BOLLETTINO SALESIANO

ANNO XXVII - N. 3.   Esce una volta al mese.   MARZO 1903.

SOMMARIO - Ai lettori della pagina intima . . pag. 65 Incoronazione dell'Ausiliatrice e III Congresso . . . . 66 Il Breve Pontificio per l'Incoronazione    68

I lavori preparatorî pel Congresso    70 Missioni - Colombia: D. Albera nei Lazzaretti - Patagonia (Territorio del Neuquen) - Attraverso l'Equatore - In fascio: (Gualaquiza - Rio Gallegos - Punta Arenas Grazie di Maria Ausiliatrice. Notizie compendiate: (Balerna - Bento Gongalvos - Caluso - Castellaneta - Firenze - Jesi - Lugo - Messina - Milano - Riobamba - Roma - Schio - Torino - Treviso - Verona   87

Necrologia : Francesco Giacomelli di Avigliana - Dalbon Pietro di Darò - Clelia Tassinari Ved. Rampi   91

Illustrazioni: Patagonia, Valle di Norquin: In Chili Malal: Tipi Indigeni : Osservatorio nell'isola dell' Año nuevo :Ill.mo Sig. Barone Giuseppe Carelli.

INCORONAZIONE DI MARIA SS. AUSILIATRICE

e Terzo Congresso Generale dei Cooperatori Salesiani

Benemeriti Cooperatori, Benemerite cooperatrici,

QUANDO nel 31 gennaio 1888 vi comunicava la perdita del nostro caro D. Bosco, mi ricordo che vi diceva essere quello l'annunzio più doloroso che vi avessi dato o vi potessi dare in vita mia. Ebbene, sia lodata e benedetta la bontà del Signore ! Questo è il giorno in cui mi pare di poter dire : Eccovi la notizia più bella e più consolante che vi abbia mai dato o possa darvi, dovessi pur rimanere lunghi anni sulla terra. Il 17 corrente febbraio, primo giorno del mese dedicato a S. Giuseppe, giungeva da Roma un desideratissimo Breve, con cui il S. Padre - che il Signore conservi per lunghi anni alla nostra illimitata venerazione e profondissima riconoscenza - ha decretato - annuendo alle nostre umili preghiere - la solenne Incoronazione della nostra cara Madonna, Maria SS. Ausiliatrice. Lascio pensare a voi, quello che provò il mio cuore al leggere l'importante documento pontificio. Oh ! no, il Vicario di Gesù Cristo non poteva, dare all'umile Società Salesiana un pegno più caro e più commovente del suo paterno affetto, e proprio al chiudersi dell'anno venticinquesimo del glorioso suo Pontificato. Per noi Maria SS. Ausiliatrice è tutto. È dessa che inspirò e guidò prodigiosamente il nostro Don Bosco in tutte le sue grandi imprese ; è dessa che continuò e continua tuttodi tale materna assistenza sulle nostre opere, per cui possiamo ripetere con D. Bosco, che tutto ciò che abbiamo, lo dobbiamo a Maria SS. Ausiliatrice. Quindi è, che il nuovo splendore che il breve pontificio irradia stilla venerata Immagine di questa nostra pietosissima Madre, mi 'ha profondamente commosso.

In vero, miei cari, l'augusto Pontefice, decretando questo sommo onore alla cara Madonna, ha solennemente dichiarato, che l'imposizione delle preziose corone si compia con tutta la maggior pompa possibile, Suo nomine et auctoritate, cioè a suo Nome e con sua Autorità ; delegando a far le sue veci l'Eminentissimo Arcivescovo di Torino, il sig. Cardinale Agostino Richelmy. Per questo, Bene meriti Cooperatori e Benemerite Cooperatrici, quando noi, il 17 del prossimo maggio - giorno stabilito per la esecuzione del solenne decreto Papale - vedremo il Veneratissimo nostro Cardinale Arcivescovo porre le sante corone sulla fronte augusta della nostra cara Madonna e su quella del suo celeste Pargoletto, potremo dire di vedere nella persona dell'Eminentissimo Principe di S. Chiesa la persona stessa del Papa, avendolo Questi delegato a ciò quale suo speciale Rappresentante. Sarà per tutti un giorno indimenticabile !

Ad accrescerne lo splendore, e a prepararci più degnamente a questa straordinaria solennità, si terrà pure in Torino ed in quei giorni , coma vi fu già annunziato, il Terzo Congresso Generale dei Cooperatori Salesiani. È questo un secondo avvenimento che rallegra l'animo nostro. Esso avrà luogo nei giorni 14, 15 e 16 maggio.

Nel darvene ora l'annunzio ufficiale, non posso nascondervi la mia speranza, che questo Terzo Congresso abbia a riuscire non meno solenne e grandioso dei precedenti, tenutisi il primo a Bologna nel 1895, ed il secondo a Buenos Aires nel 1900. Ne sarà Presidente Onorario lo stesso Eminentissimo Card. Arcivescovo di Torino il quale si è degnato di raccogliere intorno a sè i più autorevoli e degni Signori del clero e del laicato cattolico di Torino per la costituzione del Comitato Esecutivo.

Questo elettissimo Comitato, cui umilio pubblicamente l'omaggio della riconoscenza di tutta la famiglia salesiana, sotto la Presidenza effettiva di S. Ecc. Mons. Luigi Spandre, Vescovo Ausiliare di Torino, antico allievo di D. Bosco, e dei Vicepresidenti, l'illm°. sig. Barone D. Antonio Manno e l'Avv. Cav. Riccardo Cattaneo, assessore comunale, nonchè del Segretario Generale `sig. Olivieri di Vernier Conte Deodato, si è già messo all'opera e ci da sicurtà dell'esito più felice. Ma perchè siano realizzate tante belle speranze è necessario, Benemeriti Cooperatori e Benemerite Cooperatrici, l'aiuto vostro efficace, il vostro appoggio. Quindi caldamente vi prego a coadiuvare alacremente l'egregio Comitato Torinese, accogliendo con slancio tutte quelle proposte, che, o per mezzo del Bollettino Salesiano o con apposite circolari, esso giudicherà opportuno di indirizzarvi. Vi invito perciò ad intervenire, potendo, al Congresso, o a mandare la vostra adesione per mezzo dei Decurioni, Zelatori e Direttori diocesani.

Certo, il lavoro non è indifferente e il tempo stringe. Animo adunque, o miei cari ; è questa un'occasione per mostrare a tutti quei vincoli di fraterna carità e di zelo, che formano il distintivo particolare di quanti lavorano nel campo salesiano, a beneficio della gioventù.

Se l'amore che portate vivissimo al nostro D. Bosco sarebbe stato anche da solo più che bastante ad eccitarvi a questo pubblico e solenne omaggio all'opera sua, oh ! per certo , dall'affetto vivissimo che avete per la gloria della comune nostra Ausiliatrice, trarrete tanto slancio che farà di questo Congresso Generale dei Cooperatori la preparazione più degna all'imponente solennità del 17 maggio, che affrettiamo coi più ardenti sospiri.

Maria SS. Ausiliatrice ci benedica tutti quanti e riempia di ineffabili consolazioni il paterno cuore di S. S. Leone XIII.

Di Voi, Benemeriti Cooperatori e Benemerite Cooperatrici, Torino, 20 febbraio 1903 XXV. Anniversario dell'Esaltazione di S. S.

Obbligatissimo Servitore

Breve Pontificio per l'Incoronazione

LEONE PP. XIII.

Diletto Nostro figlio, salute ed apostolica benedizione,

Fra tutte le Chiese, che il Sacerdote Giovanni Bosco di venerata memoria, Fondatore della Pia Società Salesiana, ha con zelo innalzate sin dalle fondamenta alla maggior gloria di Dio ed a promuovere la salute delle anime, più celebre, sia per ampiezza, sia per divozione, è da considerarsi quella di Maria SS. Ausiliatrice, solennemente consacrata fin dall'anno 1868 in Torino. Di fatto, appena fu aperta al pubblico culto, e quell'Immagine della Beata Vergine, stupendamente dipinta tra gli Apostoli, che riverenti da ogni parte la ossequiano, col reale scettro nella destra ed il Pargoletto Gesù graziosamente seduto sul braccio sinistro di Lei, fu all'altar maggiore esposta alla divozione dei fedeli, quella chiesa diventò in modo al tutto meraviglioso illustre e veneranda.

Ivi fu subito eretto ad onore della Vergine Ausiliatrice un divoto sodalizio di fedeli, che in breve venne elevato alla dignità di Arciconfraternita, ed arricchito da questa Santa Sede di privilegii e di indulgenze; e quindi la venerazione di questa sacra Immagine della Madre di Dio passò i confini dell'Italia e dell'Europa, ed oggi, per singolare disposizione divina, è mirabilmente diffusa in quasi tutte le nazioni del mondo cristiano. I segnalati ed innumerevoli benefizi poi, che la Vergine Ausiliatrice concesse già ai fedeli, sono solennemente dichiarati sia con tabelle votive, sia con numerosissimi pellegrinaggi.

Le quali cose riandando col pensiero, quando il Nostro diletto figlio Michele Rua, Sacerdote e Rettor Maggiore della Pia Società Salesiana, a nome suo e di tutta la sua Salesiana famiglia, Ci fece calda ed umile supplica, perchè Noi, che in quest'anno celebriamo felicemente il ventesimo quinto anno del Nostro Pontificato, volessimo incoronare quella veneratissima Immagine, Noi, a cui niente sta più a cuore e niente è più dolce che veder crescere più e più ogni giorno fra il popolo cristiano la pietà verso l'augusta Madre di Dio, abbiamo volentieri giudicato bene di accondiscendere a questa domanda. Per la qual cosa, tutti quelli a cui riguardano queste lettere, da qualunque scomunica od interdetto o da altre ecclesiastiche sentenze, censure o pene, in cui fossero mai incorsi, per questo solo atto assolvendoli e ritenendoli veramente sciolti, a Te, o Nostro Figlio diletto, diamo con le presenti l'incarico di incoronare quell'Imagine di Maria Ausiliatrice, che porta in braccio il suo divin Pargoletto e Salvator nostro Gesù, nel suddetto Tempio in cotesta tua città di Torino esposta alla pubblica venerazione dei fedeli, in quel giorno che sarà da Te assegnato, con solenne rito ed a Nostro nome e autorità, osservando però quella regola che, sia posta la corona, sul sacro capo della Vergine e del Bambino Gesù, secondo la dignità.

Perchè poi queste solennità riescano meglio a vantaggio spirituale del popolo Cristiano, a tutti i fedeli dell'uno e dell'altro sesso, che veramente pentiti e confessati e comunicati nel dì stesso dell'Incoronazione, saranno presenti alla Benedizione, che a Nostro nome ed autorità tu impartirai secondo il rito e la formo la prescritta, e a quelli in avvenire, che nel dì anniversario di questa solenne Incoronazione dai primi vespri fino al tramonto del sole, visiteranno divotamente la Chiesa e la Santa Imagine predetta e qui pregheranno divotamente per la concordia dei Principi Cristiani, per l'estirpazione delle eresie , per la conversione dei peccatori e per l'esaltazione di Santa Madre Chiesa, concediamo per la misericordia di Dio Indulgenza Plenaria e rimessione di tutti i loro peccati, applicabile eziandio per modo di suffragio alle anime del Purgatorio. E ciò malgrado ogni altra contraria disposizione.

Dato a Roma, presso S. Pietro, sotto l'anello del Pescatore, addì .13 febbraio 1903, l'anno ventesimo quinto del Nostro Pontificato.

LUIGI Card. MACCHI.

(Luogo del Sigillo.)

Al Nostro diletto Figlio Agostino, di S. R. Chiesa Prete Card. Richelmy, per dispensa Apostolica Arcivescovo di Torino.

I lavori preparatori del Congresso

Rimandiamo, per mancanza di spazio, al Bollettino di aprile la pubblicazione, dell'appello che il Comitato Esecutivo ha fatto a tutti gli amici ed ammiratori, delle Opere di Don Bosco, come pure le notizie circa il numeroso Sotto Comitato femminile, che si sta formando fra le illustri Dame Torinesi, sempre pronte a sostenere ogni opera buona.

Intanto pubblichiamo l'appello della terza Commissione in questo numero, e diamo nota delle Commissioni formatesi in seno allo stesso Comitato Esecutivo per affrettare ognor più il lavoro. Esse sono così costituite

Commissione prima.

Preparazione del programma, Regolamento, Orario, Sedute ecc.

(Riservata alla Presidenza)

Sua Ecc. Rev. Mons. Luigi Spandre, Vescovo ausiliare, Presidente effettivo.

Manno Barone Don Antonio lice presidenti. Cattaneo Cav. Avv. Riccardo

Olivieri di Vernier Conte Deodato, Segr. gen. Musso Avv. Giuseppe Minguzzi Sac. Giov.   Sotto-segretarii. Viola Giovanni

Trione Don Stefano, Relatore.

La Tesoreria è presso la Direzione del Bollettino Salesiano.

Commissione seconda.

Ricevimenti, alloggi, ferrovia, ospitalità.

Macciotta Cav. Oreste, Presidente. Giuganino Can. Don Bartolomeo. Cappa Avv. Ettore.'

Racca Avv. Carlo.

Jocteau Bar. Avv. Carlo Alberto. Bonino Cav. Natale.

commissione terza.

Mezzi finanziarii, Schede, Adesioni, Tessere.

D'Harcourt Conte Giulio, Presidente. Anfossi Can. Prof. Giovanni. Gullino Cav. Luigi.

Dumontel Comm. Federico. Balbo Cav. Enrico.

Losana Avv. Cav. Cesare. Lavagna Avv. Luigi. Manno Cav. Effisio.

Ripa di Meana Conte Alfonso.

Commissione quarta

Preparazione dell'aula, addobbi, ecc.

Molli Ing. Cav. Stefano, Presidente. Migliore Ing. Spirito. Sella Ing. Rodolfo. Garelli Teol. Avv. Guido. Reffo Prof. Enrico. Pucci Baudana Ing. Giuseppe.

commissione quinta.

Festeggiamenti religiosi, Orari, Disposizioni, Prelati, ecc.

Sorasio Can. Michele, Presidente. Muriana Teol. Don Domenico. Marchisio Don Secondo. Gallea Teol. Avv. Roberto. Franco Teol. Avv. Carlo. Albert Dott. Levame.

Commissione sesta.

Stampa, Comunicati, Appelli, Circolari.

Bettazzi Prof. Rodolfo, Presidente. Oreglia di S. Stefano Avv. Pio. Anzini Sac. D. Abbondio. Miraglia Cav. Prof. Matteo. Fino Avv. Saverio. Quirino Sig. Pietro.

Tutte queste Commissioni si sono poste alacremente al lavoro, lavoro copioso, che benedetto dal Signore porterà frutti consolanti.

Mano all'opera. o Benemeriti Direttori diocesani, Decurioni e Cooperatori tutti di Don Bosco; questa è la nostra parola. Si raccolga tosto la maggior quantità di aderenti e sottoscrizioni anche di quote minime, perchè le speranze e l'attività del Comitato Torinese possano essere complete e la grande solennità dell'Incoronazione della nostra celeste Patrona, Maria Ausiliatrice, abbia ad essere piena di quello splendore, che a tale Regina si conviene.

Dirigere i moduli e le offerte - Direzione del Bollettino Salesiano ; oppure Comitato del Congresso dei Cooperatori Salesiani - Via Bogino, 18 - Torino.

MISSIONI

COLOMBIA. Don Albera ai lazzaretti di Contratacion e di Agua de Dios.

(Lettera di D. Evasio Rabagliati.)

VENERATISSIMO PADRE,

Bogotà, 27 ottobre 1902.

Eccoci finalmente di ritorno dalla visita ai lazzaretti dei lebbrosi della Colombia. Discorro in plurale, perchè questa volta non ebbi a visitarli da solo, come ordinariamente mi succedeva negli anni trascorsi, ma lo feci in compagnia di due graditissimi ospiti, del rappresentante del sig. D. Rua, il carissimo nostro D. Albera, e del suo segretario.

Si partì da Bogotà il 9 settembre in direzione del Dipartimento di Santander, dove si trova il Lazzaretto di Contratacion. Stante la guerra, alcune strade erano ancora mal sicure, e noi dovemmo fare un giro un po' più lungo per arrivarvi. V'impiegammo ben undici giorni, sostando 48 ore nella città del Socorro, dove risiede il Vescovo di quella Diocesi, per trattare di affari relativi al Lazzaretto. Non mi fermo a parlare delle peripezie di questo lungo viaggio, a traverso alte montagne e per sentieri da capre, difficilissimi e pericolosi, chè mi è troppo caro intrattenerla senz'altro, o amatissimo Padre, dei copiosissimi frutti spirituali, ed anche temporali, prodotti in questi lazzaretti dalla visita del suo rappresentante.

Per cominciare dai secondi, dirò che fin dal primo giorno, il signor D. Albera aiutato dal segretario e dallo scrivente distribuì a tutti i lebbrosi una quantità di denaro, che all'uopo era stato procurato. Si diede pure a ciascuno un mezzo chilo di carne, un mezzo chilo di riso e due misure di zucchero di canna, che persone amiche ci avevano regalato. In questa maniera il sig. D. Albera potè vedere e dire qualche parola di sollievo a tutti quei meschinelli affranti dal peggiore dei mali, la lebbra. Quello che egli provò in quest'opera di carità, che durò due giorni, è cosa che io non saprei dire; egli stesso, a suo tempo, glie ne parlerà certamente.

Sollevate alquanto le miserie del corpo, si pensò tosto a curare quelle dell'anime con una missione di otto giorni, alla quale, tutti gli ammalati che avevano ancor l'uso delle gambe, presero parte con grande slancio. Don Albera dettava contemporaneamente gli spirituali esercizi alle Figlie di Maria Ausiliatrice addette a quel Lazzaretto, predicando loro ben tre volte il giorno. Il tempo libero, lo passava nel confessionale ascoltando quei poveri lebbrosi, che attratti dalla sua dolcezza e carità, desideravano versare nel suo cuore le loro miserie e le loro pene. Anche il segretario, passò quegli otto giorni di missione, e gran parte delle notti, nell'ascoltare le confessioni di quegli infermi, con grande sollievo del predicatore, e dei nostri due sacerdoti addetti al Lazzaretto. I frutti furono oltremodo consolanti ; le sante comunioni raggiunsero il numero di mille e seicento. Lo stesso Don Albera volle dire la messa della Comunione generale, che distribuì a tutti con mano tremante e col cuore pieno di commozione. Alle 9 non doveva mancare un po' di Messa solenne, e la cantarono gli stessi bambini del Lazzaretto innanzi al SS. Sacramento esposto; e Don Gusmano predicò infra missam con grande unzione e per più di un' ora sul dolcissimo argomento della SS. Eucaristia.

Per le due pomeridiane si era fissata la solenne processione che riuscì imponente. Fra i canti delle cento e più figlie di Maria dirette dalle Suore, ed il frastuono dei mortaretti e dei razzi che da cento parti volavano al cielo , un'onda di quel popolo sofferente, commosso e divoto, seguiva i sacri ministri. Don Albera volle portare il SS. Sacramento, ed ebbe poi a dire che mai e poi mai aveva provato tanti e così vari affetti come durante quella processione; nè mancò di proclamarlo nella predica di chiusura, aggiungendo le parole più belle e più tenere a quei cari lebbrosi, per animarli a mantenere gelosamente i propositi fatti in quella sacra missione. Non temo di errare, dicendo: che quegli otto giorni furono per Don Albera una rivelazione del bene che i figli di D. Bosco vanno facendo in Contratacion, e dell'amore che quei lebbrosi nutrono verso i Salesiani che li assistono e dirigono con tanta abnegazione.

Appena terminata la missione si tornò in fretta a Bogotà, per ripartire subito alla volta del Lazzaretto di Agua de Dios. Quante rovine ha ammucchiate per ogni dove la rivoluzione, che, dopo 38 mesi, non è per anco estinta ! Si giunse a Bogotà il 28 settembre, e ne ripartimmo il 2 ottobre per il Lazzaretto di Cundinamarca cioè di Aguas de Dios. Vi giungevamo felicemente il giorno 3 verso sera sorprendendo i nostri confratelli e gli amici lebbrosi, che stavano tutti intenti nel preparare archi trionfali pel giorno appresso, che, secondo i loro calcoli, doveva essere quello del nostro arrivo. Che mortificazione per loro quando ci videro giungere senza che nulla fosse pronto ! Ma non fu inutile il loro lavoro; e questi archi servirono poi per una bella processione, come dirò più avanti.

Ci premeva sapere se la missione era stata annunziata in tempo, e se era tutto pronto all'uopo.

« Nulla di nulla, ci risposero i nostri preti; la missione non fu annunziata, per inconvenienti gravissimi, insormontabili. Le dodici entrate fatte in questo Lazzaretto delle guerriglie che di tempo in tempo si successero in questi tre anni di guerra civile, e vari saccheggi che vi ebbero luogo, inasprirono in tal guisa gli animi di tutti questi ammalati, e gli odi e le inimicizie sono in tutti così profondi, che ben pochi di questi infermi potrebbero fare una missione seria. Non par questo il tempo opportuno; certo le fatiche di una missione di otto o dieci giorni, sarebbero completamente sprecate. Aspettiamo alcuni mesi ; più tardi forse si riuscirà a fare qualche bene; adesso si farebbe un buco nell'acqua. »

Le ragioni erano vere e forti, ma non convincenti. Alla sera di quello stesso giorno, Don Albera approfittando della circostanza che gli si offriva, di trovare molta gente in chiesa, parte per la recita del santo Rosario, parte per vedere il rappresentante del Successore di Don Bosco, annunziò ufficialmente la santa Missione. Disse che si sarebbe incominciata il giorno appresso, ed animò tutti con grande bontà a trarre profitto da quei giorni di benedizione, che il Signore nella sua grande misericordia aveva loro fissati. « Soffrite tanto nel corpo, finì per dire, lasciate almeno di soffrire nell'anima, riconciliandovi col Signore, poichè questo dipende da voi. Incapaci noi di guarirvi la lebbra corporale, permettete che vi togliamo quella spirituale. » Il fervorino fu così bello che andò al cuore di tutti i presenti, i quali ne discorsero cogli assenti, e l'indomani per la predica di introduzione la chiesa era piena zeppa. Lo stesso Don Albera volle predicare ogni giorno, e scelse l'ora più incomoda, l'una dopo pranzo; quando si avevano da 35 a 37 gradi di calore all' ombra, e la chiesa era davvero un forno.

I suoi argomenti erano tutti diretti al cuore; la Grazia, la Madonna, il SS. Sacramento, l'Amore di Dio e simili. I frutti non tardarono a maturare; e il terzo giorno si confessava già sul serio da cinque sacerdoti; ho detto sul serio, perchè si durava fino alle 10 ed alle 11 di notte. La Comunione generale fu qualche cosa d'incantevole; durò dalle cinque alle sette e mezzo; e, tenuto calcolo delle comunioni distribuite durante i giorni della missione, si ebbero in totale quattro mila Comunioni. Anche i più restii cedettero alle soavi chiamate del Signore; e credo che tutti quei cari ammalati, nessuno eccettuato, fecero bene le cose loro. Uomini che giunti al Lazzaretto negli ultimi tempi, non si erano più confessati da trenta o quarant'anni, ricevettero i SS. Sacramenti con gran divozione. Altri, che nelle missioni anteriori erano stati sordi alle chiamate divine, in quella si arresero facilmente. Insomma fu un vero miracolo della grazia, quello che successe in quegli otto giorni. Di tutto sia lode al Signore, da cui viene ogni bene.

Anche in Agua de Dios, D. Albera volle distribuire personalmente una limosina straordinaria procurata per tutti gli ammalati e così ebbe agio di vederli tutti , ad eccezione di una sessantina che non poterono presentarsi per essere troppo aggravati dal male. I lebbrosi erano allora novecento settantadue; i sani parecchie migliaia. Come ? dirà taluno, tanti sani coabitano con mille lebbrosi? La spiegazione è semplicissima e convincente, ed è questa: ogni lebbroso ha bisogno di una persona sana che ne abbia la cura. Ve ne sono, e non pochi, che hanno bisogno di chi li vesta e li spogli, come se fossero bimbi di pochi anni; ve ne son altri ai quali per aver perduto le mani, o per non potersene più servire, bisogna dar da mangiare, precisamente come si fa coi pargoletti ; altri poi sono completamente ciechi, ed abbisognano di una persona che li guidi; molti finalmente vivono colà trattenuti dall'amore. Son questi o figli sani, che non vogliono distaccarsi dal padre o dalla madre ammalati; ovvero padri o madri che non si sentono di abbandonare i loro figliuoli. Chi non ha una persona di famiglia, deve ricorrere a qualche persona di servizio. Per tutte queste ragioni ed altre ancora, che tralascio per amore di brevità, il numero dei sani è certo di gran lunga superiore a quello degli ammalati, facendo di Agua de Dios una popolazione sui generis che non ha altra nel mondo che le rassomigli. Mesi fa il numero degli ammalati arrivò fino a mille cento e cinquanta; ma la fame, la miseria, e le malattie decimarono quei poveri disgraziati, riducendoli, come abbiam detto, pel tempo della missione, a 972.

Nè si creda che se non ve ne sono di più sia perchè manchi il contingente; la ragione si è, che più di mille, vi starebbero a disagio. Del resto, in Colombia vi son tanti lebbrosi da formare almeno trenta Lazzaretti, come quello di Aguas de Dios, poichè fu già provato varie volte ed ufficialmente che il numero dei lebbrosi di questa povera Repubblica oltrepassa l'enorme cifra di 30 mila. Sarebbero quindi necessari almeno 30 Lazzaretti come quello di Agua de Dios per raccoglierli tutti e salvare questa disgraziata nazione dal cancro che la rode.

Tornando all'argomento, dirò che finita la missione la domenica 19 ottobre, con una vera Comunione generale che durò due ore e mezzo, si volle che Maria Ausiliatrice benedicesse tutto quel paese con i suoi abitanti passando in trionfo per quelle vie. Precedeva la croce portata da un chierichetto dell'Oratorio festivo, seguito da cento e più compagni tutti ascritti alla Compagnia di S. Luigi; venivano poi le Figlie di Maria che oltrepassano il centinaio, accompagnate dalle benemerite Suore di Carità, cantando in coro le Litanie Lauretane; subito dopo, la musica strumentale, formata quasi tutta di giovanetti lebbrosi, apriva il passaggio alla bella statua di Maria Ausiliatrice portata da sei Figlie di Maria; seguiva Don Albera circondato da altri quattro sacerdoti; e dietro questi, 120 soldati, ossia la guarnigione del paese, e poi tutta la popolazione in massa come cornice di quel quadro stupendo. Le vie erano parate a festa e le case bellamente adornate; qui e là sorgevano graziosi archi di trionfo, che il cuore di quei poveri lebbrosi avrebbe desiderato ancor più belli. Ad ogni sbocco di via cessavano i canti, tacevano le sinfonie, e si salutava la Madonna. Don Albera intonava la Salve, che un coro di bambini proseguiva in musica con accompagnamento di armonium ; e poi il celebrante alzava commosso la sua voce e cantava l'Oremus per chiedere alla Madonna Ausiliatrice che benedicesse colla sua mano materna tutto quel popolo prostrato ai suoi piedi; poi la processione proseguiva. Un colpo di scena, che commosse tutti, si ebbe davanti l'ospedale. La porta maggiore era spalancata; dalle pareti pendevano drappi, festoni e ghirlande di fiori bellamente intrecciati e là sull'erba del giardino alcuni sdraiati, altri coricati in poveri letti, altri sostenuti dalle braccia di persone di servizio, stavano tutti i lebbrosi che non avevano potuto prendere parte alla processione. Proprio in quel momento centinaia di voci ripetevano : Consolatrix afflictorum, Auxilium Christianorum, ora pro nobis!

La processione durò due ore; due ore di commozione e, vorrei dire, di paradiso per quella povera gente ! Rientrati in chiesa, si recito il Santo Rosario; si fece la predica di conclusione e poi s'impartì la Benedizione solenne col SS. Sacramento. Il sig. Don Albera ne fu così colpito , che deposti i sacri paramenti, lo sentii a dire che non avrebbe mai creduto che fosse stato possibile organizzare fra quella popolazione una processione così numerosa e solenne. « Ho già veduto, aggiunse, tante e belle processioni religiose, in molte città e paesi, ma nessuna mi aveva mai così profondamente commosso, come queste in mezzo ai lebbrosi. » Io che fui testimone della stessa scena, e che sentii nel cuore le stesse impressioni, approvai pienamente le sue parole.

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Alla sera subito dopo cena, Don Albera mi disse: « Domani partiremo assai di buon'ora, poichè è necessario arrivare a Bogotà in due giorni. Son già due mesi che mi trovo in Colombia, ed ho gran fretta di proseguire la mia missione. » Si dispose ogni cosa per partire alle cinque del mattino seguente; ed a quell'ora, i tre viaggiatori, celebrata la santa Messa e fatto un po' di colazione, erano già pronti. Ma avevano fatto i conti senza l'oste. Alle sei, le mule che ci dovevano portare a Bogotà, non erano per anco arrivate, alle 7 neppure; suonarono le 8, le 9, le 10, e nulla di nulla. Di quando in quando arrivava un messaggiero che ci diceva: «Mancano due mule! mancano due mule! » poi « Ne manca ancor una! probabilmente è fuggita dal potrero (prato) in cui erano state racchiuse; e quindi bisogna aver pazienza. » Erano grosse bugie come si scoprì di poi. Alle 12 le mule erano ancora irreperibili! Allora giunse una commissione formata dai principali del Lazzaretto, a pregare il sig. D. Albera e compagni, che posto che non potevano partire, si accettasse l'invito cortese che essi ci facevano in nome di tutta la popolazione, di dare una capatina all'asilo, che non si aveva avuto tempo di visitare. Si deposero gli arnesi del viaggio che avevamo ancora addosso, e si andò all'asilo. Che sorpresa!

I 120 soldati di guarnigione con i loro ufficiali vestiti in parata, ne guardano l'ingresso, e presentano le armi al passaggio del rappresentante di Don Rua; l'entrata dell'asilo è rivestita di bandiere di colori moltiformi e di ghirlande di fiori. Dentro si sente un brusio sonoro che svela la presenza di molta gente. Infatti in un bel salone stava un mondo di gente pigiata come le acciughe nel barile. A destra stavano bene allineate cento e più fanciulle, grandi e piccole, che hanno al collo la medaglia della Madonna; sono le Figlie di Maria di Agua de Dios. A sinistra un altro centinaio di bambini e di giovanetti che portano sul cuore la medaglia di S. Luigi; son tutti oratoriani e Luigini; innanzi hanno la loro banda di musica, e dietro un'onda di popolo, quanto ne potè entrare; fuori, sta il rimanente. Nel centro della sala vediamo due lunghe file di sedie; a destra avevano preso posto le principali signore del paese, a sinistra gli uomini, lebbrosi gli uni e le altre; fra loro si vedono una Suora di Carità, una religiosa Terziaria di S. Domenico, un chierico salesiano, ora prete, e un sacerdote della diocesi (1) parimente lebbrosi. Attorno attorno, in molti cartelli appesi alle pareti, si leggono le scritte : W. D. Bosco!, W. D. Rua! W. D. Paolo Albera, Rappresentante di D. Rua e il suo segretario D. Calogero Gusmano ! e poi ancora: W. D. Michele Unia ! W. D. Raffaele Crippa! W. D. Luigi Variara! W. i Salesiani, gli amici dei poveri lebbrosi di Colombia. Nel fondo del salone sorgeva un piccolo trono con un seggiolone riservato al sig. D. Albera; ai fianchi altre sedie per i sacerdoti e i signori e le signore principali di quella colonia. All'entrare di D. Albera, tutti si levano in piedi e con un vocio strano (2) e con applausi commoventi lo salutano. Quand'egli è a posto, la banda intona subito un inno del nostro Garlaschi, e quei duecento bambini e bambine, sciolgono le loro voci: è qualche cosa che intenerisce tutti e fa piangere molti. Poi vengono i discorsi e che discorsi ! io non mi sento di parlarne; sono tanti e tutti così belli ! Credo che furon quasi tutti consegnati a D. Albera, dietro sua richiesta. e che saranno a suo tempo pubblicati in un bel fascicolo : lo meritano davvero. Ma non sono solamente discorsi serii; a quando a quando son piccole recite di bambini, dialoghi, poesie, cori di bambine accompagnate dalla banda, un bell'assolo di una bambina con accompagnamento di violino suonato magistralmente da un giovanotto lebbroso; insomma una riuscitissima accademia di due ore. Ma non posso tacere questo ricordo. Parla una signora ancor giovane, a nome delle madri cristiane del Lazzaretto; ed arriva ad un punto dove dipinge una madre, che sente i primi sintomi del terribile male. Passano i giorni, le settimane, i mesi; il male fa progressi ogni giorno; ella lo sente, e sente pure angoscie mortali; ha ancora il marito e alcuni figli. Una mattina, dopo una notte di lotta tremenda, è decisa. Si veste alla meglio, raccoglie un po' di roba, e poi si avvicina al letticciuolo dove dormono placidamente i suoi cari figliuoletti. Si guarda attorno, se mai alcuno la veda; e vedendosi sola, quasi furtivamente bacia per un'ultima volta i figli, li stringe tutti delicatamente in un solo abbraccio per timore di svegliarli, poi li guarda ancora, li bacia ancora una volta, e lagrimosa scappa di casa, depositando sullo scrittoio del marito questo biglietto scritto con mano tremante: « Mi sento colpita di lebbra da alcuni mesi, non ho più forza per lottare e resistere, temo di far disgraziati i nostri figliuoli, attaccando loro il contaggio coi miei respiri, colle mie carezze, colla mia presenza Addio! scappo ad Agua de Dios. Sii buono, fa buoni i miei figli ; salvali almeno della lebbra dell'anima, se non li potrai salvare da quella del corpo. Forse non ci rivedremo più su questa terra, ma il Signore, io spero, ci raccoglierà tutti in cielo. Addio per l'ultima volta ! » Al sentire questa scena che ben si capiva era occorsa alla stessa lettrice, io mi sentiva tremare; un fremito mi correva per le ossa; il sangue bolliva bolliva, accendendomi il volto : mentre gli occhi mi si erano riempiti di lagrime. Credo che tutti provarono le stesse impressioni. In fine, sorse a parlare e a ringraziare tutti Don Albera; parlò a lungo colle labbra tremanti, col cuore commosso, e poi s'interruppe d'improvviso, dicendomi : « Parla tu ! » Mi schermii il meglio che potei; dopo quei discorsi così teneri e patetici, non avrei potuto formolare due frasi, o sarebbero state tronche dal pianto; preferii tacere.

Finito il discorsino di D. Albera, si chiese l'ultima sua benedizione, che tutti ricevettero in ginocchio. «Arrivederci in cielo con D. Bosco!» disse; e si uscì in silenzio, tanto ora in sussulto il nostro cuore.

Giunti a casa, ecco le mule insellate... Finalmente si erano trovate tutte; dirò meglio, erano state tirate fuori dal loro nascondiglio. Ecco quello che era successo. Verso le 8 del mattino, esse venivano realmente condotte verso casa; ma un uomo, messo in agguato, le aspettava; giunte davanti la sua porta, le fece entrare e facendole passare per la sua stessa sala, le nascose fra gli alberi di un piccolo bosco-giardino, obbligando il conduttore a nascondersi lui pure, e a non presentarsi in casa nostra, finchè non ne avesse l'avviso. Il giuoco era stato ben pensato e più abilmente condotto. Carissimo Padre, quei buoni lebbrosi avevano cento cose da dire al suo rappresentante; avevano bisogno di sfogare il loro cuore, per ringraziar lui del bene loro fatto con quella missione, di cui tanto abbisognavano, e ringraziar lei di aver loro mandato D. Unia, D. Crippa, D. Variara e i chierici e confratelli salesiani che dimorano in quel Lazzaretto. Avrebbero avuto un rimorso di coscenza, se non l'avessero fatto. Di qui le bugie e gl'inganni che D. Albera perdonò facilmente a cose finite. «Credo di non aver mai assistito ad un'accademia così ben riuscita, mi diceva poi al rientrare in casa; e sono veramente contento di essere stato burlato da questi nuovi e cari amici; sentirei una vera pena, se invece di essere stato io il burlato, mi fossi burlato di loro, togliendo loro questa occasione per esternare i nobili sentimenti della loro riconoscenza. »

Prima di finir questa mia, aggiungerò altre brevi notizie. Una è la bella sorpresa che ebbe D. Albera nel visitare l'ospedale costrutto dal nostro D. Unia, di sempre cara memoria. Là entro, tutto parla eloquentemente del suo zelo e del suo amore pei cari lebbrosi

Qui i letti e le sedie in ferro, portati da lui tanti anni or sono; là la grossa cucina pure in ferro, della fabbrica Buscaglione; là vicino il deposito d'acqua che viene da varii chilometri per mezzo di una tuberia in ghisa, che gli costò molto denaro e molte fatiche. Sono 80 i lebbrosi dell'ospedale, e i più, aggravati dal male, vi si preparano a morire santamente. Don Albera li volle veder tutti, passando per le varie corsie e depositando nelle loro mani, (a quelli che le avevano ancora) o deponendo sul letto, la limosina di cinque pesos che loro destinava, dicendo a tutti parole di compassione e di conforto. Dios se lo pague, Rev. Padre; dicevano tutti commossi fino alle lagrime, scorgendo tanta bontà nel rappresentante del sig. D. Rua; e si uscì di là veramente penetrati della più profonda compassione per quel cumulo di miserie raccolte fra quelle mura.

Anche i giovanetti dell'Oratorio festivo ebbero una visita particolare di Don Albera, che ricevettero al suono di una marcia trionfale. Essi passano il centinaio ; trentadue avevano fatto la prima comunione quella stessa mattina. Essi pure lessero i loro discorsini, pieni tutti di gratitudine, che Don Albera mostrò di gradire effusamente, parlando loro a lungo, per animarli alla perséveranza nel bene, e all'attaccamento all'Oratorio, e infine regalando a tutti una bella immagine ed una medaglia di Maria Ausiliatrice.

E posto che ho parlato dell'Oratorio festivo, è bene le aggiunga, che è quasi finito un grosso edificio di due piani, cominciato varii anni or sono, e che per cagione della guerra, non si potè condurre a termine con quella prestezza che si credeva. È dedicato alla memoria di Don Unia; e sarà chiamato Ospizio Don Michele Unia. Per il momento vi si potranno ricevere fino a 120 orfani lebbrosi; ma se sarà il caso vi è spazio per aggiungere un altro edifizio uguale al primo; e così si potrebbero raccogliere fino a 250 piccoli lebbrosi. Si è deciso d'accordo con il sig. Don Albera, che l'inaugurazione solenne si farà il giorno del Patrocinio di S. Giuseppe dell'amo prossimo, per dar tempo ad ultimare i lavori, e finire anche la cupolina e la nuova navata della Chiesa che Don Crippa ha tra mani da qualche tempo, affinchè tutti i lebbrosi ora esisenti in quel Lazaretto, e quelli che vi andranno successivamente possano trovare un posticino comodo nella casa del Signore. Per la Pasqua del 1903 adunque i due edifizi . saranno terminati, e la terza domenica dopo quella solennità, appunto nella festa del Patrocinio di S. Giuseppe, se ne farà la solenne inaugurazione. In quel giorno Don Unia sorriderà certamente dal cielo, vedendo terminato quell'ospizio che tanto desiderò d'innalzare egli stesso mentre era in vita, e che sarà la casa di rigenerazione, di preservazione e di salvazione per tanti orfani lebbrosi. Oh! noi siam certi che il nuovo asilo destinato ad essere il rifugio di tanti poveri giovani nelle lotte terribili che il male loro prepara, farà un bene incalcolabile. La nuova opera di carità infiammi la generosa beneficenza dei nostri buoni Cooperatori.

Nella visita del sig. Don Albera a questi lebbrosi della Colombia mancò una sola cosa; e fu di non aver potuto benedire la prima pietra del nuovo Lazzaretto che deve erigersi in Santander, come si ora deciso. Giunti al Socorro, si seppe che i proprietari del terreno destinato a questo scopo, malgrado il loro compromesso di venderlo, non vollero farlo per nessun prezzo, spaventati dalla notizia che quel terreno sarebbe destinato ad un grosso lazzaretto di lebbrosi. Si dovettero quindi sospendere le trattative, ed aspettare che le autorità civili, trattandosi del bene pubblico, espropriano quei terreni, o se ne provvedano altri. Ad ogni modo, svanì un mio desiderio vivissimo quello che lo stesso rappresentante del sig. Don Rua benedicesse e collocasse la prima pietra del primo Lazza retto dipartamentale.

Vorrei dirle ancora tante altre cose relative ai lebbrosi e ai Lazzaretti, ma... le lascierò per un'altra volta.

Mi benedica, Veneratissimo Padre, e con me benedica tutti i suoi figli della Colombia, che tanto soffrirono e soffrono ancora per cagione della guerra.

Tutto suo in corde Jesu, obbedientissimo figlio Sac. EVASIO RABAGLIATI.

(1) Ve n'erano due; uno morì l'anno scorso 1901.

(2) Generalmente la voce del lebbroso è veramente strana perchè è assai fioca, rauca: molte volte è quasi impercettibile.

PATAGONIA (Territ. del Neuquen).

Visita Pastorale e Missione di S. E. R.ma Monsignor Giovanni Cagliero. (1)

Loncopué, 24 febbraio 1902.

Al Passo di D. Anselmo. -Mesto ricordo.- Sulla Precordigliera Andina. - In un fosso. - Una notte romantica. - Alla capanna del veterano.

Il 15 gennaio, Monsignore accompagnato dal suo segretario, da' missionarii D. Milanesio, D. Gavotto, D. Franchini e da un confratello catechista si dirigeva alla volta del Neuquen. La carovana si componeva di 30 muli e cavalli di riserva, guidati da un arriero, un biroccino con l'equipaggio ed un forte breack di campagna per Monsignore e il segretario. Sostiamo sulla sponda destra del fiume Neuquen, in un punto dove l'acqua è più bassa e quindi più facile il passaggio. Questo luogo vien detto, non si sa il perchè, il Passo di Don Anselmo : è un luogo di tristi memorie e tomba di molte vittime.

A poca distanza di detto passo alcuni salici piangenti, nel loro muto linguaggio mostrano al passeggero la tomba del caro nostro missionario D. Francesco Agosta, il quale nel fiore degli anni, pieno di speranza e di vita, come glorioso atleta di Cristo, spariva avvolto nella profonda e vertiginosa corrente del Neuquén , martire del suo zelo e della sua carità. E per poco non corsero la stessa sorte D. Matteo Gavotto ed il baqueano, i quali tentarono, ma inutilmente, di venirgli in aiuto! Monsignore vedendo quelle acque e rammentando la preziosa esistenza che non è più, pregò con fervore e supplicò il buon Dio a concedere pace ed eterno riposo all'anima bella del caro estinto.

Un solido barcone ci trasportava all'altra sponda col breack, biroccino ed equipaggi : i cavalli passano a nuoto, lottando però non poco per vincere l'impeto spaventoso del fiume e salvarsi dagli scogli, contro cui venivano lanciati dalla furiosa corrente. Si lavora per ben due ore , al fine di organizzare di nuovo la nostra carovana: e solo verso mezzogiorno possiamo arrostire e mangiare un poco di carne, seduti sopra le pietre lambite dall'acqua, che ci servì di vino. Le superbe e rocciose montagne della Precordigliera Andina. che ci stavano dinnanzi, sembrava ci guardassero impietosite, quando ci videro ai loro piedi, risoluti di tentarne l'erta e ripida salita.

Uno solo era il cammino, il vecchio fatto dagli indii, poiche il nuovo, tracciato dall'esercito argentino lungo il corso dei fiumi e de' torrenti, disgraziatamente era stato due anni fa distrutto dalle piene impetuose. Fu quello per noi il cammino del Calvario: non vedevamo altro che pietre e precipizii, burroni ed invincibili vette, che ci riempivano l'animo di spavento.

Per questo motivo Monsignore ed io, non fidandoci neppure del cavallo, andavamo a piedi, mentre gli altri missionarii in arcione, ed i soldati colle mule strascinavano i veicoli vuoti e sempre in pericolo di sfracellarsi ad ogni istante.

Camminiamo tutto il dopo pranzo incontrando tratto tratto altipiani, terre fertili e valli bagnate da limpidi ruscelli e coltivate dagli indii e dai laboriosi chileni.

I crepuscoli della sera illuminavano i nostri passi e ci lasciavano scorgere in lontananza le alte creste della Cordilliera del Viento, Thromen e Domullo, bianche di eterne nevi. A dritta ci assediavano aride serre e robusti fianchi di monti, che aspri e scoscesi ci contendevano il passo. A sinistra anguste valli, spaventosi crepacci, dirupi e burroni ce lo rendevano quasi impossibile. Con tutto ciò era giuocoforza camminare ed andare avanti : e bisogna dirlo, i tre soldati, che ci accompagnavano, fecero prodigi e riuscirono a trarre fuori di ogni difficoltà carri e cavalli , mule ed equipaggio!... Ma nonostante le maggiori precauzioni, in una brusca discesa, la indocilità degli animali rovesciò il breack, dove erano risaliti Monsignore e D. Milanesio. Nella caduta Monsignore fece, per evitare il colpo e sostenersi, tale sforzo che se ne risentì forte all'avambraccio destro, cagionandogli non pochi dolori. Corsero tutti al salvataggio, riponendo a suo luogo cassette, cassoni ed altari portatili , e seguimmo il cammino, perche la notte incalzava. Ed eccoti un secondo rovescio del veicolo, quando meno si pensava!... Monsignore però se ne andava a piedi, e grazie alla sua prudenza, si liberò questa volta da più grave caduta. Con tutto ciò nella oscurità della notte, mentre tentava arrampicarsi sulla ripa di un profondo fosso, sdrucciolò fino al fondo e se ne risentì molto nel piede sinistro!...

Il continuare il viaggio sarebbe stato una grande imprudenza, perche i pericoli si facevano sempre maggiori: l'ora della notte era avanzata e Monsignore non istava bene. La sventurata carovana fermossi adunque sull'orlo di un orribile precipizio, che le acque avevano scavato per nostro tristissimo sepolcro. Eravamo ai piedi di una parte della Precordigliera, che gli indii chiamano Talquimilàn. La Divina Provvidenza che mai abbandona chi in lei confida, ci fece scoprire fra spessi ed alti cespugli una capannuccia abbandonata , vicino alla quale precipitano e rumoreggiano le acque di un ruscelletto. Nel duro suolo di sì triste albergo riposammo alcune brevi ore. Monsignore si adagiò alla meglio sopra un mucchio di giunchi; ma il dolore delle sue lesioni non lo lasciò riposare neppur un istante. All'alba, mentre ci preparavamo per la celebrazione della santa Messa, arrivarono alcuni montagnuoli per salutare il Vescovo, ricevere la sua benedizione e far cresimare i loro bambini. Monsignore ancorchè non si sentisse del tutto rimesso , dopo il santo Sacrificio amministrò solennemente il Sacramento dello Spirito Santo e diede a quella povera gente soavi consigli di vita cristiana.

Quegli ottimi popolani movendosi a compassione della nostra critica situazione ci aiutarono a discendere i nostri veicoli ed a metterci sul diritto cammino. La faticosa manovra durò più di tre ore, e fummo costretti a portare sulle spalle gli altarini e le provvigioni. Ristoratici alquanto con un po' di ben di Dio fornitoci da quei buoni pastori, ci mettiamo in marcia. Guadato il fiumicello Talquimilan, che dà il none alle vicine serre, c'imbattiamo in un povero francese che ha stabilito la sua dimora su quelle sponde, e gli domandiamo s'era buono il cammino per andare a Norquin: Bueno y sin peligros, ci rispose. Poveretto!... accostumato a vedere le capre ad arrampicarsi su per le rocce, credeva forse che noi pure facessimo altrettanto!... Poco dopo attraversando un canale, il nostro breack si sprofonda con pericolo di un'altra grave e peggiore catastrofe, se Monsignore, avveduto, non l'avesse instintivamente impedita, contrabilanciando il veicolo dalla parte opposta. Questo incidente lo determina a fare a piedi l'irto ed aspro sentiero ed io lo accompagno. Avevamo il sole al nostro zenit: la montagna era alta e la salita difficilissima. Bagnati di sudore e rossi in faccia come fuoco (dopo tre ore di faticoso sali e scendi) arrivammo ad un altipiano dal quale c'è dato contemplare giù in basso una splendida valle, seminata di biade ed irrigata dal torrente Trilauthúe. Lì presso scorgemmo una capanna, abitata da un vecchio soldato, che in premio dei servigi prestati alla patria ricevette dal Governo quel bel pezzo di terra ferace. Questo buon veterano si meravigliò non poco del nostro arrivo in ora così incomoda e calorosa; e fu per lui e la sua famiglia un grato piacere, ed insieme un singolare onore, albergare nella sua povera casuccia il Vicario Apostolico della Patagonia. Entrammo adunque nell'umile abitazione, scavata dentro di una rupe del suddetto Trilauthue, dove ci furono usate tutte le gentilezze della ospitalità.

Due ore dopo, arrivarono anche gli altri Missionarii ed il restante della carovana, cioè soldati, arriero, cavalli , muli e carri, ma così stanchi e sfiniti che Monsignore giudicò conveniente fermarsi sino alla dimani. La notizia dell'arrivo del Vescovo si sparse nei dintorni della valle come un baleno; e que' semplici contadini vennero tosto a gara per vedere la prima volta nella loro vita l'amato Padre e Pastore. Accorsero pure molti indii a far battezzare e cresimare i loro bambini: sembrava che gli angeli custodi li attirassero con allegria e li disponessero a ricevere le celesti benedizioni.

Nel nostro sacro ministero ci fu lavoro per tutti, e la mattina seguente, convertita la nostra capanna in cappella, udirono la santa Messa, celebrata da Monsignore, ricevendo quei buoni popolani con la semplicità dei primi cristiani la S. Comunione. Furono numerosi i cresimati e battezzati.

Salendo la Loma del Viento. - Nella valle di Norquin. - Missione di Quilì-Malal. - Una commensale centenaria.

Il vecchio ed intrepido artigliere con quattro dei suoi più robusti servitori (peones) ci volle accompagnare per aiutarci a guadare in differenti punti il Trilauthúe ed affrontare la salita della Loma del Viento: rapida montagna così chiamata perchè i venti sono i soli padroni di quelle alte cime. Non era possibile viaggiare in breack, ed il povero Monsignore ancorchè non avesse più confidenza nel cavallo , per la grave caduta sofferta nel 1887 in quegli stessi dirupi, dovette servirsi, suo malgrado, del nostro fido alazàn (cavallo color canella) per serpeggiare tra gli enormi massi di pietra del torrente e guadagnare le rocciose vette della Loma del Viento. Si viaggiò dalle sette del mattino fino alle tre del dopo pranzo. Da quelle favolose altezze si gode un incantevole colpo di vista e sempre nuovi stupendi panorami: picchi e corone di monti tinti d'azzurro, e che paiono fendersi e precipitarsi nell'abisso. La salita della Loma del Viento fu per noi quello che fu per Annibale il valico delle Alpi; ci rimanevano però a superare altre non minori difficoltà: le cime del Trolón!... continuazione della Loma del Viento. Passando per la gola di un crepaccio di montagna, detta Mallín Redondo, abbiamo dovuto affrettare il passo per evitare il pestilenziale Huecú, luogo dove gli animali sbalordiscono, tremono e cadono. Attribuiscono questo fenomeno alla qualità di erbe nocive od alla esalazione pestifera del terreno.

Sull'imbrunire eravamo giunti all'ultimo picco del Trolón. Quivi sostammo e presa stanza fra macigni e dirupi difesi dai venti, ci diamo tosto attorno per accendere il fuoco e preparare la cena, che doveva tenere luogo di pranzo, non potuto fare tutto il giorno.

Ma dove trovare la legna e l'acqua? Un buon chileno, che come esperto baqueano dirigeva la nostra carovana, con escrementi e radici di arbusti svelti dal suolo ci accese un bel fuoco, ed un soldato con tre colpi di piccone nel fondo di un fosso, scavate alcune pietre, trovava acqua sufficiente per fare bollire la pentola che i zingari portano sempre nei loro viaggi. La notte fu rigida e quasi gelata, onde alcuno di noi, non potendo dormire pel freddo, che sempre più intenso si faceva, si mise a fare l'astronomo ed a contare le stelle...

La mattina, al primo apparire dell'aurora, i soldati corsero a radunare le bestie da sella e da tiro, che se n'erano scappate giù giù per la montagna in cerca di alimento e di acqua. L'alazàn di Monsignore , il più umile e quieto dei nostri cavalli, arrivò il primo ; quello di D. Franchini ed il mio bruno fedele, lo seguivano. Nel mentre prendevamo un matesito furono insellati, e lasciato che D. Milanesio e D. Gavotto scortassero il breack, noi in compagnia di Monsignore intraprendiamo la discesa di quella spaventosa montagna. Dalla sommità del Trolòn scorgiamo la valle di Norquin consistente in un immenso anfiteatro di montagne, bagnato dalle acque del fiume Agrio , con ubertosi campi, verdeggianti pascoli , numerosi armenti e capanne disseminate tutte all' intorno. Che grandioso spettacolo della creazione!... Vedevamo in un fondo azzurro le gigantesche montagne, gettate nell'oceano atmosferico, quali cavalloni di un procelloso mare. Come alti promontorii e scogli primeggiavano la Serra Velluda, sempre coperta di bianca porpora; il Vulcano di Antuco ed il celebre Copahué, ai cui piedi zampillano un'infinità di acque termali.

La discesa durò cinque ore e furono cinque ore di spavento, se non di agonia. Noi eravamo tutti attenti a star bene in arcioni, ed i nostri cavalli cercavano come assicurare il piede nell'orlo di orridi precipizii, per non sdrucciolare e sfracellarsi tra i rocciosi baratri di gole profonde. Ora lasciavamo alle povere bestie le scelta del cammino; ed ora le guidavamo, sino a che stanchi, noi ed i cavalli , arrivammo al fondo dell' alta montagna, nella valle del Durazno. Quivi siamo ricevuti in un povero tugurio, da una buona famiglia chilena, che ci usa ogni possibile riguardo. Continuando poscia il nostro cammino, ci inoltriamo per tortuosi sentieri, nella vastissima pianura di Norquín. I cocenti raggi del sole ci sferzavano e noi sferzavamo i cavalli per arrivare più presto ad una casuccia, situata ai piedi di un gruppo di macigni formidabili, che sembrano un'inespugnabile fortezza. Sopra lo spianato di quella roccia, l'anno 1880 l'artiglieria argentina sparava i suoi cannoni e dichiarava che il Territorio del Neuquen non apparteneva alle orde selvaggie degli indomiti araucani, ma alla regina del Plata ed alla civiltà cristiana.

Al tramontar del sole l'intiera carovana riparte per Quilí-Malal (ovile rosso), dove molti buoni cristiani e non pochi indii ci aspettavano per le funzioni della sera. Quilì-Malal è una verdeggiante pianura di forma ovale con abbondanti pascoli e varii ruscelli, che la irrigano; una corona di montagne la difende dai venti : ed è centro di molte altre vallate, che vanno ogni giorno più popolandosi. La nostra permanenza in Quilì-Malal fu di otto giorni dando a tutti comodità di udire la parola di Dio, assistere alla santa Messa e ricevere i Sacramenti. Nel frattempo D. Milanesio e D. Gavotto partirono per la missione delle valli del fiume Trucuman, distante 25 leghe. Ci servì di cappella una casupola, i cui muri erano di crudo mattone ed il tetto di frasche e di paglia. e procurammo addobbarle con arredi sacri e drappi che a tal fine portavamo sempre con noi. Era l'abitazione di un buon provinciale di Mendoza, il quale contentissimo ce la cedette perchè la convertissimo in uso sacro, durante la missione. Monsignore ed il suo segretario si albergarono sotto una tettoia: Don Franchini ed il catechista in mezzo agli arbusti ed i soldati all'aria libera.

Durante gli otto giorni di predicazione e funzioni sacre fu un continuo affluire di carovane di famiglie cristiane, che venivano a compiere i loro doveri religiosi. Si battezzarono molti bambini e si cresimarono persino vecchi di 70 e più anni. Anche gl'indii dei dintorni uscirono fuori dalle tolderie ed insieme colle loro famiglie , vennero alla missione per far battezzare i loro bambini, cori parecchi già grandicelli ancora infedeli. Ciononostante non abbiamo potuto indurre due poveri vecchietti a farsi cristiani, dicendo con ostinazione pari alla loro ignoranza: Nosotros indios viejos; y indio viejo ya no servir pà cristiano.

Prese parte alla missione una buona vecchierella di cento e più anni. Essa aveva conosciuto ed ospitato Monsignore sulle sponde del fiume Ariléo, nella sua prima visita pastorale del 1887 ; ed era ansiosa di rivederlo e partecipare del beneficio dei SS. Sacramenti. Ancora adesso forte e robusta siede sopra il suo cavallo, e lo maneggia e guida con destrezza giovanile. Venne accompagnata dai suoi figli già vecchi e canuti e da uno stormo di nipoti e pronipoti. Si fermò quattro giorni con tutta la numerosa sua famiglia, ed in questo tempo Monsignore , attesa la avanzata età di lei, la invitava al mattino a prendere un poco di caffè ed al mezzogiorno divideva con lei la minestra, che i nostri buoni soldati ci preparavano. Un'altra povera donna ammalata, prevedendo prossima la morte, si fece trasportare in un catango (carretto che si usa nella Cordigliera) alla missione, per ricevere, forse per l'ultima volta, i SS. Sacramenti. Atteso il suo grave stato le si permise la Comunione per Viatico; e si procurò le fossero prodigate tutte le cure possibili durante il giorno e la notte che stette in Quilí-Malal. Al ritornare alla sua povera capanna non faceva altro che ringraziare il Signore e Maria SS. per la grazia ricevuta.

(Continua)

Attraverso l'Equatore (Impressioni di un viaggio*)

Coyagchi.

Di fatti, di lì a poco sbucammo in un luogo aperto ove scorgevansi due capanne, l'una delle quali voleva essere una casa, fatta di tronchi ruvidi e scompaginati, col tetto di paglia. Qua un campicello di fave e di patate ; più lungi un praticello ; poi di nuovo il bosco, le cui fronde lasciavano vedere alcuni lembi di altre capanne. Alla destra la profonda vallata, vestita di fitta selva. Questo luogo è Coyagchí.

Dalla prima delle due abitazioni, all'abbaiare dei cani, uscì un fanciullo di circa otto anni, dalla faccia sucida e dai capelli scarmigliati, con un camicione che un tempo era stato bianco ; e dietro a lui un giovane indio di forse vent'anni, dallo sguardo idiota, con al collo una boccia volgarmente chiamata gozzo. Rientrarono ; e subito apparve con essi una donna portante la stessa differenza specifica , affacendata in purgare un vaglio di granturco. Questa ci mirò con sorpresa, ma con sguardo intelligente; depose il vaglio e con ossequiosa premura corse a chiamare i padroni dell'altra casa.

Erano due giovani sposi che, senza farsi molto aspettare, c'invitarono a mettere piede a terra.

- Quest'è appunto ciò che desideriamo e che ci facciano la carità di un boccone, soggiungemmo.

- Sì, sì. Con molto piacere.

E la sposa andò a prendere le sue migliori coperte e le stese sovra di un panchetto che era sotto la bassa tettoia, affinchè Monsignore vi si accomodasse.

- Grazie, ma non si disturbi, perchè non vogliano fermarci. Prenderemo qualche cosa, e poi, via !

La nostra gente si guardò in faccia con istupore e sconforto ; e la donna del vaglio replicò - Ma così non si potrà preparare nulla. Qui, signori, c'è niente. Bisogna andar a cercare un po' lontano. Ci sarà da aspettare un paio d'ore. - Allora, andiamo avanti. Grazie.

- E dove intendono di arrivare? domandò lo sposo.

- Oggi dobbiamo essere a Cañar.

A Cañar non arriveranno che domattina, viaggiando di notte. E con queste strade!... Dio li liberi da una sciagura.

- E dove potremo arrivare?

- Dove possono arrivare!... Sono già arrivati, reverendi. Di qui non troveranno altre case per sette ore di cammino. La notte li sorprenderà nella foresta o sulle vette della cordigliera, ove geleranno di freddo. È grave imprudenza seguire innanzi. Ascoltino me: si fermino qui, sebbene questa sia una casa indegna di un vescovo. Daremo loro tutto quello che c'è. Loro dormiranno a letto e noi per terra.

- Sì, sì, aggiungeva la compagna. - Non vedono che brutta nebbia, che la pare fumo dell'inferno? E che freddo vuol fare stanotte.

Infatti l'orizzonte era tutto chiuso e si andava facendo ognor più stretto per l'abbondanza dei vapori acquei, che di lì a poco ci offuscarono e circondarono da vicino, come tenebre fitte.

Contrariati e scorati, togliemmo le selle ai cavalli, mentre le buone donne correvano di qua e di là per provvederci un po' di cibo.

- Vedete se le galline hanno fatto qualche uovo. Ma esse covano tutte, poverine. Torcete il collo a quel galletto che mi fa la rivoluzione. Scaldate dell'acqua.

- Sentite, donne : se non trovate nulla, vedete là quelle belle fave ; le faremo bollire. E le patate! Devono avere tutti i sapori della manna

In ultimo caso coglieremo dell'erba e la faremo in insalata.

- Ci lasci fare, reverendo. Non mancherà nè questo, nè quello.

- Ma intanto non avete nulla da gettar giù? Non v'è rimasto un cucchiaio dì minestra, un po' del vostro granturco bollito?

- Sì, c'è lì un gruzzolo di mote, ma è freddo.

- Non importa : lo scalderemo noi.

E senz'altro, io presi un cestino, nel cui fondo era rimasto il generoso grano che qui tiene il luogo della polenta; e ne trangugiai tre o quattro pugni senz'aiuto dei denti. Monsignore volle fare la prova. Ma dopo il terzo granello desistette dall'impresa.

Un po' d'istruzione a quella buona gente, in forma apostolica, e la recita dell'Uffizio ci fecero sembrare più brevi le quattro lunghe ore di sbadiglio e di freddo che precedettero la refezione. Con poca fatica s'imbandì la mensa; e con assai minore si consumò la cena.

La notte si avanza. Bisogna pensare al domani. Il mulattiere non giunge ancora. Sarà vivo o morto? E dove andranno a finire i nostri bagagli e l'altar portatile che egli conduce?

La Provvidenza non ci abbandonerà. Intanto prepariamo un altarino qui fuori. Tele, sete, festoni, lampade, candelabri, non s'hanno a desiderare nella selva, dove risplende in tutta la sua grandezza la maestà di Dio. Andiamo al bosco, brancicando nella nebbia. Ne riportiamo bellissime fronde dei più ricercati alberi, graziose ciocche di variopinti fiori. Ecco fatto l'altare. I muri del tempio sono i boschi , la volta sarà il cielo, che speriamo sereno; lo scroscio dei fiumi sarà l'organo; gli uccelli faranno da cantori.

Là nel silenzio dolla foresta recitammo il Rosario, salutammo la Regina del Cielo colle parole dell'Angelo , cantammo l'Ave maris stella, e poi ci ritirammo colla voglia di dormire.

L'alba venne a toglierci, non dal sonno, ma dai brividi di freddo, per farci contemplare una scena sublime e grandiosa. I vapori sono precipitati nella vallea, dove, fra un mare di nebbia rumoreggia il tuono e guizzano i lampi sotto i nostri piedi. Su nel cielo, divenuto limpido al soffio di un freddo venticello, brillano alcune stelle luminose. La luna, dall'occidente, versa sulla foresta il suo ultimo sorriso di luce argentea; mentre l'astro del giorno dall'oriente piove un diluvio d'oro, di porpora e di madreperle attraverso gli strati ed i cieli diafani, seminati per l'etere, come un immenso esercito risplendente.

Un centinaio di persone, accorse dai dintorni, sono sedute sull'erba in gruppi dispersi, attendendo l'ora di udire la Messa e far cresimare i loro bambini. Ma la guida non arriva. Sono già le sette : bisogna continuare il viaggio. Monsignore dirige alcune parole al popolo, incoraggiandolo alla vita cristiana.

Stiamo per partire, quando sorge sul limitare bosco la sospirata apparizione: l'arriero colla bestia di carica, e l'altare. Celebriamo la Messa, si amministra la cresima, e promettendo di ritornare a consolare più efficacemente quelle povere anime, salutiamo i nostri ospiti, che per tutta ricompensa non vogliono altro che una benedizione.

Sull'Azuay.

Fra l'acqua e il fango, su e giù per le rocce, attraverso il bosco e qualche praticello, la via non vuole smentire la sua fama; anzi l'accentua con nuovi orrori.

Ma noi ammiriamo le svariate qualità di alberi e le infinite specie di capricciosi fiori, cui la mano dell'arte ambisce di carpire alla libera esuberanza delle selve per abbellirne con certa legge i parchi ed i giardini reali.

Il sole aveva già oltrepassato lo zenit, quando nuove ascensioni ci tolsero poco a poco dalla foresta per farci dominare il nodo altissimo dell'Azuay, valicando la prima grande ossatura delle Ande.

Di nuovo i rachitici arbusti e le ignude rupi; di nuovo il vento frizzante e gelido delle vette nevose, temperato però dai cocenti raggi solari. Poco a poco ogni fiore, ogni arboscello scompare. Tutte le falde e le cime sulle quali rasentiamo gli scoscesi picchi , le orride e le ardite creste, appaiono coperte di una paglia vegetante, fina e leggera, che l'aria scuote ed abbatte. Sopra noi, al livello dei più alti macigni roteano centinaia di avvoltoi, cercando col cupido sguardo qualche pecora o vitello o cane incauto che si aggiri al basso. Talora, affamati, assalgono pure l'uomo, che appena si può difendere, nascondendosi fra l'erba secca, ove non sarà raggiunto da quei rapaci, che difficilmente e per loro male confidano gli artigli al suolo.

Il sole cominciava a declinare e in noi si facevano più potenti gli stimoli della fame. Ma dove troveremo case? Màrquez, il nostro volontario compagno, ci assicurava che, appena valicata la gran catena, vale a dire, dopo fatto un brevissimo giro, ci saremmo trovati a Tambo, ossia alle porte di Cañar, come chi si sveglia dal sonno, o beve un bicchier d'acqua. Dunque, le fatiche di Ercole sarebbero presto finite. Monsignore pertanto incoraggiato, mi mandò innanzi in cerca, del primo albergo, per non perdere poi tempo in preparare il pranzo.

Toccai i fianchi al mio cavallino, il quale non corse ma volò su pel sentieruccio che fiancheggiava l'ultima giogaia, scongiurando così il pericolo del vento impetuoso che in qualche luogo minacciava rovesciarci. Dopo la corsa d'una buona ora, d'improvviso sotto ai miei piedi s'aperse una valle profondissima. Non boschi la riempiono, ma prati e campi, ed infinite macchie, dai colori graduati fra il verde più oscuro ed il più chiaro, giallo, sì da lasciarne godere tutta la varietà. Sembra di essere venuti per incanto in un altro mondo. L'immensa profondità di questa vallea fa ricordare l'impressione delle bolgie Dantesche.

Laggiù vivono inabissati, sulle sponde del fiume Cañar, gli antichi ed agiati indii Cañaris.

È questo il grande altipiano che percorreremo diagonalmente in due giorni, per valicare poi il dorso orientale dello Ande, che dalla banda opposta lo chiude. Numerose colline la intersecano. Ed ecco là, sul dolce pendio che sta di fronte, siede regina la antica città, sede del re inca, Guascar, quando disputava il regno di Quito al fratello Atahualpa, già padrone del Cuzco e di Caiamarca. Indi, ai piedi di altri colli, i paesi di Biblian e di Délej ; poi, custodita da varii poggi, la città di Azògues, fondata sopra vene di Mercurio, donde il suo nome; e finalmente, fra le ultime trinciere, la celebre Cuenca, cui dà il nome di altra città spagnuola, la configurazione topografica di una conca. Sparsi nei burroni, sui poggi e sui declivi, paeselli, casolari, ville e capanne, cui fanno ombra rare file di eucalyptus.

Guardai in giù per la ripida stradicciuola e sentii l'impressione che altre volte provai allo scendere da certe cupole dei nostri maggiori tempii. Per non fare un capitombolo e per isnodare le membra rattrappite, mi afferrai alle redini della mia bestia e mi lasciai tirar giù dalla legge di gravità, mentre l'animale, protestando contro l'uso anticavalleresco, mi faceva il contrappeso, tirandomi in su quanto poteva. Arrivai al fondo felicemente. Le molte casuccie sparse fra i campi di granturco e di frumento, mi facevano sperare che lì stesso fosse Tambo, ma un secreto presentimento mi diceva essere quella un'illusione.

Che contrattempo!

Parecchi indii ed indie facevano la strada in direzione opposta alla mia. Queste colle loro molteplici gonnelle ed i manti, di grossissima lana dai vivi colori, da esse tessuta; quelli coi pantaloni dello stesso genere, e talora di vello di pecora, stretti e tagliati senza regola ed una giubba della stessa moda; sopra la quale taluno vestiva il caratteristico poncho, specie di coperta con una apertura nel mezzo , per farvi passare il capo. Tutti, coi capelli lunghi rabbuffati, il viso tostato dal vento e dal sole, con pesanti cappellacci di panno bianco in testa , camminavano a passi frettolosi, come è loro uso, gettando innanzi il corpo e soffiando di tanto in tanto come la valvola di una locomotrice.

Allo scorgermi scoprivansi il capo, si facevano il segno della Croce, e ripetendo più volte alabado sea el SS. Sacramento del altar, continuavano la corsa. Ma io volevo sapere dove mi trovassi e gridavo dietro loro tutte le domande che sapevo nel loro chícina

- Maiman Tambúman rini? - Per dove vado a Tambo ?

- Cainígman - Per di qua stesso.

- Maipi tían ? - Dove si trova?

- Cayllapi, taita padre: - Qui molto vicino, padre.

Queste e simili domande facevo a quasi tutti; e interrogandoli sulla lontananza di Tambo, tutti mi rispondevano: Chullàpi, Chullàpi: - Molto vicino, vicinissimo.

Ma intanto, camminavo già oltre mezz'ora in piano, ero passato innanzi a molte capanne, avevo trovato più di trenta indii e più di trenta domande avevo fatte; e Tambo non compariva. Anzi andavano scomparendo anche le poche case che rimanevano nei campi. Allora entrai in una di queste, nel cui cortiletto silenzioso stavano seduto per terra due indie, una dietro l'altra. Quella davanti spannacchiava il granturco; l'altra, con molta concentrazione, fissi gli occhi sulla testa della prima, andava snidando i cavalieri d'argento da quel campo... selvoso. Nella stessa operazione era pure intento un indio, attorno a tre bambini che giacevano per terra, scaldando le carni al sole. Razzolavano crocchiano alcune galline e grugnivano alternativamente due maialetti.

Mi videro gli indii e sospesero un momento il loro ufficio, per riprenderlo poi subito.

- Utea Tambúman ciayascia? - Presto giungerò a Tambo? domandai col tono di chi vuol avere una risposta pronta ed esatta.

- Mai carúpi! - Molto lontano, mi rispose l'indio, prolungando l'accento della seconda parola e senza interrompere più il suo mestiere.

Mi vidi sconfitto.

- Tandata ciaringhiéin? - Hai pane? - Màna - No.

- Malpata eiaringhícin? - Hai galline? - Mana.

- Mirata ciaringhícin? - Hai burro? Mishquita ciaringhicin? - Hai zuccaro?

- Mana, mana.

- Burúta ciarighícin? - Hai uova? - Mana, Mana, Mana.

Mi accorsi che era tempo perduto. Allora diedi un'immaginetta a ciascuno e mi provai a fare un'ultima domanda:

- Lechéta ciaringhicin?

- Ari, ari, tata padre. - Sì, sì padre. Charíni - L'ho proprio.

- Ebbene, soggiunsi : fra poco passerà di qui taita obispo. Gli darai una tazza di latte. Non è vero?

- Ari, àri. Tandata, mishquita, burúta, tucui cuscia. - Sì, sì. Pane, zuccaro, uova, tutto gli darò. Il poverino non s'era avveduto che io ero sacerdote. Per questo al principio non aveva nulla. Ma quando se n'accorse, tutto mi avrebbe dato.

Spronai il cavallo e presto mi vidi nuovamente in luoghi disabitati. Scomparve dal mio sguardo l'orizzonte che prima mi guidava, intercettato da nuove colline che rinnovavano il saliscendi. Dove andrò?... Eppure bisogna andare.

Dopo due ore di questa corsa vidi comparire una chiesuola, un piazzale. Era certamente Tambo. Vi giunsi. Andai difilato dal parroco, che stava seduto a mensa.

- Buona sera! Sono salesiano. Precedo Monsignor Costamagna che va a Cañar e desidera prendere un ristoro qui, in sua casa.

- Ma che onore per me! disse il parroco deponendo il cucchiaio e trangugiando in fretta l'ultima cucchiaiata di minestra.

- Molte grazie, sig. Curato. Abbiamo molta fretta, perche il nostro visitatore , D. Albera...

- Ebbene : dove l'hanno trovato D. Albera ?

- Non l'abbiamo trovato; ma speriamo di trovarlo a Cuenca.

- Ma come? Se D. Albera, col suo segretario e con D. Mattana di Gualaquiza, sono partiti di qui alle undici e mezzo e vanno a Riobamba sullo stesso cammino che hanno fatto.

- Possibile!... E non ci siamo visti!... Oh che contrattempo! E non ci sarà mezzo di fargli sapere

- Oh sì! Aspetti un momento.

Il buon parroco uscì e ritornò subito dopo col sindaco del paese ed un altro uomo disposto a raggiungere D. Albera in tre ore. Scrissi un biglietto e glielo consegnai dicendogli

- Presto : sarai ben pagato. Ma procura scontrarti col Vescovo. Mostragli il biglietto... e se non ti dà ordini

Non avevo terminato di parlare, quando sopraggiunse il mulattiere correndo e gridando:

- Taita padre! Presto, vada a Cañar; perchè taita obispo è molto stanco ed è passato per un'altra via più breve.

Ripresi il biglietto, ringraziai, mi rimisi in arcioni; ed in quattro sferzate giunsi a Cañar.

(Continua.)

IN FASCIO

Gualaquiza (EQUATORE). - Mons. Costamagna in mezzo aì Jivaros. - Dal Cristoforo Colombo di Buenos Aires rileviamo queste notizie inviate da Mons. Costamagna : « Ci aspettava all'entrata della missione uno stuolo di Jivari semivestiti, dipinto il volto di varii colori vivissimi, le orecchie perforate ed ornate (sic) da grosse canne lunghe un palmo, il collo circondato da una dozzina di collane fatte di denti di scimmia, e colle mani inverniciate d'un nero lucente.

» Appena scesi dalla mula, non badando alla fanghiglia che ci copriva tutti da capo a piedi, ci si precipitarono intorno, salutandoci con un gergo inintelligibile, e chiedendo coltelli, specchi, aghi, etc. Li contentammo ben volentieri. Questi cari Salesiani col loro Don Mattana alla testa, fanno continuamente una vita sacrificata. Son degni di encomio : coram Deo et hominibus.

» La novena dell'Assunta cominciammo a percorrere le foreste, aprendoci il cammino a machetazos, in cerca di Jivari. Impiegammo quasi tutta la novena per cercarli e catechizzarli. Non pochi di essi dovevamo portarceli a casa nostra, onde istruirli per bene. Li abbiamo trovati docilissimi questa volta e lo stesso Capitan Cavapa, il dì dell'Assunta, chiese che gli si benedicesse il matrimonio; fece la S. Comunione con altri dei suoi. L'esempio di Cayapa ne trasse altri ed altri molti, e il dì di San Giacomo tre valorosi Jivari fecero la loro prima Comunione, offrendola a Dio pel S. Padre Leone XIII.

» Adesso continuano le faticose escursioni per la foresta. Il vecchio e moribondo Capitan Toledo, ricevette in un solo giorno quattro Sacramenti Confessione, Matrimonio, Cresima ed Estrema Un zione. Posdomani giungeremo dal fiume Bomboiza la Zamora, dove ci aspettano altre famiglie Jivare.

» Or un'altra. Tornando dal moribondo Capitan Toledo, condotto alla cima d'un monte altissimo, tutto coperto di boscaglie, ci abbattemmo in una capanna, che i Jivari chiamano sonadero. È una cosa veramente diabolica. I capi dei Jivari quando non sanno scoprire chi ha fatto un omicidio, oppure se bisogna far guerra o no alla tale o tal altra Jivaria , tagliano nella foresta un arbusto dette natéma , lo pestano, lo fanno cuocere, ed, estrattone il sugo, se lo vanno a bere là sulla vetta, chiusi nella capanna sonadero. Questa bibita è un narcotico potentissimo e satanico , che per tre giorni fa loro vedere orribili visioni di serpenti, tori, ed anche demoni, in figura di Jivari, i quali spingono a disastrosa guerra, a maledettissime vendette. È questo un atto dove ci entra la magia, il maleficio e cento altre diavolerie.

» Inutile il dire che veduto il sonadero, comandai tosto lo si bruciasse. Il caro D. Mattana con la sua barba da profeta, aiutato da D. Tallacchini e da altri si mise tosto all'opera. E mentre il negro fumo ascendeva pestifero fra la folta chioma degli alberi, uscì dal sonadero un orribile makanchi, specie di serpentaccio, dalla testa simile a quella del cane. Lo ammazzammo subito e lo condannammo a crepare sul fuoco. E così sia di tutti i diavoli tentatori dei nostri poveri Jivari, o per meglio dire : così sia di tutti i peccatacci che si commettono nel mondo. »

Rio Gallegos (PATAGONIA MERID.). - Alla capitale della Terra del Fuoco e dintorni. - Il missionario Don Giuseppe M. Beauvoir, d'incarico del Prefetto Apostolico Mons. Giuseppe Fagnano, nello scorso ottobre fu a visitare la capitale della Terra del Fuoco, situata nella penisola di Ushwaia, di cui ha preso il nome. Da una relazione dello zelante Missionario rileviamo con vero piacere, che se il Signore provvederà i mezzi necessarii, qualcuno dei nostri Missionari presto potrà stabilirsi in quel centro di 500 abitanti, anche a benefizio di varie centinaia di Indii, che vagano in quelle vicinanze. Il 23 ottobre, Don Beauvoir celebrò la S. Messa nel piazzale di quel Presidio penale, presenti i detenuti, i soldati, i direttori e non pochi signori e signore. Il direttore dello stabilimento ne fu assai soddisfatto e volle dare un pranzo d'onore al nostro Missionario. Il quale, partito da Ushwaia il dì seguente, approdò il 27 ottobre a Puerto Kook, uno dei porti più considerevoli del inondo. Qui stanno rinchiusi fra rocce inaccessibili e le onde del mare molti soldati argentini, colpevoli di qualche grave delitto. Compreso le guardie e i sovraintendenti, in tutto arrivano a duecento persone. Per savia disposizione del governo, presto, questi detenuti saranno trasportati all'Ushwaia, ove il clima è assai migliore. Il Missionario celebrò la Messa fra quegli infelici e rivolse loro amorose parole, animandoli a conformarsi alla disposizione della Divina Provvidenza, che, sebbene loro malgrado, offre loro un mezzo di sdebitarsi di quei misfatti commessi in brutti momenti a danno della società, ed inculcò loro gran rassegnazione, per cui potranno sentir meno dolorose le pene e cambiarle in meriti di paradiso. Da Puerto Kook D. Beauvoir passò all'isola dell'Año nuevo , a poche miglia dell'Isola degli Stati, ove fu accolto assai affabilmente dai direttori del Faro-lampo che proietta i suoi raggi alla distanza di 25 miglia, e dell'importantissimo Osservatorio Metereologico-Magnetico , recentemente impiantato nell'isola. Fra breve il caro confratello si rimetterà in viaggio in cerca di alcuni Indii Tehuelches che non hanno ancor veduto il sacerdote, e noi gli auguriamo le più care consolazioni, raccomandandolo alle preghiere dei nostri Cooperatori.

Punta Arenas (PATAGONIA MERID.). - La solennità della Purissima. - L'8 dicembre, festa dell' Immacolata e chiusura del nostro mese di Maria, non poteva essere solennizzato con maggior pompa. La chiesa ben addobbata o piena zeppa di fedeli, presentava un colpo stupendo. La festiva processione si fece il giorno antecedente, prima perchè era domenica e poi perchè faceva un tempo stupendo, cosa rara qui a Punta Arenas come una mosca bianca. Numerosissime le varie associazioni di S. Giuseppe, di S. Luigi, delle Figlie di Maria e delle Dame del S. Cuore, tutte col loro stendardo. Figuravano in corpo anche 50 fanciulli e fanciulle, che in quella stessa mattina, dal nostro Mons. Fagnano, avevano ricevuto la prima comunione. La banda cittadina prestò gentilmente il suo servizio collocandosi subito - dopo la statua della Madonna, che circondata da cerei e da serti di fiori , appariva sovranamente maestosa fra tutto quel popolo che gremiva le vie. Un plotone di 60 soldati cogli ufficiali in alta tenuta chiudeva la imponente processione, poiché nel Chili la Vergine del Carmine è patrona dell'esercito e quindi la Madonna ha sempre gli onori di un generale. Durante la novena e nella festa della Purissima le sante comunioni toccarono quasi il migliaio : c'è proprio da ringraziare il Signore. Il nostro mese di Maria non poteva chiudersi più solennemente. - Fin qui il nostro Don Maggiorino Borgatello, Parroco di Punta Arenas.

GRAZIE di Maria Ausiliatrice

Ma dolce novella venutaci dal Vaticano, alla nuova prova dì esuberante affetto che il Papa Miracolo ha voluto dare alla Pia Società di S. Francesco di Sales col decretare il supremo onore della Incoronazione più solenne alla nostra celeste Patrona, no! non possiamo contener nel cuore quell'onda d'inesprimibile gaudio, che fin dal giorno 17 dello scorso febbraio noi sentiamo nell'anima. Evviva il Papa! Viva la nostra pietosa Ausiliatrice!...

Quando la terza domenica del mese Tuo 17 maggio 1903 - l'Eminentissimo Principe di S. Chiesa, il veneratissimo nostro Card. Arcivescovo, circondato da un eletto stuolo di Sacri Pastori, a nome dello stesso Vicario di Cristo e quale suo special rappresentante, poserà sul capo augusto del tuo Divin Pargoletto e sul Tuo, o Madre, le auree gemmate corone, quale inno di lode o qual cantico di ammirazione e di riconoscenza noi potremo innalzare a Te? Al sorgere di quest'anno, nel fremito festoso dei cuori, levando a Te il nostro ardente saluto, noi Ti acclamammo Regina. Salve, Regina! noi grideremo anche quel dì, colla voce commossa e gli occhi velati di lagrime. Salve, Regina!... Dischiudi, o gloriosa Regina dei cieli, dischiudi il tuo cuore materno alla più soave esultanza; la gloria del Signore è spuntata sopra di Te. Leva intorno lo sguardo e mira. Tutti costoro si son radunati per Te: da lungi vennero i Tuoi figliuoli e da ogni parte del mondo accorsero le Tue figlie. Una fioritura di cristiane virtù e di più vivo ed intenso amore per Te è apparsa in terra. Alla tua luce camminano le genti ed al tuo Santuario convengono con immensa fiducia le schiere innumerevoli dei Tuoi divoti... Esulta, o pietosa Ausiliatrice del popolo di Dio, o nostra possente Regina ; poiché grande si è reso il Tuo nome nel mondo : Regina coeli, laetare, alleluja.

La Madonna mi ha salvato il fratello !

Ho il cuore straziato dal dolore per la perdita del mio amato fratello , eppure non so chiudere in me il sentimento di riconoscenza che vivissimo mi anima e mi fa esclamare commossa: « Grazie, Maria! »

Era giovane, forte, vigoroso ! Sentiva potente in sè l'ardore de' suoi freschi trent'anni ! Amava la vita e se ne procurava tutti i piaceri, dimenticando Iddio e quella religione, mite e serena, che una santa madre gli aveva istillata in cuore.

Quale inenarrabile angoscia straziasse il mio animo, quando, chiamata al suo letto, lo vidi esausto di forze, pallido, sofferente, solo chi ama teneramente un unico, dolcissimo fratello può immaginarlo ! Ma quanto più profondo dolore io provai nel consultare che si era spenta in lui la fede, e nel sentirlo ripetere, appena uscito il sacerdote, che con amorosa industria gli aveva chiamato al capezzale: Guardati bene dal ricondurmi quel prete!

Ripartii da Torino con l'angoscia nel cuore! Ma tutto sperava in te, o Avvocata dei miseri, e tu me lo salvasti! Erano trascorsi parecchi giorni dalla mia partenza, e l'infermo sempre ostinato nelle sue idee, non accennava ad arrendersi alle pietose insinuazioni di chi sovente lo visitava. Ma intanto quante preghiere si facevano per lui dall'afflitta mamma, dai parenti e dalle mie buone consorelle! E la conversione venne!

In un pomeriggio di giugno egli si volge a chi lo assisteva e domanda il sacerdote perchè sente bisogno di parlargli. Il ministro di Dio vola al suo letto e trova il giovane incredulo interamente mutato, che domanda umilmente di fare la sua confessione. Grazie, o Maria!

Egli è morto ora, ma come poteva morire un tuo protetto, che, negli ultimi giorni di vita, sentì rinascere in cuore tutto l'entusiasmo della ingenua e schietta fede della sua fanciullezza.

Roma, 8 dicembre 1902.

Suor ANNETTA CORTASSA

Una lite di trentun anno.

Da una lettera indirizzata al nostro venerato Superiore Don MICHELE RUA, togliamo quanto segue: « Mi era doloroso pensare ad una lite che datava dal 1871. Colle mie sorelle si pregava e si faceva pregare, ma la lite continuava. I nostri avversari, abilissimi , ci facevano disperare di vederla finita prima di morire. Finalmente ebbi l'ispirazione di ricorrere all'Aiuto dei Cristiani, ben sapendo che i molti nostri avversari cristiani non erano, ritenendo che sotto questo titolo la Madre di Dio ci avrebbe favorito. Infatti anni sono, il giorno di Maria Ausiliatrice venne meno l'impedimento, capo di tanta lite, e in seguito morti altri cointeressati , gli eredi spontaneamente sentirono desiderio di venire ad una transazione. Ogni cosa fu conclusa con nostro evidente vantaggio. Abbiamo in Maria confidato, lungamente atteso, ma non invano. Quella colossale lite i cui atti, credo, oltrepassino il quintale, quella lite durata più di trentun anno, è cessata lasciando i nostri cuori pieni di riconoscenza.

Adempio alla mia promessa riferendo il favore perchè sia fatto conoscere sul Bollettino. Invio pure un'offerta, con preghiera di una novena di Messe e benedizioni all'altare di Maria Ausiliatrice, raccomandando una Salve ogni benedizione, per una Cooperatrice salesiana che versa in gravissime angustie. Per dovuti riguardi la prego ommettere luogo e sottoscrizione. »

Torino, 8 dicembre 1902.

La Direzione del Bollettino. Una medaglia dell'Ausiliatrice.

La nostra carissima figlia Alba la quale frequentava l'asilo della città, diretto dalle figlie di Maria Ausiliatrice, fu colpita da difterite. Costernati oltre ogni dire non trascurammo l'arte medica, ma nello stesso tempo ci raccomandammo alle preghiere dei bambini dell'asilo. Tutta la nostra confidenza era posta in Maria. La Direttrice mandò alla piccina una medaglia di Maria Ausiliatrice, la quale portò nel cuor nostro un raggio di speranza, e si cominciò un triduo di preghiere.

Nella notte tra il secondo ed il terzo giorno, la nostra cara piccina come svegliata da un sonno profondo , si mise a gridare: « La Madonna mi ha guarita; ecco là la Madonna » e segnava col dito un quadretto appeso alla parete. Da quel momento incominciò la sua convalescenza ed al mattino il medico dichiarò che era fuori Ai pericolo.

Sia ringraziata la Madonna che ha voluto concederci un sì segnalato favore ! Desideriamo sia pubblicata la grazia, perchè ne abbiamo fatta la promessa e per animare tutti a ricorrere con prontezza a Maria SS. nei loro bisogni. Intanto mandiamo l'offerta di L. 2 per una messa di ringraziamento.

Varese, 1 febbraio 1903.

Coniugi MOSSA.

Una buona avvocata.

Colla più raffinata malizia, ed anche con ipocriti raggiri di terze persone, un ricco signore settario, ora affatto decaduto, riuscì a implicarmi in una lite, che unitamente ai miei colleghi della Congregazione di Carità, gli avevano intimata per l'irregolarità dei suoì conti riferentisi alla detta Congregazione. Accortomi di questo inganno, spedii subito un avvocato alla sua persona per avvertirlo di non rovinare un uomo in una maniera così indecorosa; ma egli non si degnò nemmeno di dargli udienza. Intanto si era chiusa la sessione d'ufficio e non si accettavano più documenti. Fra pochi giorni il tribunale avrebbe data la sentenza. Non trovando più nessuna via di scampo su questa terra, ricorsi con gran fiducia a Maria SS. Ausiliatrice, e feci voto di fare una novena di preghiere, di far celebrare alcune messe al suo altare e l'offerta di L. 10, se avesse patrocinato la mia povera causa.

Compiuta la prima novena, ne feci una seconda; nel frattempo uscì la sentenza. - Il magistrato s'accorse dell'inganno, rimproverò severamente il mio detrattore, annullò tutto il compromesso che egli aveva presentato contro di me, e lo condannò all'immediato pagamento di più di mille lire. La Madonna mi aveva esaudito. Questa grazia la ricevetti sul finire di aprile dell'anno 1897, ma ho creduto conveniente di aspettar sino ad oggi a farla di pubblica ragione.

Pralormo, 15 gennaio 1903.

GROSSO ANTONIO, Cooperatore Salesiano.

Ferito a morte.

L'11 aprile 1902, i miei genitori, tornando dai campi, odono grida di soccorso! da una casa; vi accorrono e trovano un forestiero in atto minaccioso che brandiva un grosso coltellaccio da macellaio. Fanno tosto per retrocedere in cerca di aiuto, ma lo sconosciuto si precipita in un attimo su mio padre, vibrando tal colpo che gli recide una costa e ferisce il polmone sinistro. Egli cadde tosto privo di sensi; e in mezzo ad un lago di sangue venne trasportato a casa. Il bravo medico accorre; gli prodiga i soccorsi dell'arte, ma dichiara il caso disperato, ed al povero ferito vengono amministrati tutti i conforti di nostra religione. Due giorni dopo arriva da Milano mio fratello chiamato d'urgenza, ed allora insieme con lui, persuasi che le cure mediche non erano più bastanti, ricorremmo con gran fiducia alla cara Madonna Ausiliatrice. Inviammo tosto una piccola offerta al suo Santuario, perchè vi fosse celebrata una Messa, ed incominciammo una novena di preghiere. Un intimo presentimento ci diceva che la Madonna ci avrebbe esauditi e non c'ingannammo. I sintomi pericolosi, con nostra gran meraviglia, man mano scomparvero, le ferite si cicatrizzarono, il malato sentì aumentar le sue forze, e noi la speranza. Con sorpresa di tutti - anche del solerte medico che moltiplicò se stesso per assistere il caro infermo - la convalescenza procedette sì bene, che dopo 40 giorni mio padre lasciò il letto, guarì completamente ed ora attende ai soliti lavori. Riconoscenti a Maria Ausiliatrice, mentre pubblichiamo ad onor suo tanta grazia, inviamo un'altra offerta in segno della nostra vivissima riconoscenza.

Rancio Valcuvia (Como), 23 gennaio 1903.

BONARI MARIANNA Cooperatrice Salesiana.

La preghiera d'un povero padre.

Trovandomi sul principio del mese di Maggio u. s. colpito da febbre tifoidea che mi avea quasi ridotto agli estremi, un pensiero solo mi opprimeva il cuore e mi metteva in delirio mortale, il pensiero di dover abbandonare i cinque miei teneri figliuoletti, già orfani di madre e senza un congiunto cui poterli affidare.

In mezzo al parossismo d'una febbre ardente, mi brillò il pensiero di far ricorso a Maria, e nol feci invano. Tutto ciò che per altri colpiti dal medesimo male era occasione di certa morte, per me riuscì innocuo o vantaggioso, ed ebbi guarigione completa. Mando l'offerta promessa a Maria chiedendo che sia pubblicata la grazia conforme al voto fatto.

Plemo di Esimie (Brescia), gennaio 1903.

ZANOTTI ISIDORO, Cooperatore Salesiano.

Una Messa in onore dell'Ausiliatrice.

Colpito da fiera bronchite e polmonite, nonostante le cure di due egregi dottori, mi vidi ridotto agli estremi. Ricevetti gli ultimi Sacramenti e da un momento all'altro credeva di morire. In quelle ore che mi sembravano le ultime di mia vita, ricorsi alla Madonna di D. Bosco: troppo mi dispiaceva abbandonare la mia cara famiglia. Pertanto feci celebrare una Messa e cominciare una novena di preghiere. In quell'istante in cui il sacerdote saliva l'altare, cominciò in me un visibile miglioramento ed ora sono completamente guarito. Siano rese grazie a Maria. Unisco la mia piccola offerta pel decoro del suo Santuario.

Chiari (Brescia), 6 gennaio 1903.

EPis FRANCESCO, Cooperatore Salesiano

Bento Gonçalves (BRASILE). Mio figlio Pietro, diciottenne, cadde sì gravemente ammalato, che esauriti tutti i mezzi della scienza, ci parve completamente spedito. Una buona e pia persona mi suggerì in buon punto di far ricorso all'aiuto efficace della pietosissima Vergine di Valdocco, e subito cominciammo una novena di preghiere. Oh! cosa mirabile. Fin dal primo giorno, recitando le litanie lauretane, all'invocazione Sancta Maria, il mio Pierino che da tanti giorni immobile pareva inchiodato sul letto della sua agonia, si volse liberamente da sè sul fianco sinistro, sentendosi subito migliorato. È inutile che io aggiunga che la Madonna me l'ha poi completamente guarito. Sia benedetta la pietà di così tenera Madre.

24 nov. 1902.

LAZZARI GIOVANNI Cooperatore Salesiano.

Siviano (BRESCIA). - Mio fratello ammalò per eccessiva debolezza di stomaco e difficoltà di digestione e per due anni e più ebbe a soffrire disturbi non lievi, vomito quasi continuo ed eccessivi dolori di capo. Visitato da parecchi medici, tutti andavano d'accordo nel suggerirgli più che le medicine, l'astensione di lavoro, il moto , le lunghe passeggiate, il soggiorno in campagna e tanti altri rimedi, che soltanto le persone ricche possono usare e che a lui non eran possibili. Il poveretto era in preda ad un accasciante avvilimento, quando gli balenò la speranza di una grazia. Memore di un altro favore ottenuto dalla Madonna di Don Bosco, pensò di ricorrere al patrocinio di lei. Mandò a Torino una tenue offerta per la celebrazione di una Messa al suo santuario, e fe' promessa di far nota la grazia. La Vergine Ausiliatrice non tardò ad aver pietà di quel poveretto e gli ottenne la sospirata guarigione. Riconoscente alla celeste benefattrice, egli rende grazie a sì tenera Madre e invita gli afflitti a ricorrere al suo potente aiuto.

16 gennaio 1903.

MARGHERITA SOARDI Cooperatrice Salesiana,

Villa di Verucchio (RIMINI). - Nei mesi scorsi, strettezze finanziarie avevano resa molto critica e dolorosa la mia posizione di padre di famiglia. Invano avevo bussato a varie porte. Mi rivolsi allora ad un mio antico e carissimo compagno di scuola, il quale mi esortò a porre viva speranza nella Madonna di D. Bosco, indicandomi nello stesso tempo persona da cui si poteva forse ottenere qualche cosa. In pratica, non avendo a nulla approdato il suo secondo consiglio, mi attaccai con tutto cuore al primo, promettendo che qualora Maria mi fosso venuta in soccorso, avrei fatto pubblicare la grazia sul Bollettino Salesiano e fatta un'offerta al suo. santuario in Valdocco. E Maria mi esaudì : una persona che prima, per vari e giusti motivi, non aveva potuto darmi aiuto, vinto ogni impedimento mi soccorse generosamente e così colla mia posizione venne risollevata la mia famiglia. Oh ! quanto è buona Maria !

1° gennaio 1903.

ALUIGI CESARE.

Ottennero pure grazie da Maria SS. Ausiliatrice, e pieni di riconoscenza inviarono offerte al Santuario di Torino, o per la celebrazione di S. Messe di ringraziamento, o per le Missioni Salesiane, o per le altre Opere di D. Bosco, i seguenti:

A) - Acqui: Malvicino Adele 5, per grazia. - Alassio : Una famiglia a mano del sig. -Don Raschi 5, per grazia. - Almese (Torino): Bertolo Antonio 50, per più grazie ricevute. - Arquata Scrivia (Alessandria) . Lasagna sorelle Angela e Elisa spedivano offerta per Messa di grazie.

B) - Bagolino (Brescia): Scalvini Giovanni 2, per benefici ricevuti. - Borgomanero (Novara): N. N. 3, Messa di grazie per guarigione prodigiosa. - Brescia: La giovinetta Angelina N. N. col cuore pieno di gioia ringrazia per un sospirato favore. - Bricherasio (Torino): Drucano Luigia 10, per guarigione di una sorella. - Barolo (Torino): Eurione Pietro 2, per Messa di grazie. - Busto Arsizio (Milano). Rubini Elvira 5, per grazia ricevuta.

C) - Canelli (Asti): Branda Giuseppina, offerta per Messa di grazie per guarigione di due sorelle da grave malattia. - Capo Buona Speranza (Sud Africa) Il nostro confratello D. E. Tozzi ci scrive: Un nostro giovane artigiano Samuele Lovatt ammalò di tifo, e, secondo le leggi sanitarie del paese, venne trasferito all'Ospedale, dove aggravò tanto che per tre giorni fu sull'orlo della tomba, ed il medico e gli infermieri temevano di perderlo ad ogni momento. Subito che il male si fece grave, coi confratelli e giovani della casa cominciammo una novena a Maria SS. Ausiliatrice, come raccomandava Don Bosco, e demmo la Benedizione col Santissimo ogni sera. Il nostro caro Samuele Lovatt, nato protestante, desiderava farsi cattolico e veniva debitamente preparato quando fu sorpreso dalla malattia. La madre stessa domandò ch'egli venisse battezzato quando giaceva moribondo. Gloria sia data a Maria SS., Madre nostra: al termine della novena il giovane era migliorato di molto e dopo una seconda novena entrava in convalescenza. - Casale Monferrato : N. N. 2, per essere stato consolato nel momento del dolore. - Casa Sola (Alessandria) A. A. 5, per Messa di grazie. - Cerioli: G. S. G. 2, per guarigione di una sua carissima nipote. - Cervatto (Novara) : L'Arciprete Vercelli Don Giovanni ci scrive : « Nella decorsa estate ricaduto in una gravissima malattia e perduta ogni speranza negli umani soccorsi, pregai con fiducia la Madonna di Don Bosco perchè venisse Ella in mio aiuto e mi guarisse almeno in modo da potermi alzare da letto ed attendere ai principali doveri parrocchiali. La cara Madonna di Don Bosco, alla quale non si ricorre mai invano, mi ha esaudito. » - Conzano (Alessandria): P. A. 2, per Messa di grazie.

D) - Dalpe (Canton Ticino) : Don G. Dazzi parroco 5, per grazie.

E) - East (Stati Uniti d'America): Scrivan Giacomo manda offerta per Messa in ringraziamento di aver avuto salvi cinque figli da una disgrazia fatale cui andavano incontro.

(*) L'ordine alfabetico qui segnato è quello delle città e dei paesi, cui appartengono i graziati da Maria Ausiliatrice.

F) - Foligno: Angelini Giuseppe per la guarigione del fratello sacerdote. - Fumane (Verona): Aronini Augusta 4, per grazia. - Tigliole d'Asti: Cerrato Domenica 4, per grazia.

G) - Gallarate: G. C. 10, per grazia. - Gremiasco (Alessandria): La sig.a Maria Erminia Toncini, maestra, scrive : « Oh Maria, sii benedetta per avermi guarito il babbo, sì lungamente e fieramente conteso dalla morte. Lascia, Immacolata Regina, che sulla tua destra io imprima baci del più tenero amore e vi deponga lagrime d'ineffabile riconoscenza unitamente ai miei amati genitori. Ti giunga ancora gradito il giulivo, innocente evviva dei miei numerosi alunni, che voglio da Te benedetti, a Te consacrati. » - Gualtieri (Emilia): Canonico Mantovani Giovanni 25, per grazie ricevute.

L) - Lonigo: Simonelli Augusta 5, per grazia.

M) - Magliano d'Alba: Torchio Teresa 2, per Messa di grazie. - Mazzarino (Caltanisetta): Colaianni Franzone Don Cristoforo 5, per grazia. - Varralona Rosa 5, gratissima a Maria per grazia. - Meina (Novara): Landotti Catterina 1, per grazia. - Menzingeri: Coniugi Angelo e Natalina Negrini 15, per grazia. - Menù di Castagnaro (Verona): Bonetto Vereconda 5, per grazia. - Merlana (Udine): D'Agostina Don Gio. Batta. 10, per grazia ricevuta, con Messa di ringraziamento. - Milano: Patuzzi Massimino 6, per ricuperata salute. - Mirano Veneto: Bardello Pietro manda offerta per varie grazie ricevute.

N) - Noli (Genova): Antoniotti Maria, 5, per grazia. - Gargolio Maria ved. Devincenti 2, per grazia. - Novi Ligure: Cabanna Fany 10, per grazia ricevuta.

O) - Omegna: G. F. 20, pregando la Ausiliatrice mai invocata invano, a continuare la sua materna protezione sopra di lei e dei suoi cari. - Ossona (Milano): Nardi Don Paolo parroco 10, per grazia. - Ortona Mare (Chieti): Basti Rocco 8, per grazia. - Pontecasale: Puni Bettino 10, per grazia ricevuta. - Pisa: G. A. T. 5, per guarigione da acuta polmonite della loro bambina.

R) - Reggio Emilia: Scapinelli Maria Anna 2, per Messa di ringraziamento per ravvedimento in punto di morte di persona cara. - Roma: Ferrero Antonio ed Evelina 50, per grazia ricevuta. - Rossignano Monferrato: Todeschini Clotilde 5, per grazia. - Rovaiolo (Pavia): Troglio Marina 4, per grazia. - Runcio Valcuria: Doncori Marianna 5, per grazia.

S) - Sarissola (Genova): Semino Luigia 5, per Messa di grazia. - Schio (Vicenza): Meneghini Virginia per la ottenuta guarigione del fratello e per riacquistato impiego dopo una novena di preghiere. - S. Lucia di Bormio: Giacomelli Maria 5, per Messa di grazie per ottenuta guarigione. -S. Daniele d'Asti: Balicola Margherita 3, per grazia.

T) - Tonco (Alessandria): Giraudi Francesco per sentenziata assoluzione del figlio Giovanni. - Tortona: Cantù Silvagno Maria 2, per grazia. - Torino Micellone Raboni Irene 5, per grazia. - Famiglie Passarelli - Ponzetti 5, in rendimento di grazie. - Signor Peitino 5, per grazia. - Trinità Mondovì: Fissore Giuseppe 10, per grazia.

Opportunissimo per premio nei Catechismi quaresimali

Mazzetto di Consigli Pratici al cristiano, del Teol. Domenico Muriana, curato di Sta Teresa - Torino - Un vol. in-160 di pag. 240 L. 1, E. Libr. Sales.

Questo Mazzetto è ricco di pratici ed opportuni consigli, che qualunque cristiano avrà mille occasioni di approfitarne e da trovarsi contento di averlo, se non letto, almeno consultato per conoscere l'esatto adempimento dei suoi diversi doveri religiosi.

Notizie compendiate

Balerna (CANTON TICINO). - Festa di S. Francesco di Sales. - Ci scrivono : « La solennità di S. Francesco di Sales nel Collegio di D. Bosco fu celebrata quest'anno con pompa straordinaria, con l'intervento di S. E. Mons. Vescovo e del nuovo Ispettore D. L. Saluzzo. S. E. Mons. Vescovo celebrò la Messa della Comunità e distribuì per la prima volta la S. Comunione a sei giovanetti dell'Istituto, dopo aver premesso un acconcio fervorino. La Messa solenne fu cantata dal Rev.mo Arciprete di Balerna con assistenza pontificale e Mons. Vescovo infra Missam tessè le lodi del Patrono dei Salesiani, presentandolo alla gioventù come modello di pietà e di fortezza cristiana. Al pranzo presero parte varie notabilità del Clero e laicato del Canton Ticino coi parenti dei giovanetti che avevano fatta la prima Comunione si mandarono evviva al Papa, al Vescovo ed anche all'antico direttore del Collegio D. Francesco Garassino.

» Dopo la benedizione col SS. Sacramento impartita da Mons. Vescovo, in un maestoso e ben addobbato salone, dove campeggiava un bel busto di Leone XIII, si apriva una solenne accademia musico-letteraria in onore del Papa presieduta da Mons. Vescovo, con svariatissimo ed assai interessante programma, svolto splendidamente tanto per la parte musicale quanto per la parte letteraria. Il numeroso e scelto uditorio ne fu più che soddisfatto. Degno di speciale menzione fu il discorso del M. R. Sac. Dottor L. Vigna che trattò del Papa e della democrazia cristiana, notando la necessità di professare la democrazia con una vita cristiana praticante. Mons. Vescovo chiudendo l'accademia confessò non aver mai passato nel Collegio D. Bosco una giornata bella e cara come quella. Un bravo di cuore a quanti concorsero alla buona riuscita della festa. Ringraziamenti speciali a Mons. Vescovo sempre benevolo verso i poveri figli di D. Bosco ed alla brava banda dell'Oratorio festivo. »

Bento Gonçalves (BRASILE). - Tenera divozione all'Ausiliatrice. - Giuseppe Vigolo, nostro zelante cooperatore c'invia queste consolanti notizie : « Quantunque lontani dai centri del movimento salesiano pure da parecchi anni celebriamo la festa di S. Francesco di Sales e in particolar modo quella di Maria SS. Ausiliatrice, quest'anno trasportata al 5 agosto. La vigilia, all'arrivo del nostro amatissimo Parroco e degli altri due sacerdoti nella nostra chiesa di Maria SS. di Monte Berico, spari di mortaretti, recita del S. Rosario davanti il quadro di Maria Ausiliatrice e molte confessioni. Il mattino appresso si diè per tempo collo sparo dei mortaretti l'annunzio della gran solennità, e i sacerdoti ebbero da confessare fino alle ore 10. Alle 10 1/2 Messa solenne in terzo celebrata da un Rev.mo P. Camaldolese, venuto da Caxias, assistito dal Parroco D. Enrico Poggi e da D. Zamboni.

» Al Vangelo, panegirico d'occasione tenuto dal celebrante, esimio oratore, il quale non solo parlò delle glorie e dei prodigi di Maria Ausiliatrice, ma conoscendo appieno la Congregazione Salesiana disse anche con molto affetto delle Opere di Don Bosco e specialmente delle sue Missioni. Dopo la Messa, si portò in processione il quadro di Maria A. adorno di una magnifica collana d'oro, pegno di grazia ricevuta. Facevano scorta di onore alla Madonna una cinquantina di bambine bianco vestite, mentre i cantori locali eseguivano egregiamente l'Ave maris Stella, con altre lodi a Maria, e il popolo recitava il S. Rosario. Nel pomeriggio Vespri solenni. Dal 1897 in cui cominciammo a celebrar questa festa , abbiamo avuto sempre in queste memorande solennità un tempo splendido ad accrescere la nostra esultanza. »

Noi ci rallegriamo sinceramente con questi nostri Cooperatori ed auguriamo loro ancor più copiose benedizioni dalla nostra cara Madonna.

Caluso (ToRiNO). - Il Pensiero del Popolo d'Ivrea ci dava una bella corrispondenza della festa celebrata il 1° febbraio per l'onomastico del Prof. D. Francesco Gnavi, nell'Oratorio festivo di Caluso. Rallegrandoci con quanti aiutano la provvidenziale istituzione, ci auguriamo che abbia a prosperare ognor più a benefizio dei molti giovanetti di quel centro assai importante.

Castellaneta. - Il Rev.mo Can. Vena scrive

« Benchè sia la prima festa celebrata tra noi ad onore del caro Santo di Sales, quella del 29 scorso gennaio non poteva riuscire più solenne. Alla mattina del detto giorno nella chiesa di Maria Ausiliatrice, con l'intervento di tutti i Cooperatori e le Cooperatrici e di numerosi fedeli, ebbe luogo la Messa solenne. Alla sera poi dopo il canto dei Vespri solenni e dopo un discorso tenuto dal Rev. Sacerdote D. Alessandro Bottari, il quale nel tessere la vita del Santo non mancò di accennare in ultimo al 150 anniversario della morte del compianto D. Giovanni Bosco ed al 50° anniversario delle Letture' Cattoliche, seguì il canto del Te Deum con l'esposizione del Venerabile. Grande l'entusiasmo destato nei fedeli per il gran Santo e per l'opera del suo prediletto devoto Giovanni Bosco. »

Firenze. - La festa della S. Famiglia. - Solennissima riuscì quest'anno la festa titolare del nostro Oratorio della S. Famiglia, in via Aretina. Sua Eccellenza Reverendissima Mons. Alfonso M.a Mistrangelo, che apprezza tanto l'opera nostra a Firenze, si degnò di recarvisi a celebrare la Messa della comunione generale : e non è a dire quanto ne abbiano esultato i giovinetti dell'Oratorio festivo. Oh! sorga presto il giorno che questa carissima festa si possa celebrare con maggior pompa nel tanto sospirato Santuario (1).

(1) Torniamo a raccomandare ai nostri Cooperatori opportunissimo periodico mensile La Sacra Famiglia. - Prezzo d'abbonamento L. 2. - Rivolgersi alla Direzione: Via Fra Giov. Angelico, 16, Firenze.

Iesi (ANCONA). - All' Oratorio Salesiano. - Bella riuscì la festa di S. Francesco di Sales. Il novello Pastore, l'eccellentissimo Mons. Giovanni Battista Ricci, si recò fin dal mattino nell'Oratorio a celebrarvi la S. Messa. Prima di distribnire ai giovani il Pane eucaristico, rivolse loro un commovente fervorino. Furono ispirate parole che infiammarono tutti di carità e di fede. Pareva di sentire la voce del Redentore che versava tutto il suo cuore nei suoi figli prediletti, i fanciulli. Durante la Messa del Vescovo la Schola cantorum dell'Oratorio, composta di ragazzi, eseguì bellissimi mottetti. Alla sera poi il Rev.mo D. Francesco Gambelli delineò stupendamente la soave figura di Francesco di Sales. All'Angelo della Diocesi che si mostrò così benevolo verso l'opera nostra, tornino graviti i nostri figliali ringraziamenti.

Lanusei (SARDEGNA). -Al Collegio Convitto. - Riuscitissima la festa del nostro Patrono. La sera, dopo le sacre funzioni, alla presenza di uno scelto uditorio, si svolse un geniale trattenimento « che riscosse la sincera ammirazione di tutti e che dimostrò una volta di più, come gli ottimi figli di Don Bosco sanno con ammirabile industria trar partito da tutto, sia per tenere allegri i giovani, sia per addestrarli al canto, alla recita, alla declamazione. Non so trovar parole, continua il corrispondente della Sardegna Cattolica per tributare degna lode all'ottimo e infaticabile direttore prof. Matteo Ottonello, che a tutto pensa, a tutto accudisce e - ciò che reca meraviglia - riesce a trasfondere in quei teneri fanciulli il gusto delicato della vera musica classica. »

Lugo (RAVENNA). - La festa dell'Immacolata all'Oratorio festivo. - Il Canonico Don Pompeo Petroncini ci dà una bella relazione della festa celebratasi l'8 dicembre in quel nostro Oratorio. Dopo di aver narrato delle belle funzioni del mattino dice che « la sera un numero stragrande di fanciulli venne a riempire la chiesa nel tempo delle sacre funzioni e ad innondare nell'ora del ricreamento teatro, cortile, portici, scorrazzando a tutti i venti fra le liete armonie dell'egregia Banda dell'Istituto, volteggiando come i molini sulle quattro giostre, e facendo bisbigli, risa, schiamazzi, applausi , fracasso , un finimondo ad ogni tre minuti. E poi?... E poi, e questo fu il colpo di grazia, e poi una gabbiata di rotonde bianche pagnotte, corteggiate da larghe fette di salame e da colme tazze di vino fu posta alla discrezione di 400 bocche. Un torrente di benedizioni dunque temporali ed eterne agli egregi Salesiani del nostro Istituto di San Giuseppe, che

eredi dello spirito di D. Bosco aspirano ad emularne lo zelo nella gran missione, che è la nota caratteristica delle sue opere, dell'Oratorio festivo ».

Messina (SICILIA). - Scrivono all'ottimo Sole del Mezzogiorno (1) in data 3 febbraio : « Domenica scorsa nella cappella dell'Istituto S. Luigi si riunirono i Cooperatori Salesiani per solennizzare la festa del loro Patrono, il glorioso San Francesco di Sales. Vi fu Messa solenne celebrata dall'Ill.mo e Rev.mo Mons. D. Giuseppe Scarcella, e vi assistette S. E. Rev.ma Mons. Arcivescovo d'Arrigo. Dopo il Vangelo il Rev.mo Prof. Can. Bruno con calda e forbita parola parlò della istituzione degli Oratori festivi di D. Bosco, del bene che; apportano nella gioventù e, per conseguenza, nella società civile. La sua parola,. come sempre, entusiasmò l' uditorio. Si passò quindi alla questua tra gli intervenuti.

» La festa riuscì solenne, e, dal numero degli intervenuti, c'è a conchiudere quanto accetta sia in Messina la salutare azione dei figli di Don Bosco. »

(1) Cogliamo di nuovo la propizia occasione per raccomandare vivamente quest'importante foglio cattolico, sempre ricco di notizie e di preziosi studi sulle questioni attuali. - Abbon. annuo L. 18. - Rivolgersi alla direzione in Palermo.

Milano. - Togliamo dalla Lega Lombarda del 23 febbraio : « Quanto sono liete e soavi le feste abbellite dalla fede e dalla carità cristiana! Tali sono appunto quelle che spesso ci fanno gustare gli ottimi figli di D. Bosco e i loro poveri orfanelli. Chi si trova nel loro Istituto ed osserva quei 350 giovanetti tolti alle strade ed alle piazze della città e dei paesi , e si può dire strappati molte volte alle mene dei tristi ed al cellulare, chi li osserva vispi ed allegri nella loro ricreazione, composti e devoti nella cappella, attenti e laboriosi nelle scuole e nei laboratori, chi li vede in tali giorni, in mezzo ai loro cari benefattori, sul cui volto pure brilla la gioia ed il contento per beneficenza fatta, non può non commuoversi, e toccare con mano i miracoli della carità di Cristo.

» Ho voluto intervenire alle solenni onoranze che lunedì e martedì 16 e 17 corr. prestarono al loro patrono S. Francesco di Sales. Nel pomeriggio di lunedì, nella cappella dell'istituto allietata dalla presenza dell'Em.° Cardinale nostro Arcivescovo e di S. Ecc. Mons. Pasquale Morganti, venuto per la circostanza da Bobbio , ebbe luogo l'annuale conferenza ai Cooperatori ed alle Cooperatrici delle opere di D. Bosco. Dopo la lettura della lettera-testamento che l'immortale apostolo torinese lasciò ai suoi benefattori, il Reverendissimo D. Stefano Trione prese la parola. Portò il saluto di D. Rua a Sua Eminenza il Cardinale, al Vescovo di Bobbio e a tutti gli intervenuti, e venne poscia a trattare del prossimo Congresso salesiano internazionale che si terrà a Torino, cui, a nome pure di Sua Eminenza il Cardinale Richelmy, invitava i Cooperatori milanesi. Intorno a due puliti particolarmente, a due punti di somma importanza s'aggirerà il Congresso : « La gioventù operaia che tanto interessa il cuore di Sua Santità Leone XIII, e le missioni non solo fra gli infedeli, ma eziandio fra i nostri emigrati d'America. » Disse quindi del grande sviluppo preso negli ultimi anni dalle opere salesiane e della rapidità in particolar modo con cui i Cooperatori di Buenos Aires, di Nictheroy, di Barcellona avevano innalzato grandiosi santuari a Maria Ausiliatrice e al Sacro Cuore di Gesù, e fece voti che anche la nuova chiesa di Sant'Agostino in Milano sorga con la stessa rapidità, ciò che egli si riprometteva conoscendo a prova quanto sia grande e generosa la carità dei milanesi. I Cooperatori di Milano, egli concluso, non facciano di più, ma continuino a fare ciò che fecero sino ad ora, e così sorgerà ben presto quel tempio che sarà grato a Sua Eminenza il sig. Cardinale, compirà i voti di Sua Eccellenza Mons. Morganti, di D. Rua, e dei figli tutti di D. Bosco.

» Monsignor Morganti quindi, a nome dell'ottimo ed instancabile direttore dell'Istituto , Don Lorenzo Saluzzo, passa rapidamente in rassegna tutto ciò che s'era compiuto a Milano nell'anno decorso; ricordò il maggior. numero di giovinetti potutisi ricoverare , e come tra questi ben 105 siano a carico totale dell'Istituto ; e nello stesso tempo fece con piacere notare come fossero già molti gli artigiani usciti dall'Istituto perfezionati nell'arte loro, e che avevano nelle varie officine dato di sè ottima prova, tanto che il Direttore viene continuamente richiesto dei suoi giovanetti da vari padroni di officine. Anche Mons. Morganti volle raccomandare la nuova Chiesa di Sant'Agostino, facendo risaltare la opportunità e la convenienza che a Milano sorga finalmente dopo 16 secoli un tempio dedicato al grande Penitente di Tagaste. Con felice pensiero ricordava come i nostri pellegrini di Terra Santa si recassero a Damasco dove S. Paolo aperse gli occhi alla fede, per vederne le memorie. Pel grande S. Agostino, egli disse, Damasco è Milano, e Milano non devo mancare d'un tempio consacrato alla sua memoria. È questo il desiderio anche del grande Pontefice Leone XIII, desiderio che il Papa gli aveva espresso nel suo concistoro, benedicendo a tutti i generosi oblatori.

» Prese quindi la parola Sua Eminenza il nostro Cardinal Arcivescovo : « Fo plauso, egli disse, a quanto dissero i due oratori, e fo voto affinchè l'opera iniziata abbia il suo compimento. » Ricordò il bene grande che si fa alla gioventù negli Istituti salesiani, a quella gioventù che oggigiorno, abbandonata a se stessa in preda ai vizi e ai pericoli del mondo, va a riempire le carceri e le prigioni. Facendo suo il detto di S. Ambrogio, che i veri ricchi sono quelli che dànno , esortò i presenti a voler tesoreggiare pel cielo coll'aiutare l'opera salesiana.

» Ovunque io vada, disse l'insigne porporato, io dico sempre : « Date , ma non per me, bensì pel bene della religione, pel bene della Chiesa, pel bene della diocesi nostra. Questa sera io parto per Roma, e inginocchiato ai piedi del Santo Padre, domanderò una speciale benedizione per i Salesiani ed i giovanetti di questo istituto e pei loro benefattori ».

La benedizione del SS. Sacramento impartita da Mons. Morganti, chiuse la famigliare quanto cara adunanza, dove il cuore sentì maggiormente dilatarsi alle opere di carità verso i poveri fanciulli. E quando usciti nel cortile dell'Istituto ci vedemmo attorniati da quella turba di giovanetti dal volto raggiante di gioia, l'animo nostro profondamente commosso :oh! Signore, esclamò, venga presto il giorno in cui non solo trecento, ma quattro cento, mille siano i giovanetti qui, educati in quella religione che sola può formare cittadini veramente onesti e probi.

» Martedì, si celebrava la festa ad onore di San Francesco di Sales nella chiesa di Santa Maria Segreta. Sulla porta del tempio leggevasi una appropriata iscrizione. Edificante fu il concorso a quella sacra funzione di egregi cooperatori e di benemerito cooperatrici. Pontificò solennemente Sua Ecc. Mons. Pasquale Morganti. I giovanetti della Schola cantorum dell'Istituto colla ormai ben cenosciuta loro abilità, con la simpatica armonia delle argentine loro voci, con perfetta intonazione ed il gusto più fine , ci fecero gustare la grandiosa Messa Salve, Regina, a 4 voci, del m.° G. E. Stelhe e l'Offertorio Optavi et datus est mihi sensus del m.° A. Donnini , vice-direttore della Cappella della Santa Casa di Loreto. Questo nuovo magistrale lavoro, inspirato alla più classica polifonia, squisitamente eseguito, rileva i suoi non comuni pregi che omai grandi assai ha raggiunto il valente quanto modesto compositore, cui inviamo le nostre più vive e schiette congratulazioni. Al Vangelo il sullodato D. Trione saliva il pergamo per tessere il Panegirico di S. Francesco di Sales, facendo risaltare specialmente lo zelo ardente, illuminato e costante del grande Apostolo dello Chiablese ».

Riobamba (EQUATÓRE). - Da una lettera del nostro D. Domenico Comin, partito per l'Equatore, poco prima dell'ultima solenne partenza dei nostri Missionari, spigoliamo queste notizie. -. All'Avana avemmo una gradita sorpresa. Il Presidente delle Conferenze di S. Vincenzo de' Paoli ci condusse a visitare una bella casa che cederebbe subito ai Salesiani, perchè vi aprissero un istituto per la gioventù abbandonata. Mi parve che i Salesiani non mancherebbero di trovare colà i mezzi necessari per far fronte alla nuova missione e che incontrerebbero generosi cooperatori. L'Arcivescovo ha molto a cuore la cosa ed assicura tutta la sua protezione. Le autorità non molestano. Il luogo è amenissimo e poco lungi dalla città. Qui ci offrirebbero la direzione di una tipografia assai bene incamminata. Certo il bisogno che ha l'Avana di chi si prenda cura della gioventù povera e abbandonata è grande. Si pensi che la città, così m'han detto, ha quasi quattrocentomila abitanti...

» A Panamà fummo commossi, vedendo come il Vescovo volle a tutti i costi che fossimo ospiti suoi, ne' quattro giorni che ci dovemmo fermare. Ci trattò con amorevolezza che supera ogni riconoscenza. Non solo ci volle commensali, ma spesso veniva a noi, anche durante il giorno, per farci compagnia. Ci mise a disposizione la parte più bella del palazzo vescovile. Sentendo della proposta che ci avevano fatto all'Avana, ci confermò che sarebbe proprio necessario che qualche salesiano vi si stabilisse quanto prima. - Il Signore susciti novelle vocazioni per poter appagare le tante domande, che continuamente ci si fanno per nuove fondazioni.

Roma - Pel Card. Parocchi - « Il 27 gennaio, scrive l'Osservatore Romano, fu celebrato dai Salesiani e dai loro alunni, nella Chiesa del Sacro Cuore al Castro Pretorio, un solenne funerale in suffragio dell'anima del loro Cardinale Protettore. Il ricco tumolo era circondato da numerosi ceri. Celebrò la S. Messa il Rev. D. Giovanni Marenco, Procuratore Generale dei Salesiani, assistendovi tutti i Superiori dell'Ospizio con a capo il Rev. Prof. D. Francesco Cerruti. quale speciale inviato e rapp. del Sup. Gen. D. Michele Rua».

Schio. - Ci scrivono : « Anche l'Istituto San Luigi di Schio, celebrò quest'anno con spiccata pompa la sempre dolce festa del nostro Patrono S. Francesco di Sales, il giorno primo di febbraio. Al mattino numerose furono le Comunioni dei buoni giovanetti che frequentano l'Oratorio festivo e le scuole complementari e serali. Alle 9 1/2 vi fu la Messa letta da quell'eletta figura di Sacerdote operoso ed amabile, Mons. Francesco Panciera, il vero Padre dei Salesiani di Schio. Tenne il discorso d'occasione il salesiano Sac. Martino Recalcati, sempre caloroso ed efficace... Elettrizzò ed incatenò per oltre un'ora i Benemeriti Cooperatori e le Benemerite Cooperatrici insieme ad un numeroso drappello di 400 e più giovani, tra mezzani ed adulti.

» Dopo le funzioni della sera vi fu un piccolo trattenimento musico-letterario corale in onore di Mons. Francesco Pranciera , che tanto operò ed opera a favore della gioventù Schiedense. Commosso ringraziava ed augurava che l'opra dei figli di D. Bosco, così bene iniziata in Schio, dilati sempre più, e vagheggiò coll'intuizione del Profeta l'attuazione integrale del disegno e programma che nella ridente Manchester del Veneto i Salesiani desiderano svolgere a vantaggio della gioventù operaia e studiosa. Tra i numerosi e molteplici istituti di illuminata beneficenza, che la bella e ridente Schio possiede e sostiene, guarda certamente con simpatia questo di D. Bosco, fondato in modo speciale pei figli del popolo. Ma non basta sia, guardato ed imitato soltanto da pochi, conviene sia appoggiato ed aiutato da molti, ed allora i buoni Schiedensi saluteranno nell'Istituto salesiano S. Luigi la vera casa del popolo, perchè asilo di sicurezza e palestra non dubbia di virtù e di sapere. »

Torino. - All'Oratorio di Valdocco. - Ci giunsero da molte parti le più belle relazioni della festa di S. Francesco di Sales, ma ci pare che per gustare tutta la soave esultanza di questa solennità, bisogna trovarsi nell'Oratorio di S. Francesco di Sales in Torino, donde il culto all'amabilissimo Vescovo di Ginevra si diffuse con nuovo vigore in ogni parte del mondo, insieme con la Pia Società che D. Bosco volle da lui intitolata. Numerosissime le sante comunioni; imponente la Messa solenne, pontificata da Sua Eccellenza Reverendissima Mons. Giuseppe Salvatore Scatti, Vescovo di Savona. La messa a quattro voci del M.° Remberger riuscì di mirabile effetto ; e piacquero assai le parti variabili eseguito in canto gregoriano, con una finezza di espressione mirabile, da sole voci bianche.

Dopo i Vespri pontificali, salì il pergamo il chiarissimo prof. D. Albino Carmagnola, il quale con eloquenza smagliante tratteggiò la grandiosa figura di S. Francesco di Sales ; facendo risaltare com'Egli siasi fatto tutto a tutti - specialmente ai poveri - in ogni stadio della sua vita, traendo di qui, con molta efficacia, la ragione per cui Don. Bosco elesse il Sales a suo special protettore ed a patrono della nostra Pia Società. Cantatosi un religioso Tantum ergo, Mons. Vescovo impartì la trina benedizione. La carissima festa si chiuse con una splendida rappresentazione delle Pistrine del nostro D. Lemoyne, e l'esecuzione di sceltissimi pezzi musicali.

Uscendo dal teatro, molti ricordavano commossi la festa di S. Francesco di Sales celebrata quindici anni fa, con D. Bosco agonizzante. Gli occhi si volgeano con pena alle sue camerette, come se ancora vi fosse stato il buon padre moribondo; e due giorni appresso, sabato 31 gennaio, ci raccogliemmo tutti nel Santuario di Maria Ausiliatrice, coperto di gramaglie, per suffragare l'anima eletta del nostro Fondatore. Pontificò nuovamente Monsignor Vescovo Giuseppe Scatti. Severo il grandioso tumulo ricco di faci, religiosa e patetica la musica del nostro D. Pagella, numeroso il concorso dei nostri Cooperatori.

- Pel Cardinale Lucido Maria Parocchi, Protettore della Pia Società dei Salesiani, si fece anche qui in Torino, nella chiesa di Maria Ausiliatrice un funerale di trigesima, come si era annunziato. Nella Messa della comunità si erano recitate assai preghiere pel suffragio dell' anima benedetta dell'esimio Porporato, e poi nel funerale celebrò la Messa il venerato nostro Superiore con l'assistenza di S. E. Monsignor Luigi Span dre. Si cantò una bella Messa del M°. D. Gio. Pagella. Sulla porta della chiesa si leggeva la seguente semplice e corretta inscrizione latina.

Lucido M. Parocchi - S. R. E. Patri Cardinali et patrono Salesianae Familiae - Bene praecaturi funus instauramus.

Treviglio (BERGAMO). - Decennio. - La festa del nostro Patrono, cui si unì il ricordo del primo decennio di quella nostra fondazione e l'onomastico dell'insigne nostro benefattore il sig. D. Francesco Rainoni, fu solennissima. Le funzioni religiose furono celebrate con gran pompa nel Santuario della Madonna delle Lacrime. Alla Messa solenne, cantata da Mons. Prevosto, disse un eloquente panegirico di S. Francesco di Sales il M. R. Don Pompeo Ghezzi. La Schola cantorum del Collegio eseguì la grandiosa Messa Benedicamus Domino a 4 voci del Porosi. Le note solenni risuonarono nel vasto Santuario come inno di gloria e di ringraziamento, osannando a Dio ed alla Vergine delle Lacrime, ai cui piedi, dieci anni or sono, il nostro D. Francesco Cottrino , insieme con due giovani confratelli, si prostrava appena arrivato in Treviglio. Quella preghiera fatta in una malinconica sera dell'ottobre 1892, tra i sospiri e le lacrime e nella trepidazione dell'avvenire, benedetta dalla Vergine, faceva germogliare e crescere tra l'abnegazione ed il lavoro indefesso, quell'opera che , al dire dell'Eco di Bergamo, in breve tempo crebbe gigante, ed oggi conta nelle sue scuole 300 alunni, di cui un centinaio circa sono giovanetti della città, e nei giorni festivi più di 600 giovanetti adunati nell'Oratorio attiguo al collegio. I nostri migliori ringraziamenti ai buoni Trevigliesi e particolarmente al zelantissimo Clero, a Mons. Prevosto ed al sullodato Don Francesco Rainoni.

Verona. - La festa di S. Francesco di Sales, celebratasi in quel nostro Istituto non poteva avere un esito più consolante. Tanto le sacre funzioni allietate da scelta musica sacra, come il trattenimento drammatico-musicale con cui si chiuse la bella giornata, andarono a meraviglia. Ma quello che ci par degno di particolare encomio è il discorso detto alla Messa solenne dal Rev. D. Alessandro Mazzoni coadiutore in S. Nicolò. Il Verona fedele lo disse un discorso indovinatissimo, che si ricorderà a lungo. Sul testo scritturale : a Domino factum est istud.... Dei adiutores sumus, egli mostrò che nell'opera di Don Bosco si ha un'opera divina, riscontrandovisi i caratteri dello opere divine, cioè il pensiero ispirato - la santità dell'operaio - il successo meraviglioso - l'intuizione del modo e dello scopo - la corrispondenza ai bisogni del tempo. Ogni punto fu da lui svolto con rapidi tocchi, dai quali emergea nitida la grandezza del quadro. Bellissimo il parallelo fra l'episodio evangelico dell'ambasciata di Gio. Battista a Gesù Cristo e i frutti spirituali dell'Opera Salesiana.

NECROLOGIA

Francesco Giacomellì dì Avìglìana.

Questo buon Cooperatore spirò santamente, la vigilia del suo onomastico, nell'invidiabile età di 86 anni. Fratello del caro confessore di D. Bosco, anch'egli era affezionatissimo al nostro buon Padre ed a tutte le opere sue. Negli ultimi momenti mostrò di avere un sol desiderio, quello di baciare ancora una volta la mano del Successore di Don Bosco. E il Signore lo consolò: D. Rua fu a visitarlo; ed egli, il giorno appresso, 3 ottobre 1902, volava in Paradiso. Sia pace all'anima sua. All'addolorata famiglia le nostre sentite condoglianze; ed al caro estinto abbondanti suffragi dai nostri Cooperatori.

Dalbon Pìetro dì Darè

Questo fervente cristiano e maestro esemplare cessò di vivere lo scorso dicembre. Zelatore assiduo delle opere Salesiane, al cui sviluppo prendeva parte grandissima, cercava infondere negli altri il suo zelo, diffondendo sopra tutto la lettura del nostro Bollettino. È morto da uomo giusto, semplice e retto come era vissuto, e la sua memoria sarà in benedizione eterna presso i suoi conterranei. Sia pace all'anima sua.

Clelia Tassinarì ved. Rampi dì Faenza.

Abbiamo perduto un'altra esimia benefattrice, colei che i nostri Confratelli di Faenza chiamavano meritamente col nome di mamma! La Signora Clelia Tassinari vedova Rampi, nell'età di 71 anno, volava a ricevere il premio delle sue virtù la mattina del 12 gennaio. Conobbe il nostro amatissimo Fondatore, prima ancora che si aprisse la nostra casa a Faenza e fin d'allora fu nostra benemerita Cooperatrice. Provata dal Signore in mille guise, principalmente colla perdita dei suoi figliuoli, adottò i figli di D. Bosco ed ebbe per loro e pei loro biricchinetti un cuore di madre. E qual madre! Quando, dopo le disgrazie che la colpirono, si avvide di non poter più soccorrerci così largamente, più volte fu vista piangere; e non potendo far altro, si dava attorno a sollecitare per noi la carità di altre benefattrici.

Noi siam certi che la sua bell'anima avrà a quest'ora riveduto in paradiso, insieme con D. Bosco, anche il suo caro Mons. Taroni ; ma tuttavia la raccomandiamo caldamente alle preghiere dei nostri Cooperatori. Sorga chi pubblicando i santi esempi di quest'eroina, compia un'opera buona, e tramandi ai posteri tanto soave profumo di eminenti virtù cristiane.

TERZO CONGRESSO GENERALE DEI COOPERATORI SALESIANI IN TORINO 14, 15, 16 MAGGIO 1903

COMITATO ESECUTIVO

Appello a tutti i Sigg. Direttori Diocesani, Decurioni, Zelatori e Zelatrici ed Ammiratori delle Opere di D. Bosco.

Nei giorni 14, 15, 16 del prossimo Maggio si terrà in Torino il Terzo Congresso generale dei Cooperatori salesiani. La dignità ed il numero dei personaggi che già promisero il loro intervento, i temi ché vi saranno discussi, la solennità delle Funzioni eccezionali che in tale circostanza saranno celebrate, tutto annunzia fin d'ora l'importanza dell'avvenimento e ne fa presagire il lieto successo. Non è d'uopo certamente segnalare alla S. V. le benemerenze della 3oeiefà Salesiana, sia in quanto attende a sottrarre i Egli del popolo alla miseria ed all'abbandono provvedendo alla loro efficace educa3ione e sana istrugione, sia in quanto si spinge con apostolico ardimento nelle più inesplorate e selvagge lande dell'America per diffondervi la luce del Vangelo e della civiltà, rendendo ad un tempo conosciuto e benedetto il nome d'Italia. Yon occorre pertanto dimostrare l'opportunità d'un nuovo Congresso, che dando modo di raccogliere in sintesi le risultanze fin qui ottenute dall'opera molteplice, offra il campo a discutere le proposte che l'esperienza ed il senno dei convenuti saranno per suggerire, acciò la benefica opera vieppiù si propaghi e si dilati.

Il Comitato costituito per promuovere tale Congresso, mentre spera che a suo tempo la S. V. vorrà onorarlo del suo intervento, non dubita che frattanto, collo gelo di cui ha già dato efficaci prove, vorrà contribuire al buon esito del medesimo procurando aderenti alla sottoscrizione, intesa a provvedere i fondi indispensabili alle spese del Congresso stesso, che potrà farsi anche con quote minime, permettendo in tal guisa di darle il carattere di un popolare attestato di riconoscenza ai figli di D. Bosco, che con così generosa abnegazione fanno sacrifizio di se stessi alla causa della educazione e della civiltà.

Foglia essere compiacente di ritornarci al più presto, per posta, i moduli riempiuti e per cartolina vaglia i fondi raccolti, prelevando, ben inteso, le relative spese dalla somma a spedirsi.

Accolga frattanto, egregio Signore, per il suo cortese interessamento e per l'opera sua zelante, le nostre più sentite azioni di grazie.

P. il Comitato Esecutivo D'HARCOURT Conte GIULIO

PRESIDENTE DELLA 3' COMMISSIONE.

 

la In ogni città, borgata o paese vi sono moltissime persone, che si trovano in grado di poter concorrere a quest'opera anche con offerte minime; raccomandiamo quindi che si faccia conoscere e di diffondere questo appello.

2a Quando il modulo è riempiuto in tutto o in parte, si rimandi agli indicati indirizzi sottoscritto coll'indirizzo del mittente, non più tardi del 20 Aprile.

3a Occorrendo altri moduli, se ne faccia domanda agli indicati indirizzi.

4a A tutti i Collettori verrà spedito un Ricordo delle Feste, come segno di riconoscenza.

NB. - La scheda si stacchi e raccolte le adesioni si mandino al Sig. Conte Olivieri di Vernier Via Bogino 18, oppure alla Direzione del Bollettino Salesiano - TORINO.

NORME PRATICHE per i signori Collettori e sottoscrittori

 

TERZO CONGRESSO GENERALE DEI COOPERATORI SALESIANI

DA TENERSI IN TORINO NEI GIORNI 14, 15, 16 MAGGIO 1903

Modulo per raccolta dì Offerte

da servire per le spese del Congresso e per i solenni festeggiamenti in occasione della INCORONAZIONE DI MARIA SS. AUSILIATRICE.