BOLLETTINO SALESIANO

Periodico della Pia Unione dei Cooperatori Salesiani di Don Bosco

ANNO XXVIII - N. 8.   Esce una volta al mese   AGOSTO 1904.

SOMMARIO -- 4 Agosto!    225

Dell'educazione della donna    226 Collegi ed Ospizi salesiani per giovinetti . . . . 228

Pel Giubileo dell'Immacolata    228 Don Rua in Polonia . Per gli emigrati ,    230

Le feste di Nictheroy    230 Della Visita del R.m° Don Albera alle nostre Case d'America   232 Missioni : Patagonia Meridionale : da Punta Arenas ad Ultima Esperanza - Colombia: lettera di Don Evasio Rabagliati    238

Culto e Grazie dì Maria Ausiliatrice    246

Notizie compendiate: A Valdocco: dall'Italia: Biella, Casalmonferrato, Chieri, Genzano di Roma, Lanzo Torinese, Loreto, Macerata, Roma, S. Benigno Canavese, S. Giuseppe Iato, S. Gregorio ; Dalla Spagna: Barcellona, Isole Baleari ; Dalle Americhe: Buenos-Aires, Porto Povenir, S. Nicolas de los Arroyos, Santiago   250

Cooperatori defunti    255

4 Agosto!

Ecco una data che rimarrà scritta a caratteri d' oro nella Storia della Chiesa!

Il 4 agosto 1903, l'Em.m° sig. Card. Giuseppe Sarto, Patriarca di Venezia, dopo quattro gìorni di conclave, veniva eletto Successore di S. Pietro e quindi Vicario di Gesù Cristo. Oh! il fremito amoroso, che invase il mondo all'annunzio del faustissimo evento ! Quanto giubilo, quante benedizioni, quante speranze !

E appena corso un anno da quel giorno memorabile, e già tutto il mondo è meravigliato dell'amore, dello zelo e della vigilanza apostolica del regnante Pontefice. Infatti molti atti di Pio X, come ad esempio la felice restaurazione della musica sacra, la colossale codificazione delle leggi canoniche sapientemente decretata, e la visita apostolica indetta e già aperta in varie diocesi d'Italia, basterebbero da soli ad illustrare un lungo Pontificato.

Ma sopra queste glorie splende e primeggia la bontà e la soavità del cuore di PIO. Non s'era mai veduto il popolo di Roma varcare con tant'ansia affettuosa le soglie dell'apostolico palazzo vaticano e stringersi con tanta devozione attorno la persona del Papa ! Ma Pio X, che Iddio ci conservi ad multos annos ! all'altezza della dignità sublime congiunge mirabilmente il fascino che parte dal cuore.

Cooperatori ! in questa ricorrenza solenne, pellegriniamo noi pure in ispirito a Roma: e deponendo ai piedi del Papa i nostri voti pel i° anniversario della sua esaltazione, preghiamolo che ci benedica, affinchè la sua benedizione ci aiuti a rimaner fedeli al nostro programma molteplice, a gloria di Dio e della Chiesa, ed a vantaggio della civile società.

Dell'educazione della donna (1)

QUANDO sullo scorcio del secolo xviii stava per aprirsi in Francia quella rivoluzione, che di tante lagrime e di tanto sangue doveva essere, allora e poi, apportatrice, Mirabeau, il più potente corifeo di quella rivoluzione, gridò in Parlamento: « Se non arriveremo a trarre le donne all'opera nostra, alla nostra impresa, noi non riusciremo a nulla. » E le donne entrarono pur troppo anch'esse nella ridda. Predicata l'onnipotenza dell'istruzione, scuole a dismisura furono loro aperte, conferenze d'ogni fatta per esse istituite, per esse i salotti inondati di libri, di giornali, di fogli volanti, numerosi come le cavallette d'Egitto e tutti più o meno empi e pornografici; ad esse concesse cattedre le più elevate, tanto che, lusingate nella vanità, falsate nel carattere, traviate nella mente, guastate nel sentimento, alla dolce e queta vita della famiglia sottentrò in esse l'orgasmo torbido e violento de' clubs, dei parlamenti, delle piazze. E allora della donna per tal modo formata che fu? Lo dicano Thiers e Cantù, ossia i due più grandi storici che vantino Francia e Italia nel secolo xix. Le donne, narrano essi,. giunsero in Francia, a Parigi sopratutto, a tali profanazioni, a tali orrori da superare in ferocia gli uomini; esse le prime violare il palazzo de' Re, esse portare in trionfo le teste dei ghigliottinati, esse vilipendere nella Regina Maria Antonietta pur essa l'onestà di femmina e l'affetto di madre ; leonesse in battaglia, iene dopo la vittoria.

Che più ? Questi orrori noi li vedemmo ripetuti colà stesso, in quella grande capitale, pochi anni or sono. Sì, nel 1870, allo scoppiare della Comune di Parigi, furono vedute nella Babilonia francese belve in gonnella, con alla testa una poetessa famosa e professora nella Scuola Normale, recar sulle picche le teste allora allora recise dei martiri della Comune; furono vedute lanciar su di esse i più immondi vituperi, e, orribile a dirsi! succhiarne il sangue vivo vivo grondante. Son mostruosità che fan fremere la natura, ed io fui lungo tempo in dubbio se dovessi qui presentarle a voi. Ma la storia è storia, e la verità va detta anche quando è dura. D'altronde non vediamo noi prepararsi, non vediamo noi foscamente delinearsi sull'orizzonte, sia pure con varietà di modi, una non lontana rinnovazione degli stessi orrori?

Ma dunque, dirà taluno, dovrà l'istruzione essere vietata alla donna, e questa, condannata all'ignoranza, rimanersene essa sola stazionaria ed incosciente, quando tutto il mondo cammina e tutto si vuol sottoporre ad esame, a discussione? No, mai ; l'istruzione è un dovere per l'uomo come per la donna. Dotata com'essa è da Dio al par dell'uomo di facoltà fisiche, intellettuali e morali, ha diritto, ha dovere anche la donna di educarle queste facoltà ; ha diritto ad una coltura conforme alla missione che il Creatore le ha assegnata, ha diritto, in una parola, di essere istruita, diritto derivante dalla sua qualità di essere intelligente ed impostole inoltre dalle condizioni sociali dei tempi, condizioni che si fanno più esigenti ogni giorno che passa e per cui l'istruzione riesce per tutti indistintamente una necessità imperiosa. Io non arriverò a dire con Saint Marc Grandin che le società valgono in ragione di quel che valgono le donne, e che son esse le donne che determinano il livello della civiltà di un popolo. Bensì dirò che dal modo, con cui la donna compie la sua missione nel triplice stato di figlia, sposa e madre, dipende in massima parte il benessere degl'individui e della famiglia e che al compimento di quest'umile ed alta missione è assolutamente necessaria l'istruzione, la coltura, Ma dirò nello stesso tempo che questa coltura non basta da sola; anzi, ove sia separata dall'educazione, da un'educazione cioè seriamente e profondamente religiosa e morale, diventa uno strumento di perversione, un fornite al delitto, un'arma omicida. Poichè aguzzando l'intelletto e per nulla afforzando la volontà contro il male, una siffatta istruzione finisce per far anche della donna un animale terribile, per usar la frase di Montesquieu, che non conosce la sua libertà se non quando sbrana o divora. E non abbiamo noi veduto il principe dell' evoluzionismo , Spencer, sintetizzare, nell'ultima sua opera di due anni sono - Fatti e commenti - i suoi studi e le sue osservazioni con la conclusione di un ritorno doveroso alla Genesi, e maledire sull'orlo della tomba all'istruzione da lui per tanto tempo adorata, a quell'istruzione cioè che prescinde da ogni idea soprannaturale?

Il barone Moesina, Ministro di Stato del Giappone, di quel Giappone che in questi giorni maraviglia il mondo coll'altezza del genio, la sodezza della coltura e la potenza della forza, sventuratamente omicida, diceva poco fa in un Congresso a Tokio : « Io credo fermamente che abbiamo bisogno di una religione come base della nostra prosperità individuale e nazionale. Possiamo avere un potente esercito ed una grande marina. Ma se non porremo la giustizia a fondamento della nostra esistenza nazionale, non perverremo mai a sicuri felici risultati. E quando, prosegue l'illustre Statista, io mi guardo attorno per veder qual sia la religione, a cui meglio appoggiarci, mi convinco ogni dì più che quella di Cristo è la più piena di forze, di energie, di progresso pel presente e per l'avvenire. » Quale lezione in queste parole pe' pigmei della politica, che non osano pronunciare il nome di Dio, e pe' pipistrelli della cattedra, che pretendono far la guerra al sole!

Ma frattanto si vede quanto sia necessario che coll'istruzione proceda di pari passo l'educazione della vita umana ne' suoi tre primi ed influenti stadii, l'infanzia, la fanciullezza e la giovinezza, educazione che si inizia e si svolge nella famiglia, si continua e si assoda nella scuola, si attua e si compie nella società. Si vede quanto si rendano ogni dì più a tal effetto indispensabili quegl'Istituti, ne'quali una tal educazione vien data in modo efficace, serio e rispondente ad un tempo alle esigenze sociali del giorno; dove insomma colla coltura della mente proceda di pari passo l'educazione del cuore, col lavoro la pietà.

Son queste le considerazioni che indussero D. Bosco a consacrarsi all'educazione della gioventù dell'uno e dell'altro sesso; son queste le ragioni che lo mossero ad avocare a sè l'opera delle Figlie di Maria Ausiliatrice (1), ad organizzarla su solide basi e ad imprimerle quel movimento, a darle quel largo sviluppo che or la forma una delle più fiorenti ed estese Associazioni educativo-religiose de' giorni nostri.

Fra i molti Educatorii diretti dalle Figlie di Maria Ausiliatrice, ricordiamo quello di Nizza Monferrato, sotto il nome della Madonna delle Grazie, che ha tutte le scuole elementari, complementari, normali, corso esemplare di tirocinio e giardino d'infanzia pareggiati ; quelli di Chieri, sotto il titolo di Santa Teresa, di Casale (Istituto S. Cuore), di Novara, di Giaveno, e di Alì Marina col corso elementare e complementare completi ; quelli del Torrione di Bordighera, di Lino, di Varazze, di Cannara nell'Umbria, di Crusinallo, di Conegliano Veneto, di Bronte, di Mascali, di Trecastagni, e di Catania, con le elementari e corsi di perfezionamento.

(1) Dal Discorso inaugurale, detto dal Prof. DoN FRANCESCO CERRUTI nella solenne Accademia pel XXV° di fondazione dell'Istituto di N. S. delle Grazie in Nizza Monferrato, il 12 giugno u. s.

(1) È noto che l'opera delle Figlie di Maria Ausiliatrice ebbe umili inizii in Mornese per opera del Sac Domenico Pestarino.

Collegi ed Ospizi salesiani per giovanetti.

Oltre l'Oratorio di S. Francesco di Sales e l'Istituto di S. Giovanni Evangelista in Torino, l'Ospizio di S. Vincenzo de' Paoli in Sampierdarena, l'Ospizio del Sacro Cuore di Gesù in Roma, le Scuole di S. Paolo alla Spezia, l'Oratorio di Maria Immacolata a Firenze, l'Oratorio del Sacro Cuore di Gesù a Trino Vercellese, di N. S. della Misericordia a Savona, di S. Filippo e S. Francesco di Sales a Catania, di S. Luigi Gonzaga a Messina e Chieri, di S. Michele a Castellamare di Stabia, l'Istituto di S. Francesco di Sales a Faenza, e di S. Giuseppe a Macerata, l'Istituto Leonino ad Orvieto, D. Bosco in Verona, S. Giuseppe a Modena, S. Ambrogio in Milano, S. Lorenzo Prete Martire in Novara, della Madonna di S. Luca in Bologna, di S. Giuseppe in Alessandria, S. Davide in Legnago, San Rocco a Sondrio e l'Istituto Paterno D. Bosco a Castelnuovo d'Asti; vi sono i Collegi di Borgo San Martino, Lanzo Torinese, Fossano, Cuorgnè, Intra e Perosa Argentina in Piemonte ; Alassio e Varazze in Liguria ; Treviglio in Lombardia ; Este e Vogliano Veneto nel Veneto; Parma e Ferrara nell'Emilia; Colle Salvetti in Toscana; Trevi nell'Umbria; Loreto nelle Marche; Frascati nel Lazio ; Alvito e Caserta nel Napoletano ; Randazzo, Bronte e Terranova in Sicilia; Lanusei in Sardegna ; Balerna ed Ascona nel Canton Ticino, nonchè l'Istituto Salesiano di Trento nel Tirolo e il Convitto Italiano di S. Luigi a Gorizia.

In questi Collegi l'insegnamento comprende il corso elementare e ginnasiale, eccetto quello di Sondrio, dove vi sono soltanto le classi elementari; ed è impartito da maestri e professori patentati, a norma dei programmi governativi. Nel Collegio di Alassio vi è di più il Liceo. Nell'Istituto di S. Giovanni Evangelista in Torino si accettano eziandio esterni alla semplice scuola. Quello di Ascona ha classi preparatorie per giovani stranieri che desiderano imparare la lingua italiana; ed è raccomandabile anche per l'insegnamento del francese e del tedesco. Nel Convitto di Fossano e di Biella vi sono eziandio i regi corsi tecnici con le regie scuole ginnasiali.

Ai genitori poi che intendono di far frequentare dai loro figli i licei pubblici, pur continuando a mantenerli sotto la nostra direzione, raccomandiamo il Pensionato di Savona ed il Convitto Salesiano di Chieri.

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Per sopperire al bisogno sempre crescente di operai evangelici, il nostro caro Don Bosco di v. m., oltre i vari Ospizi e Collegi istituì pure l'Opera così detta di Maria Ausiliatrice, che ha per iscopo di raccogliere giovani adulti (dai 16 ai 3o anni), che abbiano decisa volontà di abbracciare lo stato ecclesiastico., facendo gli studi letterarii per mezzo di corsi appropriati. Per chi volesse più ampie notizie di quest'Opera, si è stampato un apposito programma, che si può facilmente ottenere rivolgendosi alla nostra Direzione, oppure ai Direttori dell'Ospizio S. Vincenzo in Sampierdarena presso Genova, delle Scuole Apostoliche in Torino (Via Carlo Vidua, z8), dell'Oratorio S. Giuseppe in Lego nelle Romagne, che ha pure annesso il corso elementare per fanciulli, dell'Oratorio di S. Luigi in Chieri e dell'Istituto S. Giuseppe in Pedara (Sicilia), che sono tutte case salesiane destinate appunto per gli adulti che desiderassero abbracciare lo stato ecclesiastico.

Pel Giubileo dall'Immacolata

Per l'Esposizione Mariana. - Notizie importanti.

INTERESSIAMO vivamente i nostri Direttori e Cooperatori a zelare con amore e sollecitudine quanto potrà concorrere a rendere più splendida quell'imponente manifestazione di pietà e d'arte, che sarà l'Esposizione Mariana. Noi ne abbiam parlato nel Bollettino di giugno ; raccomandiamo pertanto di rileggere attentamente il programma colà riferito ; e di proporsi, anche con qualche sacrifizio, di prendervi nobile parte.

Dal canto nostro, vorremmo che vi figurasse pure l'elenco completo delle Chiese, cappelle, altari, ecc. dedicati a Maria SS. Ausiliatrice in tutto il mondo. Attendiamo quindi, da chi dì ragione, i dati o le aggiunte necessarie.

IN udienza concessa a Mons. Radini Tedeschi, Segretario della Commissione Cardinalizia pel Cinquantenario del Dogma dell'Immacolata, il giorno 20 maggìo Sua Santità si degnava estendere le medesime indulgenze concesse per l'8 di ogni mese durante l'anno 1904, a tutti i tridui ed a tutte le novene e feste in onore dell'Immacolata, per celebrarne il Cinquantenario del Dogma, le quali si faranno entro gli anni 1904 e 1905, secondo le opportunità dei varii luoghi e paesi di tutto il mondo.

Ecco riassunte tali indulgenze

1. Indulgenza parziale di 7 anni e 7 quarantene a chi assista alla funzione della novena o del triduo ogni volta.

2. Indulgenza parziale di 300 giorni, toties quoties (cioè ogni volta) a chi visiti nei detti giorni la chiesa od oratorio pio in cui si fa la santa funzione.

3. Indulgenza plenaria a chi, per tre volte almeno, assista alle sacre funzioni sopradette, tridui o novene o festa; purchè confessato e comunicato preghi alquanto secondo la mente del Sommo Pontefice.

4. Tali indulgenze sono applicabili alle anime SS. del Purgatorio.

Don Rua in Polonia

ERA vivo desiderio del Successore di Don Bosco di rivedere quella regione, dove, da qualche tempo, sorgono molti baldi giovani anelanti alla missione della Pia Società Salesiana. Ve lo spingeva l'amor suo di padre, e la viva riconoscenza che egli sente così profonda per tutti i nostri benefattori.

Pertanto il 4 giugno, verso le 7 1/2 di sera, egli entrava nella città di Oswiecim della Polonia Austriaca, accoltovi festosamente dai giovani di quel fiorente istituto salesiano e dai molti zelanti Cooperatori. Appena giunto all'istituto, gli alunni gl'indirizzarono con gioia il loro affettuoso saluto ed eseguirono assai bene vari canti, composti per la circostanza dal Rev.mo Canonico Dott. Walczynski, della Cattedrale di Tarnów.

Un'ora dopo giungeva l'Ecc.mo Vescovo Ausiliare del Card. di Cracovia, Mons. A. Nowak, il quale rese colla sua presenza più solenne ancora l'entusiastica festa di Maria Ausiliatrice nel di seguente. E in quel giorno, domenica 5 giugno, si trovarono a mensa con Monsignore e D. Rua il Dott. Smolka dell'Università di Cracovia, due illustri deputati, il rappresentante del principe Oginski che all'ultimo momento fu impedito d'intervenire, vari redattori d'importanti giornali, molti nobili signori e venerandi ecclesiastici con a capo il Can. Szalasny, parroco della città - insomma una vera accolta di personaggi eminenti, i quali rinnovarono al Successore di D. Bòsco ed ai suoi figli tutta l'assicurazione della loro simpatia e deferenza, mentre Don Rua fu ben lieto di poterli assicurare della nostra imperitura gratitudine.

All'indomani D. Rua s'incamminò per Leopoli, per recarsi a visitare la seconda casa salesiana in Polonia, aperta poc'anzi a Daszawa. È Daszawa un paese posto a mezzodì di Leopoli, noto in tutta la Galizia pel suo celebre Santuario di Maria SS., la cui venerata immagine fu da poco tempo incoronata. L'apertura di questa seconda casa salesiana si deve allo zelo del benemerito parroco, il Can. Trzopinski, Prelato domestico di S. S., il quale nell'amare e favorire l'opera salesiana gareggia degnamente col pastore di Oswiecim.

In Leopoli il comitato dei zelatori e delle zelatrici salesiane si volle radunare al passaggio di D. Rua, il quale rimase meravigliato della degnazione dell'Arcivescovo S. E. Mons. Weber, che volle interrompere la visita pastorale per non mancare al salesiano convegno. Il nostro buon padre ebbe anche la consolazione di poter ossequiare Sua Em. R.ma il Card. Giovanni Kniaz de Kozielsko Puzyna, Arcivescovo di Cracovia ; - e in questo importantissimo viaggio constatò commosso, come la Divina Provvidenza prepari un vasto campo all'azione dei Cooperatori di D. Bosco in Polonia.

Durante il viaggio, il Successore di D. Bosco visitò pure altre case salesiane in Austria e in Italia. Delle sue fermate a Vienna e a Milano abbiam già dato cenno. A Lubiana assistè alla posa della prima pietra della nuova casa e chiesa salesiana. Compì la cerimonia il Vescovo Principe Mons. Jeglic, con intervento di tutte le autorità locali, civili e militari. La nuova chiesa sarà dedicata a Maria Ausiliatrice.

Anche a Conegliano e a Mogliano Veneto provò particolari consolazioni. A Mogliano constatò il buon andamento dell'istituto e il progresso della colonia agricola. A Conegliano benedisse l'abito religioso a due nuove Suore di Maria Ausiliatrice e ammise alla prima comunione 5 fanciulle.

Mentre scriviamo il sig. D. Rua è ormai alla fine di un altro lungo viaggio attraverso il Tirolo, la Svizzera, il Belgio e l'Inghilterra, del quale daremo un cenno ai benevoli Cooperatori nel prossimo numero.

Per gli emigranti

Sua Santità, Papa Pio X, arricchiva ultimamente d'indulgenze due brevi ma commoventi preghiere, che presentiamo a nostri Cooperatori.

La prima è in favore di coloro che abbandonano il suolo natio in cerca di miglior fortuna, ed è specialmente raccomandata ai loro parenti ed amici ed a quanti s'interessano del movimento dell'emigrazione. La seconda è particolarmente proposta agli stessi emigrati e ci sembra, che largamente diffusa, coopererebbe ossei a mantenere nel loro cuore l'amore alla religione ed alla patria.

Ecco le preghiere, arricchite ambedue di 300 giorni d'indulgenza, da lucrarsi ogni volta il giorno

I. Preghiera pegli emigranti.

« O gloriosissima Vergine, che nella vostra Immacolata Concezione vinceste il nemico del genere umano e riportaste tra i miseri figli di Eva la Grazia del Signore, accogliete con materna pietà le nostre suppliche pei nostri fratelli, che vanno in terre lontane in cerca di lavoro. Voi, o Vergine Santa, che siete sorgente di grazie e di benedizioni perenni, fate che gli emigranti non perdano mai la cattolica fede e siano sotto il vostro materno patrocinio sul mare e nelle remote contrade. Date alle loro famiglie la serenità e il conforto, e fate che essi tornino felicemente ai loro cari, a parlare delle vostre materne misericordie, o gloriosa e Immacolata Regina dell'universo ! Così sia. »

II. Preghiera degli emigrati.

« Vergine Immacolata, Stella del mare, vita, dolcezza e speranza nostra, Voi che provaste la amarezza della lontananza nella terra di Egitto, accogliete le preghiere che per noi vi rivolgono tante anime fervorose, e fate che non si allontani mai dal nostro cuore Gesù Cristo com'era sempre con Voi nell'esilio. Dateci, o Madre dolcissima, lena e lavoro, benedite le nostre fatiche, fate che i nostri parenti vivano tranquilli, e benedite ancora i nostri benefattori spirituali che pregano per noi nella patria. Otteneteci, o Maria nostra vivida Stella, la consolazione di tornare nelle famiglie nostre, per venire da questa terra ospitale, a ringraziarvi del vasti o materno patrocinio, o gloriosa ed Immacolata Regina dell'universo. Così sia. »

Come si vede, ambedue le preghiere sono rivolte alla Vergine Immacolata : è quindi anche un bell'omaggio a Lei il diffonderle il quest'anno giubilare.

Le feste di Nictheroy

A cavaliere d'un'amena collina, da cui si domina la splendida baia di Rio Janeiro, venne edificata nell'anno santo 19oo un'artistica torre (alta più di trenta metri) su cui sorge sovrana la statua di Maria SS. Ausiliatrice. Fu un omaggio a Gesù Redentore ed insieme un pegno d'affetto alla Regina del Cielo, che il Brasile volle consacrarle nel IV centenario della sua scoperta. Era quindi conveniente, che i fervorosi Brasileni, figli di quella terra che fu meritamente chiamata la terra dell'Immacolata Concezione, colà convenissero mensilmente durante l'anno giubilare dell'Immacolata.

Nella cronaca del Culto di Maria Ausiliatrice abbiamo accennato ripetutamente alle solenni funzioni mensili che si svolgono ai piedi del maestoso monumento ; ma la loro pompa costante e l'affetto ognor più intenso, con cui di, mese in mese vengono celebrate dai fervorosi Brasileni, ci hanno indotti a stenderne questo cenno speciale.

Le accennate solennità, così possiamo realmente chiamarle, quando non torni più commodo la domenica o altra festa seguente, sono ordinariamente fissate per l' 8 di ciascun mese. Al mattino, mentre il sole nascente indora le circostanti colline e bacia in fronte la statua torreggiante, traggono ai piedi del monumento in devoto pellegrinaggio, insieme cogli alunni dell'annesso istituto salesiano, anche numerosi divoti. È l'ora della prima messa campale, in cui viene amministrato ai presenti il sacramento della Comunione. Verso mezzodì poi, tornano gli alunni in cima al colle, e con loro salgono ad onorar Maria ancor più numerosi pellegrini. Ordinariamente è un Prelato che celebra questa seconda messa, dopo la quale un zelante oratore, da un palco eretto sotto un ampio padiglione, canta le glorie della Vergine Immacolata.

Anche l'Ecc.mo Presidente dello Stato, dott. Nilo Peçanha, con tutte le altre principali autorità, prese parte a tali funzioni. Che giorno fu quello! Celebrava il Vescovo diocesano: e come il venerando prelato giunse alla consacrazione, al suono dell'inno nazionale intonato da due bande ed allo sparo maestoso dei cannoni che tuonavano in segno di adorazione, si videro quelle migliaia di pellegrini prostrarsi devoti e silenziosi colla fronte al suolo !

A sera le cento e cento lampade elettriche che ornano la dorata immagine dell'Ausiliatrice si accendono insieme e fasci di luce di vario colore piovono su lei d'ambo i lati, offrendo ai bastimenti ancorati nel porto di Rio Janeiro una visione celeste. In quell'ora, molti vecchi marinai forse ripetono, tremanti di commozione, le preci apprese nella patria lontana!... Accendiamoci noi pure d'un santo ardore, o buoni Cooperatori, per festeggiare degnamente nei nostri paesi il Giubileo dell'Immacolata.

Anima e vita delle sette dimostrazioni trascorse furono gli Eccellentissimi Mons. Arcivescovo Giulio Tonti, Delegato apostolico, Mons. Gianfrancesco Braga, Mons. Lorenzo De Aguiar, Mons. Macedo Costa, Mons. Augusto Leone Quartim, Mons. Peixoto, il Rev.mo Abate Generale dei Benedettini del Brasile, i canonici Ama dor Bueno de Barros e Fernando Rangel, il missionario P. Dehaese e i Rev.mi Superiori dei Francescani e dei Cappuccini di Rio Janeiro.

Il S. Padre, informato di queste manifestazioni di schietta e fervorosa pietà, inviava ai membri della commissione organizzatrice l' Apostolica Benedizione; e la Commissione cardinalizia per le feste mondiali all'Immacolata, in segno del suo particolare apprezzamento, inviava al Collegio nostro di Nictheroy un bel ritratto del

S. Padre. Inoltre il I° marzo, il cav. Augusto Grossi-Landi, redattore-capo del periodico L'Immacolata, organo della commissione esecutiva romana (1), scriveva ai suddetti membri promotori queste gentili parole: « Vi posso assicurare che il vostro zelo fu per noi tutti un santo stimolo!... »

Torneremo diffusamente sull'argomento dopo la festa massima dell'8 dicembre venturo, in cui converranno ai piedi di Maria SS. Ausiliatrice tutte le Associazioni cattoliche del Brasile.

(1) Di stupendo formato, esce una volta al mese. Abbonamenti presso l'amministrazione in via Torre Argentina, n. 76 - Roma (per le due annate, giugno 1903 - giugno 1905, L. 10).

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Il Signor Don Rua, per assecondare il desiderio di molte famiglie cristiane che domandavano insistentemente uno speciale Convitto per alunni ascritti alle R. Scuole Tecniche e all'Istituto Tecnico ha deliberato di aprire a questo scopo un elegante e adattissimo istituto in Alessandria, dove gli alunni avranno tutte le cure richieste dall'igiene e tutti gli aiuti necessari alla riuscìta degli studi ed alla formazione religiosa e morale. Quelle famiglie pertanto, che intendessero approfittarne fin dal p. v. anno, sono pregate di richiederne il programma con qualche sollecitudine, perchè si possano fare in tempo le debite iscrizioni ed accordi. Le richieste sieno dirette al Direttore dell'Istituto Convitto S. Giuseppe - Via S. Maria di Castello, 7 - Alessandria.

DELLA VISITA del Rev. Sig. D. Albera alle nostre Case d'America (Relazione del Sac. Calogero Gusmano *)

NELL'EQUATORE

Alla Missione di Gualaquiza.

Mentre noi eravamo in Chiesa a ringraziare il Signore del felice viaggio concessoci, i Jivaros dei dintorni continuavano ad affluire alla casa della missione recando seco, per mezzo delle mogli, i loro presenti di yucca e di platani che gettavano, senza pronunziare parola, ai piedi di D. Albera, aspettandone il ricambio. D. Albera distribuì loro aghi, filo, ditali, specchi, coltelli, immagìni, medaglie, crocifissi, fazzoletti dai colori vivi, e simili gingilli, di cui sono avidissimi e tutto ricevevano con sensibile gìoia.

Ma chi sono questi Jivaros? mi proverò a darne qualche idea contenendomi, se mi sarà possibile, nei limiti ristretti di questi miei appunti.

A molto di quanto sto per narrare presenziammo noi stessi nelle settimane passate a Gualaquiza e dintorni. Viaggiando per l'Equatore avemmo la fortuna d'incontrarci col celebre P. Lasplanas, venerando religioso domenicano sugli ottant'anni, che fu il primo Vicario e Superiore di Macas e Canelos tra i Jivaros ; altre cose appresi dai nostri confratelli che da nove annì spendono i loro sudori per quella missione, e mi servii anche di quanto scrissero i Padri Domenìcani Migalli e Vacas.

Il tipo Jivaro - Suo ritratto.

Il Jivaro è il selvaggio il più simpatico, il più intelligente ; ma allo stesso tempo il più terribile e temibile. Non è alto come il Patagone e la cede allo stesso Coroado del Matto Grosso; la sua statura non supera di molto la nostra media ed è alquanto tarchiato; il suo portamento altìero però illude e fa apparire la persona più alta di quello che sia realmente; la testa ritta e maestosa rivela intelligenza; l'andare superbo ed irrequieto dimostra vivacità e fermezza. Nel Jìvaro tutto è naturale l'andare, la vita e la stessa esuberanza di vita.

Il volto è spaziosamente rotondo, sebbene non manchino alcuni ì cui zigomi sono assai pronunziati, ed allora la faccia è larga e piatta, leggermente convessa; il naso alquanto schiacciato, rinforzato sempre da larghe basì.

La capigliatura è abbondante, nera, del nero sfavillante della seta, e il Jivaro si rende tale a forza di cure e di tinte; straordinario è lo studio che vi mette per coltivarla, inanellarla ed ottenere che scenda graziosamente a far corona alla spartita che lascia vedere la bianchezza della sua testa; il color del volto è bruno, prodotto dal clima caldo e dalla trascuratezza ; tuttavia non è nero. Fu detto che il Jivaro è di color rame o fra il rosso-rame tendente al giallo: quest'illusione il più delle volte è prodotta dal tatuaggio di cui sono tanto appassionati. Consiste esso nello spremere su la palma di una mano certi granelli contenenti colori vivissimi coi quali dipinge il volto e tutte le parti della persona scoperta, ideando i dìsegni più strani e fantastici. Caratteristica del Jivaro è la mancanza assoluta di barba; pare ne senta vergogna, disegnandosi spesso formidabili mustacchi e alle volte dipingendosi completamente di nero la mascella inferiore. Lo ripeto: il Jivaro è un tipo attraente e simpatico, il tipo più perfetto dell'Indio, e poco o nulla ha da invidiare al tipo europeo; però di carattere perfido, astuto, egoista, vendìcativo, amante dell'ozio e del piacere, nemico di ogni legge o giogo che impedisca od ostacoli la sua assoluta indipendenza. Se si accorge che si voglia menomare la sua libertà, risponde arrogantemente che il Jivaro è libero, che nessuno è superiore a lui e può aver diritto ad assoggettarlo; non sopporta nè inspezione, nè testimonio e piuttosto sprezza la vita che abbandonare l'idea della sua libertà. Imbrutito dalle cose materiali e sensibili, non aspira che all'utile della vita presente.

Chozas, vesti.

I Jivaros dimorano ordinariamente in ampie case a forma di ottagono, che variano dai 12 ai 25 metri di lunghezza con una proporzionata larghezza. In ciascuna di essa vi abitano quattro o sei famiglie. Vengono Innalzate su fondamenta di chionta, detto legno-ferro per la sua durezza; il tetto acuminato è elegantemente lavorato e poggia all'altezza di cinque o sei metri; le case hanno due porte d'entrata, l'una per le donne, per gli uomini l'altra; dormono con accanto la inseparabile lancia, che brandiscono ad ogni minìmo rumore. Si dividono in tribù più o meno amiche e nemiche tra di loro occupando certe determinate estensioni di bosco ; alle tribù amiche li uniscono alleanze, parentadi e commercio; dalle nemiche son separati per odii mortali portati fino al delirio. Ordinarìamente prendono nome dalle rive presso cui stendono le loro tende e passano buona parte della notte pescando, e le ore più calde del giorno tuffandosi nell'acqua.

Quando una tribù è minacciata, allora il capitano costruisce la sua choza alla maggior altezza possibile, poggiandola su resistenti pali di cui la foresta non manca e circonda la sua aerea abitazione di inganni e trabocchetti e con una specie di tromba fa risuonare la sua voce a lunghe distanze per chiamarvi i suoi dipendenti alla guerra.

I mobili della casa son pochi: un letto formato da una tavola sollevata da terra circa un metro, inchinata e talmente corta che lascia sporgere ì piedi che vanno a posare su d'una stanga, avanti cui arde continuamente il fuoco: il Jivaro ha grande cura di tener asciutti i piedi. Non conoscono nè lenzuola, nè coperte, nè guanciali; ma si sdraiano come possono e dormono saporitamente. Gli utensili son presto numerati: poche pentole e scodelle di terra ; una canestra da caricar sulle spalle delle donne, una scure, una lancia ed alcune armi per la caccia, riservata unicamente all'uomo; un ampio ed allo stesso tempo leggerissimo scudo di legno in forma rotonda, del diametro di 70 o al più 80 cm. per difesa personale nei combattimenti; le lancie, per quanto impetuosamente scagliate, non riescono mai a trapassarlo; una faretra con freccie avvelenate, due specie di ceste che contengono rispettivamente il vestito o meglio gli ornamenti degli uomini o delle donne. Assai semplice è questo vestito: per gli uomini consiste in una larga fascia che cinge i reni e arriva alla giuntura delle ginocchia e si chiama itipi; il tarachi della donna è un po' più lungo ed ha quasi forma di una camicia senza maniche. Il rimanente del corpo lo ornano di pitture e quindi si dipingono coi colori più strani ed in mille maniere bizzarre e ridicole il volto, il petto, le braccia e le gambe; benchè le donne non con tanta cura. La pittura pel selvaggio è ciò che forma la sua preoccupazione principale; nei giorni di gala aggiunge ghirlande formate da specie di campanelli, dì conche, ossa di frutta ecc.

Visite ed eloquenza jivara.

Quando il Jivaro si dispone a far visita sospende al collo la borsa che contiene l'itipi, gli ornamenti di gala, lo specchio ed i colori ; si tuffi nell'acqua prima di arrivare alla casa di colui che vuol visìtare, scuote la lunga capigliatura, la pettina ed accomoda elegantemente , poscia cinge ìl tendema ch'è una corona di brìllanti penne; prende lo specchio e colla delicatezza di una donna colora il volto, dipinge il petto, si assesta tutto il corpo, stende ai renì il nuovo itipi e con un corno, che risuona maestosamente nei boschi, ne annunzia l'arrivo. Il suo saluto è quello di un Re che fin dalla prima parola vuol chiamare l'attenzione sopra della sua persona. « Vengo io » esclama con enfasi ; « vieni tu » risponde il padrone senza punto scomporsi dal suo trono. Allora l'ospite va a sedersi accanto senza aprir bocca ed aspetta l'invito del padron di casa, che non lo fa se non dopo aver scarmigliati i capelli e ricompostili, cinto anch'egli il tendema, cambiato l'itipi e colorato diligentemente il volto. Cìò fatto, siede dì fronte all'amico e gli cede la parola. Dramma splendido, dice il P. Vacas, che più che descritto vorrebbe ersere fotografato ! eloquenza più maschia mai non s'udì: è un gesto, un'azione selvaggia sì, ma naturale, patetica, elettrizzante, sublime. Non son uomini quelli alla cui conversazione noi presenziamo, ma leoni se i leoni parlassero accomoderebbero la criniera come i Jivaros; moverebbero le spalle e tutto il corpo, parlerebbero con la rapidità e il brio del Jivaro, sarebbero terribili ed assordanti come essi; il timbro della voce, rivelerebbe la forza del loro spirito e quanto temibili i loro progetti. Questa adunque è l'oratoria e la discussione del Jivaro : voce di Stentore ; il corpo tutto entra in azione, i piedi e le mani si muovono, il petto spazioso s'allarga, gli occhi scintillano, la fronte brilla come quella di un sovrano, la testa si scuote, la capigliatura si scioglie e scende sulle nude spalle. Sembra in sulle prime di trovarsi alla presenza di uomini ossessi, tal'è l'agitazione e la veemenza, tale la forza della voce e la potenza dell'immaginazione con cui parlano. Ed intanto mentre l'uno parla, l'altro non fa che rispondere: Sì; no; che più; come! va bene; così è, e ciò finchè l'oratore abbia completamente esaurita la sua arringa. Finito il primo, incomincia il secondo, al quale si risponde di nuovo con un sì; no; che più, ecc.

Quando i visitatori son molti, si delegano alcuni a parlare ed allora lo si fa all'aria libera, senza bisogno di tribuna, alla O'Connell. Immagini il lettore quattro Jivaros in piedi, di fronte, due a due, svelti, robusti, di membra formidabili, nel loro fiero abbigliamento, colla lancia in mano, ardendo di vendetta, circondati come di una atmosfera di furore, parlando forte e discutendo sopra l'avvenire della tribù, della famiglia e della propria persona e l'annichilamento del nemico. Le lancie vibrano nelle mani rapide e terribili e sembrano che vadano a conficcarsi nel petto del compagno, che immobile ed imperterrito lo guarda, gliela fa luccicare davanti , di fianco , sopra la testa, con tale destrezza che sorprende. Parla il Jivaro di battaglie, di vendette, di assassinii; ma non sembra che parli tanto il Jivaro quanto la lancia, o meglio parla il Jivaro, ma la lancia va dando vita a ciò che la parola esprime. Nell'Oceano le correnti agitano le immense masse delle acque; nella civiltà moderna l'elettricità sembra la leva che debba smuovere tutto il mondo; e l'elettrica scintilla sarà causa di tanti fenomeni fisici ancor non conosciuti o appena spiegabili : tra i Jivaros tutto questo lo fa la lancia, e la vibratezza della voce.

Un missionario , il P. Delgado, ch'ebbe a fare studii speciali nella lingua dei Jivaros ci dice che il jivaro è una lingua perfetta, filosofica, sentimentale e quasi si è per dire più ricca che la spagnuola o altra lingua europea.

Religione - La shanza.

Molto s'è parlato della religione dei Jivaros: non hanno, è vero, sacrificii e sacerdozio propriamente detto; tuttavia qualche cosa che realmente supplisca tutto questo vi si trova. Dico realmente supplisca, poichè ignorando quanto riguarda i dogmi di nostra santa religione sono talmente ingolfati nel materialismo e sensualismo che quasi non sanno concepire l'idea della spiritualità dell'anima. Ascoltano con incredula maraviglia la narrazione della creazione, della redenzione e sembrano loro, si direbbe, favole l'esistenza del paradiso e dell'inferno. Credono , se si vuole, in una divinità; ma una divinità inerte che per nulla s'intromette nelle faccende di questo mondo ; sicchè per loro, principio d'ogni bene sono le feste ; principio d'ogni male i nemici.

Festeggiano i nuovi sposi la piantagione della yucca e del platano; più solenne è quella del tabacco, così chiamata pel fumo che fanno inghiottire, ed è istituita per ottenere la moltiplicazione degli animali; ma la loro vera festa, la principale, quella che assorbe tutte le loro cure e per anni ed anni alle volte si perdono in preparativi, accumulando yucca, platani, animali suini e gran numero di anfore ove riporre la cicia, è la festa della shanza. La shanza! ecco qui un altro distintivo della barbarie del Jivaro. Pare che questa terribile vendetta sia un antico suo costume ; ucciso il nemico, ne spicca la testa, ne toglie le ossa, v'introduce una pietra rotonda, appositamente preparata, riscaldata in una maniera affatto speciale, del cui segreto è geloso depositario il Jivaro, e questa pietra una volta dentro contrae gradatamente e proporzionatamente i nervi in modo da ridurre la testa alla grossezza di un arancio, conservando inalterati i lineamenti e rendendo più vaga la folta, nera e lunga capigliatura. Processo stupendo se non fosse applicato in uso cotanto barbaro ! Anticamente le shanze si sospendevano ai pali, spargendole per la foresta a guisa dei busti dei nostri grandi nei pubblici giardini più rinomati. Il Bollettino ha parlato più volte delle feste della shanza ed ha pure illustrato le orribili scene (1).

Conosciuta la shanza in Europa, fuvvi un tempo in cui s'acquistava a prezzi favolosi, concorrendosi in tal guisa a stimolare l'efferato istinto. Opportunamente il Governo equatoriano proibì severamente simile commercio, ed i missionarii cercano d'inspirarne orrore agli stessi selvaggi ; e se non altro non si vedono più pubblicamente esposte, mentre prima pendevano dalle pareti delle loro choze, quali bandiere tolte in guerra dai conquistatori romani. Le shanze sono i loro trofei! Il Jivaro è tanto più buono e valoroso quante più shanze possiede: il mandatum novum di N. S. G. C. non è penetrato nel suo cuore, divorato continuamente da un odio che non si spegne.

Avvilimento della donna jivara - Non è la compagna, ma la schiava.

Si avvicinava il giorno della nostra partenza ; D. Albera che voleva formarsi un'idea esatta della missione, volle andare a visitare i Jivaros nelle loro stesse case ; c'interniamo adunque nel bosco; un Jivaros ed alcuni nostri confratelli ci son guida e nel bosco, ascosa, troviamo la prima choza. Non occorre domandare chi è il capo della famiglia: si vede subito. Là egli è re e re assoluto, dispotico ; padrone di vita e di morte ; le sue spalle mai si piegano al peso; le mani non brandiscono che la lancia il Jivaro è nato per la caccia e per la guerra, gli altri lavori sòn per la donna.

La donna! deve al cristianesimo s'è stata restituita alla sua dignità di compagna dell'uomo ; fuori della sua influenza divina essa non fu che schiava; compassionevole al sommo è la sua condizione tra i Jivaros ! Piccola di di statura, malmessa, coi capelli scarmigliati e trascurati quasi non le balena mai un sorriso sul volto, intenta unicamente a servire il suo padrone. Guai se gli cade in disgrazia! è finita per lei. Il pensiero che ciò può accadere senza la minima sua colpa ed anche ad onta di ogni sua premurosa diligenza è un'apprensione continua, mortale.

Era riservato al selvaggio, dice un autore inglese, mostrar al mondo fino a che punto d'abbiezione Satana ha potuto ridurre le figlie di quell'Eva ch'egli indusse alla colpa colla disubbidienza; era riservato al Jivaro soprattutto far pesare su queste sventurate creature tutti i mali d'un paganesimo invecchiato nella corruzione. Se il Jivaro fosse filosofo porrebbe di nuovo la quistione, come già si fece ai tempi di Nerone, se cioè la donna ha un'anima e se quest'anima è della medesima natura di quella dell'uomo.

Pei Jivaros la donna non è la compagna dell'uomo; non è osso delle sue ossa e carne della sua carne; ma ripeto una schiava; essa non può pretendere nè gli onori, nè i riguardi dovuti all'uomo. L'esser nata donna è già un castigo, un marchio d'infamia che la rende soggetta ad ogni privazione; anzi pare che l'uomo abbia la missione di farla soffrire e renderle la vita quanto più sia possibile pesante. La donna non deve mai agire di propria volontà: fanciulla, è in balia dei proprii genitori che possono cederla a chi meglio loro talenta, senza niuna intesa; maritata, diventa schiava dell'uomo; vedova, dei figli. Per essa lo sposo è una specie di divinità, cui non solo deve amore, fedeltà ed ubbidienza, ma un vero culto. Preparar il vitto e quanto altro occorre; servirglielo e non gustar se non ciò ch'egli avanza è la sua vita ordinaria. Ultima al riposo, prima ad essere in piedi. Oh! non è possibile all'europeo, avvezzo a vedere circondato il sesso debole di tutte le attenzioni che un animo ben nato suggerisce, non è possibile formarsi una idea esatta dei martirii della donna Jivara. L'abbandono, le sevizie, il disprezzo, mai un sorriso di simpatia o uno sguardo di compiacimento, sono il suo pane quotidiano.

Allevati all'odio e alla vendetta.

Dissi che la donna è la prima a levarsi e di buon mattino deve apprestare la cicia allo sposo che assorbitane varie tazze comincia la sua giornaliera prolusione: è una lunga parlata non interrotta in cui dà prova della potenza dei suoi polmoni, con un crescendo, con movimenti tali da spaventar chi non fosse preavvisato. Il tema è obbligatorio, non si fa che contar le proprie glorie, ripetere le vittorie riportate sui nemici; i prodigi di valore operati; levare a cielo i proprii antenati, magnificare gli amici, deprimere, annientare i nemici; e quando son presenti i figli, declinare i nomi, descrivere a tetri colori le barbarie commesse contro i proprii cari, eccitare l'odio, farne promettere vendetta, dire che ciò è loro obbligo, anzi dimostrare che i figli non hanno altro scopo di esistenza che quello di ultimare le vendette che il tempo e le circostanze non hanno permesso al padre e perpetuare così quella vita di continui tradimenti ed assassinii, di cui sono incapaci le bestie più feroci. E solo quando i figli hanno giurato odio implacabile e vendetta ad oltranza, il padre riprende : Benedetto il figlio che così farà; l'abbondanza riempia la sua casa; cresca florida e saporita la yucca (specie di nostra patata e migliore ancora) ; manchi mai la cicia ed il platano, e sian graditi al palato ; avventurata sia la famiglia e crescano numerosi i figli, valenti e robusti ad imitazione del padre ; si moltiplichino i maiali, ed i cani siano destri alla caccia; terribile la lancia, e la freccia, staccatasi dall'arco, mai non cada in fallo ; tornino dalla caccia e dalla pesca onusti di abbondante preda, siino lo spavento ed il terrore dei proprii nemici e restino sempre vittoriosi e financo il genio negro della foresta sia loro propizio e mai faccia del male. E subito dopo quasi a confermare sempre meglio i ferali propositi continua: Maledetti i figli pusillanimi e di animo vile che non sapranno glorificare le ceneri del defunto padre, che non lo vendicheranno del nemico e lo lascieranno umiliato e confuso colla polvere; sappiano che verranno meno al loro più stretto dovere; restino essi alla loro volta invendicati ; le loro ceneri dormano irrequiete il sonno dell'eterno oblio, senza giammai aver riposo; passino i nemici calpestandoli con impuro piede e le loro teste servano di trofeo al vincitore !

A questa diceria il pensiero spontaneo corre alla patetica benedizione del patriarca Isacco a Giacobbe, quando dopo averlo baciato in fronte lo benediceva dicendo: « Dia a te il Signore la rugiada del cielo e la pinguedine della terra e l'abbondanza di frumento e di vino. E servi a te siano i popoli, e ti adorino le tribù: sii tu il signore dei tuoi fratelli, e s'inchinino dinanzi a te i figliuoli della tua madre. Chi ti maledirà sia egli maledetto ; e chi ti benedirà, sia di benedizioni ricolmo ». Che diversità! E pensare che questa idea della vendetta il jivaro la succhia col latte della madre ; anzi cessa presto questo, ma continuamente s'inculca quella, tutte le mattine indispensabilmente, e nelle circostanze più solenni; e si arriva al punto di prendere prigionieri piccoli jivaros e condurli vivi alle choze per farli trucidare dai proprii figli e toglier così loro la ripugnanza che naturalmente si sente nel versare il sangue del proprio simile. Questo spiega la causa delle eterne, accanite lotte dei jivaros. Essi non hanno altare ; ma se l'avessero, ad imitazione di Annibale fin dalla più tenera età e le cento volte al giorno giurerebbero vendetta ed esterminio contro i loro nemici.

Frattanto il jivaro ha assorbito una dozzina di tazze della spumante cicia; il sole comincia a far penetrare i suoi raggi ed il re di morte e di vita ingoia più piatti di fumante yucca fino alla sazietà ; e poscia, prese le sue armi, eccolo alla pesca o alla caccia o a far qualche visita.

Mathe, mote e cicia

Percorrendo l'America, più di una volta avevamo dovuto farci violenza per bere il mathe, bevanda aromatica sì, ma che bisogna succhiare alla stessa cannetta già stata introdotta nella bocca di tutti i presenti, anche di coloro che masticando tabacco sputacchiavan nero; avevam spenta la sete con certi liquidi, in cui non era certo necessario il microscopio per vedervi molti piccoli insetti ; il mote, granturco bollito, alle volte neppur con sale, ci aveva attutita la fame, ed io passavo per uno dei meno schifiltosi, giacchè mi adattavo a bere ciò che confratelli da anni in America non avevano saputo appressar alle loro labbra. E veramente ci vuol buon stomaco per poter impunemente trangugiare quella minestra che le indie ci preparavano dopo aver strofinato colle loro sucide mani tutto quanto stava bollendo, e quasi non contente ad ogni momento introducevano nella pentola il dito e lo succhiavano per assaggiare quel cibo che doveva essere il nostro ristoro! Una sera, inzuppati d'acqua, intirizziti dal freddo, stavamo attorno al fuoco che faceva bollire la nostra cena; D. Albera però a quella continua operazione d'immergere e succhiare il dito, di assaggiare e rimettere nella pentola quanto restava nel cucchiaio dopo averlo introdotto nella bocca, mi disse: Lo stomaco mi si rivolta; usciamo ! Eppure quella minestra l'abbiamo mangiata; ma la cicia, la cicia non fu possibile berla. Dico il vero, mi lusingavo che avrei fatto questo supremo sforzo ; sapevo che il jivaro l'offre sempre a chi lo visita e che ritiene offesa non accettarla ; ma m'ingannai.

Juanchi e Brujos.

I Jivaros quanto robusti, altrettanto son nemici del lavoro ; sottomessi ad un' igiene selvaggia sì, ma non condannabile, raramente s'ammalano e quasi non ne hanno il tempo, poichè si distruggono glì uni cogli altri. Tuttavia anch'essi hanno ereditato i castighi da Dio inflitti ai nostri primi padri nel cacciarli dall'Eden e qualche volta s'ammalano essi pure. Credono all'influenza del juanchi, il demonio, ma stimano però non abbia potere che sulle donne, i fanciulli e sopra i vigliacchi ; quando s'inferma un giovane coraggioso, un guerriero valente, un invitto capitano, la loro superbia fa credere che ciò non può essere che opera di un brujo insigne, vale a dire di un uomo sovrumano: tal è il concetto ch'essi hanno dei brujos. I Jivaros non sanno capacitarsi che Iddio, buono, possa permettere e tanto meno volere la morte; quindi il paziente sul suo letto di dolore non fa altro che lamentare la sua sorte e scongiurare si trovi un brujo valente che venga a togliere dal suo corpo i maleficii ed allo stesso tempo indicare chi li ha introdotti per prenderne aspra vendetta.

I brujos non sono tanto medici, quanto genii malefici, per non dirli assassini, dei poveri jivaros, non già perchè inoculino realmente il male o somministrino rimedii nocivi, bensì perchè pare abbiano ricevuta la triste missione di attizzare sempre più il fuoco della vendetta che li divora ; ad ogni infermità, ad ogni morte essi hanno da indicare chi n'è stato l'autore e si sa tra i Jivaros la minor pena è quella della morte, e morte tale da degradarne le leggi draconiane.

I brujos sanno che se l'infermo non guarisce la vendetta il più delle volte si scatena anche contro di loro ; quindi se la malattia è grave e non v'è speranza di guarigione, raro è che si trovi chi ne accetti la cura; e quando non possono esimersi fanno le loro visite durante la notte nascondendo freccie, ragni, mosche, ecc. e poi succhiando la parte inferma dell'ammalato dicono d'aver cavati dal corpo quegli oggetti intromessi dal tale o dal tal altro aggiungendo che l'infermo non potrà guarire se non ne prendono vendetta.

Difficoltà di convertire il Jivaro.

Quanto ho narrato fin qui non è già del Jivaro ammansato e dirozzato dal missionario, ma dei Jivaros tuttora selvaggi, dei quali pare accertato che nel territorio di Mendez e Gualaquiza vivano ancora parecchie migliaia. Noi pel momento abbiamo un centro solo di missione, a Gualaquiza; per arrivare a Mendez è necessaria una guida e sei o sette giorni di cammino attraverso la vergine foresta, costretti il più delle volte ad aprirsi a forza di scure il cammino.

A noi mancano anche i mezzi pecuniarii e soprattutto il personale. Non è infatti prudente esporre al furore cieco del selvaggio la vita di uno o due missionarii ; convien sempre in queste missioni vi sia un discreto numero di persone e fare alle volte ostentazione della propria forza e della potenza delle armi, unico argomento o almeno certamente il migliore che persuada il selvaggio al rispetto.

Le difficoltà per evangelizzare i Jivaros son maggiori di quanto si possa immaginare: son tre secoli che si lotta con sempre maggiori difficoltà, e basta dire che i figli di S. Ignazio di Lojola e di San Domenico, questi veri modelli di apostolico zelo, noti per la loro speciale attitudine, prudenza ed abnegazione spinta fino all'eroismo, ben poco hanno ottenuto in confronto alle fatiche spesevi.

Vita sacrificata dei missionari.

Il sacrificio è la prima cooperazione che Iddio richiede dal missionario per la redenzione del selvaggio. I nostri generosamente l'han fatto quando distaccandosi con gli occhi gonfi dalle braccia del moribondo Padre Don Bosco, salparono per l'Equatore. Abbandonare la famiglia, la patria, lasciare superiori e confratelli coi quali si son passati i primi anni di giovinezza; rinunziare a mille speranze ed ideali per seppellirsi in una foresta tra gente che non sa apprezzare il sacrificio e spesso lo contraccambia colla più nera ingratitudine, è ciò che m'ha sempre dipinto il missionario quale una creatura sovrumana, e ciò che forma la prova più bella della divinità di nostra santa religione.

La casa che abitano i nostri missionarii è quanto mai misera; intonacata, come dissi, di fango, spesso questo screpola e cade, lasciando larghe fessure, che, per tacere degl'inconvenienti, dirò che procurano il vantaggio di rinnovare continuamente ed anche troppo continuamente l'aria. Essendo molto umido il pianterreno, si dovette alzare un secondo piano; ma in alcune camere non è ancor lecito camminare tranquillamente, bisogna misurare il passo da una trave all'altra perchè gl'intermezzi non sono pieni; mancano ancora le tavole che dovranno formare il pavimento. La deficienza d'imposte alle finestre li espone al pericolo di essere, durante la notte, ingordo pascolo degli avoltoi. Il clima caldo e snervante richiederebbe un cibo sostanzioso e a brevi intervalli com'è costume nel Brasile : tutt'altro però è quello dei nostri confratelli. Non so quale sia il loro vitto durante l'anno; posso però assicurare che durante la permanenza del visitatore straordinario a Gualaquiza non abbiamo visto a tavola nè pane, nè vino; la minestra era indispensabilmente condita con platani tagliati alla maniera delle nostre patate; tra platani arrostiti si perdeva quel poco di carne secca riscaldata, di cui non tutti i denti potevano vincere la reistenza; di platani con zucchero era composta la frutta e su verdi foglie stavano distesi quattro o cinque bianchissimi platani bolliti per chi non sapesse rassegnarsi senza l'illusione del pane. Lontani quei nostri confratelli da qualunque centro di popolazione tre giorni almeno di cammino, solo a dati tempi fanno le loro provviste ; ma la farina, quando non l'incoglie la pioggia, si bagna spesso nell'attraversare i torrenti; e poi l'umidità stessa ed il calore di Gualaquiza, non si sa come, generano ben presto un verme che la rende inservibile. L'aspetto poco florido dei confratelli era un dolor grande per D. Albera; più d'uno soffriva agli occhi ; in quasi tutti indebolisce la vista ; macilenti, mal si reggono in piedi. D. Albera m'andava ripetendo : Non è possibile che questi confratelli possano durare lungamente con un simil clima e trattamento: bisognerà cambiarli dopo un dato numero di anni: ciò è una necessità. Non uno però che abbia domandato di essere rimosso: il sacrificio di quei buoni confratelli è completo, generoso; ogni pensiero, ogni loro sollecitudine non ha altro di mira che il miglioramento di quei poveri selvaggi.

(Continua).

(1) Cfr. Boll. di aprile e maggio 1894 e settembre 1895

MISSIONI

Patagonia Meridionale

Da Punta Arenas ad Ultima Esperanza.

(Lettera di D. Maggiorino Borgatello) REV.MO E CARISSIMO SIG. DON RUA,

Anche quest'anno per divina disposizione e bontà di Mons. Fagnano, fui incaricato di una missione nel campo della Patagonia. Siccome la cattiva stagione non permetteva di più, percorsi solo il Territorio Chileno, lasciando ad altri di fare altrettanto nella parte Argentina della Prefettura Apostolica. La missione durò 28 giorni, ed eccone alcuni appunti.

All'isola Dawson - Il Duca degli Abruzzi - In viaggio - Il Salto e Mina Marta - In cerca di una povera famiglia - Verso Ultima Esperanza.

Incominciai coll'andarmi a cercare sei cavalli nella nostra missione di Dawson, per non comprarne dei nuovi. A tal uopo m'imbarcai sul Sur di Punta Arenas, piccolo battello a vapore, il 2 1 febbraio, in compagnia del Sig. Governatore Ecclesiastico D. Carlos Maringer, che desiderava conoscere quella nostra missione, e dei confratelli D. Pietro Marabini, D. Boido, Giovanni Kuscoire, e di tre giovanetti di Punta Arenas, uno dei quali, un certo Dubois, orfano francese, doveva poi rimanere in Dawson per ingrossare le file di quei ricoverati. La traversata dello stretto fu molesta a tutti, a causa del pessimo tempo che c'incolse. Il piccolo battello sembrava fosse divenuto lo zimbello delle onde: per cui dovevamo tenerci stretti con ambe le mani, se non volevamo cadere malamente.

Come Dio volle, dopo cinque ore di quella cattivissima navigazione, giungemmo alla Punta San Valentin ove trovasi la missione del Buon Pastore; donde dopo due ore di sosta continuammo il viaggio per la Missione di S. Raffaele. Il giovanetto Dubois, al porre piede a terra, mandando. un gran respiro, esclamò: Di qui non mi muoverò mai più! Il poverino aveva patito tanto il mal di mare, che per non trovarsi un'altravolta in simile frangente era disposto a rinunziare per sempre a ritornare a Punta Arenas. Il tempo ci colse con un torrente d'acqua che pareva un diluvio e continuò così per tutta la notte. Verso le dieci del giorno seguente, essendo cessata la pioggia, si caricarono i cavalli e molti animali bovini destinati a Punta Arenas. Il ritorno fu poco dissimile dall'andata; però il battello non bilanciava più tanto dai fianchi, ma solo da poppa a prua, ricevendo spessso scosse fortissime pel rompersi delle onde contro la prua, da sembrare che si dovesse fare a pezzi. Si giunse a Punta Arenas a mezzanotte.

Mentre faceva i preparativi per viaggio arrivò a Punta Arenas S. A. R. il Principe Luigi di Savoia, duca degli Abruzzi, sull'incrociatore Liguria. Trovandosi Mons. Fagnano alla Candelara, il Direttore D. Bernabè, Antonio Bergese ed il sottoscritto andarono tosto a far visita a bordo all'illustre Principe. Giunti al molo lo vedemmo scendere dalla sua lancia a vapore, vestito da borghese, e diretto in città pei un passeggio. Lo salutammo a nome di tutti i missionari Salesiani di Punta Arenas e adiacenze, e lo invitammo a visitare il nostro Collegio. Sua Altezza ci chiese se eravamo sempre nel luogo ove ci aveva visitati anni sono, e se vi erano sempre gli stessi missionari. Avutane risposta affermativa, ci assicurò che sarebbe venuto a trovarci di quella sera, o la mattina seguente. Sorrise affabilmente quando udì che avevamo letto il suo libro sul viaggio al Polo e che sentivamo profondamente la sua disgrazia di esser egli tornato dalla sua coraggiosa spedizione con alcune dita mutilate. È niente, è niente; rispose, e ci strinse la mano con effusione di cuore. Quanto è simpatico questo augusto e nobile giovane! Portavamo con noi alcune curiosità locali e degli indii ricoverati nelle nostre missioni, cioè, fotografie, archi, frecce, ecc. e lo pregammo che volesse gradire quel piccolo presente come segno della nostra stima ed affetto ed egli si degnò accettarle colla più squisita bontà, ordinando ad alcuni marinai che portassero quegli oggetti a bordo nel suo gabinetto. So che li esaminò minutamente e si degnò di farli vedere a tutti gli ufficiali, ritenendoli presso di sè come ricordi della nostra missione di Punta Arenas. Venne poi a farci visita, lodando altamente l'incremento della nostra missione, ammirò il nostro piccolo museo territoriale, e l'osservatorio metereologico; e, partendo, ci lasciò una bellissima limosina pei nostri orfanelli. Il Signore gli renda il cento per uno e lo ricopra ognora colle ali della sua Provvidenza.

In compagnia del catechista Paolo Cofrè, arrivava la sera del 27 febbraio alla casa del signor G. Cordonnier, francese, al Passo dello Struzzo, dove amministrai un battesimo ed una cresima. Si trovava colà radunata molta gente pel mercato, che il giorno seguente, essendo domenica, venne tutta ad ascoltare la S. Messa. Qui passai due notti senza poter dormire, causa i muggiti di 30o animali, racchiusi in un vicino recinto. In seguito visitai le aziende dei signori Rocca, Roux Ladouch, Jousseaux in Polomares (dove amministrai due battesimi, otto cresime e due comunioni) e di là passai alle aziende di Meric e all'Hòtel del sig. Detaille in Rio Verde, dove celebrai in un elegante salone, servendomi la messa il figlio Ernesto che studia nel nostro Collegio di Punta Arenas, che era a casa per le vacanze.

Il panorama di Rio verde e del Canale detto di Otvay è magnifico. Le poche case, pitturate a varii colori e col tetto rosso, si trovano sulla spiaggia del mare, che là si restringe in un canale di circa 300 metri, che per alcune miglia serpeggia a guisa di un fiume ; all'altro lato del canale, di fronte alle case, giace un'isola detta pure di Otvay, e dietro le case sorgono piccole colline verdi, cui fan contorno in lontananza alte montagne coperte quasi sempre di neve.

In Rio Verde vi è una grande manifattura di grasso, la quale nei primi tre mesi di quest'anno uccise più di tre mila giovenche, oltre molte migliaia di pecore vecchie.

Al di là di Rio Verde, visitammo l'azienda del sig. Dudis, olandese, e protestante, ma che ci trattò molto bene. Questo signore ha per cuoco un giovanotto torinese il quale si fa molto onore. Anche gli altri famigli sono tutti cattolici, e tutti ascoltarono la S. Messa, anzi alcuni fecero anche la Comunione. Rimessici in viaggio, sempre sulla spiaggia del Seno di Skyring, Aguas del Despejo, toccammo il Salto e Mina Marta. Il Salto è una bellissima cascata d'acqua limpidissima dall'altezza di dieci o dodici metri, quasi presso la spiaggia, circondata da folti alberi, che rendono quel luogo incantevole. L'acqua sgorga da un alto monte, distante di là circa 6 kilom. detto

Cerro Castillo (Monte Castello), poichè ha tutta la forma di un castello medioevale, con torri e merli che paiono fatti ad arte, mentre sono scherzi della natura sulla viva pietra. Non sono molti anni che a Mina Marta essendosi trovati alcuni giacimenti di carbon fossile, erasi costituita una società francese per estrarli. Si fecero molti lavori di escavazione che da principio diedero buoni risultati ma che poi riuscirono inutili; si edificarono molte case, si fecero venire macchine, si costrusse un tronco di ferrovia, spendendo in questi preparativi più di un milione di pesos, altri dicono tre milioni di franchi; ma poi si dovette abbandonare l'impresa perchè il carbone non era buono. Oggi tutto è abbandonato; le case furono incendiate dai selvaggi. Per guadare il Rio Grande , ora chiamato Rio Perez, che ha una grandezza di circa 5o metri alla foce ed è molto profondo, dovemmo risalirlo circa due chilometri verso la sorgente. Quindi, vedendoci sbarrato il cammino da un'alta montagna, ci fu mestieri camminare per vari chilometri sull'orlo del mare fra pietre enormi, precipitate dal monte, e sempre nell'acqua che arrivava fin sopra le gambe del cavallo. Ma alla fine neppure questo cammino ci fu permesso, chè l'acqua divenne assai più profonda e dovemmo inoltrarci in un bosco fittissimo, il cui suolo era un profondo pantano. Così camminnammo un sei ore! Finalmente arrivati all'ultima punta Sud della baia di Skyring, trovammo la dimora di una famiglia europea che aveva 5 bimbi da battezzare, unico fine che ci aveva spinti fin là. Povera gente! segregati da tutti, lontani da 9 anni da ogni convivenza civile mi parvero divenuti selvaggi. Infatti dovetti sudare non poco, per avvicinarmi a quei figliuoli, che al primo vedermi fuggirono spaventati! Ma poi ebbe la consolazione di rigenerarli tutti col S. Battesimo, e di amministrar loro anche il Sacramento della Cresima.

Tornati a Rio Verde, ci rimettemmo in cammino verso Ultima Esperanza. Per via visitai tre famiglie chilene numerosissime. Finalmente apparve dinnanzi a noi la Laguna Bianca, cioè un lago assai vasto di cui non si fa il giro a galoppo in meno di otto o dieci ore. Qui trovansi le aziende del sig. Wagner, tedesco, i cui figli educati nei nostri collegi conservano assai cara ricordanza dei loro istitutori; e poco lungi s'incontrano le aziende dei sigg. Arnaud e Bombalot, francesi. A Morros Chicos visitammo altre aziende e negozi appartenenti a francesi, inglesi, alemanni, chileni ed italiani. Di là vòltici a Morros Grandes, sopra il territorio Argentino, per prendere il cammino verso Ultima Esperanza, dovemmo traghettare varii fiumi considerevoli, quali sono ad es. il Rio Esperanza, il Tranquilo, il Penitente, il Ruben, il Turbio: questi ultimi tre formano il Rio Gallegos presso a Morros Grandes. Finalmente valicammo la Cordillera e giungemmo ad Ultima Esperanza.

L'avvenire d'Ultima Esperanza - Ai piedi della Sierra Dorotea ---- All'Hotel - La grotta del Mylodòn - 19 settembre 1903 - Poveri Tehuelches !

Sulla via del ritorno.

Son pochi anni che questo confine del Territorio di Magellano si va popolando. Il panorama che presenta a chi viene per la via di Morros Grandes, passando alle falde della Sierra Dorotea (un cordone di monti di circa 500 metri sul livello del mare) non potrebbe essere più incantevole. A sinistra si vede in alto una corona di altissime montagne acute, di un'altezza media di 1500 metri, coperte di nevi perpetue; e in basso modeste colline, coperte di folti alberi o di arbusti od erba. Nel piano giace pacifico il mare a guisa di un lago, che formando mille isolette e penisole, per varie miglia non misura più di mezzo chilometro di larghezza. Sembra di vedere il lago di Ginevra. A destra vi sono monti dell'altezza di circa 500 m. sopra il livello del mare e fra questi ed il mare si estende una fertilissima valle con erba foltissima e molti arbusti. Il clima è alquanto migliore di Punta Arenas; infatti la vegetazione è più vigorosa e si vedon molti altri arbusti e piante che a Punta Arenas non si conoscono, così pure vi abbondano gli uccelli di molte specie. Nei diversi porti o seni che forma il mare si vedono case, negozi, osterie, e tettoie per depositi, di proprietà di tedeschi, russi, francesi e chileni. In porto Arturo Prat si è tracciato un piccolo paese e si sono distribuiti i terreni a tal fine, oltre cento lotti di m. 25 per 25 per fabbricarvi case. Pare vi sia entusiasmo per venire all'opera. Col tempo Ultima Speranza diverrà certamente un centro importante. Ogni mese, ed anche più sovente, ha dei battelli che fanno servizio con Punta Arenas, il che facilita l'incremento della nuova popolazione.

Poco prima di approdare ad Ultima Esperanza, ai piedi della Sierra Dorotea, m'imbattei in un povero vecchio, che veniva tutto solo sopra una giumenta, adagio adagio, piangendo pei vivi dolori che sentiva per tutto il corpo. Le ruote di un carro gli erano passate sopra i fianchi, e il poveretto credeva di morire da un momento all'altro. Appena mi vide, tutto si rallegrò e chiese di confessarsi. Era un buon chileno che abitava a cento chilometri di là e desiderava di poter arrivare a casa prima di morire. Non so se vi sarà riuscito!... Senza che scendesse di cavallo, lo confessai, con somma sua consolazione! Il Signore gli fece questa grazia, che un anno fa negò ad un altro operaio, colpito dalla stessa disgrazia, e che moriva nel deserto senza verun conforto, quasi nello stesso luogo, dove era caduto quest'ultimo. I giudizi del Signore sono imperscrutabili.

Ad Ultima Esperanza prendemmo alloggio in un modesto albergo detto Libertad nel porto Condor, dove erano tre famiglie che fra tutte avevan quattordici fanciulli. Preferii quest'albergo, nell'intento di fare un po' di bene a questi fanciulli: ma la prima notte, nonostante la stanchezza grandissima, la passai bianca affatto. Ci eravamo ritirati poco dopo le nove e mezzo, e verso la mezzanotte, stava per addormentarmi davvero, quando entrarono nell'Hòtel, tre ubbriachi, i quali salirono schiamazzando al piano superiore e di lì a poco tempo uno di essi ebbe l'idea peregrina di trascinare fin là sopra un cavallo, col quale si divertirono tutta la notte. Si pensi al mio riposo! Al mattino appena vidi il padrone, che insieme con tutta la famiglia aveva dormito in altra casa vicina, protestai; ma egli mi disse tranquillamente che il caso non era affatto nuovo al suo albergo... Pazienza! dissi fra me, proveremo a dormire quest'altra notte!

Esiste in Ultima Esperanza una grande caverna conosciuta col nome di Cueva del Mylodón. Essa dista circa un'ora a cavallo dal Porto Condor, ed è situata sopra un colle di 330 metri sul livello del mare. È una vera meraviglia della natura. All'entrata misura 8o metri di larghezza per 5o di altezza; è profonda 8o m. La vòlta è liscia, e pare che vi sia passata la mano dell'uomo. Man mano che s'interna, le sue proporzioni diminuiscono gradatamente, cosichè al fondo non misura più di 15 metri per 10. L'interno è chiarissimo fino in fondo. Ha una sola spaccatura nella vòlta, verso il mezzo, che pare dividerla in due corpi, il primo, più alto, verso l'entrata, l'altro, più basso, verso l'estremità. Il colle, sopra l'entrata della caverna, si alza ancora più di 5o metri ed è perpendicolare a guisa di una muraglia. Sembra formato di ghiaia e fango, che pare cemento. Un terzo della caverna, a partir dall'entrata, è di detta composizione: il resto è di viva pietra. Presso l'entrata si vedono sei o sette grandi ammassi dello stesso terriccio del colle che devono essersi distaccati dal monte stesso, molti anni sono, poichè sopra di alcuni crescono arbusti e piante alte più di due metri. Sotto di uno di questi ammassi abita un austriaco, che qui costrusse la sua cella come un eremita, con rami d'alberi, il quale è detto comunemente il Mylodòn, perchè fu questi che scoperse le ossa ed il cuoio di detto animale antidiluviano nella caverna oggi conosciuta con questo nome. Tali avanzi furono venduti ad alcuni musei d'Europa a prezzi favolosi. Anch'io ebbi il piacere di percorrere questa grotta da una estremità all'altra, e ne riportai alcune curiosità pel nostro museo di Punta Arenas, alcune pietre, della polvere che sembra tabacco, un osso e un pezzo di cuoio di mylodòn, col pelo setoloso lungo circa 10 cm. La cueva è asciutta, ad eccezione di un punto, in cui filtra dall'alto dell'acqua, che ivi forma una piccola vasca limpida e fresca. Il suolo è stato rivoltato le cento volte, ma ne' vari scavi vi si poterono trovare molte ossa di animali antidiluviani, ed altre 27 qualità diverse di animali che oggi più non esistono.

Ad Ultima Esperanza benedissi un cimitero posto in un'isoletta di fronte a Porto Artur. Dieci cristiani dormono già colà il sonno eterno. Uno è stato schiacciato da un carro, un altro assassinato, due altri morirono annegati ecc., ecc    Questi che si annegarono passarono repentinamente dal tripudio alla morte. Era il giorno delle feste patrie, 19 settembre 1903, e vari giovanotti, alquanto brilli, si posero in mare in due barchette per fare una gita; il mare era tranquillo, il giorno bellissimo. Non si erano ancora scostati cento metri da terra, quando incominciando alcuni a scherzare e a muoversi troppo nella loro barchetta, questa si capovolse e tutti quei baldi giovanotti vennero sepolti nell'acqua. Con mille stenti, i compagni dell'altra barchetta riuscirono a salvarne alcuni, più morti che vivi, ma tre di loro vi perdettero miseramente la vita. Due cadaveri furono ritrovati pochi giorni dopo e l'altro fin'ora non si rinvenne. Nessuno dei tre morti si sarebbe aspettato una simile disgrazia al metter piede in mare. È sempre Iddio che ci ammonisce ad ogni istante: « Estote parati! State pronti! »

Dopo quattro giorni di permanenza, lasciai Ultima Esperanza e passai al Rio Zurdo, visitando il Caciche Mulato colla sua tribù. Quivi amministrai tre battesimi e tre cresime. Questi poveri Tehuelches vanno scomparendo: ogni anno si fanno sempre più rari. L'acquavite li ammazza, come la polmonite fa vittime continue presso i poveri fueghini. Le due razze presto finiranno!.... Alla messa che celebri nella casa di Mulato presero parte tutti gli indii e numerosi operai che casualmente si trovavano in quelle parti assistendovi tutti con grande divozione e raccoglimento.

Dal Rio Zurdo c'indirizzammo a Rio Gallegos Chico alla casa del signor Doolan Irlandese che ha 10 figli tutti ferventi cattolici. Quivi pure amministrai un battesimo e due cresime. Proseguendo il viaggio toccammo Laguna Romero e Dinomarquero all'azienda del signor Càmeron, scozzese cattolico, che ci trattò assai bene; quindi giungemmo a Cabeza del mar, ove da varie ottime famiglie avemmo un'accoglienza la più cordiale. Una buona famiglia protestante mi promise di collocare tre sue figliuole presso le nostre suore e mi fu larga di ogni riguardo. Ai bambini ed alle fanciulle donai un'immagine.

L'ultima notte la passammo sotto la tenda presso il Rio Pescado. Era già notte inoltrata, molto oscura e soffiava gran vento e noi camminavamo ancora per la pampa in cerca di un riparo per far sosta, dove avessimo acqua pei cavalli, che erano più stanchi di noi. Finalmente potemmo arrivare al suddetto fiume e ci accampammo presso le sue alte sponde. Alzammo le tende, ma non si potè dormire, molestati continuamente dall'irrequietezza dei cavalli, e dal continuo affacciarsi di volpi che venivano per rosicchiare le nostre selle. L'indomani, festa di S. Giuseppe, ci alzammo alle 4.30 e celebrata la S. Messa sotto la tenda partimmo in fretta per arrivare in casa di quel giorno a fine di prender parte alla chiusura della missione che si era data al popolo in parrocchia e per augurare al nostro Superiore Mons. Giuseppe Fagnano un buon onomastico. Ci toccò un tempo piovoso e freddo, e mi dovei fermare per via a confessare un infermo ma con tutto ciò giungemmo a casa in tempo opportuno. Deo gratias! Avevamo percorso in tutto 1400 chilometri, guadando 18 fiumi considerevoli e 38 torrenti, ed ammirando in questo percorso ben 45 laghi.

Amministrai 2o battesimi, 40 cresime, 19 confessioni, 16 Comunioni, 3 matrimonii: celebrai 2o messe in pubblico e benedissi un cimitero.

Ecco, Sig. D. Rua, il resoconto della mia missione nel campo. Giunto a casa, per la spossatezza dovetti passare alcuni giorni a letto, ma ora sto benissimo. Ne sia benedetto il Signore! Ella mi ricordi nelle sue preghiere; mi benedica di cuore, e mi voglia sempre credere con particolare stima, affetto e riconoscenza

Umilissimo Servitore e figlio obb.mo in G. e M.

Sac. MAGGIORINO BORGATELLO. Miss. Sales.

Colombia.

Alla volta del lazzaretto di Contratación. Un viaggio eroico.

(Lettera di D. Evasio Rabagliati al sig. D. Rua).

Contratación, 28 aprile 1904,

VENERATISSIMO E CARISSIMO PADRE,

ERANO mesi che si avevano cattive notizie dei nostri di questo Lazzaretto. Il Direttore D. Alessandro Garbari, che è allo stesso tempo Cappellano dei lebbrosi, malgrado la sua tempra robusta, finalmente aveva dovuto cedere; e fu mestieri trasportarlo in altro clima, e fu un vero miracolo se potè scampare alla morte, e riaversi alquanto. I medici che lo visitarono, ebbero a dichiarare che sarebbe certamente morto se fosse tornato fra i lebbrosi. Malgrado tali pronostici, egli, appena si sentì alquanto in forze, volle tornare fra i suoi cari amici, ma fu per mettersi a letto, colpito nuovamente dal male.

Anche degli altri due Salesiani (un sacerdote ed un chierico) si ricevevano cattive notizie; essi pure ornai distrutti dal clima e dalle privazioni, erano quasi del tutto impotenti al lavoro. Nè erano migliori le notizie che si avevano delle Suore di Maria Ausiliatrice. Sei o sette anni passati in questo lazzaretto, compresi i tre dell'ultima guerra, durante i quali fu generale la fame, anche dei nostri, in un clima veramente deleterio, fra mille privazioni, in mezzo a tante miserie fisiche e morali, bastarono per distruggere, non la loro volontà di lavorare, ma la possibilità di farlo. Un cambio quindi s'imponeva, e già da tempo si voleva fare, se l'ultima guerra non lo impediva. È troppo pericoloso intraprendere lunghi viaggi in tempo di rivoluzione.

Il 16 aprile partimmo dunque da Bogotà verso il Dipartimento di Santander dove è sito il lazzaretto di Contrataciòn. La carovana era piuttosto grossa; quattro Salesiani, cinque Suore di Maria Ausiliatrice, tre giovani famigli e venti bestie; dieci da sella e dieci da carico per portare le venti casse di medicine, oggetti ed utensili, che in parte mi era procurato in Italia ed in parte aveva ottenuto dalla carità degli amici di Bogotà. Contare tutte le peripezie di questo viaggio che durò 9 giorni, fatto nel cuore dell'inverno più crudo, per istrade che di strade non hanno che il nome, ora sull'orlo di precipizi, ora per fangali, che sembravano eterni, non è cosa tanto facile. Fin dal primo giorno si ebbe a lamentare la caduta di una suora, che date le circostanze in cui avvenne, si dovè attribuire ad una particolare assistenza del Santo Angelo Custode, se non fu fatale. E a misura che si andava innanzi, e che le povere bestie si stancavano, le cadute si fecero più frequenti, ma grazie a Dio, nessuna ebbe dolorose disgrazie. Nei passi più pericolosi si metteva piede a terra, e si proseguiva sostenendosi ognuno con un grosso bastone finchè le guide ci avvertivano che potevamo riprendere le cavalcature. Quando si andava a piedi, le cadute erano più frequenti e generali, ma meno pericolose, perchè si cadeva da poca altezza, e ordinariamente nel fango, fra le risa di tutti. Dei 9 giorni di viaggio, sette furono di pioggia che ci importunò assai, malgrado fossimo ben provvisti di di tutti gli arnesi di difesa, che qui si costumano in tali circostanze. Talvolta più nessuno aveva figura umana, tanto si era inzaccherati da capo a piedi, e tutti a ridere l'un dell'altro, essendo ognuno convinto che gli altri fossero in peggiori condizioni. Il momento più brutto lo passò una suora, la quale caduta colla mula in un fangale profondissimo, fu tolta di là a forza di braccia, da due uomini robusti, in quale stato è più facile pensarlo che dirlo.

A metà strada, cioè dopo 4 giorni di viaggio, due cavalcature, vuoi per la stanchezza, vuoi per qualche danno patito , si ribellarono, e non vollero più seguitare; e fu giuocoforza lasciarle e cercarne altre due. Il quinto giorno ci fece lo stesso giuoco una terza bestia, due altre il sesto; cosicchè delle dieci da carico, due sole giunsero con noi, le altre otto debbono ancora arrivare e temo che non arriveranno mai; tanto che oggi dovei contrattare altre otto bestie, per andare a prendere i carichi che le altre avran lasciato chi sa dove, forse su d'una pubblica strada. Povere medicine ! povero grafofono! e tante altre belle cose portate da Torino per questi cari amici! In che stato arriveranno!

L'ultima giornata fu veramente eroica; io ben sapeva quanto fosse lunga la strada che ci rimaneva da fare, e quanto brutta e pericolosa; perciò ci alzammo alle 4 1/2 e alle 5 1/2 i due sacerdoti celebrarono la S. Messa; gli altri fecero la S. Comunione. Era di Domenica, tuttavia preso un boccone di colazione, e in gran fretta, dovemmo saltare in arcioni e riprendere la via. Disgraziatamente la pioggia era caduta a catinelle durante buona parte della notte; la strada incominciava con una ascesa ripidissima, e si scivolava come sul ghiaccio. Dal canto loro le povere bestie dopo 8 giorni di grossa fatica e dirò di grosso digiuno, male si reggevano sulle loro gambe; quindi per loro fu una giornata quasi di riposo, poichè i cavalieri credettero meglio di andarsene a piedi; e si camminò per saliscendi continui fra pietre, fango, acqua e precipizii, quasi tutta la giornata. Quel giorno, il pranzo fu verso le due, e molto precipitato; poichè vi era poco da mangiare e ci restava molto da correre.

Verso le cinque ci trovammo ai piedi di una altissima montagna, che bisognava valicare tutta intera per giungere fino al lazzaretto.

« Non è prudenza seguitare, ci disse un buon uomo, padrone di una povera capanna, che capì quali fossero le nostre intenzioni. Vi sono ancora tre leghe di qui al lazzaretto, la strada è tutta montagnosa, le vostre bestie si vedono stanche, i pericoli sono molti e reali; d'altronde la notte è vicina e vi troverete in grossi guai. Sono molto amico dei Padri del Lazzaretto ed amo di cuore i figli e le figlie di D. Bosco, che tanto lavorano per i poveri lebbrosi, miei fratelli. Ascoltate il mio consiglio, restate qui, la mia povera capanna, benchè di canne e di paglia, è tutta a vostra disposizione. »

Quel buon uomo parlava di cuore; il consiglio era certamente buono , ma in tutti era vivissimo il desiderio di arrivare ad ogni costo al destino; e ripreso un po' di fiato, ringraziato il nostro consigliere, ci rimettemmo in viaggio. La terribile ascesa spaventò tutti, e fummo ad un pelo di rifare la strada, e cercare rifugio nella capanna, e passarvi la notte a costo di passarla incenati. Ma se quasi tutti avevamo scolpito sul volto quel desiderio, nessuno osò manifestarlo, e si seguitò imperterriti la via.

In breve sparirono gli ultimi bagliori del crepuscolo vespertino, e ci trovammo in fitte tenebre a due leghe ancora dal lazzaretto, con la montagna davanti che rendeva più buia ancora e veramente tetra quella notte. Non eravamo più in tempo a tornare sui nostri passi, chè la discesa sarebbe stata più pericolosa della salita; quindi ognuno si raccomandò all'Angelo Custode, si abbandonarono le briglie sulla groppa della bestia, e si tirò innanzi in profondo silenzio; tutti eravamo fissi col pensiero nei gravi pericoli che ci sovrastavano. Ad un punto si trovò un povero tugurio; e radunato a consiglio lo stato maggiore della comitiva, si discusse sul da farsi. La discussione fu breve, e la risoluzione pronta; la maggioranza volle fermarsi.

« Ma osservate, soggiunse uno che aveva ancora anima in corpo, e brio nelle gambe, osservate che qui ci troviamo in un punto pericoloso perchè si chiama el alto del tigre, e potrebbe questa brutta bestia farci una visita notturna poco gradita. »

« Non importa, risposero altri, se pur così fosse, ci difenderemo. »

« Pensate, ripigliò quegli, che bisogna passare la notte sulla nuda terra, e passarla senza cena, chè qui nulla si trova. »

« Non importa, risposero i più; è assai meglio passare una notte cattiva, che esporci a fracassarci le ossa cadendo in qualche precipizio.»

Troppo disuguale è la lotta di uno o due contro tutti: e quindi la vinsero i più. Si tolsero le selle ai cavalli, ed i cavalieri si disponevano a prendere possesso del tugurio della tigre, quando ci ferì l'orecchio un grido lontano, confuso.... Là, in lontananza, nella penombra, ad uno svolto della montagna, ci doveva essere molta gente a cavallo, e più ancora a piedi. Erano fanciulli e giovanotti che vedendoci fermi e indovinando le nostre intenzioni: Coraggio, presero a gridare, coraggio! la Contrata (abbreviazione di Contratación) è qui vicina; noi vi Precederemo Per mostrarvi la strada. Molti avevano lanterne accese, altri lanciarono in aria razzi come per segnale convenuto, o in segno di allegria. Quell'apparizione improvvisa e quell'assicurarci che si era vicini alla meta sospirata, ridonò le forze anche ai più fiacchi, e non ci fu bisogno di un nuovo consulto per deliberare sul da farsi. Tutti si rimisero in moto verso il lazzaretto; sebbene quasi tutti a piedi perchè era temerità, colle bestie così stracche pretendere di andare a cavallo su quei precipizi.

Ma si era appena ripreso il cammino quando si scatenò sul nostro capo un violentissimo temporale, che rese la situazione assai critica. Guizzavano i lampi per ogni parte, scrosciava il tuono tremendamente, e l'acqua, un diluvio di acqua, non tardò a cadere su noi. In pochi minuti si spensero i lumi, e guide e guidati tutti ci trovammo nel buio.

« Non importa , gridarono allora quei giovanotti che ci erano venuti incontro; noi conosciamo bene la strada, e vi guideremo; quà la mano per sorreggervi! »

Non saprei dire quello che fecero gli altri; ma io, lasciato a parte ogni scrupolo, afferrai bene la mano del primo che me l'offerse, senza pensare che poteva essere quella di un lebbroso, e non la lasciai più fino al paese. Così, ora camminando nell'acqua di cento rigagnoli, ora immergendo i piedi nel fango, ora scivolando sulle pietre bagnate, ci avanzammo per ben due ore che parvero eterne; e verso le 9, bagnati fino al midollo, e imbrattati fin sopra i capelli, facemmo la nostra entrata trionfale nel lazzaretto di Contratación! L'oscurità ci fu propizia, poichè sebbene l'intiera popolazione si trovasse all'entrata del paese, per darci il benvenuto, si può dire che nessuno ci vide. Ma l'illuminazione generale delle nostre case, il suono festivo delle campane, e il continuo sparo dei razzi, tutto ci diceva che eravamo giunti alla fine del nostro eroico viaggio. Io mi sentiva felice, come il soldato che dopo lunghi giorni di battaglia giunge incolume sotto il tetto paterno; o come il marinaio che dopo fiera lotta contro l'infuriare dei venti e della tempesta, arriva a toccare il porto.

Al mattino cominciarono le dolenti note: « Padre, mi diceva afflitto ed accasciato il povero D. Garbari, questi poveretti non hanno più nulla: e si è in piena crisi finanziazia. Con poche eccezioni, tutti hanno fame; e domani, giorno di mercato, che dovrebbe essere giorno di provviste per tutta la settimana, non potranno comprar nulla, perchè da tempo non arriva la racion. (È la la racion una piccola quota, che il Governo del Dipartimento, paga giornalmente per ogni lebbroso, perchè viva chiuso in un lazzaretto, lontano dai sani.) Dal primo giorno di aprile fino ad oggi non si ebbe più un centesimo. Padre, seguitava a dire D. Garbari, non ci porta nulla da Bogotà? Se ha qualche cosa, lo distribuisca oggi stesso, poichè domani possano fare il mercato; altrimenti non si potrà fare la missione; chi ha fame difficilmente può pregare, meno meditare, e meno ancora accorrere al tempio varie volte al giorno, per prendere parte alle varie pratiche di pietà che si usano durante una missione »

La forza degli argomenti addotti da D. Garbari in favore dei poveri suoi figli, era troppo evidente, perchè io durassi a convincermi; non replicai neppure. Mandai a suonare la campana come si fa nei giorni della distribuzione della racion, e quella musica si capì da tutti, ed a tutti sollevò l'animo abbattuto. In pochi minuti, davanti l'umile casetta di paglia, dimora dei nostri, si videro radunati quasi tutti i 218 lebbrosi che per il momento vivono in questo lazzaretto. Non mancavano che quelli impotenti a camminare. Ai presenti, nemine excepto, compresi quei pochi che hanno qualche fortuna di famiglia, distribuii 15o pesos a ciascuno; ai secondi li portai personalmente al loro tugurio; e così si distribuirono circa quarantamila pesos che per loro mi avevano offerto pochi giorni prima i buoni cattolici di Bogotà. Quante lagrime vidi in quel giorno e quanti sorrisi in quelle labbra già corrose dal terribile male! Quante benedizioni furono invocate da quei cuori inteneriti sopra dei Salesiani e dei loro benefattori.

Mi colpì il piccolo numero dei rifugiati in questo lazzaretto, e più ancora il non trovare che pochissimi degli antichi miei amici; e ne chiesi la spiegazione. Le risposte erano uniformi : « Il tale è morto!... il tal altro è tornato al suo paese, per non morire di fame... quell'altro è in giro nei paesi vicini in cerca di limosina! »

Finita la distribuzione venne a trovarci l'Amministratore del Lazzaretto, anch'esso lebbroso, ed ex-generale della Repubblica Colombiana, il quale fra le molte altre cose che mi disse sul miserevole stato di questi disgraziati, quella che più mi colpi, fu, che perì di fame la maggior parte negli ultimi tempi. Infatti, poco dopo, vidi il becchino, il quale mi disse: « Padre, se potesse regalarmi di che comprare un badile ed una zappa, mi farebbe un vero regalo; l'uso mi ha quasi consumato i vecchi arnesi, indispensabili al mio mestiere. Si figuri! che vi furono dei giorni in cui mi toccò scavare fin dieci fosse! Qui si muore in fretta, Padre, e bisogna rinnovare con frequenza gli strumenti del lavoro. » Quante rivelazioni in queste poche parole; e quanta straziante eloquenza in questo semplice linguaggio! La fame! ecco la causa principale dello spopolamento di questo lazzaretto.

Ve ne sono però molte altre, che rendono quasi inabitabile questo luogo. Una è il clima sommamente umido, che non solo ammazza presto i lebbrosi, ma distrugge la salute dei sani per vigorosa che sia. Ne sono una prova eloquente, i nostri Salesiani, e le Suore di Maria Ausiliatrice che in pochi anni hanno perduto tutto il loro vigore, di maniera che si rende assolutamente necessario il loro trasloco. Questa è la ragione per cui, di tante migliaia di lebbrosi che conta questo dipartamento di Santander (dai 2o ai 30 mila!) non se ne trovino qui che poco più di duecento! Nessuno ci vuol venire spontaneamente; fatte pochissime eccezioni, tutti quelli che vi risiedono, vi furono portati per forza. Le case poi sono tutte di paglia, comprese le nostre; e questa paglia per le pioggie continue, presto marcisce, e bisognerebbe rinnovarla con qualche frequenza; il che è impossibile per mancanza di mezzi, e quindi le case sono quasi tutte inabitabili.

A questo riguardo sono molti e giusti i lamenti di questi poveri infermi, obbligati a vivere in siffatti abituri. Si è per questo che terminata questa missione, prima ancora di tornare a Bogotà, andrò a Bucaramanga, capitale di questo dipartimento, per trattare colle autorità governative il trasloco di questo lazzaretto ad altro clima, più confacente allo stato degli ammalati. E sono così fermo di ottenere quello che vado a chiedere, che una negativa da parte delle autorità, sarebbe causa della distruzione di questo lazzaretto; perchè sono assolutamente deciso, d'accordo col Superiore di Bogotà, di ricondurre a Bogotà anche i Salesiani e le Suore testè giunti, piuttosto che lasciarli qui a sacrificarsi inutilmente. E la partenza delle due famiglie Salesiane da questo sito, implicherebbe la partenza immediata di tutti i lebbrosi che mai si decideranno a starsene qui, il giorno che si vedessero privi dei soccorsi religiosi. Questo mi dissero tutti, e questo faranno, se al male indicato non si porrà il voluto rimedio.

Ma la campana mi chiama alla chiesa per dar principio alla missione, che durerà otto giorni, e qui tronco la mia relazione, per riprenderla a missione finita, se pure troverò cose degne di menzione. Mi benedica intanto, benedica i suoi figli e le sue figlie, che dimorano in questo lazzaretto, e tutti i poveri lebbrosi; e mi creda

Suo Devotissimo in G. C. Sac. EVAsIO RABAGLIATI.

IL CULTO DI Maria Ausiliatrice

Noi siamo persuasi, che nelle vicende dolorose dei tempi che corrono non ci restano altri conforti che quelli del cielo, e tra questi l'intercessione potente di quella benedetta che fu in ogni tempo l'Aiuto dei Cristiani.   Pio PP. X.

Nel Santuario dì Valdocco.

DURANTE le feste centenarie della Consolata, come accennammo nello scorso numero, un numero grande di pellegrini affluì ogni giorno a Valdocco, bramosi di porgere il tributo del loro amore anche a Maria SS. Ausiliatrice. Fra tutti si distinsero quelli di Pinerolo, Poirino, Isolabella, Ciriè, S. Maurizio Canavese, S. Francesco al Canapo, Riva di Chieri, Perosa Argentina, Villar Perosa, Carmagnola, Favria, Salassa, Cnorgnè, Polonghera, Candiolo, Mondovì, Bra, Samnfrè, Sommariva, Cavour, None, Vigone, Savigliano, Saluzzo, Casalmonferrato e tanti altri.

Era davvero edificante il vederli, prostrati con tanta divozione innanzi alla taumaturga Immagine, sciogliere a Lei le più ferventi preghiere, poi visitare devotamente il Santuario ed uscirne commossi con mille esclamazioni di giubilo e di pietà. Maria SS. Ausiliatrice doni a tutti l'abbondanza delle sue materne benedizioni; come noi, dall'intimo del cuore, inviamo a loro i più vivi rallegramenti.

- Stante la piissima pratica di consacrare il giorno 24 di ogni mese ad onore di Maria Ausiliatrice, quest'anno la Festa di San Giovanni riuscì più solenne, e più viva parve ridestarsi nei cuori quella schietta esultanza che un tempo commoveva l'Oratorio per l'onomastico del suo Fondatore. In questi giorni più volte celebrò al Santuario l'Ecc.m° Vescovo di Meliapor, venuto dalle Indie ad implorare una spedizione di Missionari Salesiani pel gregge alle sue cure affidato.

- Bella riuscì pure la festa dell'angelico compatrono dell'Oratorio. S. Luigi Gonzaga. La sera, dopo i vespri, si svolse nei cortili interni la tradizionale processione colla statua del Santo, che nel passare in quei luoghi ove crebbero suoi fervorosi imitatori un Savio Domenico, un Besucco, un Magone . . . sembrava sorridere di celeste sorriso e benedire alle balde schiere presenti.

- Nella Festa dei SS. Pietro e Paolo, in omaggio al S. Padre ed alle norme da lui sancite per la riforma della musica sacra, gli ottocento giovanetti eseguirono in massa, alla messa solenne, le note dolcissime del canto gregoriano tradizionale.

- Assai divota, e vorremmo dire commovente parve poi a tutti la Solennità del S. Cuore di Gesù, celebratasi la seconda domenica di luglio. Fin dalle 5,30 ant. si espose sull'altar maggiore il SS. Sacramento, innanzi al quale si succedettero senza interruzione, insieme cogli alunni e le varie compagnie dell'Oratorio, molti fedeli pieni di santo fervore. La frequenza ai SS. Sacramenti non poteva aspettarsi maggiore. La splendida festa si chiuse colla benedizione eucaristica impartita con pompa solenne.

Orario delle sacre funzioni nel Santuario di Torino=Valdocco.

5 agosto - Primo venerdì del mese - alle ore 5,30 messa con esposizione del SS. Sacramento e benedizione - alle 17,30 prima della benedizione, speciali analoghe preghiere.

8 agosto - Alla messa delle 5,30 e 7,30 ed alla sera alle 19,30, breve funzione pel Giubileo dell'Immacolata.

15 agosto - Assunzione di Maria SS. - Come nelle ma,-rioni solennità - Alle 5,30 e 7,30 messe delle comunità con canto di sacri mottetti. Alle 10 messa solenne in musica. Alle 15,30 vespri solenni, discorso e benedizione col SS. Sacramento.

24 agosto - Solenne commemorazione mensile di Maria SS. Ausiliatrice - La devota funzione si compirà alla messa delle 5,30 ed alle ore 19,30.

Nelle altre parti del mondo.

Incoronazione di una statua di Maria SS. Ausiliatrice al Torrione di Bordighera. - Il 29 maggio u. s. si svolse una festa solennissima al Torrione di Bordighera.

La divozione a Maria Ausiliatrice in quella parrocchia era da tempo assai viva e profonda; e quest'anno doveva manifestarsi in tutto il suo splendore. Pontificò alla messa cantata S. Ecc. Rev.ma Mons. Ambrogio Daffra, Vescovo di Ventimiglia, essendo pur presente il venerando Vescovo titolare di Dioclezianopoli. Alla sera, dopo i vespri, sul piazzale della parrocchia, ebbe luogo la cerimonia dell' Incoronazione. « La piazza, ci scrivono, la via provinciale, erano coperte di persone, affollate le finestre; fin sui muri di cinta delle ville e sopra gli alberi si erano arrampicati i devoti spettatori. Si calcolarono oltre cinquemila i presenti. Appena comparve la venerata effigie, si fece un religioso silenzio ...» cui, dopo una marcia trionfale della musica di Bordighera, tenne dietro un'eloquente e affascinante allocuzione di Mons. Vescovo di Ventimiglia; il quale, assistito da Monsignor Vescovo di Dioclezianopoli, benedisse le corone, dono di pia e-generosa persona; e cantatosi a voce di popolo l'inno Ave, maris stella, con quelle cinse di sua autorità la fronte del Santo Bambino e della Vergine sua Madre. Un Evviva Maria Ausiliatrice! che andò alle stelle e superò le note di due bande musicali che avevano intonato una marcia di trionfo, uscì dal petto di quella moltitudine, che poi accompagnò la Vergine in solenne processione per le vie del vago paese, e dopo la benedizione, impartita anche alla soglia del tempio, si fermò a godere lo spettacolo della più bella e sfarzosa illuminazione. Alle varie funzioni eseguì musica sacra la Schola cantorum del Collegio municipale di Alassio.

- Il 24 maggio, a Nizza Monferrato, per iniziativa del Rev.mo Teol. D. Annibale Robba, Vicario Foraneo, ebbe luogo un devoto pellegrinaggio ai piedi di Maria Ausiliatrice, venerata in quel Santuario di N. S. delle Grazie, ove ben oltre 400 fanciulle e donzelle Nicesi si accostarono alla S. Comunione, lucrando la speciale indulgenza concessa dal Vescovo diocesano.

- Solennità degne di particolar menzione ebbero pur luogo il 26 maggio nell'Educandato Maria Ausiliatrice in Giaveno ; e il 29 nell'Oratorio femminile annesso al Pensionato per signore di civil condizione nella stessa città; a Piano d'Isola d'Asti con triduo di predicazione del sacerdote D. Luigi Billieni ; e a Rivalta Torinese, nell'umile cappella salesiana, per iniziativa di quei buoni figli di D. Bosco che cercano in quel clima un miglioramento alla loro scossa salute. Fu questa la prima festa celebratasi ad onore di M. Ausiliatrice in Rivalta, e per tutto il giorno fu un accorrere di devote persone innanzi alla Sacra Immagine. Ma un'altra dimostrazione spontanea e imponente volle dar Rivalta a Maria Ausiliatrice fin da quest'anno; quando il 17 luglio u. s. inaugurandosi sulla pubblica via una statua della nostra cara Madonna, al borgo in cui trovasi la casa salesiana, si volle dato il nome di Borgo Maria Ausiliatrice.

- Il 2 giugno poi nella Curazia di Castello in Fiemme, nel Tirolo; il 5 nell'Istituto Maria Ausiliatrice ed in quello di S. Francesco di Sales a Catania ; il 12 nell'Oratorio di S. Filippo Neri nella stessa città e nell'Educatorio femminile di Conegliano Veneto celebraronsi altre particolari solenni funzioni. Nell'Istituto Maria Ausiliatrice di Catania si tenne una splendida Accademia, alla quale accorse una larga rappresentanza della più alta nobiltà catanese e fu presente anche l'Em.mo Card. Gius. Francica Nava, che al termine del trattenimento si degnò di esprimere la sua gioia per aver trascorso un'ora di paradiso. Della festa in S. Filippo, la Luce, ottimo periodico di Catania, scrive che riuscì un vero trionfo della Madonna di D. Bosco.

- Un vero trionfo della Madonna di Don Bosco fu pure la festa celebratasi il 5 giugno ad Oswiecim nella Polonia Austriaca. Da molte parrocchie della Galizia e della Silesia erano accorsi a schiere i pellegrini; cosicchè nonostante i molti zelanti sacerdoti che si unirono ai figli di D. Bosco per ascoltare le confessioni, tuttavia dalle 5 del mattino fino alle sei di sera si amministrarono continuamente i santi Sacramenti della Confessione e Comunione. Il nostro Superiore D. Rua celebrò la messa della comunità alle 7 1/2 e S. E. Mons. A. Nowak, vescovo ausiliare di Cracovia, dopo di avere amministrato il sacramento della Cresima, verso le dieci, cantò messa pontificale. Subito dopo, una processione lunga, divota, numerosissima portò in trionfo per le vie della città la statua di Maria Ausiliatrice: un entusiasmo indescrivibile! Vi parteciparono insieme con D. Rua e molti parroci , canonici e prelati, l'Ecc.mo Mons. Nowak e più di 100 stendardi e bandiere.

CHIESE, CAPPELLE, ALTARI, ecc. dedicati a Maria Ausiliatrice.

(V. num. di luglio, pag. zii).

V. Chili. - Santiago: una chiesa e tre cappelle (23-26) ; Valparaiso: una cappella (27) ; La Serena: un altare (28) ; Talca: un altare ed una cappella (29-30) ; Iquique: una cappella ed un altare (3 r-32) ; Concezione: una chiesa (33) ; Melipilla: una cappella (34) ; S. Rovenda: una cappella (35); Rere: un altare nella parrocchia (36).

VI. Bolivia. - La Paz: un altare (37) ; Sucre: una chiesa (38).

VII. Perù. - Lima: una chiesa (39), un santuario (40) ed una cappella (41) ; tre quadri in tre parrocchie (42-44) ; Callao: up altare (45) ; Lima-Breña: una cappella (46) ; Arequipa: un grandioso santuario (47).

VIII. - Paraguay. - Assunzione: due cappelle (48-49) e un sotto quadro (50).

1X. Uruguay. - Montevideo: tre cappelle e un altare (51-54); Villa-Colon: un Santuario (dichiarato Santuario nazionale) e due cappelle (55-57) ; Las Pedras: una cappella, un altare e un sotto-quadro (58-60) , Canelones: una cappella (61); Manga : una cappella e un sotto-quadro (62-63) ; Mercedes: una cappella (64) ; Paysandù : una cappella, due altari e un sotto-quadro (65-68) ; La Paz: un altare (69).

(Marzo 1903).

Riassunto (vedi num. prec.) Chiese . . . 12

»   »   Cappelle . . 30

»   »   Altari   . 14

»   »   Sotto-quadri . 13

(Continua)

GRAZIE DI MARIA SS. AUSILIATRICE

Fiducia in Maria Ausiliatrice.

Mio figlio, nel novembre u. s., s'ammalò gravemente ìn collegio, lontano dall'amore della famiglia. Avvisata per lettera dal signor Direttore, volai al suo capezzale e, coll'animo straziato, passai quattro gìorni al suo letto in grande angoscia, sapendolo spedito dai medici. Vedendo pur troppo che non c'era più speranza alcuna, volli condurlo a casa, e chiamati nuovi dottori, questi stupirono nel vederlo ancor vivo, assicurandomi che non avrebbe avuto più di poche ore di vita. Chiamai anche un esimio professore di Torino, e questi, esaminato l'ammalato, dichiarò essere vana ogni speranza, però, data la natura del male, potersi tentare un'operazione. La notte prima dell'operazione, trovandomi sola al suo capezzale, sentendogli il rantolo alla gola, mi gettai, quasi disperata, ai piedi d'un'immagine della Madonna, cui aveva accesa una lampada, e col cuore gonfio: « Maria, gridai, conservatemi il figlio! » Pregai a lungo, e feci voto d'un cuore d'argento pel Santuario di Torino e di pubblicare la grazia nel Bollettino Salesiano. Quindi mi alzai piena di speranza. Ebbene l'operazione riuscì nel modo più consolante; ed ora il mio fanciullo è perfettamente guarito. Io l'ascrivo alla bontà di Maria Ausiliatrice.

Tonengo, 12 luglio 1904

ANGIOLINA MATTEA.

Maria Ausiliatrice mi guarisce di una fistola all'occhio.

Era il giorno 17 maggio del 1903, e mentre la Vergine Ausiliatrice era solennemente incoronata, io guariva di una fistola all'occhio sinistro. I medici mi avevano detto di venire a Torino per farmi operare, e che solamente una buona operazione mi poteva guarire. Ma alla mia età di sessanta e più anni non osava più sottopormi al ferro del chirurgo. Mi raccomandai a Maria Ausiliatrice, feci pregare da una buona sua figlia, che io aveva aiutata a seguire la sua vocazione, e questa mi strappò la grazia. Fu essa, come poi mi disse, che mentre la Madonna di Valdocco veniva incoronata solennemente, pregava con tutta insistenza per la mia guarigione. Nè cessò dal pregare, se non quando una voce l'assicurò che la grazia era concessa.

Di fatto io sono guarita, cominciando da quel giorno , e senza altra operazione che quella della preghiera. Sia lode a Maria Ausiliatrice Incoronata. Riconoscente del favore, invio la piccola offerta promessa.

Neive, 4 giugno 1904.

ALUTTO TERESA.

Primiero (TIROLO). - L'ottima nostra mamma soffriva da più di due anni d'una forte malattia nervosa, che a momenti pareva persino pazzia. Nell'immensa angoscia i figliuoli desolati ricorsero pieni di fiducia a Maria SS. Ausiliatrice, scongiurandola d'ottenere loro la tanto desiderata guarigione. E la cara Madonna non si è fatta pregare invano, perchè la grazia ci è stata completamente concessa.

Aprile 19o4.

La famiglia del fu Dottor A. GUADAGNINI.

Cellamonte Monferrato. - Una fiera malattia si era impossessata di un mio fratello diciannovenne. Già si erano fatti due consulti, che avevano per effetto la sfiducia e lo scoraggiamento negli scienziati, ed in noi della famiglia il forte timore di una imminente catastrofe. Mi ricordai allora della Vergine Ausiliatrice. Incominciai una Novena colla promessa a Maria di render pubblica la grazia sul suo Bollettino e di recarmi, a guarigione completa, col fratello ad esternarle la nostra riconoscenza.

Ed or che la grazia è ottenuta, adempio la prima parte nella speranza di poter quanto prima soddisfare anche alla seconda.

19 maggio 19o4.

FRANCIA DELFINA,

Stroppiana Vercellese. - Colta da grave malore non poteva più attendere alle faccende domestiche. Ricorsi a Maria Ausilietrice consacrandole 15 sabati ed una novena, e ottenni la sospirata guarigione. Mando l'offerta promessa e ringrazio la Vergine dall'intimo del cuore.

Cascina Grossa, 24 maggio 19o4.

FRANCO ANTONIA IN GREPPI.

Ormea. - Affievolivasi ogni dì più la salute di mio padre per un improvviso malore, venutogli all'orecchio destro, un epitelioma. Il pensiero di perderlo mi gettò nella costernazione e nel pianto. Finalmente ci ricordammo della bontà potente dell'Ausiliatrice. Fui a Valdocco colla mamma e col fratello per implorare la sospirata guarigione ed ecco, che nonostante i timori dei sanitari, il povero babbo guarì, ridonando la gioia alla desolata famiglia.

Luglio 1904

RITA MICHELIS.

Ottennero pure grazie da Maria SS. Ausiliatrice, e alcuni pieni di riconoscenza inviarono offerte al Santuario di Valdocco per la celebrazione di S. Messe di ringraziamento, o per le Missioni Salesiane, o per le altre Opere di Don Bosco, i seguenti:

A*) - Acireale (Catania) : N. N., 5. - MN. N., 5. -- Airolo (Svizzera) : E. Pervangher, 5, implorando nuove grazie. - Arsiero (Schio) : Orsola Baratta, io. - Alba: Margherita Senese. - Alice Castello (Novara) : Massara giuditta. - Id.: Bolea Rosina. - Arcole (Verona) : Malesani Maria, i.

B) - Barone (Torino) : Frola Maria. - Balangero (Torino) : Data Nicolao. - Belluno: L. F. C., 5 - Bernezzo (Cuneo) : Milanesio Margherita. - Bolzaneto (Genova) : Giuseppe Parodi fu Andrea, 20. - Borgofranco (Ivrea) : N. N. - Bormio (Sondrio) : D. Sosco Gervasio, 5. - Bosconero (Torino) : lana Letizia. - Brescia, alle Fornaci: Braga Maddalena, 10. - Brescia: Filomena Salvadego, a nome di una sua amica. - Bussoleno: N. N., 25. - Id.: N. N., 25. - Id.: N. N. - Buttigliera d'Asti: D. G. ABI., 3. - Id.: Pecetto Antonio.

C) - Calenzano (Bergamo) : Mileri Giovanni, 3. - Cannara (Umbria): Suor Delfina Annetta. - Casabianca : Albano Amelia. - Casalborgone: Giuseppe Turri. - Casalmonferrato: M. E., 5. - Case Nuove di Covone (Alba) : Marito Battista, 5 - Caserta: Espedito Maria. - Casoni (Vicenza): Bellon Maria, 5,65. - Castagnole delle Lanze: Savio Luigia vedova Ferro. - Castellinaldo (Cuneo) : Bonino Michele. - Id.: Mairano Battista. - Castelnuovo Calcea: N. N. - Id.: Carolina e Francesca Scarrone. - Castelnuovo d'Asti: Agaliatti Ottavia. - Castelrosso: Garessio Giuseppe. - Id.: Viano Giuseppe. - Id.: Lusso Giuseppe e Ludovico. - Catania: Ch.co La Fara Angelo. -- Casella (Genova): Fr. Reghitto, io. - Calciavacca (Torino) Rosso Teresa. - Camogli (Genova) : Norrero Maria. - Campiino di Baveno (Novara) : D. Giovanni De Stefanis, 5 a nome della signora Clotilde Brimerio. - Canale (Cuneo): N. N. - candelo (Biella) : Albertini Giovanna. - Cardè (Cuneo) : Nasetti Domenica. - Caramagna (Cuneo): Vignolo Antonio. - Cari, nano (Torino): Anna Biancotti. - (armagnola (Torino) : Audisio Teresa. - Id.: Stella Chiesa. - Id.: Ghirardi Marianna. - Id.: Turinetti Lucia. - Id.: Massuero Giovanni. - Id.: Cavallero Giuseppina. - Id.: Sola Maria.- Caresana (Novara): Fracassa Giuseppina. - Cellarengo : Sorba Tommaso, io. - Celle di Marra (Cuneo) : Merlo Maddalena. - Cerano: Ripoli Angelo. - Ceretto: Busso Pietro. - Centallo: Russo Marianna. - Chiusa S. Michele: Maria Delforno. - Chivasso': Massari Giovanni e Fontana Rosalia. - Id.: Arduino Francesco. - Cimetta di Codognè (Treviso): Giuditta Coau, io. - Id.: Giuseppina Sandri 7. - Cigliano: Grazio Emiliana. - Id.: Grazio Elisabetta. - Colloredo di Prato: D. Benedetto Agostino, 2. - Comeglians (Udine): Pelmano G. B., 2. Collesalvetti (Pisa): Editta Puccini, 2. - Costigliole d'Asti: Girolamo Morando 7. - Costigliole Saluzzo: Rastello Giuseppina. - Cumiana: Amedeo Maria. - Cuorgnè: Gibellino Maria.

F) - Falicetto (Cuneo) : D. Chiotti Bartolomeo, 20. - Farra d'Adda (Bergamo): Mariani Maria, 2. - Firenze: Ravaioli Maria in Liverani, 2. - Id.: N. N., 2. - Foglizzo Canavese: Anna Ferrero, io. - Fordongianus (Cagliari): Sebastiano Carta Obinu, 10. - Frascati: Elena Benedetti, 5. - Frezzo Tinella: S. M., io.

G) - Gallarate (Milano): Poma D. Carlo, 5. - Garlasco (Pavia) : N. N., 3. - Genova: Andrea Asinari, io. - Id.: N. N. - Id.: D. G. Olivieri, Parroco, io. - Girgenti : Raffaele Torricelli per Amalia Celauro in Torricelli, 3. - Gorrino (Alba): Coraglia Michele, Arciprete, per la famiglia Ra bino, io. - Greve: D. Torini Giacomo, 2.

I) - Isolabella (Torino): Ceresa Domenica.

L) - La Loggia: Ferrero Giuseppe. - La Morra d'Alba: Michele ed Enrichetta coniugi Roggero.- Lecco: A. V. - Lingotto (Torino): Burzio Maria. - Livorno (Piemonte): N. N. - Locana (Torino): Avv. Francesco Roscio, R. Notaio, 20. - Lodi: Grossi Giulio, 2. - Lucca: Giorgetti Rachele, 4. - Lusigliè (Torino) : Dighera Giovanna.

M) - Malegno (Brescia): Domeneghini Elisabetta. - Mellea (Cuneo): Rossi Madalena. - Mels (Udine): D. Antonio Fearo, 5. - Mombello (Alessandria):' C. C., 1,20. - Mondovì: Molineri Antonio, offre una veste di seta in ringraziamento. - Monasterolo (Savigliano) : Rattalino Giovanni. - Monastero Vasco (Cuneo): Turco Matilde. - Moncalieri: Rebatto Guglielmo. - Morella (Torino) : N. N. - Montuaro: Visetti Catterina. - Montanaro: Serrafina Giuseppa. - Monlechiaro d'Asti: D. Bo Luigi. - Monteurve (Canale) : Gregono Battista fu Giacomo, 5.

N) - Noli: Antoniotti Maria, 2. - Novareto Castagno Marianna, 5. - Nova Trento (Brasile) Rigon Teresa, S. - Id.: F. A., 5. - Nunziata (Catania) : La Direttrice del Collegio Immacolata, 2. Nuraminis (Cagliari) : Ch.co Francesco Piras, i.

O) - Ottobiana (Pavia): Capetini Carmelina, 2,50.- Orbassano (Torino): Scorcione Anna e Vaj Anna.- Id.: Anna Maddalena. Ormea (Cuneo): Brondello Giovanna. - Orsara Bormida: Carozzi Pietro Fanti, 3. - Ozegna Canavese : Serra Giuseppe.

P) - Padula: Famiglia Scolpini, 3. - Parona (Verona): Graziani D. Massimino, Parroco, per una pia persona, 2. Id.: Graziani D. Massimino, pred. per un'altra pia persona, 5.- Pallanza: Franzini Giulietta, 5. - Pallanzeno (Novara) : Camilla Albini, 3. - Parma: Contessa Cresani Camilla. - Peveragno (Cuneo): Toselli Bartolomeo. - Piobbesi (Cuneo): Durando Maria. - Pinerolo: Demaria Catterina. - Id.: Boniva Giovanni. - Id.: Beni Margherita. - Id.: Fava Maria. - Id.: Anna Paliero. Id.: Giai Margherita. - Poirino (Torino) : Garigliano Lodovica. - Ponzano (Pisa): Busdraghi Giacinto, 3. - Prata di Pordenone: Giovanni Puiatti, 20. - Premadio: Giuditta Gaglia, S. - Promolto (Torino): Asvizio Catterina.

R) - Racconigi (Cuneo) : Berone Anna, - RI, mini: Sofia Puglidi Mattioli. - Riposto (Catania) Parisi Giuseppa. - Rivalta Bormida: Briata Paolo, 5. - Rivoli: Avaro Maria. - Roccaforte: N. N; - Rocchetta Tanaro : Buffa. Maria di Bo Giuseppe, - Romano Canavese: Pavetti Vigna Teresa, io. - Rossano (Cosenza): Carmelina Curti fu Nicola, 1. -

S) - Sassello: Rossi Catterina, 5. - Santu Lussurgiu (Oristano): L. M. M., i. - S. Ambrogio di Torino: Perotti Catterina. - S. Damiano d'Asti: Sacco Giovanna. - Scarnafigi: Parizia Antonia. - Smirne (Turchia Asiatica) : D. Michelangelo Rubino, 5. - Sondalo: Berti Antonia Zappa, io. - Strambino: C. P. M., 5. - Strevi: Arena Natalina, io. -- Staglieno: Antonia Valente, 2. -- Sulzano di Brescia: D. Francesco Gallizioli, 10.

r) - Terno d'Isola (Bergamo): Galbussena Maria. -Torino: M. T., 6o per segnalatissima grazia.-Id.. Contessa d'Agliano Sacchi-Nemours, 20. - Id.: Maria Marchis, 5. - Id.. Demichelis Catterina. - Id.: Maria Vianzone. - Id.: Matilde Ferrero, 5. - Id.: - Papione Andrea, 16. - Id.: Quaglia G. -Id.: F. R. - Id.. A. I-I. - Id.: Cappa Enrichetta. - Id.: Pavesio Paola. - Id.: Della Valle Rosa. - Id.: Bassi Adele. -Tiedoli (Parma); Bardini Pietro, 5. - Torre San Giorgio (Cuneo) Gallo Anna. - Tortora: N. N.

V) -- Valdevilla (Alba): Ariano Albina. - Valfenera d'Asti: Bollitto Giovanni. Id.: Orsola e Vincenzo Lanfranco. -- Varengo Monferrato: Rosa Battagliero. - Venezia : Girella Savinelli, 5. - Id.: Gino Mayer, iS per la guarigione iusperata dello zio, affetto da nefrite acuta. - Id.: Luigia De Bois, 5. - Verolengo. (Torino): R. F. M. - Id.: Ippolito Lusso. - Verona: Vittorina Gregorio, 2. - Vesirree (Alessandria): Bronciolo Maria Vedova Cirio, io. - Id.: Bertonasco Delfino. - Vicenza: A. Meyer, 5. - Villadossola : Emilio Suino Bianchetti 7. - Villafranca Piemonte: P. C. - Villanova Canavese: Sardo Margherita, 3. - Villanova d'Asti: Costa Carlo, 5.- Villafalletto (Cuneo): N. N., io. - Id.: Angelina Marchisio a nome di pia persona. - Villalvernia (Alessandria): Boveri Adele, 5. - Vinovo (Torino) : Sibona Carola. - Virasca : Massa Benedetta. - Virle (Torino): Grella Domenica. - Vodo (Belluno): Osvaldo Zammichieli fu Domenico. - Volvera (Torino): Racca Luigia.

X) - B. M. - Marie Dufour, 5. - N. N. - Gariglio Giuseppina. N. N., 2. - Bessolo Marianna.

NOTIZIE COMPENDIATE

A Valdocco.

Esposizione delle Scuole professionali. - La domenica 21 corr., s' inaugurerà nell' Oratorio Salesiano di Valdocco la IIa ESPOSIZIONE TRIENNALE delle nostre Scuole professionali e Colonie agricole. L'alacrità con cui attende all'opera il Comitato organizzatore , efficacemente coadiuvato da cinque speciali sottocommissioni, ci è pegno di un lieto successo. Intanto giova ricordare che l'esposizione non sarà uno sfoggio di studiati lavori preparati da valenti maestri , ma lo specchio fedele dell'insegnamento teorico-pratico impartito nell'ultimo triennio agli allievi delle nostre Scuole professionali e delle nostre colonie agricole. Una giuria di persone competenti studierà le varie sezioni, per apprezzarue il merito, rilevarne i difetti e proporre quegli emendamenti che si riconoscessero opportuni: noi però ci auguriamo di vedere nel salone della mostra anche molti benemeriti cooperatori, affinchè abbiano un'idea di quello che s'impegnano di fare a vantaggio dell'istruzione razionale dell'operaio i figli di D. Bosco.

- Presso la tomba di Don Bosco in Valsalice, il 23 corr., si radunerà il X Capitolo Generale della Pia Società Salesiana. A tal fine, insieme con gli ispettori e i soci appositamente delegati, torneranno fra noi anche le LL. EL. RR.me MoNS. GIOVANNI CAGLIERO, Arcivescovo titolare di Sebaste, e MONS. GIACOMO COSTAMAGNA, Vescovo titolare di Colonia. A Loro e a tutti i membri del prossimo Capitolo generale, i migliori auguri e il nostro riverente saluto.

- Cordiali ringraziamenti inviamo a tutti i benemeriti Cooperatori e a tutte le benemerite Cooperatrici, che ebbero la bontà di manifestare all'amatisimo nostro Superiore Generale la loro speciale benevolenza, in occasione della festa di S. Giovanni Battista. Tra questi van segnalati i benemeriti coniugi signor Tommaso Pate e signora Augusta Braggiotti, benefattori insigni dell'opera nostra a Livorno; i quali nou solo onorarono della loro presenza le due tornate accademiche del 23 e 24 giugno, in cui si eseguì una bella Salve Regina, a tre cori e assoli, composta dalla stessa esimia signora, ma si degnarono anche di fece da priori alla nostra festa di San Luigi. Gli stessi cordiali ringraziamenti ai venerandi istituti religiosi di Torino che vollero partecipare all'affettuosissima gara; tra i quali non possiamo esimerci dal segnalare pubblicamente l'Istituto delle Religiose del S. Cuore di Gesù, presso Valsalice.

Gara Catechistica. -- La sera della festa di S. Pietro, nel nostro teatrino, gli alunni artigiani ci diedero la consolazione dolcissima di assistere ad una brillante gara catechistica, alla quale erano inscritti oltre sessanta concorrenti. Esordì l'egregio Professor Bettazzi con brillanti e paterne parole dimostrando la necessità dei conforti e delle speranze della religione per i giovani operai. « Alla scuola del catechismo, disse, s'impara a lavorare e s'impara a soffrire, mentre l'operaio non confortato dai principii della religione vive insofferente d'ogni giogo e finisce molte volte nella disperazione del suicidio ». Indi cominciò la gara, la quale, sempre in modo vivace ed interessante, continuò per ben due ore. Gli ultimi cinque si disputarono con vero accanimento la corona.

Negl'intermezzi alcuni giovani più adulti sostennero, sotto la vigile attenzione dei maestri vere dispute sui principii di nostra santa religione, novità che piacque a tutti e che facciamo voti di vedere vieppiù sviluppata, colle opportune cautele, in una prossima gara. Infine il Rev.mo D. Filippo Rinaldi disse belle parole di chiusa, rallegrandosi coi valorosi giovani artigiani che si presentarono così ben preparati alla lotta, e noi, associandoci alle sue parole, a titolo di alto encomio registriamo in queste colonne il nome dei vincitori.

Fu dunque proclamato Principe, Micheletti Augusto, allievo compositore; e vennero dichiarati Consoli, Piana Amedeo, allievo stampatore, e Abbona Luigi, allievo legatore; Alfieri, Berra Dario, allievo calzolaio, ed Emilio Garnero, allievo tipografo.

- La nostra Schola cantorum, al principiar di luglio, ebbe l'onore di partecipare alle solennissime feste annuali, che la città di Chiavari, celebra con tanto slancio ad onore di N. S. dell'Orto, cui è dedicata quella cattedrale. I nostri giovanetti accompagnati del loro maestro il cav. Dogliani e dal M° Don Giovanni Pagella, fecero del loro meglio per corrispondere a tanto onore, ma furono anche trattati con tanta cortesia, che ci parrebbe colpa se qui non presentassimo, a nome loro, all'Ecc.mo Monsignor Vinelli ed ai membri della fabbriceria del Santuario Cattedrale, i più sentiti ringraziamenti ; tanto più che alle squisite attenzioni avute vollero aggiungere pur quella di due splendide lettere di ringraziamento. Infatti S. E. così scriveva al signor Don Rua: -- I suoi bravi cantarono con lauto trasporto di affetto e dolcezza di armonia le lodi della nostra cara Madonna dell'Orto, che ci innamorarono dei loro cantici, come ci edificarono della loro pietà. - E la fabbriceria così si volle esprimere - Se in generale a nessuno potè sfuggire la valentia dei giovani cantori e i capaci ne ammirarono la singolare esattezza di esecuzione, tutti, Clero e popolo, furono edificati dal contegno loro, frutto di un'alta educazione religiosa e civile. In Seminario dove furono ospiti graditi lasciarono ammirati superiori, chierici e servitori. - Ecco una prova che anche la musica sacra riscuote edificazione e gradimento, e che una buona educazione dà sempre frutti consolanti.

Un grazie di cuore anche ai buoni superiori dell'Ospizio nostro di S. Pier d'Arena, che, nel ritorno, accolsero ed ospitarono con grande affetto i piccoli cantori.

In Italia.

BIELLA. - Banco di beneficenza. - Il 10 giugno, alla presenza di Mons. Vescovo di Biella e del Vescovo di Novara, Mons. Mattia Vicario, ebbe luogo l'inaugurazione di un riuscitissimo banco di beneficenza per le Opere Salesiane. Improvvisò un felicissimo, applaudito discorso il prof. D. Simonetti, che fece risaltare egregiamente i meriti delle Dame e dei Cavalieri della Beneficenza che dedicano il loro cuore e la loro attività ad opera sì santa, e seppe anche far vibrare la corda umoristica nel presentare ai Vescovi ed al pubblico i ricchi e svariati doni dello splendido banco.

CASALMONFERRATO. - Conferenza. - Il 22 giugno si riprese in questa industriosa città l'uso di tenere annualmente pubbliche conferenze salesiane. Il conferenziere fu lo stesso signor Don Rua, il quale additò ai Casalesi l'importanza di assodare convenientemente l'opera degli Oratori festivi nella loro città. Alle parole di Don Rua fece eco, con accento vibrato ed ardente, l'Ecc.mo Vescovo Mons. Ludovico Marchese Gavotti per cui speriamo pronti e consolanti risultati a favore di tanta gioventù pericolante.

CHIERI. - Una data memoranda per la città di Chieri sarà sempre il 17 giugno u. s. in cui veniva onorata dì una visita ambita dall'Em.mo Cardinal Arcivescovo di Bologna. L'Em.mo Svampa, ossequiato da tutto il Clero, scendeva alla porta dell'Educatorio Santa Teresa, ove ricevette l'omaggio di quelle fortunate alunne. Di là passò nell'annessa Chiesa di Maria Ausiliatrice, ove parlò alla numerosissima folla accorsa ad ossequiarlo e impartì la trina benedizione. Quindi dopo di aver visitato la camera in cui nel 1842 spirava il Ven. Cottolengo, il Duomo e la Chiesa di S. Domenico, recavasi al nostro Oratorio S. Luigi, ove rivolse ai giovani liceisti ed agli altri alunni calde ed affettuose parole esortandoli a considerare il timor di Dio come base d'ogni sapienza, e a non considerare la scienza come una curiosità, ma come un aiuto alla formazione del proprio carattere e della propria coscienza di cattolici e di cittadini, rendendosi così utili a sé, alla famiglia ed alla patria. A notte l'Em.mo ripartiva per Torino, fra gli applausi dei molti presenti e le note della filarmonica Regina Margherita.

- La festa titolare all'Oratorio S. Luigi quest'anno fu onorata dalla presenza dell'Ecc.mo Ausiliare del Card. Richelmy, Mons. Luigi Spandre, il quale disse la Messa della Comunione generale, assistè pontificalmente a quella solenne e la sera, prima d'impartire la benedizione eucaristica, disse pure uno splendido elogio del Santo. Al Priore, il degnissimo Cav. Dott. Giordano, fu dato a successore l'egregio Coram. Cesare Rossi. Al domani i giovani liceisti, nostri convittori ed ascritti al civico Liceo Cesare Balbo, lieti dei lusinghieri risultati ottenuti durante l'anno scolastico, facevano ritorno alle loro famiglie. Così, con la festa di S. Luigi, chiudevasi splendidamente per loro l'anno scolastico.

FERRARA. - Collegio S. Carlo. - Edificantissima riuscì la visita che gli alunni di questo Collegio fecero a Portomaggiore il giorno del Corpus Domini. Cantarono la Messa in musica e poi presero parte alla processione, rendendola più solenne col suono della loro banda. Era uno spettacolo che commoveva vedere quell'immensa folla di popolo far ala al passaggio del SS. Sacramento, attratta dalla fede che può essere bensì combattuta, ma che pur vive nel fondo dei cuori. Non un disordine, non uno sgarbo : dappertutto liete ed affettuose accoglienze. Si abbiano i più cordiali ringraziamenti lo zelante Arciprete e gli altri Sacerdoti che generosamente e cordialmente contribuirono all'esito splendido.

GENZANO DI ROMA. - Il nuovo Patronato per l'Oratorio festivo. - Per opera specialmente del Ch.mo Signor Domenico Pantani, Maestro di Cappella di quella Collegiata e membro distinto dell'Accademia di S. Cecilia, coadiuvato dal Rev.mo Can.° Nazario Galietti e in dipendenza dall'Arciprete, dal Signor Don Giuseppe Cima, si è costituito un Patronato di Benefattori e Benefattrici, i cui membri con raro esempio, degno veramente d'essere seguito da quanti amano il bene della gioventù, si sono spontaneamente tassati per un'offerta mensile da erogarsi a benefizio dei fanciulli più bisognosi e più diligenti nella frequenza all'Oratorio. Fra gli oblatori figura in prima fila S. Em. Rev.ma il Cardinale Antonio Agliardi, Vescovo di Albano. Mediante questi sussidi si è in grado di organizzare di tanto in tanto delle festicciuole per incoraggiare i giovanetti e toglierne un buon numero dalla strada, attirandoli all'Oratorio. Una di tali feste ebbe luogo la domenica 26 giugno u. s. in onore dell'angelico S. Luigi. Alla messa del mattino vi furono numerose Comunioni dei giovani più grandicelli : alla sera tutti presero parte alla solenne processione, nella quale venne portata in trionfo la statua del santo.

Dopo la funzione si raccolsero nel teatrino per assistere ad una rappresentazione, allestita per la circostanza, a cui tenne dietro la distribuzione dei premi, consistenti specialmente in oggetti di vestiario. A distribuirli furono invitati i signori e le signore componenti il Patronato, i quali ben lasciavano trasparire la loro soddisfazione nel vedere che la loro generosità servisse non pure a render lieti tanti giovanetti, ma eziandio a sollievo di molti fra essi appartenenti a povere famiglie.

Le melodie del concerto, che verso sera rallegrarono i convenuti, posero fine alla graziosa festa. Umiliamo il tributo della nostra più viva riconoscenza a tutti i signori e signore del benemerito Patronato ed in modo particolare all'esimio Presidente, il signor M.° Pantani, che con tanta operosità ed abnegazione seppe organizzarlo.

LANZO TORINESE. - AI Collegio S. Filippo Neri. - L'idea di riunire quanti nel periodo di quarant'anni furono alunni del Collegio di Lanzo era così geniale e simpatica che non poteva a meno di riuscire splendida nella sua effettuazione. Infatti, la domenica 19 giugno, giunsero alla stazione di Lanzo circa trecento ex-convittori, accolti dalle autorità civili ed ecclesiastiche, e dalle lunghe schiere degli attuali allievi del collegio. Il municipio offerse un vermouth d'onore al caffè della stazione, quindi il numeroso corteo salì al collegio, fra i più lieti applausi della cittadinanza. Prestava servizio d'onore la piccola fanfara del collegio e la rinomata banda di Barbania, gentilmente concessa dal cav. Andreis. Alle 12,30, dopo aver ascoltata la messa celebrata da D. Luigi Porta nella cappella del Collegio, su quell'incantevole altura, presso un alto getto di un'improvvisata fontana e di fronte ad un panorama grandioso e pittoresco ebbe luogo il fraterno banchetto. Alla tavola d'onore, insieme col Vicario, col Pretore, col Sindaco, coll'ing. Borella e col cav. uff. Rastelli ed altri egregi signori, sedevano il rev.m° D. Gio. Battista Lemoyne, primo direttore del collegio, il dott. D. Monateri, altro direttore, e il prof. D. Rinaldi, direttore attuale. Gli antichi alunni occupavano altre tavole intorno intorno, divisi per decennio, ma tutti alla rinfusa, sacerdoti, avvocati, professori, notai, ufficiali, farmacisti, dottori, industriali, ecc., ecc. Alle note della banda di Barbania si alternarono quelle delle musiche di Balangero e di Pessinetto, fra la gioia universale. Alla frutta l'ing. avv. Battù con fare brillante, diede comunicazione delle numerosissime adesioni ; fra cui quelle dell'on. Palberti, del comm. Usseglio, del prof. D. Puppo ed altre, riscossero entusiastici applausi. Quindi prese la parola il prof. Stefano Trione, inneggiando a D. Bosco che seppe mirabilmente infondere nell'animo dei suoi allievi l'amore a Dio, alla famiglia, alla patria, le tre pietre miliari del progresso e della civiltà. Parlarono anche l'avv. Burzio, il pubblicista G. A. Giustina, il cav. uff. Rastelli, e in ultimo D. Lemoyne, che si disse lieto di aver potuto constatare il bene già fatto da quel collegio, cui egli aveva consacrato da giovane tutto l'ardore del suo cuore. E il pensiero dei convenuti corse anche al Successore di D. Bosco, con questo bel telegramma: « Vecchi e nuovi allievì salesiani di Lanzo, riuniti in un palpito di fratellanza, mandano a Voi, erede dell'Apostolato di Don Bosco, reverente saluto. »

All'indomani una buona parte degli intervenuti saliva sino a Chialamberto, ov'erano accolti da quel Municipio con quella stessa festosa cordialità con cui erano stati ricevuti il dì prima dal Municipio di Lanzo.

LORETO (MARCHE). - Gli alunni del Collegio Salesiano, nella prima metà di giugno, recavansi a diporto alla città d'Ancona. Scesero al Caffè Antonelli, gentilmente invitati dal comproprietario sig. Martini, che offrì loro un sontuoso rinfresco. In seguito visitarono l'Em.mo Card. Manara, l'ill.mo sig. Prefetto, e il Municipio, ove l'egregio assessore prof. Marini, in rappresentanza del Sindaco assente, fu largo di cortesie offrendo vermouth e paste. In queste visite, al saluto ossequioso degli alunni, l'Em.mo Cardinal Vescovo, il comm. Ovidi e il prof. Marini risposero affabilmente, bene augurando al fiorente collegio di Loreto sempre nuovo incremento. La sera, dopo una visita all'istituto del Buon Pastore, ove il simpatico direttore cav. Mauri offrì un vino d'onore, vi fu una festosissima gita in mare, per gentilezza dei fratelli Bellavigna, e così ebbe termine quella lieta giornata.

MACERATA - Una visita a Pollenza. - La prima domenica di giugno 16o giovanetti dell'Oratorio festivo di Macerata, grazie alla generosità di alcuni benefattori, venivano condotti fino a Pollenza, per una gita-premio. Alla porta di Pollenza stava ad attenderli S. E. Mons. Vescovo Sarnari, che ha tanto a cuore l'educazione della gioventù. Quei buoni giovanetti assistettero con vera edificazione, alla messa solenne in parrocchia; e nel pomeriggio la loro banda eseguì alcune suonate sulla pubblica piazza con piacere di tutti. Così essi passarono una lieta giornata, e quanti li ebbero ad ammirare si persuasero della vera missione che un buon oratorio festivo esercita in mezzo ai giovanetti.

ROMA - Ai piedi del S. Padre. - Preceduti dalla banda musicale i giovani interni dell'Ospizio del S. Cuore di Gesù, ed i vispi ragazzetti esterni dell'Oratorio festivo, fra tutti circa 1200, il giorno di S. Giovanni Battista si avanzarono ordinati verso piazza S. Pietro, ove si unirono a loro i giovani esterni delle scuole del Testaccio, diretti pure dai Salesiani. Entrati verso le 5 pom. per la porta di bronzo nel cortile S. Damaso, e schieratisi quivi all'intorno, ebbero, dopo breve attesa, la consolazione di vedersi affacciare dal balcone che sorge in fondo del cortile sotto il grande orologio, la bianca figura del Sommo Pontefice, il quale con volto sorridente salutò quella turba di giovanetti. Scoppiò allora una salve di applausi e di grida festanti, tra l'erompere fremente di una bella marcia della banda. Fu quello un momento solenne ; ma Sua Santità ritirossi prontamente facendo segno che sarebbe discesa fra poco in cortile. Infatti, dopo qualche minuto, ecco apparire dall'ampio portone della Biblioteca la maestosa e sorridente figura del Papa, seguito dalle guardie nobili e circondato da varii prelati. Eruppe allora più forte e più commosso il grido di Viva il S. Padre! Viva Pio X! E Pio X degnavasi di fare il giro di tutto il cortile, dando a baciare la mano a ciascuno dei maestri ed alunni, presentatigli dall'Ispettore D. Arturo Conelli e da D. Francesco Tomasetti direttore. Compiuto il giro, il Santo Padre, circondato dalla sua Nobile Corte, fermatosi dinnanzi all'ingresso del Palazzo Apostolico ascoltò un inno a Lui dedicato, appositamente composto per quella circostanza, cantato dagli alunni con accompagnamento del concerto. Terminato l'inno, Sua Santità, intuonate le preci, cui risposero tutti i presenti, impartì l'Apostolica Benedizione, rientrando poi nei Suoi appartamenti per la scala della Biblioteca, sul limitare della quale si rivolse di nuovo a salutare e benedire gli alunni, che con entusiastiche grida acclamarono nuovamente il Padre e il Pastore universale.

- La domenica 3 luglio all'Oratorio festivo al Castro Pretorio si fece la distribuzione dei premii. Il trattenimento presieduto dall'Ispettore ed onorato dell'intervento dell'ammiraglio comm. G. B. Rolla e di altri distinti personaggi s'inaugurò con un inno maestoso, con accompagnamento di banda. Quindi ebbe luogo una riuscitissima gara catechistica, in cui un bel numero di giovanetti diede con meravigliosa valentia pubblico saggio dello studio del catechismo, tra i quali emersero i giovani Sabbatini Massimo, imperatore, Viola Giulio e Ziantoni Isidoro, principi, fatti segno ai più vivi applausi dei compagni e di tutti i presenti, i quali si augurarono che l'Oratorio Festivo del S. Cuore, che conta più di 6oo giovani inscritti, abbia a fiorire sempre più in bene di quel popolatissimo quartiere.

S. BENIGNO CANAVESE - L'anno XXV dalla fondazione di quel nostro istituto, in attesa di solennissime festività religiose, venne inaugurato con una gita di tutti gli alunni interni e dei premiati dell'Oratorio festivo, sino alla storica basilica di Soperga. Là celebrò per loro il prof. Garino, e il prof. Francesia dal peristilio della basilica tracciò a grandi linee la storia della fondazione del tempio, animando tutti a ricorrere in ogni bisogno alla Vergine delle Vittorie. Ma ai nostri gitanti era serbata una dolce sorpresa. Mentre la banda dava un breve concerto nel cortile di quel palazzo reale, ecco affacciarsi ad una finestra l'Ecc.mo Monsignor Lorenzo Pampirio, Arcivescovo di Vercelli, che per motivi di salute trovavasi appunto a Superga. E impossibile descrivere l'impressione che fece nell'animo dei nostri alunni l'apparizione della bianca figura del venerando Prelato Domenicano, che si degnò di rivolgere ai nostri brevi ed affettuose parole e d'impartir loro la sua benedizione. Il Signore Lo conservi a lungo all'amore di tutto il suo gregge ed ad onore della Chiesa.

S. GIUSEPPE IATO (PALERMO) - Liete notizie ci vennero comunicate riguardo l'Istituto Agrario del S. Cuore di Gesù in S. Giuseppe Iato. Assai rilevante è il numero degli alunni alle scuole serali ; e numerosi pure accorrono ogni festa i fanciulli all'Oratorio festivo. Ci auguriamo che le ripetute prove di simpatie date da quei Cooperatori all'opera nostra in Iato non abbiano a cessare, sicchè possa prendere un incremento maggiore a maggior vantaggio di tanti giovanetti.

S. GREGORIO (CATANIA) - Per una nuova cappella in onore del S. Cuore di Gesù. - Il I° giugno, il Rev.mo D. Paolo Albera, quale rappresentante del sig. D. Rua, circondato dai direttori delle Case salesiane di Sicilia, benedisse la prima pietra di una nuova cappella da consecrarsi al S. Cuore di Gesù, presso il nostro istituto di S. Gregorio. Fungevano da padrino il sig. Antonino Buzzetta e da madrina la signorina Angelina sua figlia. Sono venticinque anni che i figli di Don Bosco hanno posto piede nell'isola, e la nuova cappella dovrà rimanere quale monumento-ricordo della data solenne. Il sac. Francesco Piccollo, ispettore, ha diramato una circolare in proposito, e noi ci auguriamo che i buoni Cooperatori di Sicilia abbiano a rispondere generosamente al suo invito.

Dalla Spagna.

BARCELLONA-Sul «Tibi Dabo» - I lavori del tempio che i Salesiani avevano accettato, già da varii anni, di edificare sul monte Tibi dabo, nei dintorni di Barcellona, procedono alacremente, e si spera di poterne presto inaugurare la cripta. Il sacro edilizio sarà dedicato al Sacratissimo Cuore di Gesù. Intanto, durante il mese di Giugno, a soddisfare la pietà di alcuni fedeli, si stabiliva sul monte il rev. D. Tabarini , incaricato dell'opera, il quale nella cappella provvisoria, coadiuvato da altri Salesiani, compì ogni giorno solenni funzioni. Il 10, festa del S. Cuore, la stazione della funicolare e il restaurant erano ornati di bandiere. Resero più splendidi i sacri riti i giovani cantori della casa salesiana di Sarrià, e la banda musicale dello stesso collegio tenne un gradito concerto. Speriamo che il fervore presente e l'interesse vero che hanno i buoni Barcellonesi per quest'opera, la portino in breve tempo a perfezione.

DALLE ISOLE BALEARI -- A Ciudadela, importante città dell'isola di Minorca, del gruppo delle Baleari, fin dal 1899 approdarono i figli di D. Bosco : e non è a dire, come in questi cinque anni sieno stati fatti segno alla più schietta simpatia. Poterono restaurare ed ampliare la casa, e istituirvi le scuole elementari e ginnasiali, che son dette un vero modello. Son 300 gli alunni che le frequentano e tutti esterni ; tuttavia molti di essi prendono regolarmente le loro refezioni nell'ampio refettorio annesso alla cucina economica, aperta nei locali del collegio. Alle scuole è annesso un ricco gabinetto di fisica ed una buona scuola musicale. Ultimamente poterono condurre a termine un vasto teatrino che si presta meravigliosamente per le numerose giovanili adunanze; e si stanno costruendo nuovi locali per le Scuole professionali. Col nuovo anno scolastico si comincieranno ad accettare alunni interni.

Per la novena di Maria Ausiliatrice, celebratasi nella restaurata cappella, i migliori predicatori della città offersero l'opera loro, dicendo per turno le lodi della Madonna ; e nel giorno della festa e l'Ecc.mo Vescovo Mons. Giovanni Torres y Ribas, accorse a celebrare la messa della Comunione generale, ammettendo per la prima volta al banchetto eucaristico trenta fortunati fanciulli.

Dalle Americhe.

BUENOS AIRES - La fabbrica del nuovo tempio di S. Carlos, procede in modo consolante. La cripta ha già quasi tutti gli altari laterali che si stanno decorando : e a giorni sarà collocato a posto l'altar maggiore del Perpetuo Suffragio, una bellezza d'arte, ad imitazione dell'altare della Confessione delle antiche basiliche romane. La parte superiore procede anch'essa alacremente. Son già ultimate le due navi laterali con le quattordici cappelle, che restano sotto le gallerie; così pure son compiuti l'ufficio parrocchiale e la sacrestia, com'anche i due cori laterali all'altar maggiore. Attualmente si sta costruendo la volta del Battistero e della Cappella dei matrimonii, che riuscirà spaziosa ed elegante. A facilitare il compimento del nuovo tempio, si è ingrandito il laboratorio di Plastica, e già si stanno preparando i quadri della Via Crucis, i capitelli delle varie colonne, ed altri ornati sotto la direzione del Prof. D. Ernesto Vespignani. Si vorrebbe veder coperto il sacro edifizio per la festa della Purissima, la cui devozione è così profondamente radicata nell'America latina. Lo faccia il Signore!

PORTO PORVENIR (PATAGONIA MFRID.) - Benedizione della chiesa parrocchiale. - Da più anni si faceva sentire in Porvenir la necessità di una chiesa per cui Mons. Fagnano fin dal 1898 scriveva al Rev.mo Vicario Capitolare in sede vacante di Ancud, esponendogli il bisogno di creare una parrocchia in Porto-Porvenír capitale della Terra del Fuoco appartenente al Chilì ; ed effettivamente nello stesso anno in data 26 settembre tanto la Curia Vescovile di Ancud come il Supremo Governo approvarono il disegno, nominando il salesiano D. Durando Vittorio a Parroco Vicario. Ma solamente l'anno scorso, dietro istanze del Rev.mo Vescovo di Ancud Mons. Raimondo Angel y Jara si ottennero dal Governo cinque mila pesos per dare principio alla costruzione della chiesa ; che ora coll'aiuto di Dio si potè inaugurare. Essa sorse sopra un altipiano, da cui si domina interamente il piccolo paese che si stende lungo la baia. Fra le benemerite persone che aiutarono il compimento del sacro edilizio sono degne di particolare encomio la signora Elena Mac-Rae, il sig. Ernesto Mobbs, il sig. Ernesto Wales, la sig.a Daly, il sig. A. A. Cameron, il sig. Wood, il sig. Mac-Lennau, il signor Peacokt medico di Porvenir e moltissimi altri che sarebbe lungo nominare. Voglia il Signore ricompensarli largamente e guidarli tutti al porto della eterna salute. La benedizione si effettuò con tutta solennità, officiando il Governatore Ecclesiastico Don Carlo Maringer, assistito da Don Maggiorino Borgatello, parroco di Puntarenas, e da D. Simone Dzverovich, il 24 dello scorso aprile.

S. NICOLAS DE LOS ARROYOS (REP. ARGENTINA) - Visita di Mons. Cagliero. - Il 9 e il 10 giugno Mons. Giovanni Cagliero, proveniente dalle città di Corrientes e Rosario, di ritorno dal Paraguay, ove erasi recato a visitare il Collegio salesiano e dove ebbe le più cordiali e festose accoglienze da tutte le autorità civili, militari ed ecclesiastiche, fermavasi a S. Nicolas de los Arroyos, accolto dai nostri alunni e dai buoni quinteros colla più schietta esultanza. Questi ricevettero anch'essi la S. Comunione dalle mani dell'Arcivescovo ; e, sempre benevoli e generosi coi figli di D. Bosco, offersero a Mons. Cagliero alcuni graziosi regali e la somma necessaria pel suo prossimo viaggio in Italia. Iddio benedica gli ottimi quinteros, e Maria Ausiliatrice li conservi costantemente fermi alle religiose tradizioni della patria.

SANTIAGO (CHILI) -- Nel Collegio di N. Signora dei Carmen l'opera di D. Bosco ha avuto quest'anno nuovo sviluppo. Si è decorato l'interno della chiesa della Gratitud Nacional, e le si sta ultimando accanto una gotica torre. Le scuole professionali hanno fatto un vero progresso: talchè l'Ecc.mo Mons. Monti, Delegato Apostolico, ebbe a dichiarare che i nostri artigianelli potrebbero competere per precisione di lavoro con i lavoranti delle tante fabbriche tedesche ed inglesi che sono in Santiago. Ci rallegriamo di cuore con quei confratelli, persuasi come siamo che la completa l'educazione artistica dell'operaio, tanto è più utile e salutare oggidì fra i popoli, quanto è più conforme al moderno progresso.

Cooperatori Defunti

dal 15 Marzo al 15 Aprile 1904.

Cesa D. Giuseppe, prevosto - Portula Castagna, Novara. Colfer V.a Pontalti Barbara - Riva di Trento, Tirolo. Comaschi cav. Carlo, avvocato - Milano. Comba D. Michele - Barge, Cuneo.

Comizzoli D. Giuseppe, prevosto - Vimercate, Milano. Compagnoni D. Gio. Battista, Parroco - Milano. Contalbrigo Antonio - Magrè, Vicenza. Conti Anna - Parona all'Adige, Verona. Contorbia Luigia - Cerano, Novara.

Coppola D. Giuseppe, Vicario Foraneo - Castelbarona, Avellino .

Cornelli D. Gabriele - Pieve d'Olmi, Cremona. Corradini D. Venceslao - Lonigo, Vicenza. Cozzani Luigi - Pavia.

Dal Molino Catterina - Montebello, Vicenza.

Dal Verme contessa Teresa - Milano. Daolio Pietro - Mantova.

Dalla Pietra D. Silvestro, Priore - Viarolo, Parma. Dalla Vecchia Pietro - Schio, Vicenza. Day baronessa Antonina - Palermo. De Conturbia Luigia - Cerano, Novara. De Filippi Carriatore Anacleta - Torino.

De Filippis D. Ferdinando, canonico - Cava dei Tirreni, Salerno.

Del Maino marchesa Gina - Pavia.

Del Mastro Angiolina - Torino.

De Maria Maria - Nizza Monferrato, Alessandria. De Moli barone Sigismondo - Mantova. Demurru Grazia - Narcao, Cagliari. Destefanis Margherita - Torino. Destefano Antonietta - Formicola, Caserta. Devecchia Catterina - Cerano, Novara. Devecchi Giacomo - Quattordio, Alessandria. Diambrini D. Carlo, canonico - Fano, Pesaro-Urbino. Dini D. Dino, parroco - Pallerossa, Massa-Carrara. Di Robilant conte Luigi - Torino. Doff-Sotta Francesca - Imer, Tirolo. Donno D. Andrea - Corigliano d'Otranto, Lecce. Doria Mons. Giuseppe - Chioggia, Venezia. Dralli D. Achille - Buguggiate, Como. Elena D. Bernardo, parroco - Torino. Epis Catterina - Livorno, Toscana. Facchetti Domenica -Calino, Brescia. Facchini Maddalena - Moena, Tirolo. Falcioni Teresa, maestra - Cardezza, Novara.

Falletti D. Luigi, priore -Montechiaro d'Asti, Alessandria. Fanchini Catterina V.a Virco - Padova. Farruggia D. Michelangelo, canonico - Gozo, Malta. Farulla D. Vincenzo, canonico - Pietraperzia, Caltanisetta.

Fascia Achille - S. Marco la Catola, Foggia.

Fasoli D. Giuseppe - Menzago, Milano. Fea D. Costanzo, canonico - Ceva, Cuneo. Ferrari D. Valentino, rettore - S. Vito, Modena. Ferraris Lucia, ostessa - Breno, Brescia. Ferrazzini Rosa - Montagnana, Padova. Fertitta D. Giuseppe, rettore - Cefalù, Palermo. Filigrana Edoardo - Arco, Tirolo.

Fiorani D. Edoardo - Fossombrone, Pesaro Urbino. Foglia D. Eligio - Salò, Brescia. Forzani D. Fiorenzo - S. Lorenzo, Cuneo. Foscarini D. Antonio - Poggiana, Treviso.

Frattini D. Nicolao, parroco - Visso-Villa-S. Antonio, Macerata.

Freccia Massimo, cavaliere - Genova.

Gabusi Marco - Belprato, Brescia.

Gaia Luigi, segretario - Torino.

Gallina D. Felice, arciprete - Niella Belbo, Cuneo. Gandolfi D. Giuseppe, rettore - Villabianca, Modena. Gandolfi Bartolomeo - Rocchetta Palasca Alessandria. Gandolfo D. Sebastiano - Candeasco, Portomaurizio, Ganzerla Alessandro - Mantova. Gay Luigia - Torino.

Gazzetta cav. Giacomo - Graglia Biellese, Novara. Gazzetta D. Angelo, parroco - Padova.

Genovese Monsignore, vicario gen - Cava dei Tirreni, Salerno.

Ghio Maria Maddalena - Piasco, Cuneo.

Giammarchi D. Mariano, canonico - Pesaro, PesaroUrbino.

Giordano Catterina di Filippo - Canale, Cuneo. Girotti Mons. Luigi, arciprete - Crespino, Rovigo. Gola Brunetti Antonietta - Treviglio, Bergamo. Greppi Adalgisa - Mantova.

Grillero D. Natale, rettore - Redabue, Alessandria. Grisenti D. Francesco, curato - Baselga di Pinè, Austria. Guaschino Pasquale - Madonna del, Tempio, Alessandria.

Gubbi Oliva - Vugnasco, Ticino Svizzera. Guerra Lucia - Re, Novara. Henke Teresa - Fiume, Ungheria.

Henry D. Domenico, can. Cattedrale - Susa, Torino. Ingegno Bartolomeo - Delicato, Foggia.

Isnardi Modesta, m. Rebaudo - Pigno, Portomaurizio. Laguina D. Giovanni - Calasca, Novara.

Lanza Mons. Giovanni, Capp. Magg. S. M. il Re - Roma. Lauricella D. Antonio - Girgenti. Lega Amalia, ved. Metalli - Brisighella, Ravenna. Leopardi Vicenzina - Brienza, Potenza. Lia Pietro - S. Pietro di Morubbio Verona. Liberti D. Giovanni, priore - Fiuminata, Macerata. Lisi D. Sebastiano, professore - Giarre, Catania. Locatelli D. Michele, parroco - Fontanella al Monte, Bergamo.

Locati cavaliere Alessandro - Torino.

Longa D. Giuseppe, parroco - Truccazzema, Milano. Longato D. Angelo - Fanzolo, Treviso. Longo Antonio, agente - Costigliole, Cuneo. Lorena Carolina - S. Angelo Lomellina, Pavia. Lorenzi D Benedetto, arciprete - Sarginesco, Mantova. Losca Carolina, m. Negro - Cuneo. Lubatti D. Carlo - Pianfei di Robureto, Cuneo. Maddeo D. Luigi, abate e parroco - Longobucco, Cosenza.

Madre Abbadessa S. Cuore di Gesù - Torino.

Madre Priora delle Domenicane - Fontanellato, Parma, Magnelli Veronica - Borgo S. Marino, Repubblica. Maiolo Catterina - Torino. Mambretti Catterina - Osogna, Svizzera. Mambretti D. Pietro - Valmadrera, Como. Mamino Pietro fu Giuseppe - Asti, Alessandria. Mangeri Scinto Lucio, dottore - Aci S. Antonio, Congo. Mangioncalda D. Bartolomeo - Grondone, Piacenza. Manzoni D. Pietro - Almenno S. Salvatore, Bergamo. Marengo Giovannina Maria - Fossano, Cuneo. Marinelli D. Raffaele, beneficiato -Pergola, Pesaro Urb. Martini D. Giovanni, priore - Goito, Mantova. Martinolo Bianca - Torino. Marucchi D. Filippo, prevosto - Vai di Torre, Torino. Mazzi Marianna - Salagnedra, Svizzera. Mei Anna - S. Antioco, Cagliari. Meoni D. Tito, pievano - Riguttino, Arezzo.

Merli D. Pietro. arcipr. Vic. For. - S. Giuliano. Piacenza.