazione appare gigante nelle sue dimensioni. È un'opera in cui è evidente il dito onnipotente di Dio, sia per la rapida estensione raggiunta e che i posteri chiameranno di certo favolosa, sia per l'intensità di vita soprannaturale vissuta dai suoi membri.

Un episodio significativo. Don Bosco desidera che Don Cagliero sia eletto Pro-Vicario della Patagonia, che sia fatto Vescovo. Il Cardinale Arcivescovo di Torino Alimonda ne scrive al Card. Nina, Protettore. Questi inoltra la domanda al Cardinale Prefetto di Propaganda. Vi si oppone il Cardinal Ferrieri, Prefetto della Congregazione dei Vescovi e Regolari, persuaso che la Società Salesiana avesse esistenza precaria e dovesse sciogliersi alla morte di Don Bosco; era convinto che fosse opera umana, non di Dio. Il Card. Nina perorò la causa di Don Bosco adducendo tre ragioni che arguivano tutto il contrario:

1) l'estendersi meraviglioso dei Salesiani;

2) il bene da loro incontestabilmente operato;

3) il caso unico nella storia degli Ordini Religiosi che, vivente il Fondatore, vi fosse un accordo così pieno nella scelta del Successore.

2. Delle ragioni addotte dal Card. Nina la più eloquente è l'espansione meravigliosa dell'Opera di Don Bosco. Se prendiamo in mano il Catalogo Salesiano, lo troviamo denso di nomi. E ogni nome significa una casa o un salesiano. Quelle raggiungono la cifra di 1281 e questi di 19.887. Sono dunque ormai 1281 case che, aggiunte a quelle delle Figlie di Maria Ausiliatrice, danno un totale di 2553 Istituti che il Signore ha creato dal nulla per mezzo dello spirito di Don Bosco. Sono focolari di intensa vita cristiana, soprannaturale, che s'irradia su milioni di anime di allievi e loro parenti, cooperatori e benefattori, ex allievi e amici. Ogni salesiano è un capolavoro della grazia di Dio, che profuse e profonde tesori spirituali e materiali in ciascuno di essi.

S. Agostino si meravigliava che i cristiani si stupissero al leggere nel Vangelo la moltiplicazione dei pani e non si commovessero dinanzi al prodigio molto maggiore della moltiplicazione dei chicci di grano che avviene ogni anno nelle nostre campagne. Lo stesso succede a noi: leggiamo con compiacenza i fatti nei quali Don Bosco ottenne prodigìosamente del danaro per la costruzione delle sue chiese e case, e non ci stupiamo delle somme incalcolabili che Dio versa giornalmente per il mantenimento di questa sua gigantesca famiglia. Ormai avvezzi, ci contentiamo di leggere con semplice curiosità, senza sentirei commossi, la lettera del Rettor Maggiore ai Cooperatori che ogni anno enumera le nuove fondazioni. Altri religiosi sgranano tanto d'occhi; non riescono a comprendere come ciò sia possibile; per noi è divenuta cosa naturale. Salesiani e Cooperatori, viviamo in questo ambiente di straordinario e ci siamo avvezzati come ci si avvezza alle meraviglie della vita che si svolge nel nostro organismo, come a Lourdes i medici si avvezzano ai miracoli che devono constatare.

Se poi sfogliamo l'Annuario Pontificio, la nostra ammirazione per l'opera di Dio aumenta a dismisura. Siamo operai dell'ultima ora, eppure i Salesiani occupano per numero il 30 posto nell'elenco degli Ordini e Congregazioni Religiose.

LA SORGENTE DELLO SPIRITO

Per la Pia Unione la Congregazione è anche sorgente perenne di spirito salesiano e quindi direttrice di marcia per ogni sua attività e apostolato.

Potenza trasformatrice dello spirito salesiano. È meraviglioso il dominio e la potenza di trasformazione che lo spirito salesiano ha sulle anime di coloro che educa. Nel primo sogno e negli altri successivi il Signore e la Madonna diedero a Don Bosco e ai suoi figli un compito molto difficile, anzi umanamente impossibile.

Fin che si tratta di tenere a bada capretti, orsi e leoni, pur essendo difficile, è però ancora cosa fattibile: ottenere la disciplina tra giovani fuorviati o non bene educati, farli studiare con profitto, farli lavorare nei laboratori, ottenere ordine e silenzio nello studio, nel refettorio, nel dormitorio, sono cose che molti educatori, salesiani e non salesiani, riescono a fare senza eccessive difficoltà.

Ma convertire i capretti e le bestie più o meno selvagge in docili agnellini, vale a dire trasformare la natura spirituale dei giovani, far loro praticare le virtù cristiane, farli pregare, far loro frequentare spontaneamente i Sacramenti, è cosa superiore alle forze e abilità umane; ci vuole una virtù divina; ed è cosa sì straordinaria e rara da costituire un miracolo. Di questi miracoli Don Bosco ne fece molti e i suoi figli, con l'aiuto della Vergine, continuano a farne senza numero; anzi sono cose di tutti i giorni.

Questo dominio sui giovani, che non è forte ma amabile, è dovuto allo spirito di Don Bosco: è una virtù propria di questo spirito.

Anche i Cooperatori che possiedono questo spirito ottengono gli stessi effetti tra i figli e la gioventù per cui lavorano; e li ottengono in proporzione del grado di spirito salesiano che li anima.

Anche le Figlie di Maria Ausiliatrice occupano numericamente il 2o posto tra gl'Istituti religiosi femminili.

Davanti a queste meraviglie non resta che esclamare: È il Signore che ha fatto questo, ed è meraviglioso ai nostri occhi (MATTEO, 21, 42).

Evidentemente non- siamo noi, è Dio che fa: noi siamo, come Don Bosco, i Suoi strumenti e non abbiamo altra preoccupazione che quella di assecondare i Suoi disegni.

La Pia Unione dei Cooperatori Salesiani è parte integrante di quest'Opera di Dio ed ogni membro della Pia Unione trova in essa l'àncora della più consolante certezza della santità dello spirito che lo anima e dello zelo che lo muove.

Effetti sorprendenti. Lo spirito di Don Bosco non solo trasforma rendendo buoni i giovani, ma dà loro un'impronta speciale, che li distingue da tutti gli altri: li rende figliuoli. Hanno un comportamento nuovo, diverso, impressionante; la gente li guarda stupita. Nei loro occhi si legge un affetto filiale, un interessamento per i loro educatori come se fossero della loro famiglia; si produce in essi un attaccamento che non si svincola più.

Il compianto nostro Prefetto Generale Don Pietro Berruti soleva descrivere a vvivi colori la festa di S. Pietro da lui trascorsa a Hongkong nel 1937. Presenti 1000 giovani in maggioranza pagani, il Visitatore amministrò il Battesimo a 21 ragazzi. Seguì la Messa della comunità con il coro potente della massa orante dei giovani. Più tardi ancora una Messa e cantata! La eseguirono i giovani divisi in due cori, con devozione, pronunziando bene il latino, cosa difficile per i Cinesi. Ascoltarono la predica con un contegno ammirevole. Don Berruti li osservava con crescente interesse. Seguì un saggio ginnico con esercizi ed evoluzioni eseguiti in modo impeccabile. Il Visitatore assiste, ammira, quindi si ritira in camera e dà sfogo alla piena del cuore: « È tutta la mattina che sento un nodo alla gola: non si può restare impassibili davanti a questi miracoli di Don Bosco. La pietà dei giovani cristiani e pagani, la disciplina che si ammira ovunque: nella chiesa, nel teatro, nelle ricreazioni, durante il saggio ginnastico tra i giovani spettatori, l'affetto che mostrano e che sentono per i loro superiori (l'Ispettore, accennato appena in un discorso del Visitatore, provoca applausi interminabili), e più che tutto l'affetto per Don Bosco, manifestato in un subisso di applaùsi quando il Visitatore, rispondendo alla domanda fatta in un bel dialogo dell'accademia se leggesse nei cuori come Don Bosco, aveva detto di sì, che aveva letto nel cuore dei giovani lì presenti un grande amore a Don Bosco e aveva domandato se ciò non fosse vero, tutto ciò ottenuto in meno di dieci anni da personale scarso e con enormi difficoltà a motivo della lingua e della salute, senza capitali nè mezzi adeguati, è uno dei più bei miracoli di Don Bosco da me visti ».

La scena a cui allude Don Berruti e che rivela l'affetto di quei giovani per Don Bosco fu veramente impressionante. Appena il Visitatore ebbe detto di leggere nel loro cuore un grande amore per Don Bosco e concluse con la domanda « non è forse vero? », scoppiò un « sì » formidabile: tutti batterono le mani, agitandosi sotto l'impulso di un entusiasmo incontenibile. E non finivano più di applaudire. Don Berruti era commosso, l'Ispettore piangeva e i confratelli salesiani contemplavano quel magnifico spettacolo che li premiava di tante fatiche. Erano mille giovani, quasi tutti pagani, non avevano mai visto Don Bosco, molti fino a ieri ignoravano ogni buon sentimento, non avevano dinanzi a sè che degli stranieri, a capo dei quali uno la cui lingua non potevano capire; eppure esplode dai loro cuori un'affermazione potente di affetto a un Santo! Quella fu davvero una scena indimenticabile per tutti.

Un altro fatto che ebbe vasta risonanza. Nel giugno del 1936 a Buenos Aires gli studenti furono invitati ad un solenne omaggio allo statista e scrittore Sarmiento. Allievi ed allieve sfilarono per la via principale e si concentrarono in una grande piazza per l'atto ufficiale. Il comportamento e l'indisciplinatezza furono tali che i cittadini ne furono stomacati e la stampa, senza eccezione, stigmatizzò il fatto.

Un mese dopo i figli di Don Bosco presentano alla popolazione e alle autorità supreme 15.000 allievi e allieve primari e secondari. Fu uno spettacolo mai visto: la disciplina più corretta, il passo marziale e deciso dei giovani, e soprattutto l'aria semplice, buona e serena di quei ragazzi e di quelle fanciulle entusiasmarono gli astanti accalcati nel lungo percorso, che li applaudirono continuamente. Fu la più grandiosa, bella, significativa presentazione fatta a quella Capitale della potenza educatrice del sistema pr

3. Ma l'esperienza della potenza trasformatrice dello spirito di Don Bosco che suscitò più vasta eco nella stampa e nell'opinione pubblica, esperienza classica che passerà alla storia, fu quella dei cosiddetti Ragazzi della strada nell'immediato dopoguerra. Era stata fatta a Pio XII di v. m. una relazione sulla condizione dei ragazzi delle nostre grandi città, sulla delinquenza a cui non pochi erano avviati e sui pericoli morali di tutti. Il S. Padre ne rimase assai addolorato e, dopo aver pregato di sospendere le progettate misure repressive, soggiunse: Cerchiamo piuttosto di rieducarli, quei poveretti. Per questo bisogna ricorrere a Don Bosco. Dite ai Salesiani che desideriamo che si prendano cura di questi ragazzi abbandonati o traviati e facciano quanto Don Bosco ispirerà loro. E sono noti i miracoli di trasformazione ottenuti con l'aiuto di Dio e che sono documentati nella relazione ufficiale pubblicata a cura della Direzione Generale di Torino (SEI).

Del resto è cosa risaputa che Don Bosco e il suo metodo sembrano fatti per le periferie delle grandi metropoli: il borgo S. Paolo a Torino, il Testaccio a Roma, la Boca a Buenos Aires e moltissime altre zone periferiche delle grandi città devono alla efficacia trasformatrice dello spirito e del metodo salesiano se hanno moralmente cambiato faccia.v

I Cooperatori che sanno attingere alla sorgente di questo spirito nuovo e portarlo in famiglia e nelle opere di apostolato - in prima linea gli insegnanti e gli educatori - ne sperimentano l'efficacia e ne raccolgono preziosi frutti.

IL FARO A CUI GUARDARE

Ma ciò che vi è di più bello e consolante in questa stupenda Opera di Dio e di Maria Ausiliatrice che è la Congregazione Salesiana, è la potenza santificatrice che la anima.

1. Da quando S. Giovanni Bosco fondò la sua Congregazione, si è acceso un grande faro che da un secolo proietta luce di santità sui membri della Famiglia Salesiana. Vi sono dei figli di Don Bosco che non hanno nulla da invidiare ai Santi; succedono nella nostra Famiglia dei fatti proprio uguali a quelli che si leggono nelle vita dei Santi. Gli eroismi di certi confratelli non trovano riscontro se non nella vita di alcuni Santi canonizzati. Non sono cose sporadiche, non sono fatti isolati; è una eletta pleiade di anime che danno alla nostra Congregazione la fisionomia di santità degli Ordini Religiosi più austeri e fervorosi.

« Sapevo che tra i figli di Don Bosco - scriveva Don Berruti dopo di aver visitato grandomanda fatta in un bel dialogo dell'accademia se leggesse nei cuori come Don Bosco, aveva detto di sì, che aveva letto nel cuore dei giovani lì presenti un grande amore a Don Bosco e aveva domandato se ciò non fosse vero, tutto ciò ottenuto in meno di dieci anni da personale scarso e con enormi difficoltà a motivo della lingua e della salute, senza capitali nè mezzi adeguati, è uno dei più bei miracoli di Don Bosco da me visti ».

La scena a cui allude Don Berruti e che rivela l'affetto di quei giovani per Don Bosco fu veramente impressionante. Appena il Visitatore ebbe detto di leggere nel loro cuore un grande amore per Don Bosco e concluse con la domanda « non è forse vero? », scoppiò un « sì » formidabile: tutti batterono le mani, agitandosi sotto l'impulso di un entusiasmo incontenibile. E non finivano più di applaudire. Don Berruti era commosso, l'Ispettore piangeva e i confratelli salesiani contemplavano quel magnifico spettacolo che li premiava di tante fatiche. Erano mille giovani, quasi tutti pagani, non avevano mai visto Don Bosco, molti fino a ieri ignoravano ogni buon sentimento, non avevano dinanzi a sè che degli stranieri, a capo dei quali uno la cui lingua non potevano capire; eppure esplode dai loro cuori un'affermazione potente di affetto a un Santo! Quella fu davvero una scena indimenticabile per tutti.

Un altro fatto che ebbe vasta risonanza. Nel giugno del 1936 a Buenos Aires gli studenti furono invitati ad un solenne omaggio allo statista e scrittore Sarmiento. Allievi ed allieve sfilarono per la via principale e si concentrarono in una grande piazza per l'atto ufficiale. Il comportamento e l'indisciplinatezza furono tali che i cittadini ne furono stomacati e la stampa, senza eccezione, stigmatizzò il fatto.

Un mese dopo i figli di Don Bosco presentano alla popolazione e alle autorità supreme 15.000 allievi e allieve primari e secondari. Fu uno spettacolo mai visto: la disciplina più corretta, il passo marziale e deciso dei giovani, e soprattutto l'aria semplice, buona e serena di quei ragazzi e di quelle fanciulle entusiasmarono gli astanti accalcati nel lungo percorso, che li applaudirono continuamente. Fu la più grandiosa, bella, significativa presentazione fatta a quella Capitale della potenza educatrice del sistema preventivo e dello spirito di Don Bosco.

3. Ma l'esperienza della potenza trasformatrice dello spirito di Don Bosco che suscitò più vasta eco nella stampa e nell'opinione pubblica, esperienza classica che passerà alla storia, fu quella dei cosiddetti Ragazzi della strada nell'immediato dopoguerra. Era stata fatta a Pio XII di v. m. una relazione sulla condizione dei ragazzi delle nostre grandi città, sulla delinquenza a cui non pochi erano avviati e sui pericoli morali di tutti. Il S. Padre ne rimase assai addolorato e, dopo aver pregato di sospendere le progettate misure repressive, soggiunse: Cerchiamo piuttosto di rieducarli, quei poveretti. Per questo bisogna ricorrere a Don Bosco. Dite ai Salesiani che desideriamo che si prendano cura di questi ragazzi abbandonati o traviati e facciano quanto Don Bosco ispirerà loro. E sono noti i miracoli di trasformazione ottenuti con l'aiuto di Dio e che sono documentati nella relazione ufficiale pubblicata a cura della Direzione Generale di Torino (SEI).

Del resto è cosa risaputa che Don Bosco e il suo metodo sembrano fatti per le periferie delle grandi metropoli: il borgo S. Paolo a Torino, il Testaccio a Roma, la Boca a Buenos Aires e moltissime altre zone periferiche delle grandi città devono alla efficacia trasformatrice dello spirito e del metodo salesiano se hanno moralmente cambiato faccia.

I Cooperatori che sanno attingere alla sorgente di questo spirito nuovo e portarlo in famiglia e nelle opere di apostolato - in prima linea gli insegnanti e gli educatori - ne sperimentano l'efficacia e ne raccolgono preziosi frutti.

IL FARO A CUI GUARDARE

Ma ciò che vi è di più bello e consolante in questa stupenda Opera di Dio e di Maria Ausiliatrice che è la Congregazione Salesiana, è la potenza santificatrice che la anima.

1. Da quando S. Giovanni Bosco fondò la sua Congregazione, si è acceso un grande faro che da un secolo proietta luce di santità sui membri della Famiglia Salesiana. Vi sono dei figli di Don Bosco che non hanno nulla da invidiare ai Santi; succedono nella nostra Famiglia dei fatti proprio uguali a quelli che si leggono nelle vita dei Santi. Gli eroismi di certi confratelli non trovano riscontro se non nella vita di alcuni Santi canonizzati. Non sono cose sporadiche, non sono fatti isolati; è una eletta pleiade di anime che danno alla nostra Congregazione la fisionomia di santità degli Ordini Religiosi più austeri e fervorosi.

« Sapevo che tra i figli di Don Bosco - scriveva Don Berruti dopo di aver visitato granparte del mondo salesiano - vi sono delle anime privilegiate, ma non credevo che ve ne fossero tante; mai mi sarei immaginato di trovare dei santi autentici, tali e tanti!... Ho visto, ho udito da testimoni oculari cose che si leggono solo nelle vite dei Santi. Ho saputo cose che prima credevo monopolio del medioevo, o solo di Santi di altri secoli... Nessuna vita di santo è rimasta sì impressa e mi ha fatto tanto bene come la conoscenza di quei cari confratelli ».

Già nei primordi dell'Oratorio di Valdocco S. Giovanni Bosco aveva veri piccoli santi tra i suoi ragazzi, primeggiante su tutti l'angelico Domenico Savio. Fin d'allora si veniva santificando al suo fianco Michele Rua, suo primo Successore.

Di lui alla Congregazione dei Riti si parla con grande ammirazione. È una delle figure più belle che presentemente si trattino in detta Congregazione. Dicono che pochi sacerdoti sono così edificanti nei loro scritti e nel loro spirito.

Sotto la guida di Don Bosco ascese ai più alti gradi della perfezione colei che è oggi Santa Maria Domenica Mazzarello, confondatrice delle Figlie di Maria Ausiliatrice. Attratti dalla santità del Fondatore, vennero alla sua Congregazione i Servi di Dio Don Andrea Beltrami e il principe polacco Don Augusto Czartoryski, che, sopravvissutigli di pochi anni, morirono in concetto di santi. E non furono i soli: oggi, a cento anni dalla fondazione della Congregazione Salesiana, i Santi e Servi di Dio delle tre Famiglie Salesiane sono:

In Italia: 10 (3 Santi, un Venerabile, 6 Servi di Dio).

In Spagna: 1 Serva di Dio, 97 Servi di Dio martirizzati dai rossi.

In Polonia: 1 Servo di Dio.

In Belgio: 1 Servo di Dio.

In Argentina: 2 Servi di Dio.

Sono inoltre in preparazione i processi diocesani di Mons. Luigi Olivares, Vescovo di Sutri e Nepi, del Sac. Rodolfo Komorek, del Brasile (S. Paolo), di Don Luigi Variara, apostolo dei lebbrosi in Colombia.

I Cooperatori e le Cooperatrici che vivono dello Spirito di Don Bosco, possono trovarvi tutti gli elementi per la propria santificazione. E realmente non mancano i membri della nostra Terza Famiglia già avviati sulla via degli Altari.

CONCLUSIONI PRATICHE

In concreto: come i Cooperatori sfrutteranno questi tesori che hanno nella Congregazione? Mediante uno stretto contatto con i loro « fratelli » in Don Bosco, specialmente con questi mezzi:

a) la lettura assidua del Bollettino Salesiano. È necessaria per conoscere e assimilare il genuino spirito di Don Bosco. Il Santo stesso nel primo Capitolo Generale affermò: « Io voglio sperare che il Bollettino, il quale si stampa appositamente per far conoscere il nostro scopo, aiuterà grandemente a tale effetto e presenterà sotto il loro vero punto di vista le cose principali che di mano in mano avvengono nella Congregazione ». Sul conto della Congregazione possono circolare qua e là prevenzioni, pregiudizi, falsità e anche voci calunniose con pericolo di scuotere la fiducia dei Cooperatori e di turbare in mezzo a loro la buona armonia; può anche darsi che talora gli stessi buoni non si accordino nell'intendere certi compiti della Pia Unione. Ma se c'è l'organo ufficiale che interviene a tempo, torna presto a risplendere la verità, la serenità e la pace.

b) l'assidua frequenza alle Conferenze mensili e annuali, che sono l'anima e la vita della Pia Unione.

c) il contatto con la letteratura salesiana, mediante la lettura dei libri che illustrano la vita, lo spirito e i metodi di apostolato del santo Fondatore; delle biografie dei Salesiani santi e di quelli più eminenti che hanno illustrato con le loro opere la Congregazione.

Da tutti questi contatti i Cooperatori attingeranno lo spirito che prima deve animare e riscaldare le loro famiglie, che debbono essere un santuario di spiritualità salesiana, vale a dire di serenità, di pace, di letizia, di delicatezza, di desiderio di bene; e poi sentiranno il bisogno di portare e diffondere fuori lo spirito di Don Bosco, che si fa tutto a tutti, che si adatta con semplicità e disinvoltura ad ogni situazione, circostanza e carattere, per fare del bene a tutti.

È stato detto che il sec. XIX ha dato al mondo il miracolo educativo di Don Bosco, come il Medioevo ha dato il miracolo delle cattedrali gotiche. È vero, ed è il segreto della sua conquista: Don Bosco è il Santo della bontà sorridente, meglio, è il Santo della carità. Uno statista dei nostri tempi ha detto: Oggi l'umanità è dinanzi ad un dilemma: o la carità cristiana o la bomba atomica! Terribile verità:

e la carità cristiana che, come dice S. Paolo, costruisce, o l'atomica che distrugge e che è espressione delle forze demolitrici.

In questo gigantesco duello i Cooperatori Salesiani hanno già il loro posto.

LA CHIESA E IL LAVORO nei primi secoli

SCHEMA DI CONFERENZA MENSILE

PREMESSA - Il grande Pio XI poteva affermare con sovrana fierezza: « La Chiesa, cha ha per suo Capo il divino Operaio di Nazaret, fu sempre larga di aiuti e di assistenza materna agli operai, che essa trasse, con la forza della sua dottrina e della sua opera perseverante, dagli obbrobrii della schiavitù alla dignità di fratelli di Cristo ».

Dopo aver considerato ciò che fece e insegnò Gesù Cristo intorno al lavoro, sarà opportuno e interessante vedere quello che ha sempre fatto e insegnato la Chiesa, che è la fedele continuatrice della Sua opera di salvezza attraverso i secoli. Cominceremo quindi dai primi secoli, per passare poi alle epoche successive sino ai nostri giorni.

LA DOTTRINA DELLA CHIESA

Come il suo divino Fondatore, la Chiesa ha sempre contribuito alla riabilitazione e alla elevazione del lavoro e dei lavoratori, sia con i suoi insegnamenti, sia cori la sua opera altamente umanitaria e civilizzatrice. Nei suoi insegnamenti ha posto sempre l'accento su alcuni punti essenziali:

a) Il lavoro è un dovere. Sin da principio essa insegnò, in un mondo che considerava l'ozio quasi un diritto e un privilegio, il grande dovere del lavoro per tutti, mediante le categoriche affermazioni di S. Paolo ai Tessalonicesi: « Anche quando eravamo presso di voi, vi intimavamo: chi non vuol lavorare non mangi. Abbiamo infatti udito che alcuni di voi tengono una condotta sregolata, perchè non fanno nulla, ma si occupano di cose vane. Ora, a costoro noi ordiniamo, e li scongiuriamo nel Signore Gesù Cristo, che mangino il loro pane lavorando tranquillamente!» (II Tessal., III, 10-12). Vi si sente l'eco fedele del precetto dato da Dio al primo uomo dopo il peccato: Mangerai il pane col sudore della tua fronte! ».

Il lavoro, dunque, viene presentato, sì, quale mezzo ordinario di sostentamento, ma anche come esigenza di ordine ascetico per una vita moralmente sana e spiritualmente serena. Ecco perchè, fin da principio, l'ozio fu considerato sempre dai cristiani come una colpa, così che anche nelle famiglie nobili si videro presto - spettacolo insolito - ricche matrone precedere le loro schiave nei lavori domestici, e nel filare e tessere la lana, ad imitazione della donna saggia dell'Antico Testamento (Prov. 31, 10 e segg.).

b) Il lavoro è un onore. E questo anche perchè la Chiesa non si è mai stancata di affermare a chiare note l'alta dignità del lavoro manuale, riconducendolo sempre agli esempi di Gesù Cristo e dei suoi Apostoli. Al sogghigno, infatti, e all'invettiva del pagano Celso, che accusava i discepoli di Cristo di adorare il Figlio di «una madre che si guadagnava la vita filando, di una madre povera e operaia, il celebre Origene poteva rispondere che proprio questo costituiva per i cristiani una gloria: « Questo Gesù, che voi disprezzate perchè nato in un luogo oscuro, perchè figlio di una donna povera e operaia e di un fabbro, perchè dovette egli stesso per la miseria cercare lavoro in Egitto; questo ignobilissimo Gesù ha commosso tutto il mondo più di quanto non seppero fare nè l'ateniese Temistocle, nè Platone, nè Pitagora, nè altri fra i sapienti, fra i re, fra gli imperatori».

Circa un secolo dopo, così S. Giovanni Crisostomo condensava l'insegnamento dei Padri antichi su questa materia: « Quando vedrete un uomo che spacca la legna, o un altro che, avviluppato nel fumo, lavora il ferro con il maglio, non lo disprezzate. Pietro, cinte le reni, ha tirato la rete, ha pescato, anche dopo la risurrezione del Signore. Paolo, dopo aver percorse tante contrade, fatti tanti miracoli, stava seduto, nel suo laboratorio, cucendo insieme le pelli, mentre gli Angeli lo riverivano e i demoni tremavano innanzi a lui».

e) La giusta mercede agli operai. Nè si pensi che la Chiesa si sia tenuta paga di affermare platonicamente la dignità del lavoro, lasciando poi gli operai in balia di se stessi, alla mercè di padroni senza scrupoli e senza coscienza. È ancora un apostolo, S. Giacomo, cugino del Signore e primo vescovo di Gerusalemme, ad alzare la sua voce severamente ammonitrice nei confronti dei ricchi disumani ed ingiusti, assai più sferzante di quella dei più scalmanati agitatori dei tempi nostri: « Orsù, o ricchi, piangete ululando per le vostre sciagure imminenti. La ricchezza vostra è marcita, e le vostre vesti sono tarlate; il vostro oro e l'argento è arrugginito e la ruggine loro deporrà contro di voi e vi roderà le carni come fuoco. Avete ammassato negli ultimi tempi. Ecco: la paga ritenuta agli operai che hanno falciato i vostri campi, grida di dosso a voi, e le strida dei mietitori (da voi ingiustamente defraudati) sono entrate negli orecchi del Signore degli eserciti. Sulla terra ve la siete spassata in piaceri e lautezze; vi siete impinguati nel giorno del macello. Voi avete condannato, ucciso il giusto, che non vi sa nè vi può fare resistenza». Si coglie, del resto, in queste roventi parole, tutta una costante e tradizionale presa di posizione, da parte del Signore, contro i cattivi ricchi, dal Levitico (19, 13) e dal Denteronomio (24, 14-15), a Tobia (2, 11-14), a Geremia (22, 13 e segg.), all'Ecclesiastico (34, 22), a Gesù stesso nel S. Vangelo (MARCO 10, 12 e segg.; MATTEO 19, 23 e segg.). Tanto che la Chiesa ha potuto inserire nel suo Catechismo l'insegnamento, valido per tutti i tempi, secondo cui il defraudare la giusta mercede agli operai è tra i quattro peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio.

L'OPERA DELLA CHIESA

Ma la benemerenza più grande della Chiesa antica verso i lavoratori, resterà sempre la sua lenta ma sicura opera di scardinamento e di abolizione della schiavitù, i cui orrori già conosciamo. Naturalmente una tale trasformazione non poteva avvenire tutta d'un tratto, pena il generale sovvertimento di tutto l'ordine sociale antico, nè la Chiesa possedeva i mezzi giuridici per attuarla. Essa tuttavia non aspettò neppure che passassero dei secoli per agire.

Cominciò subito col proclamare apertamente, per bocca di S. Paolo, la abolizione di ogni differenza, dinanzi a Dio, fra giudeo e greco, fra schiavo e libero, essendo tutti una cosa sola in Cristo Gesù (Gal. III, 28). Ai padroni, poi, non mancò di fare le opportune esplicite applicazioni pratiche: « Voi, o padroni, rendete ai vostri schiavi ciò che la giustizia e l'equità domanda, ricordando che anche voi avete un Padrone in cielo..:.; sapendo che il loro e vostro Signore sta nei cieli e non ha riguardi personali per alcuno» (Coloss., IV, 1; Efes., VI, 9). Commovente soprattutto il caso di Onesimo, schiavo del ricco cristiano di Colossi, di nome Filemone. Fuggito di casa all'insaputa del padrone, forse per aver commesso qualche mancanza, il povero Onesimo si era rifugiato presso S. Paolo, allora in prigione, trovandovi, insieme con l'assicurato interessamento presso il padrone, suo figlio spirituale e suo buon amico, anche la conversione al cristianesimo. L'Apostolo, rimandandogli indietro lo schiavo, lo accompagna con una letterina di raccomandazione, che è un sublime documento di tenerezza quasi materna (Z ilene., 1(1-18).

Chi sa quanti di questi episodi conobbe l'antichità cristiana! La Chiesa, del resto, li favoriva in tutti i modi e ne dava l'esempio. Nella sua vita interna, la schiavitù venne da lei praticamente tosto abolita, instaurando un ugual trattamento per gli uomini liberi e per gli schiavi. Tutti, in distintamente, venivano ammessi agli stessi Sacramenti, agli stessi riti liturgici, agli stessi favori spirituali, agli stessi onori in vita e anche dopo morte, in quanto nessuna distinzione veniva fatta tra il martire di origine patrizia e quello di origine servile: quest'ultimo, anzi, poteva contare su un più spontaneo moto di simpatia nella comunità cristiana, come ne fanno fede molti Atti di Martiri.

E nella stessa gerarchia ecclesiastica antica, quanti nomi vi appaiono di origine evidentemente servile! Non ne mancano neppure, vi sono anzi abbastanza frequenti, nelle stesse liste dei Papi dei primi secoli. Valga per tutti l'esempio di S. Callisto Z (217-222), eccezionale tempra di realizzatore e di organizzatore, al cui nome restò legato nei secoli il primo grande cimitero ecclesiastico di Roma, e che, alla morte del papa Zefirino, fu preferito dal Clero e dal popolo dell'Urbe allo stesso dottissimo e d'altronde benemerito presbitero Ippolito.

Una volta poi che, con Costantino, la Chiesa ottenne la sua piena libertà, essa si diede con ogni mezzo a favorire e affrettare la penetrazione, nella legislazione romana, di quei principi cristiani che - unici - potessero lenire la triste condizione degli schiavi. Di questi ultimi incoraggiò in tutti i modi, dandone l'esempio, il totale affrancamento.

CONCLUSIONE - « La riabilitazione del lavoro riusciva una rivoluzione morale tanto difficile ad effettuarsi, quanto l'abolizione della schiavitù, alla quale essa soltanto poteva condurre. Ma chi nel mondo antico avrebbe tentata questa rivoluzione? Chi ne avrebbe concepito sia pure il pensiero?... Possiamo affermare che senza il Cristianesimo questa idea sul lavoro non sarebbe mai scomparsa, e non furono troppi, a distruggerla, tutti gli aiuti soprannaturali dei quali esso disponeva. I1 Cristianesimo solo poteva riabilitare il lavoro, perchè esso solo poteva imprimervi un carattere divino ! (cfr. PAUL ALLARD, Gli schiavi cristiani, p. 387).

ESEMPI

MILANO - Convegno di Sacerdoti Decurioni, Cooperatori ed Ex allievi Salesiani

In occasione della celebrazione liturgica ad onore di S. Domenico Savio, lunedì 9 marzo, presso l'Istituto Salesiano di via Copernico, a Milano ha avuto luogo un importante convegno di Sacerdoti Cooperatori, Ex allievi e Decurioni Salesiani, presieduto da S. E. Mons. Giuseppe Schiavini. L'Em.mo Cardinale Arcivescovo G. B. Montini volle essere spiritualmente presente con un paterno messaggio.

Il venerato Rettor Maggiore era rappresentato dal Direttore Generale dei Cooperatori Salesiani, Rev.mo Don Luigi Ricceri. Tra i presenti: i Monsignori del Duomo Giuseppe Cereda e Federico Mandelli, Mons. Giov. Batt. Galimberti di Busto Arsizio, Mons. Francesco Rossi di Varese, Mons. Luigi Pariani della Clinica Columbus, Mons. Cirillo Monzani di S. Cristoforo, Mons. Piero Baraggia di Campione d'Italia, il Rev.mo padre Giuseppe Mauri del Seminario di Venegono, un eletto stuolo di Prevosti della città di Milano, i Direttori Diocesani di Como, Mantova, Pavia, nonchè benemeriti Decurioni delle Diocesi di Lodi e Piacenza.

Dopo la preghiera rituale, guidata dal Vescovo, prese la parola l'Ispettore salesiano Rev.mo Don Cesare Aracri, che, nel dare il benvenuto ai graditi ospiti, ricordò con espressioni di compiacenza alcuni interessanti e benefici contatti del santo Fondatore con i Sacerdoti lombardi.

A tali sentimenti fece eco gradita la voce del Rev.mo Don Luigi Ricceri. Egli recò il saluto del Rettor Maggiore, assiduo lettore del Bollettino Diocesano Milanese, ammiratore convinto dell'imponente movimento d'organizzazione nelle Diocesi lombarde; e pose l'accento sui molteplici motivi della riconoscenza salesiana verso il Clero lombardo, ricollegandosi all'opera preziosa di tanti benemeriti confratelli nel sacerdozio, primo fra tutti S. E. Mons. Pasquale Morganti, antico Direttore Diocesano dei Cooperatori Salesiani Milanesi, cui il Ven. Don Rua affidò la compilazione del primo manuale di pietà della Pia Unione.

Passò poi a sottolineare con chiarezza il concetto di Don Bosco circa la missione «cattolica » da lui affidata ai Cooperatori Salesiani a servizio della Chiesa.

Seguì la trattazione del tema ufficiale sulla collaborazione dei laici all'apostolato secondo lo spirito di Don Bosco.

Il relatore Don Favini presentò un quadro interessante dell'origine, dello sviluppo e dell'attività dei Cooperatori in perfetta aderenza agli urgenti bisogni della società moderna, in efficace collaborazione con l'Azione Cattolica, secondo le direttive della Sacra Gerarchia. Poi dimostrò come la Pia Unione dei Cooperatori Salesiani possa essere in sede parrocchiale un fecondo seminario per l'A. C., efficiente ausilio e fonte sicura di fresche energie per il trionfo dell'idea cristiana.

Al dialogo, che si accese con gli interventi di Don Vignato, Don Panzeri, Mons. Galimberti, Don Bassi, Don Gioachin e altri, rispose il superiore Don Ricceri, coordinando sapientemente e in forma pratica il complesso di quanto era stato vagliato e discusso.

Chiuse S. E. Mons. Schiavini, ringraziando la Famiglia Salesiana per il suo contributo di vocazioni ecclesiastiche all'Archidiocesi e invitando tutti a lavorare nel proprio ministero con lo spirito di S. Giovanni Bosco.

Seguirono i documentari salesiani: Apprendisti verso la vita; Luci di Lourdes; Cantieri di gioia.

Convegni Zelatori e Zelatrici dell'ISPETTORIA ADRIATICA

Nei giorni festivi 1, 8 e 15 marzo gli Zelatori e le Zelatrici di tutta l'Ispettoria Adriatica, con un lodevole numero di Delegati e Delegate, hanno affrontato i problemi vitali della terza famiglia salesiana. Le discussioni animate e centrate sono servite non poco a illuminare, delucidare e chiarire punti dubbi o controversi.

Il 10 marzo a Rimini si raccoglievano gli zelatori e le zelatrici della Romagna (25).

L'8 a Macerata era la volta delle Marche (48).

Il 15 a Perugia convenivano i rappresentanti dell'Umbria (55).

Il sig. Ispettore, Don Angelo Zannantoni, presiedette i convegni di Macerata e Perugia, portando la sua parola paterna e confortatrice.

Il primo tema fu trattato dal Direttore 'di Perugia, Don Arturo Caria, da Don Pietro Spaggiari, consigliere del Liceo salesiano di Macerata, e dal Delegato Ispettoriale Don Celso Masper: Il Cooperatore salesiano secondo la mente di Don Bosco.

Il secondo tema, Zelatori e Consigli locali, fu trattato dal Direttore di Rimini, Don Angelo Garbarino, da quello di Macerata, Don Antioco De Jala, e dal Delegato Ispettoriale.

Dalle trattazioni e relative discussioni sono emersi i seguenti punti:

1) La terza famiglia dei Cooperatori forma con la prima, i Salesiani, e la seconda, le Figlie di Maria Ausiliatrice, un tutt'uno: unite dal vincolo della carità, hanno un comune intento ed un unico scopo: la salvezza della gioventù attraverso le più svariate forme di apostolato.

2) Cooperatore significa buon cristiano ed apostolo. Ognuno secondo la sua condizione esercita un apostolato nella propria famiglia, nella parrocchia, nella società, nella scuola, nell'ufficio, dovunque.

3) In questo suo apostolato, il buon Cooperatore e la zelante Cooperatrice lavorano secondo lo spirito di Don Bosco, fatto di carità e mitezza, sull'esempio di S. Francesco di Sales.

4) In ogni parrocchia salesiana (e nella nostra Ispettoria sono molte) la Pia Unione deve essere l'associazione principe, che deve godere la nostra predilezione e preferenza. Estesa a tutta la città dove è costituita, abbraccia svariate forme di apostolato, forma i catechisti in aiuto ai parroci, è di aiuto ai parroci stessi ed ai Vescovi.

A riguardo del Consiglio locale, il Delegato Ispettoriale ha detto:

a) Il Consiglio locale è il nerbo, il centro, il fulcro, il perno attorno a cui si svolge necessariamente la vita di ogni centro.

b) Il Consiglio locale attivo rende florida la vita d'organizzazione del centro stesso.

c) La sapiente distribuzione delle varie attività renderà meno gravoso il peso ai singoli e assicurerà un sempre migliore incremento di attività e di apostolato.

d) Un programma annuale è pure indispensabile, preparato minutamente dal consiglio locale nelle sue adunanze.

Meritano di essere citati all'ordine del giorno i centri di Ancona e Rimini, che hanno il loro calendario con le attività distinte mese per mese.

Il signor Ispettore concludeva dando due consegne:

1) Partecipazione plebiscitaria al Convegno nazionale dei Cooperatori a Roma.

2) Costituzione definitiva ed attivizzazione dei consigli locali.

MILANO - 1° Convegno Zelatori e Zelatrici

Domenica, 22-III-'59, a Milano, presso l'Istituto Salesiano di via Copernico 9, ebbe luogo il primo convegno zonale degli Zelatori Salesiani. Vi parteciparono in 45, oltre la Delegata Ispettoriale di via Bonvesin rz, Milano, le Direttrici di Brugherio e di Sesto S. Giovanni, la Delegata locale di Pavia.

Il Convegno fu preceduto dalla S. Messa di Don Archenti, durante la quale Don Vignato rivolse parole di circostanza e comunicò l'ordine del giorno.

Nell'aula delle adunanze il Direttore dell'Istituto Don Mario Bassi diede il benvenuto, facendo voti che i lavori del convegno tornassero di grande vantaggio non solo ai singoli, ma a tutti i Centri della vasta zona lombarda.

Seguì la lettura del messaggio del Rev.mo Don Luigi Ricceri, Direttore Generale della P. U., accompagnata da opportuno commento di Don Vignato.

Prese quindi la parola Don Archenti per lo svolgimento del

1° TEMA: Il Cooperatore Salesiano nel pensiero di Don Bosco.

Il relatore ha insistito sulla necessità di farsi idee chiare e, raccomandando proprio per questo la lettura attenta del Bollettino Salesiano, ha messo in bella evidenza il concetto genuino del vero Cooperatore Salesiano, che lavora non solo per il Salesiani, ma per la Chiesa cattolica con lo spirito di Don Bosco: un vero cristiano, efficace collaboratore di Dio nella salvezza delle anime.

D. Vignato ringraziò il Relatore e diede luogo al dialogo per una discussione sull'argomento trattato. Così vennero ribaditi alcuni importanti concetti, presentati da Don Archenti intorno allo spirito che deve animare il Cooperatore, e allo scopo della Pia Unione. Il Direttore Don Bassi, prendendo lo spunto dalla seguente frase dell'Em.mo Card. Marcello Mirami, allora Arciv. di Napoli: « Io mi sento il primo Salesiano della Diocesi, perchè oggi non si può influire nella società se non nello spirito di Don Bosco», sottolineò la grande importanza della cooperazione salesiana a favore dell'educazione giovanile. «Noi dobbiamo essere addirittura dei periti di questi problemi», ha detto, e nella scuola, se insegnanti, nell'officina, nella casa, aiutare il Parroco, il Vescovo, il Papa nella formazione cristiana della gioventù.

Sulla scorta del Manuale dei Dirigenti si impartirono poi alcune istruzioni circa l'organizzazione e il funzionamento della P. U. e si venne così al

2° TEMA: La funzione e gli impegni dello Zelatore in generale.

Lo svolse Don Vignato come nei convegni di Brescia e di Varese.

Dato luogo a un po' di respiro, si approfittò per distribuire foglietti di propaganda, distintivi, Manuali di pietà, pieghevoli dell'indulgenza del lavoro, ecc...

Verso mezzogiorno si riprese l'adunanza per la trattazione del

3° TEMA: Incarichi specifici, fatta da Don Vignato.

Ne seguirono quesiti e discussioni, che servirono a toccare con mano quanto bene si può fare, stando alle direttive di Don Bosco.

Chiuse l'adunanza il Direttore, rinnovando l'augurio che «molto frutto di bene possa maturare da questo incontro».

Su pagina dattiloscritta, che ogni Zelatore ebbe a ricevere, si rilessero quindi le conclusioni pratiche del convegno, da tutti accettate e condivise.

Primo Convegno Regionale Zelatori e Zelatrici dell'EMILIA

Con speciale circolare erano stati invitati ad intervenire al convegno:

1° gli Zelatori, le Zelatrici e i Consiglieri dei Consigli locali;

2° i Cooperatori e Cooperatrici inviati dai dirigenti e che venivano con ciò indicati come adatti a divenire Zelatori;

3° i Delegati e le Delegate.

Intervennero: Mons. Carlo Grasselli, Vicario Generale e Direttore Diocesano dei cooperatori di Reggio Emilia, e altri Sacerdoti cooperatori.

Complessivi convegnisti: 85.

Alle ore 14,30 hanno inizio i lavori del Convegno nel collegio S. Caterina delle Figlie di M. Ausiliatrice. Parlò per primo il Direttore dell'Opera Salesiana di Ferrara Don Antonio Polatti, che illustrò il pensiero che essere Cooperatore Salesiano e molto più Zelatore della P. U., è una vocazione apostolica, che esige corrispondenza, fermezza, convinzione profonda.

Poi il Delegato Regionale D. Ceresa svolge il primo tema: Il Cooperatore Salesiano nel pensiero di S. G. Bosco e dei suoi successori; lo Zelatore come realizzatore integrale di questo pensiero.

Trae le seguenti conclusioni pratiche:

1° Il Cooperatore, e assai più lo Zelatore, è impegnato da una particolare libera elezione a vivere integralmente e nel migliore dei modi, secondo il proprio stato, la vita cristiana, che è essenzialmente vita di Grazia.

2° Il Cooperatore Salesiano (e lo Zelatore a maggior titolo) è il più valido e disinteressato sostenitore di ogni opera di bene che fiorisce nell'àmbito della propria parrocchia.

3° Lo Zelatore Salesiano e la Zelatrice, accettando questa qualifica, si impegnano a svolgere con particolare cura quell'apostolato specifico che viene loro affidato dai Dirigenti della P. U.

La seconda relazione viene svolta dal Delegato di Parma Don Arturo Bombardieri: Apostolato della stampa: apostolato tipico del Cooperatore Salesiano, specialmente dello Zelatore della buona stampa.

Il Conferenziere fu interessantissimo e la sua esposizione fece assai impressione.

Concluse l'assemblea il Rev.mo Mons. Carlo Grasselli. Egli ricordò che oggi la Chiesa è impegnata nella lotta per la cristiana educazione delle novelle generazioni e per la diffusione e difesa della verità. Don Bosco, grande genio pratico e grande cuore apostolico, ha creato la Famiglia dei Cooperatori e specialmente li ha sensibilizzati ai problemi della educazione giovanile ed alla difesa della Verità con l'apostolato della buona stampa. Incoraggiò i presenti a vivere questa vocazione salesiana come ciò che di meglio oggi possiamo fare per essere veri Cooperatori della Santa Chiesa.

Primo Convegno Zelatori della zona di VARESE

Domenica, 22 febbraio 1959, a Varese, presso l'Orfanotrofio maschile, diretto dalle F. M. A., ebbe luogo il primo Convegno zonale degli Zelatori e delle Zelatrici Salesiane. Vi parteciparono in numero di 40.

Il Convegno fu presieduto dal Delegato ispettoriale Don Vignato, insieme con il Direttore Salesiano di Varese Don Arnaldo Pedrini e il Delegato locale Don Alfredo Bandiera; presenti pure cinque Suore Delegate F. M. A., fra cui la Rev. madre Luigia Rotelli, Ispettrice emerita.

Celebrò la S. Messa il Direttore, che tenne al Vangelo una breve esortazione. Durante il sacro rito i Pueri Cantores dell'Orfanotrofio eseguirono scelti mottetti in canto polifonico.

All'aprirsi del convegno Don Vignato lesse il messaggio del Rev.mo Don Luigi Ricceri, Direttore Generale dei Cooperatori Salesiani. Vi si leggeva, tra l'altro:

Fu detto giustamente e fu pure stampato sul Bollettino Salesiano che gli Zelatori e le Zelatrici costituiscono la « spina dorsale» della P. U. dei Cooperatori. E non è forse vero che la vitalità di un Centro dipende dallo zelo di quel gruppetto di Cooperatori e Cooperatrici, che col loro apostolato fanno da lievito nella massa?

Si passò quindi alla trattazione del lo TEMA: Il Cooperatore Salesiano nel pensiero di D. Bosco.

Il Relatore Don Arnaldo Pedrini, attraverso a una succosa rassegna storica della P. U., presentò i punti essenziali del suo spirito e programma, sottolineando la caratteristica di « unione di buoni» che diventano Confratelli nella famiglia spirituale di Don Bosco, per migliorare se stessi, facendo del bene agli altri, santificando il lavoro e donandosi all'apostolato in umile collaborazione con la Gerarchia.

Don Vignato, ringraziato Don Pedrini, dal Manuale dei Dirigenti lesse le pagine riguardanti l'organizzazione della P. U., intercalando la lettura con commento.

2° TEMA: La funzione e gli impegni dello Zelatore in generale.

Il secondo tema è stato svolto da Don Vignato, il quale ha posto l'accento sulla necessità che lo Zelatore abbia disposizioni di grande docilità verso il Parroco e i Dirigenti della P. U. per il lavoro da svolgere in famiglia, nella parrocchia e nella società. Ha quindi invitato Don Bandiera a leggere sul Manuale dei Dirigenti la pagina che presenta il compito dello Zelatore, dopo averne distribuito copia dattiloscritta a ciascuno, e soffermandosi a trattare i vari punti.

3° TEMA: Incarichi specifici.

Anche questo tema fu trattato da Don Vignato suscitando vivo interesse da parte di tutti, per cui la discussione si prolungò fino alle ore 13.

Su pagina dattiloscritta, che ciascuno dei presenti ricevette, D. Vignato lesse le conclusioni pratiche del convegno, da tutti accettate e condivise.