ANNO XX. - N. 6 - Esce una volta al mese - GIUGNO 1896

BOLLETTINO SALESIANO

SOMMARIO.

VIVA IL SACRO CUORE DI GESU' . . . . 141 LA SOLENNITÀ DI MARIA AUSILIATRICE IN TORINO    143

IN SICILIA    145 NOTIZIE DELLE MISSIONI: - COLOMBIA Una nuova Missione Salesiana pei selvaggi nei Piani di S. Martin. - BOLIVIA : I primi Salesiani alla volta di questa Repubblica. -TERRA DEL Fuoco. - MESSICO    145 GRAZIE DI MARIA SS. AUSILIATRICE . . 159

ORATORII FESTIVI    162

DAI COLLEGI    ivi

AI GIOVANETTI    163

NECROLOGIA    164

NOTIZIE VARIE    165

COOPERATORI DEFUNTI    167

W. IL S. CUORE DI GESU'.

FRA le parole uscite dalla bocca di Pio IX di sa. me. saranno sempre particolarmente memorande quelle che pronunciò a Roma in una solenne udienza del 1860. La Chiesa e la società, esclamò egli un giorno, hanno riposta tutta la loro confidenza nel Cuor di Gesù. Egli è che salverà la Chiesa e sanerà le piaghe della società. Nè l'immortale Pontefice si stette alle sole parole. Pio IX, che nel 1856 estese a tutta la Chiesa la festa del Cuore di Gesù con Messa e Uffizio proprio ; Pio IX che otto anni dopo, cioè nel 1864, sollevò all'onor degli Altari quell'apostola illuminata ed instancabile che fu la B. Margherita Alacoque; Pio IX fu pur quegli che con un Breve del 22 Aprile 1865, aderendo alle vive e ripetute istanze a lui pervenute da tutte le parti e da ogni classe di persone, approvava l'atto solenne della consacrazione di tutto il mondo al Sacro Cuor di Gesù.

Pio IX scendeva poco dopo nella tomba; ma non scendeva con lui lo zelo per la propagazione di questa cara e salutare divozione. Il suo glorioso successore, Leone XIII, ne ereditava l' interessamento più caldo ed affettuoso, tanto che non passa anno, in cui or con nuovi onori, or con particolari privilegi, or con frequenti animate esortazioni non promuova ed incoraggi questa divozione. È desso anzi l'A. Pontefice, che, come si esprime nel Decreto del Maggio 1889, sommamente brama che in tanta malvagità di tempi non si tralasci alcuna occasione di dare una testimonianza di speciale ossequio al Sacratissimo Cuore di Gesù. Ammirabile Pontefice, in cui non si saprebbe dire qual sia maggiore, se cioè l'al tezza dell'ingegno che gli procaccia applausi anche dai suoi avversari (giacchè il cuore del Vicario di G. C. non riconosce nemici), o la sapienza di governo che lo fa invocare arbitro dai Capi degli Stati nelle questioni più difficili e delicate, o l'ardore dello zelo che lo anima alla propagazione della fede cattolica in quelli che ancor non ne godono o che sventuratamente se ne allontanarono, o infine la tenerezza della pietà, mediante la quale colla parola e coll'esempio mantiene vivo tuttodì lo spirito di carità e il fervore della divozione nei fedeli a lui commessi.

Come è mai bello, o cari Cooperatori e Cooperatrici, come è sublime questo spettacolo di medesimezza di santi intenti e di continuita non interrotta di sante operazioni, che ci offre la Chiesa Cattolica nei suoi Sommi Pastori! Muore l'uomo, ma il Papa non muore mai. Da Innocenzo XI, che permise pel primo nel 1689 la prima Messa ad onor del Sacro Cuore di Gesù nella chiesa della Visitazione di Dijon, a Leone XIII che nel 1889 elevò a doppio di prima classe, per tutto il mondo cattolico, la festa al Divin Cuore, si vede nei Papi, anche in questa parte, un'incessante perenne armonia di pensieri e operosità di voleri. Il sorgere degli ostacoli non fa che aumentare la fermezza della loro volontà ; il male che dilaga ne raddoppia gli sforzi per porvi riparo. Il conciliabolo di Pistoia del 1783, dove una mano di novelli farisei attentava alla divozione del Sacro Cuore di Gesù, chiamandola nuova, erronea e perniciosa, trova l'ultima e completa sua sconfitta nel Decreto Pontificio del 1889, che questa divozione non solo proclama antica al pari del Cristianesimo nella sua sostanza, pienamente ortodossa e provvidenzialmente salutare pei nostri tempi, ma questa divozione caldamente raccomanda che sia da tutti ben compresa, amata e praticata. E ben con ragione. Il cuore è nell'ordine fisico, come nell'ordine morale, la sorgente e l'anima della vita. Come diciamo che uno è morto quando cessano le pulsazioni del cuore, così il massimo dei mali morali, che si possa attribuire ad una persona, è quello di dirle che è senza cuore. Praticare adunque la divozione al Cuore di Gesù vuol dire da lui attingere e in lui ritemprare lo spirito di fede nelle verità della nostra santa religione, e questo spirito di fede mantener vivo e perenne di mezzo allo scetticismo degli uni e alla indifferenza dei molti; vuol dire mondarlo il nostro cuore di quanto non si conviene ad un cristiano, avvivarlo anzi e fortificarlo al fuoco purissimo del Cuor di Gesù. E come i dolori, le pene di una persona, che si ama, son dolori e pene nostre, così esser divoti del Cuor di Gesù vuol dire risarcire il Divin Cuore degli affronti, delle ingiurie che pur troppo riceve ogni giorno persino nel Sacramento del suo amore. Lo sapete pur troppo anche voi, o buoni Cooperatori e buone Cooperatrici; la bestemmia dilaga, la religione assai spesso si strapazza, il mal costume imperversa sotto mille svariate forme. Che più? Ad ogni tratto sentiamo dire di delitti, di profanazioni orribili contro l'Eucarestia ; orde sataniche trovano modo di penetrare nelle Chiese e colà consumare talvolta i più neri sacrilegi. Potremo noi, noi cattolici rimanere impassibili di fronte a così enormi iniquità ? Ah no, non mai; bisogna sorgere animosi, scuoterci dal torpore e da quella malintesa prudenza, che in fin dei conti non è che vigliaccheria o pigrizia, e stringerci insieme compatti alla difesa della nostra fede, alla conservazione della nostra religione, al trionfo della morale cristiana. Guai a noi se in mezzo a tanto strazio, che abbiam sotto gli occhi, ce ne rimanessimo neghittosi, indolenti, trascurati ! Attireremmo sopra di noi il giusto sdegno di Dio.

Nè solo col cuore noi dobbiamo prender parte ai dolori, ai patimenti di Gesù ; bisogna fare qualche cosa di più. Probatio dilectionis exhibitio est operis, scrisse già S. Gregorio ; il che è quanto dire che il vero amore sta nell' accoppiare ai nostri interni sentimenti le nostre opere esteriori, alle parole far seguire le azioni. La divozione al Sacro Cuore di Gesù è uno dei mezzi più efficaci di santificazione, che la bontà di Dio ci abbia presentato; è il mistero, che nascosto per tanti secoli or finalmente ci si viene disvelato ; è un tesoro di ricchezze che Dio riserbò a questi nostri giorni. Dabo vobis cor novum (1), disse un giorno il Signore per bocca di Ezechiele. Ma il solo ammirare questo mezzo potentissimo di santificazione, questo mistero amabilissimo, questo tesoro di ricchezze non sarebbe sufficiente; bisogna che i nostri pensieri, le nostre opere corrispondano a quel che il Cuor di Gesù vuole da noi, bisogna che la nostra vita rifletta come in ispecchio le virtù del Cuore di Gesù ; bisogna in una parola imitar generosamente, costantemente Gesù. E come l'umiltà, la mansuetudine, la carità sono le virtù particolari del Cuor di Gesù, così queste virtù debbono pure essere l'anima della nostra anima, la vita della nostra vita, sopratutto nel mese a lui dedicato. Grande è il beneficio della creazione, ancor più grande quello della redenzione, nel quale la nostra fede si scalda e si compie. Ma a nulla varrà e l'uno e l'altro, se non saranno avvivati e sorretti dalle opere buone, e segnatamente dalle opere di misericordia. Don Bosco, di sempre cara e venerata memoria, c'insegnò ad esser divoti del S. Cuor di Gesù con le parole e coi fatti, con la preghiera e con lo spirito di sacrifizio, con la fede in Dio e con la carità verso il prossimo. Procuriamo di far anche noi altrettanto , sopratutto in questo mese; e le promesse fatte da Gesù alla B. Margherita troveranno anche in noi il loro felice compimento ; anche noi otterremo che il Cuor di Gesù abbia ad esserci fonte di copiose benedizioni, rifugio in vita, conforto e salvezza al punto di morte.

(1) Ezech. XXVI.

LA SOLENNITA DI MARIA AUSILIATRICE IN TORINO

SENTIAMO ancora nell' animo le impressioni profonde che ci produsse l'enorme concorso, la divozione e la pompa che accompagnarono e resero solennissime le feste di Maria SS. Ausiliatrice in Torino, che dal popolo vien chiamata la Madonna di Don Bosco.

Fin dai primi giorni della novena, dalle prime ore del mattino i dintorni di Valdocco apparivano più animati del solito per la frequenza di devoti che si recavano a far visita al santuario dell' Ausiliatrice dei Cristiani. I confessionali erano sempre assiepati di fedeli, ed impossibile riesce calcolare le migliaia di Comunioni distribuitesi in tutti i nove giorni.

*

La conferenza ai Cooperatori ed alle Cooperatrici Salesiane, alle 15,30 del sabbato

23 maggio, diè principio alle solennità della nostra tenerissima Madre. Il vasto tempio ancor prima dell'ora fissata era rigurgitante di nobili signore e signori, anche nella parte ordinariamente riservata ai giovani dell'Istituto. Quivi era rappresentato ogni ordine sociale. Vi erano pure accorsi moltissimi Cooperatori e Cooperatrici dai paesi vicini e parecchi anche da paesi assai lontani.

Dopo breve lettura fatta da un giovane Sacerdote ed il canto di un mottetto, sali in pulpito il venerando nostro Superiore, lo stesso sig. D. Rua. Fu quella una gradita sorpresa per tutti gli astanti.

Egli esordi coll'invitare il numerosissimo uditorio ad inneggiare all' Ausiliatrice dei Cristiani per le opere veramente meravigliose che compie per mezzo di umili strumenti, quali sono i Salesiani ed i loro benemeriti Cooperatori e benemerite Cooperatrici.

E tra queste meraviglie enumerò anzitutto la nuova Missione iniziata dai figli di Don Bosco nelle vastissime pianure di San Martin nella Colombia, in vicinanza a molte migliaia di poveri selvaggi giacenti ancor nelle tenebre e nell'ombra di morte, dei quali parecchie centinaia, senza essere da alcuno avvertiti dell'arrivo dei Missionari , accorsero loro incontro, chiedendo la grazia del Santo Battesimo e consegnando loro i proprii figliuoletti.

Coll'aiuto di Maria Ausiliatrice, i Salesiani poterono assecondare i desiderii dei Boliviani. Monsignor Costamagna condusse in quella Repubblica due drappelli di Missionari; e presentemente La Paz e Sucre, capitale, hanno due Case Salesiane, che raccolgono ciascuna più di ottocento giovanetti, e nell' Oratorio festivo e nelle loro Scuole interne ed esterne.

Il Paraguay è l'unica Repubblica dell'America Meridionale che ancora non possedeva i figli di D. Bosco; e D. Rua assicurava che a quest'ora Monsignor Costamagna s'è colà recato per appagare pure i voti di quel Governo e di quella popolazione e realizzare così le sante aspirazioni del compianto Mons. Lasagna in favore di quei poveri popoli.

- Maria fu l'aiuto di D. Bosco e continua ad esserlo per i Salesiani. E D. Rua faceva notare questo nello sviluppo ognor crescente di tutte le altre Missioni Salesiane dell'America, pur di quelle lasciate a mezzo dallo sventurato Mons. Lasagna, e poi soprattutto nel modo mirabile con cui si è potuto principiare l'Ospizio di Nazaret, patria della Madonna stessa, ove un bravo figlio di Don Bosco, dopo varie pratiche e non pochi viaggi in cerca di elemosine, è riuscito a comperare una piccola casetta e raccogliere una decina di fanciulli nel giorno del Patrocinio di San Giuseppe.

- Don Rua parlò ancora di un'altra Casa Salesiana da aprirsi fra qualche mese ad Alessandria d'Egitto in favore dei nostri diletti connazionali, che in quella vasta metro poli oltrepassano i 60000. Ma poi venne a dire che non v' è rosa senza spine e che i poveri Salesiani in varie regioni sono sottoposti a duri cimenti. Strappò lagrime di commiserazione quando disse che i nuovi Salesiani alla Bolivia furono bersaglio di gente malvagia che scaricò varii colpi di moschetto nel recente Oratorio festivo, e quando li descrisse privi del necessario sostentamento e Colpiti da grave infermità per l'insolita temperatura. Anche nell' Equatore i Salesiani son messi a dura prova per quella rivoluzione antireligiosa scoppiata lo scorso anno e per la quale sono già espulsi varii Ordini religiosi. Ma i più travagliati sono i Missionari della Terra del Fuoco, circondati da parecchie centinaia di selvaggi, ai quali devono provvedere tutto, vitto, vestiario, alloggio, mentre, stante le crisi bancarie, si trovano affatto senza mezzi.

Di qui D. Rua prendeva argomento per invocare, colle lagrime agli occhi, una duplice carità dai Cooperatori e dalle Cooperatrici Salesiane, carità di preghiera e carità di elemosine. La generosità dei Torinesi verso le Opere di Don Bosco non è venuta pieno anche stavolta, e noi porgiamo loro sentiti ringraziamenti.

Grandissimo fu il concorso ai primi Vespri, sabato sera; ma all' indomani, Domenica di Pentecoste, e poi lunedì fu veramente straordinario, nonostante le minacce del tempo incostante. Pellegrini d'ogni ceto, provenienti da varie parti d'Italia non solo, ma pur anche dalla Francia, Svizzera, Austria e Germania, si univano ai pii Torinesi per celebrare le glorie di Maria. E Maria in quel giorni, in questo suo miracoloso santuario, potè accogliere sotto del suo manto una folla immensa, innumerabile di devoti, pieni di fede, di amore e di riconoscenza verso del suo potente patrocinio. Quanti nuovi prodigi venimmo a conoscere, che la taumaturga Vergine Ausiliatrice si compiacque operare ancora in questi ultimi giorni a favore di coloro che sinceramente la amano ! L'eloquenza incontestabile dei fatti, corredati delle prove più convincenti, profondamente ci commosse, e dal nostro cuore più volte eruppe l'entusiastico grido di Viva Maria Ausiliatrice !

Al concorso, alla pietà e all'entusiasmo del popolo devoto corrispose la grandiosità delle sacre funzioni.

La musica, eseguita come nell'annunziato programma dalla Schola Cantorum dell'Ora. torio Salesiano, fin dai primi Vespri di sabato fu degna dell'occasione. I Salmi di celebri autori e di vario stile musicale produssero un tutto di effetto eccellente. Grazioso il Laudate del Mendelssohn, sempre simpatico il Laetatus dell'Amadei, ottimamente eseguito il noto Lauda Jerusalem del nostro Vescovo Missionario Mons. Cagliero, religioso e delicato l'Inno del Palestrina, ai quali fece corona il poderoso Magnificat del Sillas.

La Messa solenne alla Domenica fu assistita pontificalmente da S. E. Rev.ma Monsignor G. B. Bertagna, Vescovo titolare di Cafarnao, il quale al lunedì ebbe la compiacenza di tenere egli stesso il solenne pontificale. I giovani cantori eseguirono la Messa del Sacro Cuore del Gounod, a quattro voci. L'esecuzione fu commendevole assai : sicurezza nelle parti, precisione negli attacchi, affiatamento e colorito. Le quali doti spiccarono specialmente nella Sequenza del M. Amadei, che fu da tutti trovata simpatica e melodiosa.

In ambedue i giorni vi fu Benedizione pontificale e potemmo gustare i Tantum .Ergo del maestro Rota e del salesiano D. Pagella, il primo di stile grandioso e il secondo serio, di fattura fina ed elegante. Alla vigilia se n'era eseguito uno del nostro carissimo Monsignor Cagliero.

« Il vasto programma e la sua esecuzione, (così dice l'egregio giornale torinese l'Italia Reale-Corriere Nazionale che ogni giorno interessava i suoi lettori delle nostre feste), fa ognor più ammirare la valentia nel disimpegnare sì difficile còmpito del M. Dogliani, il quale può andar lieto d'aver pure a sua disposizione un organista di abilità non ordinaria nel giovane Sacerdote Giovanni Pagella. »

Come gemma che compì la corona, che Salesiani e divoti tutti di Maria Ausiliatrice tessevamo alla nostra Celeste Patrona, si fu la presenza di Sua Ecc. Rev.ma Monsignor Arcivescovo. Alla perorazione del secondo panegirico, tessuto con calore dal Rev.mo Don Catalanotto, Vice Rettore del Seminario di Palermo, che chiudeva così il Mese Mariano predicato dal Rev.mo Mons. Querio e dal Salesiano D. Signorelli, arrivava all'Oratorio il veneratissimo nostro Pastore Mons. Davide de' Conti Riccardi, il quale ebbe la consolazione di benedire un immenso popolo che si affollava nel vasto tempio, nei cortili circostanti dell'Istituto e sull'ampia piazza di Maria Ausiliatrice.

La fede e la pietà che animava quanti concorsero in questi solennissimi giorni al santuario di Maria Ausiliatrice in Valdocco, testimonio e diremmo anzi compendio dello grazie immense che la Gran Madre di Dio comparte ai suoi devoti ed in modo particolare ai figli di Don Bosco, si estenda, si ravvivi in mezzo al nostro popolo quale arra sicura di tempi di pace, di prosperità e di gloria per la patria nostra.

IN SICILIA

Lo scorso maggio il nostro D. Stefano Trione fu in Sicilia a far visita ai nostri Benemeriti Cooperatori delle principali città di quella classica isola, e tenne pubbliche e private conferenze in Messina, Patti, Cefalù, Palermo, Alcamo, Mazzara, Marsala, Trapani, Girgenti, Canicatti, Licata, Terranova, Modica, Noto, Siracusa, Caltagirone, Vizzini, Pedara, Bronte, Randazzo, Catania, Acisant'Antonio ed Acireale.

Non potendo, per mancanza di spazio riprodurre i bellissimi resoconti, che diedero di queste conferenze parecchi giornali siciliani, pubblichiamo invece di buon grado due parole di saluto e di ringraziamento che ci comunicò lo stesso sullodato nostro conferenziere, il quale al presente trovasi ancora in viaggio, avendo dovuto recarsi in alcune altre regioni nel suo ritorno dalla Sicilia a Torino.

Al BENEMERITI COOPERATORI SALESIANI della Sicilia.

EGREGI SIGNORI E SIGNORE,

PRIMA di partire dalla vostra incantevole isola, alla quale venni per ordine del mio veneratissimo Superior Maggiore D. Michele Rua a tenervi Conferenze salesiane, sento ancora una volta il bisogno di mandarvi cordialissimi saluti e ringraziamenti.

Ammirai nelle vostre splendide città e paesi un mirabile e potentissimo spirito di religione e di fervente pietà, copia ragguardevole di istituzioni cattoliche ed un rigoglioso sviluppo di azione cattolica.

Tacio delle vostre classiche cattedrali , delle ridenti riviere e dei bellissimi panorami, che sollevano l'animo a Dio e ti danno l'idea di un paradiso terrestre.

Ma non posso tacere della benevolenza ed anzi entusiasmo che scorsi per le Opere e Missioni Salesiane; ond'è ch'io vidi amplissime chiese e cattedrali divenire quasi ristrette a capire la folla di uditori che accorrevano alle Conferenze Salesiane.

Ebbi l'altissima consolazione di poter ossequiare personalmente gli Eminentissimi Cardinali Arcivescovi di Palermo e Messina e quasi tutti gli altri Vescovi dell'isola. Parecchi anzi mi vollero loro ospite, sebben io ne fossi indegnissimo, e degnaronsi onorare col loro intervento le mie Conferenze. Oh con quanto cuore già pubblicamente e privatamente ne li ringraziai, e ne li ringrazio tuttora ! La mia riconoscenza per tanta bontà rimarrà vivissima nell' animo mio.

Saluto e ringrazio gli zelantissimi Direttori nostri Diocesani, Zelatori e Zelatrici e quanti altri cooperarono pel buon esito delle Conferenze ed ora ci vanno aiutando per l'organizzazione dei Cooperatori Salesiani nelle vostre diocesi.

Saluto e ringrazio la stampa che con tanto zelo ed amore anche in questa occasione volle parlare di D. Bosco e delle Opere e Missioni Salesiane.

Saluto e ringrazio quanti vollero in qualunque modo partecipare e cooperare al buon esito delle suddette Conferenze; ma, in modo particolarissimo saluto voi, o Benemeriti Cooperatori e Cooperatrici Salesiane, che non risparmiaste nulla per manifestare la vostra simpatia e generosità, specialmente per le nostre Missioni estere.

Oh! vogliate continuarci così fiorita carità e benevolenza, e nelle vostre preghiere degnatevi ricordarvi dei vostri carissimi come fratelli, quali sono tutti i Salesiani da Torino allo stretto di Magellano, dalla Palestina e dall'Africa alla Polonia ed all'Inghilterra.

Non dimenticherò più mai le festose accoglienze avute nelle vostre città ed in tutte le parti dell'isola vostra. Ovunque io mi recai, trovai per opera vostra che il nome di D. Bosco non solo era conosciuto, ma aveva una potentissima attrattiva. Ora per opera vostra cresca il fervore per la diffusione delle opere proprie dei Cooperatori Salesiani e specialmente per l'educazione della gioventù, e speriamo che ne verranno frutti copiosissimi e lungamente duresoli.

Messina, Giugno 1896.

Dev.mo Servitor vostro Sac. STEFANO TRIONE.

NOTIZIE DELLE MISSIONI

COLOMBIA

Una nuova Missione Salesiana pei selvaggi nei Piani di S. Martin

REV.mO E CARISSIMO PADRE,

Bogotà, 22 Febbraio 1896.

SONO di ritorno da S. Martin, dopo appena una ventina di giorni di assenza dalla capitale. Scopo di questa mia seconda escursione alle pianure di S. Martin fu la fondazione definitiva delle Missioni Salesiane in quelle parti.

Necessità urgente di questa Missione. - Partenza dei Missionari. - Ingresso trionfale a Villavicencio.

Già da molto tempo se ne parlava qui, ed era vivissimo desiderio del nostro amatissimo Arcivescovo, più volte esternato allo scrivente, che s'incominciasse una buona volta; la mancanza di personale adatto all' importanza e serietà dell' impresa ci aveva trattenuti dall'accondiscendere, come ben avremmo voluto fin dal principio, ai giustissimi desiderii dell'ottimo nostro Prelato. Il 9 del p. p. dicembre, giorno della morte del nostro caro D. Michele Unia, moriva tragicamente sulle montagne di Uribe il Rev. Padre Josè de Calasanz Vela, della Famiglia di S. Domenico, l' unico religioso che attendeva già da quasi trent'anni a quelle estesissime Missioni. Trovandosi in visita nel paese di Uribe, una sera fu gettato dal cavallo in un burrone e vi moriva dopo pochi minuti. Appena fui di ritorno dal Dipartimento di Santander, (dove, com'ella sa, m'era recato perorando la causa dell'unico Lazzaretto Nazionale pei lebbrosi della Colombia e dov' ebbi accoglienze straordinariamente entusiastiche per parte di tutte le Autorità e del popolo), nella prima visita che feci all'Arcivescovo, questi nuovamente mi parlò e sul serio dell' urgente necessità di dar principio alle Missioni di S. Martin. « Sono migliaia e migliaia di cattolici, mi diceva, senza la minima assistenza religiosa; sono cinque centri di popolazione cristiana senza un prete; sono molte migliaia di selvaggi che aspettano ancora l'ora della loro redenzione; non è più possibile indugiare. Ben vorrei mandar loro preti secolari ; ma non ne ho, e non ho neppure alcuna speranza di averne presto. D'altronde il Rev.mo Sig. D. Rua, al quale scrissi in proposito, accetta di buon grado quelle Missioni, e perfino promise mandarmi tre preti quanto prima. È questa adunque la volontà del Signore, perchè è questa la volontà dei Superiori; accetti quindi, Rev. Padre, quelle Missioni; D. Bosco la benedirà dal Cielo. »

Cosa troppo difficile e troppo seria era dire non si può in quella circostanza ; avrei almeno voluto sospendere per qualche tempo una risposta definitiva, e così aspettare l'aiuto promesso da Torino; ma non ebbi il coraggio di amareggiare quel cuore di Padre e Pastore con una sospensione indefinita, che avrebbe potuto protrarsi per tutto un anno intiero.

Senza indugio si combinò subito la partenza con grande allegria per l'amatissimo Pastore. Terminate le nostre funzioni di gennaio, la solennità di S. Francesco di Sales ed il funerale solenne per l'anima di Don Bosco, subito dopo si partiva per S. Martin. Eravamo cinque Salesiani : tre preti, un chierico professo ed un coadiutore. Fra gli auguri e saluti di tutti i confratelli e giovani della nostra Casa di Bogotà, si partiva la mattina del 3 febbraio.

In una lettera pubblicata nel Bollettino italiano di novembre scorso, descrissi a lungo questo viaggio fatto in altra circostanza; non istarò quindi a ripetere le stesse cose. Malgrado le strade veramente orride, almeno durante un giorno e mezzo, in tre giorni giungevamo alla prima popolazione dei Piani di S. Martin, voglio dire a Villavicencio. Una sessantina di archi di trionfo, fatti con rami di ulivo e di palme e di altre piante, ci indicava che quella buona gente ora contenta del nostro arrivo ; e tutti ci salutavano al nostro passaggio.

Perchè a S. Martin ? Un tranello per fèrmarci a Villavicencio.

Senza volerlo noi dovevamo dar un gran disgusto a quei buoni popolani.

Il punto fissato per la nostra prima residenza non era Villavicencio, sibbene San Martin, paese sito a due giornate di distanza. In questa scelta non era per nulla entrato il capriccio di favorire un paese più che un altro, ma la preoccupazione ed il desiderio di essere di maggior profitto a tutta la Missione. Come osservai al principio, sono cinque centri di popolazione cristiana, che l'Autorità ecclesiastica volle affidare ai Salesiani ; si chiamano : Villavicencio, S. Martin, San Juan de Arama, Uribe, Jiramena ; credo che tutti figurino sulle carte geografiche, almeno sulle nostre di qui. Or bene, San Martin, che ha dato il nome a tutte le immense pianure che si estendono tutto all'intorno per centinaia a migliaia di leghe, è posto nel centro delle suddette popolazioni. In due giorni di cavallo si può giungere a qualunque delle altre popolazioni, se si eccettua Uribe, che ne vuole almeno quattro e con tempo buono. Doveva quindi avere la nostra preferenza, nell'interesse di poter accorrere più prontamente a qualunque punto l'opera nostra fosse richiesta. Un'altra ragione pur grave ci mosse a questa scelta, ed è che S. Martin è più prossimo alle tribù dei selvaggi, scopo principalissimo delle nostre Missioni. Date queste spiegazioni, capirà facilmente, amatissimo Padre, come fosse nostro dovere vincere ogni resistenza che ci si potesse fare per non lasciarci giungere alla meta designata; tanto più che ogni nostra risoluzione era stata presa d'accordo coll'Arcivescovo e dallo stesso approvata e benedetta.

Giunti a Villavicencio, per poter proseguire era indispensabile cambiare le bestie; le prime non servivano più, ed il padrone non ce le lasciava neppure a qualunque prezzo. Era giuocoforza cercarne altre e che fossero migliori delle prime, perchè il cammino che ci restava a percorrere era assai difficile e pericoloso. Si trattava di attraversare foltissime selve, una decina di fiumi, alcuni dei quali ben grossi anche in pieno estate. La strada poi è sempre fangosa, perchè non arriva mai fino ad essa un raggio di sole, nè un filo di vento ; per questo, con qualunque pioggia, il tragitto si rende difficilissimo non solo, ma anche pericoloso. Io che sapeva tutto questo per essere passato da quelle parti un anno prima, insisteva colle Autorità e coi privati per avere bestie buone e sicure; e dopo due giorni spesi in ricerche inutili, capii che era tempo perduto, perchè tutti si rifiutavano in modo assoluto.

Era cattiva volontà? Non lo credo ; era piuttosto desiderio che noi avessimo fissato la nostra residenza fra loro in Villavicencio; desiderio che tutte le Autorità ci manifestarono ripetutamente anche a nome dell' intiera popolazione. Disgraziatamente questo paese, che è il più grosso di tutta l' Intendenza e che ha tutte le Autorità governative, da sette anni non ha chiesa per essere stata totalmente distrutta in un incendio, ed anche da questo lato, l'opera nostra sarebbe stata quasi inutile. Come si lavora con profitto in un paese che non ha chiesa? Dove radunare il popolo per i divini uffizi, per la predicazione? Sento che a questo punto mi si fa una domanda : - Ma non vi è almeno una cappella in Villavicencio per sopperire in parte ai bisogni religiosi della popolazione? - Rispondo : - Vì è una stanza che si ridusse a cappella, e così si chiama, ma non contiene che una trentina di persone ; ed il distretto di Villavicencio ne conta poco meno di tre mila; e poi oltrechè è stretta, allo stesso tempo è lurida, indecente, troppo indecente per poter servire di cappella. È vero che si diè principio alla chiesa parrocchiale ; ma per mancanza di fondi si dovettero sospendere i lavori che procedevano lentamente, e ci vorrà ancora molto tempo prima che si possa finire.

In queste circostanze che potevamo fare noi? Insistere di partire e di fissarci in San Martin, malgrado le insistenze di fermarci che ci facevano le Autorità di Villavicencio. D'altronde essendo stata la nostra risoluzione presa, come già dissi, d'accordo coll'Arcivescovo di Bogotà, noi non potevamo modificarla senza suo consenso. Insistemmo quindi di voler partire.

Ma qui viene il serio; durante due giorni di richieste e di ricerche e colle Autorità e coi privati, non potemmo trovare una sola bestia, anche pagandola a carissimo prezzo. Capimmo allora il giuoco che ci si faceva, e che sarebbe stato inutile aspettare più oltre; nulla avremmo ottenuto nè colle buone e meno colle brutte. Quella povera gente credeva che noi ci saremmo arresi colla forza. - Non vogliono fermarsi di buon grado questi Salesiani , così credo la pensavano essi, si fermeranno loro malgrado; non daremo loro le bestie di che abbisognano, e toglieremo loro ogni scappatoia, o di seguire a S. Martin, o di tornare a Bogotà; e così bisognerà pur che si fermino.

Non era possibile risolverci di partire a piedi, chè a piedi non si può andare per quei monti; e poi in tal caso avremmo dovuto lasciare indietro le nostre casse e bauli, se pure non volevamo deciderci di caricarli sulle nostre spalle. Che fare adunque ?

La notte è madre di buoni consigli. - Si arriva da tutti a S. Martin. - Accorrono i selvaggi , non si sa da chi avvertiti.

Si dice che la notte è madre di buoni consigli. Ed io ne ebbi davvero uno bello nella notte dal 7 all' 8 del corrente febbraio. Mi levai di buon mattino, forse un po' di mal umore, celebrai la S. Messa, e me ne partii tutto solo alla volta di S. Martin, in cerca di bestie. Nessuno sapeva nulla di ciò, eccetto i nostri; in tutto questo io custodiva gelosamente il segreto, per tema che le Autorità, sul serio o per ischerzo, non mi facessero fare da altri qualche tiro birbone. Partii quindi, e dopo due giorni arrivai felicemente a S. Martin ; era sabato sera. - In poche ore trovai le dieci bestie necessarie, ed alla mattina della domenica, dopo la Santa Messa, le consegnai a due persone di piena confidenza, perchè le conducessero a Villavicencio, e mi riportassero subito i Salesiani ed ìl loro equipaggio. Dopo cinque giorni infatti giungevano tutti felicemente, fra il suono giulivo delle campane e l'allegria più schietta di tutta la popolazione. Il paese era tutto messo a festa; le porte, le finestre delle case tutte coperte di addobbi ; per le vie molti archi di trionfo ; ed una gran parte della gente e tutti i bambini del paese con grande curiosità erano accorsi dinnanzi alla casa che era stata preparata all'uopo. A memoria d'uomo, anche dei più vecchi, mai si erano visto quattro vesti nere in quelle parti ; tutt'al più, una o due volte l'anno, vi passava la veste bianca del Padre Vela, domenicano, e vi si tratteneva brevissimo tempo; ma quattro nello stesso tempo, e per fermarsi definitivamente non si erano mai veduti a S. Martin.

Dopo gli scambievoli saluti fatti colle Autorità, che diedero il benvenuto ai testò giunti, ci trovavamo soli, occupati nell'aprire le nostre casse e riordinare le nostre cose. Tutto all'improvviso un vociare confuso al di fuori chiama la nostra attenzione. - Los Indios, los Indios - gridavano e ripetevano cento voci; - aqui vienen los salvajes - gridavano e ripetevano altri. Aprimmo le porte per renderci conto di quello che passava, ed oh ! spettacolo : diretti verso la nostra casa di alloggio, anzi appena a pochi passi da noi, ecco una turba di Indii, seguiti da molti cu riosi. Erano uomini, donne, bambini, più ignudi che coperti, che venivano precisamente a vedere i Padri.

Noi eravamo strabigliati a quella vista, e non sapevamo darci ragione dell' avvenimento. Tra i venuti, riconobbi subito i quattro Indii che l'anno scorso aveva incontrati nel deserto a tre giornate da S. Martin. Li salutai cortesemente e li richiesi sullo scopo della loro venuta. Uno di essi che poteva dire qualche parola in castigliano, rispose in nome di tutti : - Sabiendo que veniendo Padres a S. Martin, queriendo nosotros saludarlos. -che vuol dire: -Avendo saputo che dovevano venire a S. Martin i Padri, siamo venuti a salutarli. - Aggiunse subito l'Indio: - Hartos mas viniendo alti : Altri moltissimi vengono allo stesso scopo. - La sorpresa nostra cresceva ognor più. Mi feci a interrogarli in tutti i modi, chi li aveva avvertiti della nostra venuta; i confratelli alla lor volta li interrogavano, per venire in chiaro di qualche cosa ma nulla potemmo scoprire; l'unica risposta che ci davano era questa - Quien sabe ! - Chi sa! - per significare che non erano in grado di darci una risposta soddisfacente, e non la potemmo proprio avere.

Appena fummo soli, osservò uno dei confratelli : - D. Bosco, se mal non ricordo, disse, che verrà un tempo, in cui non saranno più i Salesiani che cercheranno gli Indii, bensì gli Indii che andranno in cerca dei Salesiani. Non saremo forse noi i primi Salesiani Missionari in queste lontane terre, i fortunati figli di Don Bosco, che cominceremo a sperimentare la verità di quest'asserzione del nostro venerato Fondatore? I poveri selvaggi non poterono dirci chi fu che li avvertì della nostra venuta. Chi sa che non fossero avvisati da qualcuno degli Angeli tutelari della nostra Pia Società, oppure dagli Angeli giubilanti di queste terre sepolte ancora nelle tenebre dell'idolatria?

Meraviglia degli Indii. - Inaugurano la banda musicale. - Si rimandano tutti con doni. - La più bella consolazione dei Missionari fin d'ora.

Ma torniamo agli Indii. Invitati da noi, entrarono in casa. Tutto era in disordine; libri, vesti, lingeria, pignatte, roba di cucina, strumenti musicali, ecc. Sì, anche strumenti musicali : ne portammo con noi dieci, per impiantare subito una piccola banda strumentale fra gli alunni dell'Oratorio festivo. Gli Indii si contentavano di osservare tutto, ma nulla toccavano. Si scopriva però nei loro occhi, e più nei loro gesti, la meraviglia che tutta quella faraggine di cose destava in loro. La sorpresa maggiore per loro erano gli strumenti della banda: non finivano di osservarli; qualcuno più ardito con somma delicatezza si fece a toccarli. Io allora presi il basso, un enorme pelittone, e lo misi a tracolla del più svegliato; gli feci segno di soffiare nel bocchino, e dopo non piccoli sforzi ne uscì il suono. La meraviglia e la gioia di quella turba di Indii toccò il sommo. Tutti volevano prendere gli strumenti, soffiarvi dentro, e gongolavano di gioia e si stimavano felici quando potevano cavarne un suono qualunque; di maniera che, ben possiamo dire che chi inaugurò la nostra piccola banda di S. Martin, non furono i piccoli biricchini dell'Oratorio festivo, bensì i selvaggi del deserto.

La visita fu lunga, perchè volevano tutto vedere. Ne trovammo uno che, per aver passato più anni fra i bianchi, parlava eccellentemente bene la lingua spagnuola, ed è a questo che si fecero domande senza fine per sapere quello che più ci interessava.

Come gli uomini erano tutti armati di archi e di freccie, a nostra richiesta, fecero prova della loro valentia nell'esercizio di quelle armi, cogliendo sempre nel segno con somma destrezza, anche a distanze considerevoli.

Prima di licenziarli, si regalarono loro sigari, fazzoletti di colore, panela (pasta fatta col miele o sugo delle canne da zucchero), ed altre bagattelle. Volli ancora provare che effetto produceva in loro la musica; e mentre si trovavano distratti, seduti in terra in mezzo al cortile, feci mettere l'harmonium in un angolo, ed inosservato mi misi a suonare. Istintivamente tutti alzarono la testa per guardare in alto, credendo che era di là che venisse il suono; nessuno si mosse nè per vedere, nè per interrogare, e restarono immobili, finchè non cessò la musica. Contenti e felici, con promesse di ritornare alla mattina, essendo già l'ora piuttosto avanzata, si ritirarono ai loro toldos o capanne che avevano preparato fuori del paese, in mezzo al bosco, sulla sponda del fiume.

Gli Indii sono troppo diffidenti per passare la notte coi bianchi; hanno paura di qualche danno, e preferiscono dormire da soli , possibilmente sulla riva di qualche fiume, colle loro canoe allestite, per essere pronti a fuggire in caso di pericolo. Il loro letto è la stessa canoa o il chinchorro (1) che affissano a due tronchi di albero, per essere sollevato alquanto da terra, e così evitare le morsicature dei rettili che pullulano nei boschi e nelle vicinanze delle acque. È anche loro costume accendere grandi fuochi, per tenere lontane le bestie feroci, se ve ne fossero, ed evitare le punzecchiature dei moscherini che mordono rabbiosamente quei poverini che dormono ignudi.

Avremmo voluto accompagnarli fino alla loro dimora, anche per nostra curiosità; ma l'ora era tarda, e non era manco prudenza, per non destare in loro qualche sospetto.

Alla mattina per tempo, erano tutti di ritorno ; nessuno mancava ; anzi se ne aggiunse un altro, che veniva ad esigere quello che la sera antecedente si era dato agli altri. Col soccorso di qualche buon vicino, potemmo dare a tutti gli uomini e bambini una camicia di colore; alle donne non la demmo perchè sufficientemente coperte con una specie di tessuto fatto colle palme od altri fili: tessuto che, allacciato con cura dietro le spalle, cade fino ai piedi, coprendo intieramente la persona. Alle donne quindi si diedero altre coserelle, perchè tutti restassero contenti. Sapendoli piuttosto ghiottoni, si diede loro anche qualche cosa da mangiare.

Avendo con loro varii bambini di pochi mesi e di pochi anni, li richiesi se permettevano che li battezzassimo; subito accondiscesero, non tanto perchè i parenti diano qualche importanza al battesimo, chè nella loro supina ignoranza non sanno che sia, nè a che serva; lo fanno piuttosto per avere qualche regaluccio dai padrini e dalle madrine che si cercano in questa circostanza. Ma non importa; il frutto sta qui, che la maggior parte di quei bambini non arriva all'uso di ragione, morendo quasi tutti, per gli strapazzi e la cattiva vita che loro viene data, prima dei sette anni. È questa una delle più belle consolazioni per il Missionario cattolico, ed uno dei più bei frutti che può raccogliere fin dal principio della sua missione. Il battesimo dei bambini vuol dire il Cielo assicurato per la maggior parte di essi; anche senza alcun'altra speranza, varrebbe la pena di lavorare in queste terre di missioni; il guadagno è sicuro, ed è nientemeno che il bel Paradiso per tanti bambini battezzati, che muoiono prima di macchiare la stola della loro innocenza. Questa fortuna toccò al bambino da me battezzato l'anno scorso in S. Vicente. Richiesi il padre e la madre perchè non avessero portato seco il figliuolino, che io aveva battezzato col nome di Vincenzo: - Murió, Padre, murió - mi risposero ; m'informai da altri, e seppi che davvero quell'angioletto era morto.

(1) Descritto già nella corrispondenza pubblicata nel Bollettino di novembre scorso.

Proposte per avvicinarsi facilmente ai selvaggi. - Bel progetto per crescere cristianamente la novella generazione. - In chi son riposte le speranze dei Missionari. - Un generoso amico in quelle pianure.

Dovendo io ripartire subito per Bogotà, per arrivare in tempo a predicare il quaresimale nella nostra chiesa del Carmine, avrei voluto condurre meco uno di quei selvaggi, e mi era fissato in uno sui 15 anni, svegliato più che gli altri, e che parlava abbastanza bene il castigliano, per aver passato qualche tempo in un paese di frontiera. Mi misi quindi all'opera, aiutato pure dai confratelli; gli feci osservare quanto meglio per lui sarebbe vivere in una grande città, che nei deserti privi di tutto. Gli feci quante promesse seppi; gli promisi abiti, denaro; mi tolsi l'orologio e gliel'offrii; a tutto rispondeva: - tal vez: - forse - ma con somma indifferenza; altre volte rispondeva risolutamente di no perchè, diceva, in Bogotà vi sono molte malattie, e si muore, ed io non voglio morire. - Insistendo però noi, pareva che volesse cedere; ma quando sembrava guadagnata la vittoria, una vecchia, che tutto stava udendo ed osservando, si mise a gridare e stridere nel suo linguaggio, forse per intimorire il buon giovane ; il fatto si è, che non potemmo riescire nel nostro intento.

Si pregò allora quel caro giovanotto che si volesse almeno fermare qualche tempo coi Padri di S. Martin; gli si promise di trattarlo molto bene, di dargli molte cose ; a tutto rispondeva negativamente, aggiungendo che preferiva ritornare coi suoi alle sue terre. Le stesse istanze si fecero con varii altri, ma collo stesso esito.

Visto che da questo lato non si poteva ottenere nulla, cambiammo metodo, e ci offrimmo di andare con loro al bosco e vivere in loro compagnia; anche qui indifferenza e freddezza; nè accettarono, nè rifiutarono la proposta; nulla risposero, forse non credendo seria la nostra spontanea offerta.

Ma non è difficile che col tempo e la pazienza si possa ottenere quello che adesso non si potè avere. L'importante per il momento si è che tornino a S. Martin con frequenza; e non lasceranno di farlo, se sono ben trattati e solleticati dalla speranza dei regalucci che loro si faranno. In questo vedremo di abbondare, mandando da Bogotà tutte quelle cosucce che sappiamo tornar loro più gradite. E quello che non si potrà fare coi grandi, speriamo ottenerlo coi piccoli.

Questi Indii hanno costume di cedere ai padrini ed alle madrine i loro bambini dopo il battesimo; almeno non oppongono nessuna resistenza, se loro se ne fa la proposta. Abbiamo quindi combinato questo piano: ritenere possibilmente in S. Martin tutti i bambini e le bambine che si battezzeranno : cercare all'uopo buoni padrini e madrine, con preghiera che ritengano presso di loro fino ai sei o sette anni i loro figliocci e le loro figlioccia: in seguito questi passerebbero agli asili o collegi che a questo fine si prepareranno, dove noi ci prenderemo diretta cura di loro. Con questo metodo speriamo di ottenere un altro vantaggio non piccolo, quello cioè di guadagnare anche i padri per mezzo dei figli.

Del resto, le nostre speranze migliori sono poste nel Signore, nella Madonna Ausiliatrice e in S. Francesco di Sales, che non lasceranno certamente di benedire e far fruttificare queste Missioni; dimodochè poco per volta, colle orazioni dei Salesiani e dei loro Cooperatori e Cooperatrici, l'opera nostra andrà perfezionandosi. Dio lo voglia, e così sia per la salvezza di tante povere animo sepolte ancora nelle tenebre di morte e strette fra le catene della peggiore di tutte le schiavitù, quella dell'infernale dragone !

In quanto al numero dei selvaggi, loro cocostumi, religione, tribù , ecc. sarà materia delle relazioni che manderanno più tardi i Missionari che fissarono le loro tende in San Martin. Io non potrei fare che una relazione molto incompleta.

Non posso e non debbo finire, senza almeno nominare qui un grande amico e benefattore che abbiamo trovato proprio in S. Martin. Si chiama Benito Rondon, nato e vissuto sempre in quelle pianure ; ha un cuore di oro, è tutto bontà coi Salesiani. Ci ricevè a braccia aperte; a sue spese preparò la casa e tutto l' occorrente, perchè nulla avesse a mancare almeno del necessario; mandò i suoi proprii cavalli per i Salesiani, a sue spese fece trasportare tutti i nostri bagagli da Villavicencio a S. Martin, e ci usò mille altre gentilezze. Il Signore lo benedica e gli paghi tanta generosità che usa con questi poveri figli di D. Bosco.

Carissimo Padre, benedica quelle nuove Missioni Salesiane di S. Martin, le raccomandi allo preghiere dei Confratelli e di tutti i Cooperatori e le Cooperatrici, e prepari zelanti operai, che non tarderanno a farsi necessarii. Mandi poi una benedizione tutta particolare al sottoscritto, il quale fra tutti i suoi figli è il più bisognoso del celeste aiuto. Con stima, venerazione ed affetto mi professo nel Signore

Suo Umilissimo figlio

D. EVASIO RABAGLIATI.

BOLIVIA I primi Salesiani alla Volta di questa Repubblica.

(Lettera di S. Ecc. Rev.ma Mons. Costamagna)

CARISSIMO PADRE D. RuA,

La Paz, 28 Febbraio 1896.

Eccoci finalmente ! Son più di tre mesi e mezzo che le abbiam dato l'addio, quell'addio che costò tante lagrime! eppure solo pochi giorni fa, il 17 del corrente, abbiamo potuto arrivare alla Paz, ad iniziarvi la prima fondazione salesiana nella Repubblica della Bolivia.

La terribilissima disgrazia che incolse la nostra Pia Società, per la morte del compianto Mons. Lasagna e di gran parte dei suoi compagni di viaggio a Minas Geraes, ci trattenne sulle sponde del Plata fino al 13 gennaio. Quel giorno adunque i 14 Missionari destinati parte alla Paz e parte per Sacre, si raccolsero ai piedi di Maria SS. Ausiliatrice nel suo caro santuario di Almagro (Buenos-Aires) , dove già si eran raccolti nel 1886 e poi al 31 gennaio del 1888 le prime schiere partite per il Chili. Maria ci benedisse, e ci ottenne dal suo Gesù un animo deciso a superar qualunque ostacolo. Tuttavia il distacco dal nostro carissimo Mons. Cagliero e dai singoli membri delle tre fortunate Case di Almagro fu sensibilissimo.

Da Buenos Aires a Santiago e Valparaiso nel Chilì. - In cima alle Ande. - Alla volta di Antofagasta. - Meraviglia dei novelli viaggiatori.

Il nostro viaggio da Buenos-Aires a la Paz fu assai felice. Par proprio che la Madonna ci abbia benedetto colla destra mano!

Due giorni dopo la partenza eravamo già in Mendoza, dove ci fermammo una settimana per attendere agli Esercizi dei Salesiani e delle Suore di Maria Ausiliatrice, che colà sono una vera provvidenza, e per amministrare la Cresima e tenere la prima conferenza ai Cooperatori nostri.

Lasciata Mendoza , imprendemmo la traversata delle Ande prima in ferrovia, poi sul carro, quindi sulle mule. Si doveva passar all'altezza assoluta di circa 5000 metri , ma tutti spiegarono un grande valore. Perfino il coadiutore Bodino, che aveva i suoi due gradi ben marcati di febbre, non volle mai star indietro d'un passo agli altri. - Coraggio! Bodino, gli dicevano i confratelli, per tenerlo allegro; fatti onore, guarda di star assiso sulla mula in maniera che chi ti osserva possa dire che fra la mula ed il cavaliere sembrate quasi una bestia sola. - E Bodino a sforzarsi per ridere ed incorporarsi sulla cavalcatura al punto da meritarsi un bravo dagli stessi arrieros, che l'accompagnavano sulla difficilissima vetta che divide il Chilì dall'Argentina. Varcata la cima, tornammo sui carri, poscia su d'una ferrovia, che scende rapidamente, e due giorni dopo la partenza da Mendoza giungevamo a S. Rosa de los Andes, dove ci aspettavano i carissimi D. Tomatis, D. Scavini, Don Corratella ed il Clero della città, con un'immensa folla di popolo, che ci accompagnò alla Chiesa parrocchiale e volle la benedizione. Alle 10, 1/2 pom. dello stesso giorno arrivavamo a Santiago del Chili. Ci aspettavano alla stazione Mous. Fagnano , Don Migone e tutti i Confratelli delle tre Case nostre di quella capitale.

Sia per riposare alquanto, sia per attendere ai S. Spirituali Esercizi delle tre Case di Maria SS. Ausiliatrice, come anche per compiere la vestizione chiericale di alcuni ascritti del caro Noviziato di Macul, amministrare la S. Cresima e festeggiare il nostro Patrono S. Francesco di Sales, ci dovemmo fermare in Santiago una decina di giorni.

Al 1° di febbraio, lasciando nella nostra bella Casa di Valparaiso il personale destinato per la fondazione della Casa di Sucre, m' imbarcai sul vapore Lautaro diretto ad Antofagasta, col personale della Casa della Paz, formato dai seguenti : Sac. Castellari, Ch. Cappa, Coadiutori Bonelli, Arrighini, Filippello e Fasciola , con alla testa il nuovo Direttore che, come lei sa, è il nipote dello scrivente, cioè D. Luigi Costamagna.

La nostra partenza fu segnalata anzitutto da una specie di pesca miracolosa, fatta dai Valparaisani nel porto, dove i pesci coprivano la superficie delle acque; e poi da un bacio nient'affatto cortese, che si diedero due piroscati, l'uno uscendo e l'altro entrando nel porto: motivo per cui il bastimento in partenza dovette tornarsene indietro mogio mogio , a riparare i danni non lievi riportati nella prova.

Cortesemente trattati dal capitano del Lautaro, il nostro fu piuttosto una passegiata che un viaggio. Si costeggiò sempre terra chilena: quindi sovente potemmo prenderci un dolce svago, ammirando le orride bellezze di quelle sponde, dove, per quanto si osservi con occhi di lince, non si trova mai, non dirò un albero, ma neppur un fil d'erba, , un fiorellino. Toccammo Coquimbo , poi Carrizal, quindi Calderas, Chafaral de las animas e Taltal, paesi che paiono esser stati incendiati. Il Lautaro è come un gran mercato ambulante, e ad ogni porto depone una porzione di quel ben di Dio, ond' è carico; poi fa un saluto, e .... via. Altri piroscafi qui vengono a caricarsi dei tesori del paese, consistenti in oro , argento, stagno , rame , bronzo, antimonio, salnitro ecc., che le mine di questi bruciati monti offrono ai non mai sazii esploratori.

Ai miei cari Confratelli, che per la prima volta facevano questo viaggio, tutto cagionava impressione. Il loro era un oh ! quasi continuo, un chiamarsi incessante a vicenda: - Olà, Nicola, vieni qua! Arrighini, corri... guarda, Bonelli , guarda quei lupi marini, ond'è coperto quello scoglio ! Par che ci vogliano sfidare coi loro sguardi ed ululati strani... E quello stormo infinito di alcatraces, che coprono letteralmente quell'altra scogliera, formando un continuo via vai dallo scoglio al continente?! ahi come stridono! come spiegazzan larghe quelle alaccie!! - Olà! Filippello, non senti? non vedi nulla tu? - Ma il buon Filippello è là, come inchiodato dei gomiti sul parapetto, che osserva fissamente il solenne battagliar del Pacifico, il quale, non contento di cullarci più dei dovere, spinge incessante le furenti ondate contro la spiaggia, dandoti l'immagine di un generale d'armata, che distacca truppe su truppe contro le fortezze che ha risoluto di prendere ad ogni costo. - Potenz'in terra i esclama allora Filippello; - ma lo corregge tosto il buon Fasciola : - Parla meglio veh ! e di': Potenza in mare!

Come Dio volle , dopo quattro giorni di mare , sbarcammo felicemente in Antofagasta; dico felicemente, perchè non poche furono pel passato le vittime ingoiate da quel sedicente porto sempre burrascoso. L'Ecc.mo Sig. Vicario Apostolico, Mons. G. M. Etcheverrin, ci accolse fraternamente. Il Presidente della Repubblica, Sig. M. Baptista, aveva da Sucre spiccato un ordine al Sig. Console Boliviano di trattarci da veri amici, e fu obbedito. Visitammo l' Ospedale di quella città, dove le Suore Italiane, Figlie di Sant'Anna, fan tanto bene; e, venuta l'ora, montammo nel treno, che su d' un binario, avente appena 65 cm. di luce, doveva condurci da Antofagasta ad Oruro in tre giorni. Ma noi dovemmo impiegarne quattro; perchè, essendo partiti di venerdì, al terzo giorno, che era domenica, quel treno secondo il consueto non si mosse, nè anche per portar merci. Ed è un protestante colui che sta alla testa di questa ferrovia! Qual vergogna per noi cattolici !

Nel deserto di Atàcama. - Una sosta a Calàma. - Gli Indii di Uyuni. - A Challapata.

Nella prima giornata camminammo sempre fra i monti, per entro al famoso deserto di Atàcama, dove tanti Spagnuoli condotti al Chilì da Almagro trovarono la morte nei tempi della conquista, e dove pure, pochi anni fa, ebbero a perire tanti Boliviani, calati da Potosi per far fronte ai Chileni trionfanti. Ohimè che orrido deserto è mai questo! E non finisce mai! Si va, si va, si monta sempre; la piccola vaporiera soffia, soffia: già arriva all'altezza assoluta di 2000 metri, già sono ben dodici ore che divora disperatamente la via, ma il deserto continua in tutta la sua spietata orridezza e par minacci a noi la infausta sorte toccata ai poveri Spagnuoli e Boliviani. Finalmente alle 6. pom. ecco spuntar una macchia verde che vuol sembrare un' oasi. È Calàma, piccolo paese de mala muerte, come qui si dice, celebre per un terribile scontro avvenuto fra Boliviani e Chileni, dove i primi, superati dal numero, furono disfatti interamente.

- Calàma ?... Caliamo pure, dice il nostro Arrighini, chè il sacco è vuoto e gli stimoli della fame si fanno sentire. - Tutti calarono; si fe' un po' di cena, poi si andò in Chiesa, (una vera capanna), dove, dopo un predicozzo, si distribuì a tutti uno scapolare della Madonna, e quindi tutti a dormire.

Alla dimane, per tempissimo, celebrata la S. Messa, si lasciò Calàma, senza malincuore, e si seguitò a montare. Ma Atàcama è ancor sempre lì brullo, arido, e secco come il giorno avanti. Si è già arrivati all'altezza di 3233 metri, già si cammina sulle falde del vulcano « San Pedro, » il quale, tutto coperto di perpetue nevi, fuma continuamente, come per infischiarsene delle vaporiere e del sotto. stante Atàcama... e ancor non si finisce di salire! Finalmente ecco un ponte di ferro ! È alto ben cento metri e lungo centocinquanta! Vi sarà dunque dell'acqua?! Sì, ma dessa è là in quel profondo burrone, che mugghia, serpeggia e par si voglia nascondere ai nostri sguardi; e poi è tutta salata, chè questo torrente, chiamato Loa, non conosce dolcezza. E la povera macchina soffia, sbuffa, stride, e par minacci di stancarsi. Guai a noi se ciò avvenisse! Morremmo di fame e di sete in questo deserto!

Alla perfine Atàcama termina, ed all' una pom. arriviamo ad Ascotàr, che sta all'altezza assoluta di 3956 metri, dal qual punto incomincia una lieve discesa. A nostra destra abbiamo un altro vulcano, chiamato Ollague, più terribile assai del « San Pedro, » e che non cessa di scuotere il suo nerastro pennacchio, mettendo i brividi ai passanti. La vaporiera stessa par si abbia paura, e fugge rapida giù per la china, sostando appena alcuni minuti per prender acqua in Chiguana e Julari, stazioni miserabili, le prime che troviamo in terra Boliviana.

Non v' è più l' Atàcama, ma il suolo continua sempre arido ugualmente. Salutiamo volando gl'immensi altipiani coperti di borax, che sono in potere di un certo Rascali, italiano, il quale sa trarne partito cavandone acido bórico. Salutiamo eziandio le sterminate salinas, tutte coperte adesso di acqua piovana, ,a causa delle piogge torrenziali che, specialmente in febbraio, tormentano assai i poveri viandanti della Bolivia. Finalmente alle dieci di notte, stanchi, spossati, intirizziti, ed alcuni di noi colla febbre addosso, arriviamo al freddissimo Uyuni, paesello d'Indiani , situato all'altezza assoluta di 3660 metri, dove d'inverno il termometro scende a 23 gradi sotto zero, ed è posto nella zona torrida ! Alla notte non si potè prender sonno, sia per la stanchezza, come anche per la rarefazione dell'aria. L'indomani, quantunque fosse domenica, celebrai io soltanto, perchè non si trovò che un'ostia sola. Predicai a quei poveri Indii, quindi uscimmo all' aperto.

Allora cominciò di nuovo la meraviglia de' nostri cari Confratelli. Pareva loro d'essere in un altro mondo. Le donne, che portano il cappello come gli uomini, e se lo tolgono all'entrare in Chiesa o all'appressarsi del Tata (Sacerdote), cui baciano riverenti la mano, e talvolta si mettono ginocchioni; le madri, che portano legati dietro le spalle uno ed anche due bambini, muniti del rispettivo loro cappello, i quali or dormono, or mangiano, or si divertono colle lunghe treccie della genitrice, nel mentre che questa parla, s'inchina, lavora, od anche porta dei pesi non per certo leggieri; di qua un gruppo di Indii, vestiti bizzarramente, anch' essi colle lunghe treccie pendenti sulle spalle, i quali, per aver baciato la bottiglia del pizco o dell'acquavite, vanno misurando tutta la strada e finiscono per cadere l'un dopo l'altro, come corpo morto cade; di là un numeroso gregge di llamas, specie di montone americano, dal collo lungo e dagli occhi invetriati, guidati dai propri pastori, i quali passano il dì e la notte insieme con esse, menando vita nomade, e si vestono della loro lana, vivono della loro carne, e sempre col prodotto delle loro amate llamas fanno corde, sacchi ed ogni utensile ad essi necessario... tutto, tutto colpiva l'immaginazione dei nostri cari Confratelli, e perfin de' pacifici D. Castellari e del Ch. Cappa, e faceva loro in parte scordare l'inclemenza del brutto paese d' Uyuni.

Le Autorità locali vennero a farci visita ed offrire i loro servizii. Ne li ringraziammo di cuore. Il piacere più grande che ci potevano fare si era di lasciarci uscir presto di colà; giacchè troppo ci premeva di giungere alla nostra meta.

Il lunedì pertanto alle 6 antim. si partì alla volta di Oruro. La prima stazione che incontrammo fu Sevaruyo. Eran le 12! Il tragitto era stato fatto sopra un altipiano, quasi deserto, coperto qua e là di musco e di pochissima erba, detta yerba brava, di cui gli Indii servonsi per coprire i tetti delle loro capanne, ed è così dura, che solo le llamas di quel quasi deserto possono masticarla. Ma, passato Sevaruyo , l' altipiano cambia d' aspetto, e di quando in quando si presenta una povera capannuccia, col rispettivo gregge di llamas poco distante a pascolare, custodito da una pastorella india che sta filando continuamente, ma senza connocchia; più tardi la ferrovia passa in mezzo a seminati di orzo, patate, fave, ecc., e talvolta rasenta la vicina montagna che ostenta le sue mine d'argento, bronzo, antimonio e rame; di qua si vedono numerosi gruppi di capanne sormontate da un piccolo campanile: sono i paesi Huari e Challapata; di là l'occhio resta dolcemente sorpreso da svariati miraggi, che qui chiamano espejismo, i quali offrono alla vista incantevoli panorami di laghi, di alberi, di bastimenti, che in realtà non esistono.

Ma siamo a Challapata. La popolazione si riversa alla stazione. Son quasi tutti Indii. Il capo di polizia, vestito in gran tenuta, si presenta con un dispaccio telegrafico alla mano, che mi fa conoscere come il Presidente della Repubblica ha mandato ordine a tutte le Autorità dei paesi situati sul nostro passaggio di venirci ad ossequiare. È sempre la stessa anima grande del mio carissimo Sig. Baptista!

Gli Indii frattanto assaltano il nostro carrozzone, e ciò che pretendono si è prima una benedizione del Tata, poi uno scapolare. Conviene accontentarli, ed in un attimo si dà fondo alla provvista.

Un'ora dopo eravamo a Poopò, dove si presentò cortesissimo il Sotto-Prefetto della città con un numeroso accompagnamento, per felicitarci in nome del Governo e della Patria.

Ad Oruro. - Quali accoglienze! - Al Palazzo della Prefettura. - Una dolce sorpresa degli Indii musicanti. - La S. Cresima ad un migliaio di bambini.

Grande era la nostra meraviglia per le liete accoglienze; ma il nostro stupore superò ogni limite, quando, dopo essere ancor passati sopra immensi altipiani coperti di acqua, costeggiando il lago di Poopò, finalmente, verso il tramonto giungemmo ad Oruro, città, capoluogo di Provincia, dove ha termine la ferrovia. La piccola vaporiera non s'era ancor fermata, che scoppiò, insiem colla banda militare della città, un urrah ímmenso e fragorosissimo di tutta la popolazione di Oruro, la quale s'era riversata nella stazione e nelle attigue strade.

Scendemmo tosto, e fummo accolti con segni del più sincero affetto e tripudiante gaudio dal Sig. Prefetto della città, l'avvocato Samuele Gonzalez-Portal, da due rappresentanti del Supremo Governo di Sucre delegati del ricevimeuto, da tutto il Clero di Oruro, dalle Autorità scolastiche, militari e di pubblica sicurezza, nonchè dal Console italiano Sig. Nannetti, bolognese.

Dopo fatti i primi convenevoli, ci mettemmo in marcia. Varie carrozze ci aspettavano; ma ci fu impossibile avvicinarle, perchè l'onda del popolo ci spingeva lontano. Il Sig. Prefetto allora, fatto fare un po' di largo, volle accompagnarci per tutto il tragitto. Ma fu cosa ardua assai. I ragazzi, Indii e non Indii, come se indovinato avessero che erano arrivati i loro amici, ci si precipitavano addosso, gridando evviva e baciando le mani ai preti e l' anello e la croce pettorale a questo povero Vescovo. Di quando in quando una pioggia di fiori scendeva ad accecarci , a soffocarci, a coprirci tutta la persona. Era la contentezza del popolo d' Oruro portata all'ultimo grado. Finalmente sull'imbrunire, si potè arrivare al Palazzo della Prefettura, dove tutto era già preparato per ricevere ed ospitare i figli del gran D. Bosco, che sono pure i figli suoi, o carissimo Padre D. Rua.

Il popolo fu accommiatato alla porta dal Sig. Prefetto; ma le Autorità tutte montarono con noi lo scalone del Palazzo, e presero parte alla lauta cena che il Sig. Prefetto ci aveva preparata nella stessa sua casa. In quella, ecco arrivare dalla lontana Sucre, capitale della Repubblica, un dispaccio telegrafico. Lo lessi pubblicamente ed era il seguente: « Ilustrisimo Obispo Salesiano Costamaqna: SALUDO RESPETUOSAMENTE EN LA PERSONA DE SU SENORIA ILL.ma,

A LA DIGNA CONGREGACION, QUE FUNDARA' EN BOLIVIA EL PROGRESO Y ADELANTO INTELECTUAL Y MORAL DE NUESTRA CLASE OBRERA. EL SUPREMo GoBIERNO SE COMPLACE POR TAN FAUSTO ACONTECIMIENTO, Y Yo ME PONGO A sus ORDENES COMO AF.mo SERVIDOR

N. OCHOA

Ministro de Instrucción pública y Colonizacíón ».

Risposi tosto ringraziando a nome suo, o amatissimo D. Rua, assicurando il Supremo Governo, che i Salesiani considererebbero fin d'allora Bolivia come loro seconda patria.

Più tardi arrivarono altri ed altri dispacci dello stesso tenore dalla Prefettura della Paz, da Mons. Arcivescovo e dalla Curia Arcivescovile di Sucre. Il telegrafo di Bolivia pare abbia dovuto sudare molto in quel giorno per causa dei Salesiani.

Noi intanto rendevamo ogni momento grazie a Dio ed a Maria SS. Ausiliatrice, e di quando in quando si sentiva alcuno di noi esclamare: « Come gioirà dal cielo il nostro caro Padre D. Bosco! Egli è, senza dubbio, che di lassù ci prepara queste care sorprese ! »

Al mattino seguente, dopo Messa, mentre da. noi si parlava dell'altezza di Oruro, che e di 3700 metri sul mare, e quindi della difficoltà che tutti avevamo di poter respirare, ecco che una strana musica ci viene a ferir gli orecchi. Osserviamo dai finestroni del Palazzo sulla piazza sottostante, e, - sta a vedere, diciamo, che vengono proprio da noi quei signorini. - Nè c'ingannammo. Era quello un curioso gruppo d'Indii musicanti, che, fendendo la folla nella piazza, s'avvicinavano al Palazzo. Due indie, già mature d'età, bizzarramente vestite, col cappello bianco in capo, facendo ciascuna sventolar una piccola bandiera pur bianca in mano, ed allo stesso tempo marcando il passo, ed ora saltando , ora facendo giravolte, ora arrestandosi, precedevano la strana comitiva, composta di una dozzina di musici, i quali soffiando in un ruvido flauto di canna, ripetevano sempre la stessa mezza frase d'una melanconica melodia monotona all'eccesso, d'un tamburino, che batteva disperatamente e pareva volesse sfondare il suo tamburo scordato, e finalmente dell'Alcalde nuovo e dell'Alcalde vecchio, cioè scaduto, amendue miseramente vestiti, ma impugnando il primo di essi il baston del comando fregiato d'argento. Senza chieder permesso a nessuno, penetrarono nel Palazzo e montarono le scale in cerca del Vescovo. Ma non trovandolo, calano nel cortile interno e, disposti in circolo, continuano l'usata cantilena accompagnata dal forte e stonante tón tón del tamburo.

Conosciuto che volevano assolutamente vedermi e salutare, discesi io in cortile per esternar loro la mia compiacenza per sì bella dimostrazione d'affetto, e mentre quei poverini continuavano a soffiar disperatamente in quelle canne, imposi a ciascuno un bello scapolare del S. Cuore di Gesù, di lana color rosso scarlatto, che loro piace tanto. Lasciai ultimi gli Alcaldi, i quali vedendosi dimenticati mi si presentarono, e: - Nosotros querer tambien escapulario - disse l'un d'essi - yo ser el Alcalde viejo, y este otro el joven. - Noi pure volere scapolare; io essere l'Alcalde vecchio e quest'altro il giovane. - Li accontentai subito e m'accommiatai da tutti benedicendoli. Allora essi, pur continuando sempre a suonare, ritornarono alla piazza, e girarono tutta la mattinata per la città, ornati dello scapolare, senza verun rispetto umano, e non finendo più di ripetere quella scordante cantilena del fì fì e tón tón.

Poveri Indii! come sono di buon indole: peccato che quando bevono le loro bibite alcooliche, il che pur troppo non accade di rado, non son più dessi, ma diventano altrettanti esseri, quibus non est intellectus.

Prima di partire per la Paz, diedi la S. Cresima; ma nella Chiesa accadde qualche cosa d'indescrivibile. Si sa che nei paesi di missione si dà la Cresima anche agli infanti. Mi si presentarono pertanto più di mille in una volta, quasi tutti piccolini od infanti. Per gli adulti si era deciso di darla al mio ritorno. Tutto era stato ben ordinato dal bravo Sig. Parroco; ma avevo appena incominciato a cresimare, quando mi vedo prender d'assalto la balaustrata. Tutti volevano esser dei primi. Allora mi ritirai all'altare, dando ordine ai preti, ai salesiani ed a due guardie civiche di farne venire uno per volta ai gradini dell'altare. Ma in men che non dico, scavalcata la balaustra, mi riempiono il presbiterio e s'assiepano intorno all'altare maggiore Indii, indie, soldati e bambini, con un disordine infinito. Cresimai ancora un poco, ma poi fui costretto a ritirarmi in sacrestia col Clero, dando ordine alle guardie di lasciarne entrare solo quattro per volta. Ma anche qui ci fu tale un pigia pigia, che alcune creaturine svennero. Qual barbarità! ma va ad insegnar l'ordine e la disciplina a questi poveri Indii ! Nulla dico della nostra stanchezza. Uscimmo di là come da un campo di battaglia.

Venne il dì della partenza da Oruro, ma i nostri posti nell' omnibus furono da altri occupati prima e ci toccò restar colà tre giorni ancora. - Sarà questa la volontà di Dio disse il buon Parroco, felice di potersi intrattenere in nostra compagnia, ed aveva ragione. Se fossimo partiti allora, ci sarebbe toccata la triste sorte di star una notte in una capannuccia, senza pane e senza fuoco, essendosi rotto l'asse della vettura, per cui quei passeggieri si dovettero trovare ad assai mal partito.

Arrivato il momento della partenza, l'ottimo Sig. Prefetto della città, che ci aveva sempre trattati con paterna sollecitudine, ci volle fornire di un po' di viatico, ci accompagnò alla stazione della diligenza, là fece una ben sentita raccomandazione al vetturino, perchè si volesse dimenticare del carnovale, almeno nei tre giorni di questo viaggio, cioè non bevendo liquori durante il tragitto, a fin di non precipitarci in qualche burrone, poi chiese la benedizione, ci abbracciò cordialmente e noi partimmo.

Povere mule quanto han dovuto soffrire! - Omaggio delle Autorità civili e relgiose dei paesi situati sul passaggio. - Il delirio carnovalesco.

Non avevamo ancora fatto un miglio, quando ci dovemmo persuadere dell'inabilità delle mule attaccate alla nostra diligenza. Erano sei le poverette, ma non valevano per una. E l'altipiano d'Oruro si andava facendo sempre più intransitabile, a causa della fanghiglia prodotta dalle tante pioggie. Allora lasciammo di contemplare gli stupendi miraggi che già ci si presentavano, e senz'altro, scesi giù dall' omnibus tutti quanti, chi si mise a camminare avanti, chi spingeva la diligenza e chi incitava le povere magre mule.

Era quello un bel giuoco, ma che doveva durar poco. Ci mancava l'aria, a cagion dell'altezza a cui eravamo di circa 4000 metri; quindi uno pallido, l'altro ansante, un terzo spossato, tutti in breve prendemmo di nuovo alle buone la nostra diligenza, occupando ciascuno il proprio posto. Allora le povere mule si piantarono, e non ci fu verso di far loro dar un passo. Il vetturino grida, fischia, minaccia, si sbraita...; inutile! Ma ecco che ha trovato il modo di farsi intendere. Scende rapidamente dal cassetto, lo carica di più centinaia di ciottoli non tanto piccoli; quindi risale, afferra le redini colla sinistra, e poi giù una scarica a bruciapelo sulle povere bestie, le quali, intendendo questo linguaggio e cercando forza dalla propria debolezza, si spingono avanti disperatamente. Ma finita la provvista di ciottoli, anche le bestie finiscono di correre; e noi siamo di nuovo fermi. In men che noi dico, il vetturino dà le redini al confratello Bonelli , salta al suolo, afferra il bilancino armato di anelli di ferro, e poi giù, dà botte da orbo ai poveri animali. Sentendo quella musica, m'affaccio allo sportello, e - fèrmati, gli dico, che fai? Se venisse a saperlo la società protettrice delle bestie ti manderebbe ad impiccare in effigie; hai capito? Ritira il bilancino e prendi piuttosto questo bastone. - Era un bel bastone di alpini che un Cooperatore ci aveva regalato in Italia. - E se lo rompo? - Pazienza! ma non ammazzare per carità, queste povere mule! - Allora continuò la musica in altro tono, ma in poco men di mezz'ora il bastone era ito in tanti frantumi, e, nostro malgrado, dovemmo assistere alla scena di prima. Povere mule! Quanto hanno sofferto !

Alle 8 di notte arrivammo a Caracollo, che, vuol dir colle pelato; il confratello Nicola però, che veniva dietro coi bagagli, arrivò dopo le 10, mezzo disfatto per aver dovuto lasciar il carro in un pantano e abbandonarsi sulla durissima schiena di un mulo senza sella. Il Parroco e le Autorità civili di questo paese, ebbero la bontà di venirci all'incontro a cavallo per ben tre miglia di notte, e poi ci trattarono con molta cordialità.

Alla dimane, celebrata per tempissimo la S. Messa, l'un dopo l'altro, non possedendo quella povera parrocchia che un solo camice, tornammo alla diligenza. Questa volta le mule erano giovani, forte, briose, sì che la diligenza, pareva avesse messo le ali. Alla una pom. giungevamo a Sica-Sica (abbondanza d'erba), grande popolazione di Indii, governata da un Prefetto. Sulla piazza maggiore trovammo migliaia di persone che si abbandonavano al delirio carnevalesco, mangiando, bevendo, ballando e gridando a squarciagola. Tutti i colori più gai dei vestiti facevano di sè bella mostra, il verde, il rosso scarlatto, il roseo, il bianco, il giallo ed il rosso fuoco. Ci si presentò il Sig. Prefetto di Sica-Sica, e dopo d'averci persuasi a lasciare le nostre valigie nell'omnibus in mezzo alla piazza, che nessuno avrebbe toccato niente, come fu diffatti, ci condusse all'albergo e ci trattò con molta squisitezza. In quella che ci rifocillavamo, un gran temporale, che tutto il giorno ci aveva perseguitato, senza però mai raggiungerci, passò sopra Sica-Sica, rinfrescandoci così il viaggio che ancor ci rimaneva. Portò seco un diluvio d'acqua e di grandine; ma quando, mezz'ora dopo, riprendevamo il viaggio, il sole venne di nuovo a rinfrancarci. Non una goccia d'acqua ci molestò in tutto il viaggio; e sì che questo è il tempo delle grandi pioggie. Tutti ad una riconosciamo in questo l'effetto delle tante preghiere fatte dai nostri cari confratelli, amici e Cooperatori.

Dalle cinque alle sei pom. passammo vicini ad uno stretto e lunghissimo paese d'Indii, detto Pataca-Amaya (cento morti), anch'esso in preda alle orgie del brutto carnevale. Cerchiamo la chiesuola, ma la troviamo chiusa. Ad ogni piè sospinto c'incontriamo in crocchi d'indiani, che al suono del charango, del tamburo, del flauto e della zampogna ballano, cioncano, sbevazzano, escono in grida selvaggia; ed è fin dal mattino che han cominciata questa tregenda, e pensano durarla così per tre giorni e più. Poveri disgraziati! Uno cade di qua, l'altro stramazza di là in preda alle convulsioni, e forse passando all'eternità in quello stato miserando! Invano la coscienza pungendo internamente, dirà loro che quello è il giorno del Signore, invano le cento tombe antichissime dei loro padri, collocate in fila a poca distanza l'una dall'altra, sovra d'una collina che prospetta il sottostante paese, ripetono loro che tutto passa e che Iddio li aspetta fra breve al finale giudizio....! Essi nulla sentono. È carnovale, e basta; nel carnovale non c'è più nè anima, nè Dio che valga; regni il senso sfrenato! imperi il demonio! questa è l'ora della potestà delle tenebre!

(Continua).

TERRA DEL FUOCO

REVER.mo SIGNoR D. RUa,

Puntarenas, 2 Gennaio 1896.

So che le fanno sempre piacere le notizie riguardanti queste nostre Missioni. E però le scrivo stavolta per parlarle anzitutto di un bel fiore raccolto dalla Vergine nella Missione Salesiana della Terra del Fuoco e trapiantato in Paradiso.

Un nuovo angioletto in Paradiso.

È questo un caro angioletto indio che la morte ci rapiva all'antivigilia della festa della Natività di Maria Ss. Si chiamava Maria Pacifica Grandi. Aveva solamente sei anni di età, ma senno e prudenza da adulta. Fu raccolta con sua madre, fin dalla più tenera età, nella Missione di Dawson, ed educata dalle Suore di Maria Ausiliatrice. Queste seppero sì bene infondere nel cuore della tenera bambina il santo timor di Dio e l'amore a Maria SS., che la resero un modello di fanciulla cristiana. Benchè avesse nome Pacifica, era nondimeno di carattere vivissimo: ma bastava che le si dicesse Sta buona, quieta, per amor di Dio, per amor di Gesù e di Maria, che tosto si componeva come un santino. A sei anni essa già sapeva ottimamente tutte le orazioni in castigliano e latino, compreso il Rosario che soleva recitare accompagnandolo divotamente colla corona. Sapeva a memoria tutto il Piccolo Catechismo, e mostrava di capirlo bene, perchè sempre faceva mille domande ed osservazioni alle sue maestre. Già si confessava, ed aveva un desiderio ardentissimo di fare la Prima Comunione per ricevere Gesù nel suo cuore. Specialmente nelle principali solennità, quando vedeva le sue compagne accostarsi alla S. Comunione, le invidiava, le accompagnava all'altare coi suoi occhietti vivi ed umidi di lagrime, e spesso piangeva e nascondeva il viso tra le mani per non lasciarsi vedere dalle sue compagne. Sempre chiedeva alle Suore :- Quando potrò fare anch'io la mia Prima Comunione?, - Quando sarai un po' più grandicella e più buona- le rispondevano le Suore. Sì, voglio esser molto buona; ma permettetemi di presto ricevere il buon Gesù nel mio cuore : io lo amo tanto Gesù: desidero di presto riceverlo : permettete anche amo di far presto la Prima Comunione. - Ma esse conoscendo la sua poca età, sempre temporeggiavano. Sapeva anche molto bene a leggere e scrivere, e contava a maraviglia.

Questo bel fiore non doveva però rimanere a lungo su questa terra. Nella novena dell'Assunta infermò. Dapprima pareva cosa da poco : ma il male andò ogni dì più crescendo. Si ebbero per lei tutte le cure possibili ; ma invano. Fin dai primi giorni della sua malattia essa faceva stupire quanti la visitavano, perche non parlava d'altro che d'andare in Paradiso cogli Angeli e coi Santi, con Gesù e con Maria. Non parlava mai di guarire. Al principio della novena della Natività di Maria Ss. peggiorò grandemente, e questo ne fece subito temere la perdita. Chiese essa stessa di confessarsi, e lo fece con tanta compunzione e divozione, che intenerì il suo stesso confessore. Poi rinnovò la preghiera che le si permettesse di ricevere Gesù nel suo cuore, perché, voleva andarsene con Lui al cielo. Quando il suo confessore le promise di appagare i suoi ardenti desiderii portandole la. Santa Comunione, là si vide in un subito cambiar colore, e di pallida che era, divenire rossa in faccia : un dolce sorriso le corse sulle labbra e due lacrimucce spuntarono da quegli occhi offuscati dalla malattia, e ripetè più volte con singhiozzi : - Sì, sì, venga Gesù nel mio cuore ! Grazie, Padre, grazie Oh! potrò finalmente fare la mia Prima Comunione ! -

Si preparò con ardenti sospiri. Le buone Suore tosto assettarono la sua stanza ed il lettuccio nel miglior modo possibile; le posero in capo un velo bianco finissimo ed una corona di rose, e la prepararono a quella che doveva essere per lei Prima Comunione e Viatico per l'eternità. Essa lo capiva; e si struggeva in affetti pel suo buon Dio. Quando ne furono avvisate le sue compagne, vollero tutte essere presenti a quella funzione. Le interne ed alcune esterne, con le Suore, accompagnarono il SS. Sacramento dalla chiesina dell'Istituto alla camera dell'inferma con candele accese. Si sarebbe detto esser quello un coro di vergini che seguivano l'Agnello Immacolato, che andava a prendere possesso di un cuore innocente e trasportarlo con se agli eterni godimenti. Grandissima fu l'allegrezza della piccola inferma quando si vide nella sua stanzuccia quel nobile corteggio, e pianse di consolazione. Ciascuna poi delle sue compagne avrebbe desiderato di essere al suo posto. Compiuto il grande atto, le Suore l'aiutarono a fare il ringraziamento, ed essa ripeteva con divozione le parole e giaculatorie che le venivano suggerite.

Aveva una sete ardente che la tormentava, e chiedeva continuamente acqua, di cui le si dava un cucchiaino per volta, perchè non le facesse male. Durante il ringraziamento non si voleva dargliela, per timore che provocasse il vomito, come spesso succedeva prima; e la poverina che non poteva più resistere a quell'arsura, si rivolgeva con grande affetto a Gesù e diceva: - Mio dolce e buon Gesù, permettete che mi diano acqua! Gesù datemi acqua. - Ed avutala, continuava a pregare. Ricevette pure con grande trasporto di tenerezza e divozione la Cresima: di poi l'Olio Santo e la Benedizione Apostolica in articulo mortis.

Poche ora prima di morire disse che vedeva un uccellaccio molto brutto che si era posato vicino a lei. Io aspersi il suo letto con acqua benedetta, ed ella mi disse : - Ora vedo una linda Señora, una bella Signora! - Sarà stata la Vergine, che veniva a cercare la sua piccola divota. Pare che lo abbia compreso essa pure, perche tosto si mise a cantare con tutta la voce che le rimaneva i seguenti versi a Maria

Con el Angel de Maria Las grandezas celebrad, Trasportados de alegria Sus finezas publicad. O Maria, Madre mia, O consuelo del mortal! Amparadme y guiadme A la patria celestial.

Questo canto che gli Indii della Missione di Dawson cantano con entusiasmo, ed accompagnano a maraviglia i piccoli musici, e che D. Pistone chiama l'Inno Nazionale, mi fece ricordare quella Missione, i suoi compaesani; quindi le dissi:- Maria Pacifica, quando sarai in Paradiso, ti ricorderai di pregare pei tuoi parenti e compaesani Indii?- Questo nome parve sconcertarla alquanto; onde, corettomi tosto : - No: tu sei cristiana, e cristiani sono pure quelli che vivono nella Missione : ma tu li devi raccomandare tutti al Signore ed alla B. Vergine, perchè siano perseveranti nella vera religione; e devi pregare anche per tutti gli Indii ancor selvaggi, affinchè possano un giorno farsi cristiani e salvarsi. - La poverina si calmò subito e rispose : - Oh ! sì, voglio pregar molto per tutti : ma in particolare per lei, Padre, che mi ha fatto cristiana, e mi ha data la S. Cresima, la Prima Comunione e l'Olio Santo: per Mons. Fagnano, per la Madre Suor Angela, e per tutti i Salesiani e le Suore di Maria Ausiliatrice. - E continuò con una lunga litania di persone che essa conosceva o che erano presenti. Quindi diede l'addio a tutti i circostanti toccando loro la mano e dicendo che voleva riposare. Difatti restò un poco assopita per alcuni minuti; quindi si svegliò e continuò a chiedere acqua e pregare, finche col sorriso di un angelo spirò alle ore 9 di sera del 6 settembre. Dopo morte, la sua faccia prese un aspetto angelico: tutti la contemplavano con piacere, e con pena si allontanavano di là ripetendo

È una santina !

I suoi funerali furono splendidi per concorso di popolo, benchè nulla vi fosse di straordinario per attirar tanta gente. Le Suore vollero cantare una bella Messa in musica, e le sue compagne, dopo aver fatto tutte quante la s. Comunione in suo suffragio, ne vollero accompagnare il cadavere all'ultima sua dimora. Riposi la sua bell'anima in pace!

Chi ha tempo non aspetti tempo

Il giorno seguente alla morte di Maria Pacifica mi vennero a chiamare per un infermo nella Pampa. - Come sta egli? - domandai. - Stava in agonia quando lo lasciai stamattina. - Ebbene, non v'è tempo da perdere, replicai, conviene partire sull'istante: sarà molto se giungeremo in tempo. - A malincuore la guida si adattò a rifare la strada nella sera stessa, perché ne prevedeva i pericoli: ma a me premeva la salute eterna di quell'anima. Insellati i cavalli, alle tre ci ponemmo in cammino. Si trattava di fare ben oltre 40 chilometri prima di giungere alla casa del moribondo; né è a dire se si sollecitassero i cavalli. essendo deciso di non fermarsi in alcun luogo prima di giungere colà. Finchè si dovette camminare lungo la spiaggia del mare, per due ore circa, era un incanto: il cammino era bellissimo, di pieno giorno, e l'aria tiepida. Ma venne la notte: e noi dovevamo passare una foresta, poi un'innnensa palude coperta di neve, e traversare alcuni fiumicelii. Si sperava che la luna ci facesse luce e compagnia; ma il cielo era nuvoloso, ed essa non comparve che a mezzanotte, quando non ne avevamo più bisogno. Una brezzolina fredda ed umida passava la faccia e gelava le mani. Il cavallo camminava a stento: non si vedeva che neve ed acqua : in alcuni punti la neve era alta 20 ceutimetri, in altri 50 e più. Si passava spesso sopra stagni di acqua gelata, e non di rado succedeva che, rompendosi il ghiaccio, il cavallo s'affondasse fino al ventre. Io seguiva in silenzio la mia guida: e questo bel viaggio durò per sette ore e mezzo, cioè fino alle 10 e 1/2 della notte, ora in cui giungemmo finalmente alla sospirata casa dell'infermo. Dove, appena giunto, corsi difilato alla stanza dell'inferno, e con ansia dimandai tra il timore e la speranza: - Come sta? - Padre, mi risposero in coro varie voci, ella è giunta troppo tardi ; è morto, non è ancora un'ora ! - Come sia rimasto a quell'annunzio è più facile supporlo che descriverlo.

Quanto imperscrutabili sono i giudizi di Dio! Adoriamoli senza indagarli. - Ecco un ricco, a cui nulla mancava su questa terra : aveva case, animali , terre, servi al suo comando: poteva esser felice, se felicità avvi su questa terra. Viveva a pochi passi dalla Chiesa e da una famiglia di religiosi. Stette più mesi infermo, ed io lo visitai più volte nella sua casa durante la malattia, quando abitava ancora presso la nostra Casa in città. Si illude credendo non grave la malattia, e tramanda di giorno in giorno le partite dell'anima sua. Poi si decide di andare al campo, alla sua Hacienda, dove spera guarire in breve tempo; ma, peggiorato, manda pei dottore che nulla può più fare per lui, e trascura di chiamare per tempo il sacerdote ; e quando, accortosi finalmente del grave suo stato, supplica per avere il prete, questi non giunge più in tempo! Giusti giudizi di Dio! Chi ha tempo non aspetti tempo ! - Questi pensieri si affollavano alla mia mente, mentre le persone di casa mi facevano istanza, perche volessi riposare alquanto a prendere cibo. Recitai alcune preci ed il S. Rosario. Poi per l'estrema stanchezza volli andare a riposo: ma solo verso mezzanotte poterono assegnarmi un cantuccio, dove unica consolazione mi fu la compagnia di Gesù Sacramentato, che a, vevo portato meco e che collocai colà nel miglior modo possibile. Era tanta la stanchezza che sentivo nelle mie membra, che tutto tremavo verga a verga e la febbre mi correva per tutte le ossa. Il freddo si era anch'esso impadronito di tutta la mia persona e per poco non mi credetti infermo. Per tre lunghe ore non potei chiudere palpebra; ma verso il mattino dormii un poco e scomparvero tutti i mali. Alle 6, alzatomi. celebrai la santa Messa nella camera ardente, presente la vedova, i nipo tini e tutti i coloni e servi del defunto, e consumai le sante specie del giorno innanzi.

Domenica, festa della Natività di Maria, quantunque fossero due soli confessori a Puntarenas, pure si fecero 140 Comunioni in Parrocchia e parecchie altre nella Chiesa delle Suore. Il martedì seguente si fecero solennissimi funerali pel detto defunto nella nostra Chiesa.

La festa della Purissima.

Ora verrò a dirle, amatissimo Padre, qualche cosa di data più recente. La festa dell'Immacolata quest'anno riuscì un vero trionfo per la nostra santa Religione e per la gloria di Maria. Il demonio tentò disturbarla, facendo piovere a catinelle nel giorno 8, ma noi la tramandammo al 15, che fu un giorno splendidissimo, e si guadagnarono 180 Comunioni di più. La processione non avrebbe potute essere più bella e divota. Per la prima volta comparvero gli stendardi nuovi delle Associazioni religiose di S. Luigi, delle Figlie di Maria e del S. Cuore, bei lavori eseguiti dalle nostre Suore di Puntarenas. Mancava lo stendardo di S. Giuseppe per gli uomini, non ancora terminato : ma suppliva la statua del Santo. Essendo quel giorno il 25° anniversario della sua proclamazione a Patrono della Chiesa, con bel pensiero si volle che anch'egli figurasse nella processione colla sua Sposa Immacolata. La processione percorse quasi un chilometro di via, col massimo ordine e senza il minimo inconveniente, sempre passando per le migliori e più frequentate strade, in una parte specialmente dove abbondano i protestanti. Le due statue di S. Giuseppe e della Madonna venivano portate dai confratelli della Compagnia di S. Giuseppe, i quali vestivano una pellegrina color caffè con medaglia del Santo. Dietro le statue veniva il piccolo clero, composto di oltre 40 ragazzi in veste e cotta, e poi il Celebrante in piviale col Diacono e Suddiacono in dalmatica e tunicella. Cinque persone guidavano il S. Rosario pei vari punti della processione: la quale superò senza paragone tutte le altre che finora furono fatte a Puntarenas. La difficoltà però si fece sentire nell'entrare in chiesa di tanta gente, mentre la chiesina è piccola ed insufficiente a contenere tanto popolo. Benche si fossero portati via tutti i banchi e la gente fosse in piedi, occupando la sacrestia, il presbiterio ed il corridoio attiguo, una gran parte dovette restar fuori.

La necessità di una chiesa più grande si fa sentire ogni giorno più coll'aumentare della popolazione e col risveglio della fede. Ma ora manca Mons. Fagnano e vi sono pochi fondi. È una grande disgrazia questa per noi, ed ogni ritardo è una grave perdita. Già abbiamo un ministro protestante, e presto vi sarà anche la chiesa, perchè essi sono molto ricchi, e la Società Biblica paga bene i suoi operai ; mentre noi dobbiamo contentarci di sospirare in cuor nostro, per non aver come far fronte a tante necessità. Abbiamo preparata una fiera di beneficenza per vedere se possiamo ricavare qualche cosa poi lavori della chiesa. Il resto lo farà il Signore e la carità inesauribile dei nostri buoni Cooperatori e Cooperatrici di Europa.

La festa del S. Natale si celebrò pure con molta solennità e grande fu il numero delle Comunioni sia in Parrocchia, sia nella chiesina delle Suore.

Le notizie di Dawson e della Candelara sono buone. Il 28 novembre fu fatto il censimento in tutto il Chilì. Il Governatore mandò ordine a D. Pistone colle necessarie istruzioni, perchè lo facesse ; ma poi, trovatosi all'Isola il mattino per tempo, lo fece egli stesso facendo passare dinnanzi a sè uno ad uno tutti gli indigeni: ve ne trovò 205, senza contare alcuni che per dimenticanza erano stati lasciati nella panetteria, e tre che la sera stessa giungevano con D. Pistone dalla Terra del Fuoco. Egli si ebbe colà le migliori accoglienze che si possano immaginare. Di tutto sia lode a Dio!

Preghi, amatissimo Padre, per queste nostre povere Missioni: benedica tutti i suoi figli, e specialmente colui che, baciandole la mano, si professa

Di V. S. Rev.ma

MESSICO

M. REv. SIG. DIRETTORE,

Mexico, 26 Aprile 1896.

VUOL notizie dii questa Casa? Eccogliele. Tutti i confratelli stanno bene, grazie a Dio, anche i nuovi arrivati, dopo i piccoli incomodi del clima, e tutti lavorano alacremente. Il buon D. Noguer continua le sue gite apostoliche, ed oltre al bene che fa alle anime, fa anche del bene a questa Casa.

Il secondo piano della facciata del nostro Collegio è quasi finito. Spero di mandargliene fra poco la fotografia e credo che nessuno dirà più che questo edifizio sembra un cimitero.

Al Sud della nostra si è incominciato una gran Casa per le Suore di Maria Ausiliatrice e le loro ragazze, che secondo il progetto potrà contenere duecento interne e cento esterne. Il disegno è del giovane e distinto ingegnere messicano Giuseppe Elguero, il quale non solo presta l'opera sua gratuitamente, ma ci favorisce ancora soccorsi. Che le pare? Non è proprio l'ingegnere Salesiano per eccellenza?

Sia il gran fastidio è trovare i denari. È vero che il Messico è paese generoso, ma non ha solamente l'opera nostra da sostenere, e in quest'anno le miniere d'argento, la sua principal ricchezza, diedero un crollo tale, che recarono alla sola capitale uri danno di circa quaranta milioni di scudi. Creda che in questi momenti non è facile trovare ogni settimana da cinque a sei mila lire, quante se ne richiedono per le sole spese settimanali di costruzione. Quindi ci appigliamo al grande spediente salesiano: i debiti, o con parola più pulita, cambiali sulla banca della Divina Provvidenza.

Abbiam preparato con un triduo di predicazione i cento operai esterni, muratori, scalpellini, fornaciai, falegnami, al compimento del precetto pasquale, ed abbiano avuto la consolazione di vederli accostarsi quasi tutti alla Mensa Eucaristica.

Ieri l'atro poi, venerdì e primo giorno del Mese di Maria Ausiliatrice, abbiam fatto la solenne consacrazione del Collegio al Sacro Cuor di Gesù.

Obblig.mo e Dev.mo figlio in G. e M. SAC. MAGGIORINO BORGATELLO.

Non le descrivo la nostra festicciuola, perchè non ci fu nulla di straordinario, ma, sì, molto fervore e nella Comunione generale e nelle pie pratiche, colle quali abbiam procurato di onorare il Divin Cuore, e specialmente nell'atto di consacrazione. Tutti i nostri cari giovanetti vollero inscriversi nella Guardia d'Onore.

Anche nella vicina Colonia Italiana si lavora alla gloria di Dio. La Cappella è già quasi al tetto, le scuole maschili e femminili ben avviate, e noi aiuteremo sempre questi buoni compatrioti il più che ci sarà possibile.

Ma l'avvenimento palpitante d'attualità, come direbbero certi giornali, è l'arrivo a Messico di un Prelato Romano, Visitatore Apostolico, Rappresentante del Papa. Erano circa trent'anni che questo cattolico paese n'era privo, e l'arrivo alle sue spiaggie del Delegato di Sua Santità, Monsignor Nicola Averardi, Arcivescovo titolare di Tarso, riempì di giubilo tutti i buoni. La scelta non poteva essere migliore e più adatta all'indole messicana. Non è che un mese ch'egli è qui, e già si è accaparrato tutti i cuori, anche degli avversari, e non dico dei nemici, perchè un personaggio di tanta bontà non può averne. Nella soavità delle maniere è un San Francesco di Sales; ma alla semplicità della colomba sa unire la prudenza del serpente, e alla dottrina varia e copiosa l'affabilità e l'amenità della conversazione. Lavora indefessamente, e dal giorno ch'è giunto non s'è preso ancora un momento di riposo. Non è iperbole il dire che tutti ne son rimasti incantati, e noi più di tutti che l'abbiam veduto farsi piccolo fra i piccoli ed onorarci d'una improvvisa, ma graditissima visita e di encomii punto meritati e interamente dovuti alla sua impareggiabile bontà.

Ad multos annos, Eccellenza Reverendissima, e che la sua venuta qui produca quegli abbondanti e ubertosi frutti, che con ragione si ripromette dalle sue alte doti il sapientissimo Leone XIII!

Null'altro per ora che raccomandar noi e i nostri lavori alla carità delle sue orazioni e pregarla di riverire per noi i carissimi Superiori e particolarmente l' amatissimo nostro Padre Don Rua.

Suo Aff.mo Confratello D. ANGELO Piccono.

GRAZIE DI MARIA SS. AUSILIATRICE

Oh! quanto è buona Maria!

Eravamo aglì ultimi dell'anno scorso quando io cadevo colpito da violenta peritonite, che in breve mi ridusse agli estremi di vita.. Il medico curante mi diede per perduto ; furon chiamati altri medici, ma non fecero

che confermare quanto il primo aveva asserito. I genitori, i parenti, i superiori, gli amici tutti ormai mi piangevano per perduto. Ed ío, dietro il consiglio d'una piissima persona, mi rivolsi a Colei che è Madre d'ogni sofferenza e non indarno; imperocchè Maria pronta scese al mio dolore ed io incominciai a migliorare alquanto. Ma ahime ! alcuni giorni dopo feci una ricaduta. Chiamato il medico, disse che doveva farne delle altre e che in fine avrei dovuto soccombere. Mi rivolsi allora con maggior fiducia all'Ausiliatrice dei Cristiani. Feci due novene e le promisi una tenue offerta. Ed oh! potenza di Maria! in breve cominciai a migliorare, ed entrai poscia in una lunga convalescenza. Ed ora sono guarito. Grazie, o Maria, grazie. Ah! fate, o cara Madre, che questa vita che mi avete donata io la spenda tutta nel cantare le vostre lodi e nel propagar la vostra divozione. Benedite, o mia dolcissima Madre, a tutti quelli che mi furono di aiuto e di consiglio nella mia lunga malattia e principalmente a S. E. Monsignor Vescovo ed a' miei amati Superiori.

Candiana, 15 Aprile 1896.

Ch.co FRANCESCO BERTONCELLO.

Salus infirmorum, ora pro nobis.

Sconfortata per l'esito infruttuoso di lunghe e continue cure mediche, invocai fiduciosa il vostro patrocinio, o Maria SS. Ausiliatrice, e mercè vostra nel corso di una novena in vostro onore, ottenni la guarigione completa di un ostinato dolore al fianco destro che da parecchi anni mi straziava. Come esprimervi la mia riconoscenza, o SS. Vergine? L'offerta promessavi e ch'io depongo ai piè del vostro altare non è adeguato contrassegno della mia gratitudine e del mio amore verso di Voi ! L'offerta migliore ch'io posso farvi è quella del mio cuore, o Vergine Maria, e questo sarà sempre, sempre vostro !

Catania, 19 Aprile 1896.

MARIANNINA TOSCANO GARUFI di Antonino. *

* *

Misericordias Mariae in aeternum cantabo!

Ben di buon grado accetto l'incarico di una mia parrocchiana di pregare cotesta Direzione a voler pubblicare sul Bollettino Salesiano, come essa per intercessione di Maria SS. Ausiliatrice sia stata liberata da un mal nervoso, dichiarato dal medico epilettico. In Maria mise tutta la sua fiducia, La pregò con ripetute novene ed altri ossequii di filiale pietà, Le promise di far pubblicar la grazia nel suo Bollettino, e Maria finalmente l'esaudì liberandola perfettamente dagli eccessi nervosi e ridonandole la tanto sospirata salute.

Foratondo, 28 Aprile 1896.

Sac. CARLO GUGGIONE.

Un'operazione felicemente riuscita.

Maria! pregai Voi e il vostro Sposo Giuseppe per la riuscita dell'operazione che si doveva fare alla mia cara mamma, e tosto fui esaudita. Col cuore commosso vi ringrazio, cara Madre, e offro a vostro onore una tenue somma, quale tributo della mia vivissima riconoscenza e del mio figliale affetto.

Torino, 14 Maggio 1896.

ERNESTINA MOCCA.

** Auxilium Christianorum, ora pro nobis!

Dio vuole oggidì in modo speciale provare al mondo come la sua Provvidenza, sempre meravigliosa ed ineffabile, abbia voluto fra il nulla di noi miserabili creature e l'infinita Maestà Sua interporre la mediazione potente ed efficace di Maria, che, vera Madre di Dio, vuol essere pure nostra amorosissima Madre ; e che fra i molti titoli, con i quali si invoca ed onora, convenientissimo fosse quello di Auxilium Christianorum; giacchè a soccorso di chi fidente a Lei si rivolge, opera continue maraviglie. - Marianna Vedova Giacomo Mazzi di Palagnedra (Canton Ticino), sorpresa da polmonite e affetta inoltre da vizio cardiaco, in breve si trovò ridotta agli estremi. L'avanzata età di ben 83 anni e la violenza del male non lasciavano alcuna speranza; e col timore di poterla rivedere ancora una volta, accorrevano intorno al suo letto i figli degenti nella lontana Firenze. L'inferma intanto, fervente Cooperatore Salesiana, piena di figliale confidenza, ordina che ad onore di Maria Ausiliatrice si faccia una funzione nella Chiesa parrocchiale; e appena questa è terminata, ella si addormenta in un placido sonno, dal quale si desta non dirò completamente guarita, ma già convalescente. L'indomani il medico con somma meraviglia trova scomparso ogni sintomo di polmonite, e quello che è più, il cuore, da lunga pezza affetto , in uno stato tutt'affatto normale.

Noi tutti di famiglia crediamo a ragione con l'inferma doversi ripetere questa guarigione dalla intercessione di Maria Ausiliatrice; e perciò, mentre notifichiamo il fatto, aggiungiamo la tenue offerta, di L. 20 e facciamo voti caldissimi, perchè sempre maggiormente si accresca il culto a Maria SS. Ausiliatrice, la quale si mostra vera Madre di Grazie, Dispensatrice di tesori celesti.

Palagnedra, 20 Maggio 1896.

Famiglia MAZZI.

Riconoscenza a Maria.

Riconoscente a Maria SS. Ausiliatrice per una importantissima grazia ottenuta mediante laa sua efficace intercessione, invio L. 100 in elemosina alle Opere Salesiane, che sono le Opere di Maria Aiuto dei Cristiani. Nello scorso mese di aprile trovandosi mia moglie gravemente ammalata e con poca speranza di guarigione, senza trascurare i rimedi suggeriti dall'arte medica, posi tutta la mia fiducia in Maria SS. Ausiliatrice, in questa buona Madre, cui pel passato non ricorsi mai invano. Le promisi di pubblicare la grazia, qualora l'avessi ottenuta e fare una qualche offerta. Pienamente esaudito da questa Madre di Misericordia, adempio ora le fatte promesse, supplicandola a voler continuare su di me e della mia famiglia la sua valida protezione.

Sormano, 23 Maggio 1896.

ANGELO MAZZA.

*

Una novena a Maria Ausiliatrice.

Un mio figlio di anni sette soffriva da sei mesi un grave mal d'occhi con pericolo di perdere la vista. Furono adoperati tutti i rimedi umani, ma sempre invano. Allora unitamente alla mia famiglia mi rivolsi con una novella a Maria Ausiliatrice, onde ottenere mercè sua la guarigione, con promessa di una tenue offerta e di fare pubblicare la grazia. Con somma gioia l' ultimo giorno della novella il mio figlio era completamente guarito. Perciò riconoscentissimo offro questa tenue offerta.

Giaveno, 24 Maggio 1896.

VOLTA CARLO.

Evviva Maria SS. Ausiliatrice.

I sottoscritti coniugi ringraziano di cuore la potente Vergine Aiuto dei Cristiani per due segnalatissime grazie, una delle quali è la guarigione del loro piccolo Eugenio. Implorando dal cielo che il loro bambino, miracolosamente guarito, si conservi buono e cresca col santo timor di Dio, nell'effusione del cuore riconoscente gridano : Evviva, evviva sempre Maria SS. Ausiliatrice!

Volpiano, 25 Maggio 1896.

ALESSANDRO LUCCA Medico-Chirurgo e GIOVANNINA LIPRANDI-LUCCA.

Grazie a Maria!

A Maria, nostra buona Madre, non si ricorre mai invano ! La sottoscritta, in segno di figliale riconoscenza e devozione all'Augusta Regina del Cielo, rende pubblica la grazia dell'ottenuta guarigione, e nello stesso tempo umilia a' suoi piedi la qui unita somma di L. 100 a benefizio delle benemerite Case Salesiane di D. Bosco e per la celebrazione di una Messa di ringraziamento.

Torino, 25 Maggio 1806.

ERNESTINA DONNA.

Rendono pur grazie a Maria SS. Ausiliatrice per segnalatissimi favori ottenuti mediante la potentissima sua intercessione i seguenti

Giulio Tomasetti e consorte Rosa Mauri, Montescudo, con offerta di una medaglia d'oro e di L. 50 - Giacomo Tognoni, Montespluga, pure con offerta di L. 50 - Evasio Franchi - Giovanni Campi coll' offerta di L. 25 - Adele Garberaglio - Battista Massetti -N. Albesano - Ch. Federico Speranza, Foglizzo -Maria Filippi, Sandrigo - Luigia Gambaro, perla famiglia G. G., Genova - Luigia Ciccarelli, Cadi David (Verona) - Ch. L. M. Terreno, Foglizzo - La Signora A. G. D., Brescia - Natale Piccinini, Paderna- P. A., Bologna - Ch. A. O., Foglizzo - Maria Nasi, Torino - Margherita Oddone, Feletto - Palmira Ceppi, Stabio - N. N., Ascona, con L. 2 d'offerta - Concetta Pontani, Collesano, per l'ottenuta guarigione alla propria madre (L. 20) - Giuseppe Tamone, Riva di Chieri - Luigi Cerruti - Una Parrocchiana di Pallanza con offerta di L. 25 - Antonio Boroli, Mura (Brescia) per sè e per un suo amico - V. B., Asti - Pietro Ferini, Gondola (Canton Ticino) - L. R., Campomarone - Domenico Grazio del fu Domenico, Cigliano con offerta di L. 50 - Giuseppe e Virginia Privileggi, Parenzo - Giuseppe Fiorini fa Bortolo, Montecchio - Giovanni Battista Riba, Passatore - Cuneo - Anna Cioni, Montelupo Fiorentino - R. C. V. O., Torino - D. F. Maestri, Faenza -Luigia Ciccarelli - Carlini, Contina (Verona) - Margherita Rostagno, Entraque -A. R.. New York (America) - Anna Rivaira - Luigi Arbioli - D. Giovanni Salvetti, Cavour - Caterina Ponte, Cavour - Z. R., Rimini - Signora B. E. in ringraziamento a Maria Ausiliatrice L. 20, Desenzano sul Lago. - Dante Zacheo, Torino - Ch. Valli, Seminario Teol., Como. - Erminia Boccasavia. - Il Sac. Gaetano Righetti per la Sig.ra T. F., Negrar - Catterina Jodice -Napoli - V. C. Sestri Levante - Ottavia Garbaceio, Torino - Sac. Bartolomeo Giuseppe Guanti, Bottiglieria d'Asti, per una guarigione ed una conversione ottenuta in seguito a preghiere a Maria Ausiliatrice - Un buon contadino di Dronero - Giuseppina Massa - Figgini, Novi Ligure - Una famiglia riconoscente, Vanzone Ossola - S. Gallesio - Sac. Natale Paone, Sessa d aracnea - Giuseppe ed Anna Rota, per una strepitosa guarigione ottenuta al loro figliuoletto Luigi, dopo aver posto sul male la medaglia di Maria Ausiliatrice - Sac. Simone Luciano, Parroco di Cancello Arnone - Giuseppe Soluria, Ghilanza.

ORATORII FESTIVI

UNA BELLA GIORNATA pei giovanetti dell'Oratorio Festivo di S. Francesco di Sales IN TORINO.

Una bella giornata per questi cari giovanetti si fu senza dubbio la domenica 3 maggio. I loro Superiori, per premiarli della loro assiduità e buona condotta, avevano preparato loro, dopo la S. Messa, una scampagnata alle valli di Lanzo. L'Italia Reale Corriere Nazionale di Torino così descrive lo spettacolo che presentavano quei giovani nello sfilamento e l'entusiasmo e la gioia da loro provata in quel giorno.

« Chi si fosse trovato verso le ore 8 della domenica 3 maggio sul corso Regina Margherita e via Ponte Mosca, avrebbe assistito ad un grandioso e commovente spettacolo. Più di 800 giovani, che nei giorni festivi frequentano l'Oratorio di S. Francesco di Sales, presso il santuario di Maria Ausiliatrice, divisi per isquadre e accompagnati dai loro Catechisti, si dirigevano alla volta della Ferrovia di Lanzo, dove li attendeva il treno che li doveva trasportare fino a quelle montagne, meta della loro passeggiata.

» È impossibile descrivere l'entusiasmo di quei cari figliuoli e dei loro parenti che li accompagnavano in questo percorso, e dell'immensa folla che assiepava la strada, meravigliata al veder tanta moltitudine di giovani sì bene ordinati.

» Apriva la lunga fila un eletto drappello di ben settanta giovanotti, appartenenti alla Scuola Musicale dell'Oratorio Festivo, i quali facevano risuonare l'aria di melodiosi concenti ; seguivano gli allievi della Scuola di Canto e della Scuola Ricreativa del medesimo Oratorio, quindi l'immensa moltitudine dei giovani componenti le classi di catechismo, in numero di oltre 650, colle loro bandiere spiegate.

» Giunti alla stazione, in men che non si dice salirono in treno, mentre la banda, entro i locali della Ferrovia, continuava a rallegrare con scelta musica; gli spettatori dai parapetti e dalle finestre delle case circostanti attendevano che scoccassero le 8 1/2, segno della partenza.

» Un fragoroso grido di gioia eruppe dal cuore di tutta quella gioventù, quando fischiò la vaporiera e prese le mosse per trasportarli al luogo desiderato. Dopo un'ora di viaggio arrivarono a Lanzo. Li attendevano alla stazione i Superiori del Collegio di S. Filippo Neri, diretto dai Salesiani. Discesi dal treno si rimisero tosto nelle rispettive squadre, e la sfilata era sì lunga che, mentre gli ultimi toccavano ancora la stazione, i primi della Musica già erano entrati in paese.

» Di qui ascesero al Collegio, e rivolto un saluto a quell'egregio Direttore, Sig. D. Gius. Prof. Monateri, ed ai Superiori e giovani dell'Istituto, furono accompagnati nell'ameno sito posto accanto al Collegio e di rimpetto all'antica Cappella di S. Filippo, dove seduti gli uni sulla fresc' erba e gli altri sopra panche preparate all'uopo, venne loro distribuita un'abbondante refezione. Era bello veder quella china ricoperta di giovani, disposti in cerchio attorno ai loro Catechisti, saziare con un'allegria inusitata gli stimoli dell'appetito che la passeggiata e l'aria balsamica di quelle montagne avevano loro procurato. Commovente più ancora il veder l'effigie dell'Apostolo di Roma, dipinta sulla facciata della Cappella, che faceva un mirabile riscontro con lo spettacolo di quei bravi Catechisti, chierici e secolari, figli di D. Bosco, i quali si studiano di imitare gli esempi del loro Padre e di S. Filippo Neri.

» Dopo la refezione si trattava di passare allegramente alcune ore visitando il paese e le adiacenze. E chi si mosse verso il santuarietto della Madonna di Loreto, chi andò al Ponte del Diavolo e quali si arrampicarono sulle più alte cime delle circostanti montagne, fino alle 15 1/2, ora in cui rientrarono in Collegio per disporsi alla partenza.

» Ricevuta la merenda e dato l'addio a quegli ottimi Superiori ed ai bravi alunni, si diressero alla stazione, dove riempiuto il gran convoglio, alle 16 1/2 ripartivano per Torino, lasciando in tutti la più grata impressione. Alle 17 1/2 erano in città e per le medesime vie percorse al mattino, tornavano al loro caro Oratorio a ringraziare il Signore e la Vergine Ausiliatrice della bella giornata che loro volle concedere il cielo perche più splendida riuscisse la loro passeggiata.

» Queste ed altre simili industrie adoperato dallo zelante Direttore dell'Oratorio, il M. Rev. prof. D. Giuseppe Pavia, servono ad eccitare nell'animo dei giovani il più grande entusiasmo per l'Oratorio stesso; motivo per cui vi accorrono sempre in gran numero e l'Oratorio è ognora nel suo massimo fiore.

» Una parola di ben meritata lode e sentita riconoscenza va data ai buoni Superiori del Collegio di Lanzo, che fecero sì cordiali accoglienze alla numerosa comitiva di questi giovani , nonchè all'egregia Direzione ed a tutti gli agenti della Ferrovia, che loro usarono tanto attenzioni ; ma specialmente lode e ringraziamenti all'Ill.mo signor Francesco Sobrero, Capo-traffico della Società, il quale ebbe la degnazione di accompagnarli in persona nell'andata, e fece, per loro quanto non avrebbe potuto fare un padre amorevole. Senza dubbio quei buoni giovani conserveranno nei loro cuori grata memoria e riconoscenza imperitura verso di questi loro benefattori ».

DAI COLLEGI

Una graditissima visita al Collegio di Treviglio.

REV.mo SUPERIORE E PADRE,

Treviglio, 9 Maggio 1896.

CREDO farle cosa gradita rendendola informata d'una cara visita, che Sua Eminenza il Cardinale Arcivescovo di Milano Andrea Carlo Ferrari, si degnò fare al nostro Collegio, il giorno 30 del passato, aprile.

Come ella sa, a soli quindici minuti di fer rovia da Treviglio sorge il grandioso e divoto Santuario a Maria di Caravaggio : colà S. Em. il nostro Arcivescovo volle guidare in divoto pellegrinaggio i suoi cari e venerandi Chierici-Teologi del Seminario Maggiore, per infervorarli vieppiù nell'amore a Maria, facendo nel ritorno la fermata per il pranzo in Treviglio e precisamente nel nostro Collegio. - Può immaginare se noi non eravamo contenti ! Fu nostra premura di preparare ogni cosa il meglio che ci fosse possibile, fra le difficoltà di un edifizio in costruzione. Sua Eminenza pertanto co' suoi buoni Chierici, accompagnati dai loro Superiori e Professori e da altri distintissimi personaggi del Clero della città di Milano, furono al mattino del 30, alle 7 1/2 a Caravaggio, dove vennero incontrati da S. Ecc. Monsignor G. Bonomelli, Vescovo di Cremona, che li accompagnò processionalmente fino al Santuario per il lungo viale pavesato, tra un acclamar di numeroso popolo. Al Santuario S. Em., celebrata la S. Messa e distribuita la S. Comunione, tenne un breve, ma caldo fervorino in lode di Maria, che in quel luogo si compiaceva coi prodigi frequenti dimostrarsi vera Madre nostra. Finita la sacra funzione una bella sorpresa s'ebbero i cari pellegrini: Mons. Bonomelli avea fatto loro preparare, contro il programma del viaggio, un'abbondante refezione; cosa che tornò assai gradita ai viaggiatori, i quali acclamarono riconoscenti al gentil pensiero dell'illustre Prelato.

A mezzogiorno si partì per Treviglio. - Qui s'era organizzato un solenne e divoto ricevimento. In ben ordinata processione, Clero, Compagnie e Società cattoliche con le loro bandiere, le Scuole nostre e Collegio, la banda cittadina con infinito popolo attendevano l'arrivo degli illustri visitatori, che giunsero appunto alle 12,30 in due lunghi treni-tranvia. Dopo le prime accoglienze fatte a Sua Eminenza dal Rev. do Clero, stilò la lunga processione per le vie, tutte addobbate come per le più grandi occasioni, verso la Chiesa Parrocchiale; dove l'Arcivescovo, asceso il pergamo, manifestò la sua alta soddisfazione per quell'imponente dimostrazione di fede e d'amore al loro Vescovo, lodò ed incoraggiò l'azione cattolica trevigliese tanto sviluppata, e disse eziandio parole di gran lode ed incoraggiamento per lo zelante Clero Trevigliese, per noi poveri Salesiani e per i buoni Cooperatori, per le cui premure e beneficenze sorse questa nostra Casa. Dopo la trina benedizione col Divinissimo, mentre l'Em.mo riceveva nella casa parrocchiale il R. Sottoprefetto ed altre Autorità, i Seminaristi s'avviarono al nostro Collegio.

La nuova banda dell'Oratorio festivo, che in soli sei mesi di vita seppe far miracoli, fece i ricevimenti d'onore e ci rallegrò poi anche nel resto della giornata colle suo allegre note. L'arrivo poi di Sua Eminenza fu un momento di vero entusiasmo per te acclamazioni e per il direi quasi assalto dei nostri giovani all'amato Pastore, che percorse il nostro porticato benedicendo ed avendo per tutti un saluto ed una dolce parola. Alle 3 pomeridiane Sua Eminenza, i Rev.mi Signori che l'accompagnavano, e i duecento Chierici-Seminaristi prendevano posto per il pranzo in un vasto salone elegantemente addobbato e preparato, adorno di motti e di iscrizioni e percorso nella sua lunghezza da due lunghissime tavole per 240 coperti. Una cosa, che durante il pranzo ci meravigliò, si fu la, direi, eccessiva frugalità di S. Emin., che non volle esser servito di altro cibo che di quello apprestato ai Chierici.

Prima di levar le mense, introducemmo nella sala pure i nostri giovanetti per un breve trattenimento : i cantori accompagnati dalla banda eseguirono un grazioso ed applaudito inno d'occasione, e dopo un allegro ed eloquente brindisi del Sac. Dott. Viola, una poesia d' un Chierico del Seminario, ed un inno letto da uno di noi, alcuni giovani complimentarono applauditissimi l'amato Pastore con poesie e dialoghi. Sua Eminenza cordialmente chiamò i figli di D. Bosco gli amici del suo cuore, promise che tornerebbe facilmente ad inaugurarci nel prossimo autunno i nuovi locali, propose un telegramma di saluto al Santo Padre e terminò invocando su di tutti le più elette benedizioni del Cielo. Gli evviva al Papa, all'Arcivescovo, a D. Bosco, ai Salesiani erompevano frequenti da quei buoni ed entusiasmati Chierici.

Alle 18 l'Em.° Principe, dopo aver visitato l'Istituto femminile degli Angeli, l'Ospedale e la Chiesa della Madonna delle Lagrime (dove pure predicò), partiva tra le acclamazioni di numeroso popolo, da tutti benedetto e desiderato.

Rev.mo Sig. D. Rua, come noi siamo rimasti soddisfatti da questa preziosa visita e di così cara giornata lascio a lei il pensarlo. - Prima di chiudere la presente non posso tacere della bellissima impressione che lasciò in noi tutti l'edificante contegno dei buoni Chierici Seminaristi ed il loro affetto quasi entusiastico per i Salesiani e le loro Opere. E come non esserlo, avendo sott'occhi il chiaro e vivo esempio del loro Arcivescovo e dei Rev.mi loro Superiori e Professori?

Si degni, amatissimo Padre, benedire a' suoi figli Trevigliesi, che si augurano di presto aver pure una sua visita, e benedica specialmente il suo

Aff.mo ed Ubb.m° figlio Sac. DOMENICO Finco.

AI GIOVANETTI

UN DOLCE INVITO Carissimi Amici,

Poco oltre la metà del corrente mese cade una data carissima al cuore di ogni fedel cristiano, una data memoranda, che merita di essere solennizzata in modo particolare da voi, o buoni giovanetti.

Nel giorno 21 giugno, festa del vostro Patrono S. Luigi Gonzaga, che quest'anno capita precisamente in Domenica, si compiono settantacinque anni, dacchè il giovanetto Gioachino Pecci, oggi

Papa Leone XIII, riceveva in Viterbo, per la prima volta, il Pane degli Angeli nel banchetto eucaristico.

Per degnamente celebrare queste nozze di diamante del S. Padre con Gesù Sacramentato, un eletto drappello di giovani leviti del Maggior Seminario di Milano vennero nella deliberazione di invitare i giovanetti di tutto il mondo a fare in quel fausto giorno la S. Comunione e pregare per questo miracolo di Sommo Pontefice, che il Signore voglia conservare alla sua travagliata Chiesa ancora per molti e molti anni. Il nobile progetto, approvato e benedetto dapprima dal zelante Cardinale Arcivescovo di Milano, venne tosto accolto con slancio ed entusiasmo da altri Cardinali, Arcivescovi e Vescovi di tutto l'Orbe Cattolico, dai Seminari, dai Collegi ed Istituti di educazione, dagli Oratori festivi e dalle Compagnie e Società parrocchiali di .giovanetti, i quali con speciali precedenti funzioni, si vanno preparando a dare una solennissima dimostrazione di fede e di amore al nostro Santo Padre, a questo gran Vegliardo, che nell'Eucaristia ha attinto quella forza, che lo rese veramente il leone vittorioso di Giuda. Anzi in moltissime Parrocchie, Oratorii festivi ed Istituti di educazione si è trasferita a quest'epoca la Prima Comunione dei giovanetti e delle giovanette, onde rendere più splendido l'omaggio al Vicario di Gesù Cristo ed indelebile nei cuori dei fanciulli la memoria di questa faustissima data. Sicchè io non credo di esagerare dicendo che la ideata dimostrazione riesce davvero imponente ed universale.

E voi, o miei cari amici, lettori del Bollettino, avete già pensato di associarvi all'immensa falange di giovanetti di ogni punto del globo nel dare questa solenne prova d'amore e di venerazione al Papa ? Io son d'avviso che voi vi offendereste, se alcuno vi volesse impedire di parteciparvi.

Il Papa è il Capo visibile della Chiesa, il Successore di S. Pietro, il Vicario di Gesù Cristo, e come tale è l'erede più perfetto di tutti i sentimenti del nostro adorabile Salvatore. Egli quindi è l'amico più tenero della gioventù, e col Divin Maestro va gridando: « Lasciate, lasciate, che i fanciulli vengano a me » ; e con soave compiacenza li accoglie tra le sue braccia, li stringe al suo seno, impone loro le mani e sopra di loro versa le più elette benedizione. Egli è l'ammiratore più sincero della virtù vostra, o giovanetti, e, sull'esempio del nostro Divin Redentore, vi propone a modello di tutti gli uomini, per poter aver accesso al regno de'cieli. Egli è il baluardo più forte, la salvaguardia più sicura della vostra fede e della vostra innocenza, tanto che minaccia terribilissimi guai a chiunque avesse l'ardire di scandalizzarvi. Il Papa, o miei buoni giovani, è il Padre più provvido e più amante che poi abbiate sopra la terra, rappresentando egli quell'amabile Gesù, che ad animare gli uomini a trattarvi sempre con amorevolezza diceva che chiunque accoglie un fanciullo in suo nome è come se accoglie lui medesimo, e che terrà come fatto a se stesso tutto il bene che sarà fatta ad un bambino.

A questi riflessi chi di voi, o giovanetti, non si sentirà intenerire il cuore, e non giubilerà ogni volta gli è dato di poter consolare il cuore del Papa? di questo amico dolcissimo, di questo Padre amantissimo?

Uniamoci adunque tutti la terza Domenica di questo mese, stringiamoci intorno ai santi altari, accostiamoci a ricevere Gesù Sacramentato; e le nostre fervide preci salgano gradite al trono di Dio ed ottengano al Sommo Pontefice di vedere tempi migliori, il ravvedimento di figli traviati, la concordia e la pace tra i popoli !

Vostro Aff.mo Amico D. C. GIULIVO.

NECROLOGIA

Il Padre Guglielmo Manfredi.

Nella morte di questo venerando Padre dell'inclito Ordine de' Predicatori di Faenza la Pia Società Salesiana piange la perdita di un amico carissimo, di un benefattore insigne. Nato a Montecchio nell'Emilia nel maggio del 1838 e cristianamente allevato dai pii genitori, dopo aver compiuti con onore gli studi nel Seminario Modenese, venne ordinato Sacerdote di quella Diocesi, nella quale spiegò tosto, giovanissimo qual era, uno zelo non comune nell'esercizio del sacro ministero e specialmente nel predicare la divina parola.

Trentacinquenne chiese ed ottenne di entrare nell'Ordine dei PP. Predicatori. Compiuto il suo tirocinio a Ferrara, fu mandato a Faenza, dove prima in qualità di Vicario, poi di Parroco e di Priore s'addimostrò veramente il buon pastore delle anime a lui affidate.

Lungo sarebbe la rassegna delle opere compiute dall'ardente ed instancabile suo zelo, se qui volessimo pur solo farne l'enumerazione. Per noi diremo soltanto che, se in Faenza esiste l'Istituto Salesiano con gran vantaggio della gioventù romagnola, a lui in grandissima parte lo si deve, che seppe sempre e specialmente nei momenti più critici prestare ai figli di Don Bosco efficacissimo appoggio morale e materiale.

Noi gli preghiamo da Dio il meritato guiderdone. Riposi in pace l'anima sua bella !

Il Sig. Carlo Ferraris.

È morto un altro nostro caro amico, Carlo Ferraris di Viarigi Monferrato, uomo semplice, di cuor oneroso, che si commoveva a tutte le miserie Quanto devono averlo pianto i poveri del suo paese! Egli aveva dedicato a loro tutte le sue premure; li beneficava uno ad uno; appena sapeva che qualcheduno era in bisogno, non si dava pace, finchè non gli avesse portato o mandato il necessario soccorso. E questo operava intieramente come insegna il Vangelo, cioè, senza che l'una mano sapesse quello che l'altra faceva.

Amava D. Bosco ed i Salesiani fino all'entusiasmo, tantochè al solo nominarli piangeva di tenerezza.

Dopo una lunga malattia, sopportata con Cristiana rassegnazione, spirava l'anima sua bella il giorno stesso di Maria Ausiliatrice, 24 maggio. Siam certi che la Madonna, la quale ama tanto i benefattori de' suoi figli, volle averlo con sè in Paradiso nel momento, in cui i Salesiani cantavano solennemente le sue lodi nel santuario di Torino.

La Sig. Olimpia Pirola.

Nata in Arona, spirava la sua bell'anima questa benemerita Cooperatrice Salesiana nel Real Convitto delle Vedove e Nubili in Torino, dove erasi ritirata dopo aver spesa una lunga vita nelle cure e nel sacrificio della sua diletta famiglia. Affezionatissima alla nostra Pia Società, la Sig. Olimpia Pirola approfittava di tutte le occasioni per introdurre, nelle conversazioni colle amiche e conoscenze, il discorso delle Opere Salesiane, di cui sapeva parlare così bene da invogliare tutte ad associarsi alle nostre Letture Cattoliche, a leggere il Bollettino Salesiano, a farsi nostre Cooperatrici. Si valeva poi delle cose più minute per trarre, mediante un'ammirabile pazienza ed un lavorìo indescrivibile, degli oggetti tanto cari e tanto utili per i nostri orfanelli e poi nostri Missionari, poi quali consacrò interamente gli ultimi suoi anni. Noi la raccomandiamo ai suffragi dei nostri Cooperatori e Cooperatrici, e preghiamo il Cielo che voglia suscitare molte imitatrici delle sue virtù e del suo interesse per le Opere di Don Bosco !

NOTIZIE VARIE

IL PAPA ALL'OSPIZIO DEL S. CUORE IN ROMA.

Nello scorso mese di aprile il S. Padre nella sua sovrana bontà donava al Santuario ed all'Ospizio Salesiano del Sacro Cuore di Gesù in Roma un suo bellissimo ritratto. Veniva consegnato al Rev.m° D. Cesare Cagliero, Procuratore generale dei Salesiani di D. Bosco, dallo stesso Scalco segreto di Sua Santità, il Comm. Sterbini.

Il prezioso dono è una gran tela rappresentante Leone XIII a grandezza naturale. Il lavoro è riuscitissimo, ed il S. Padre vi è ritratto così al vivo, che quella tela pare tutta animata e parlante.

Una ricchissima cornice circonda questo artistico quadro che sarà un perenne ricordo della paterna benevolenza che il Sommo Pontefice Leone XIII nutre verso i figli di D. Bosco.

UN NOSTRO AMICO FATTO VESCOVO.

Nella festa de' SS. Apostoli Filippo e Giacomo, 1° Maggio, nella chiesa cattedrale di Southwark veniva consacrato Vescovo un nostro carissima amico e zelante Cooperatore Salesiano, il Rev.mo Mons. Bourne, Rettore di quel Seminario. Egli era stato di recente nominato dal Santo Padre Vescovo Ausiliare di quella Sede con diritto a successione, La funzione riuscì grandiosa e commovente. Consacrante fu lo stesso venerando Vescovo Diocesano, assistito dal Vescovo di Liverpool e dal Titolare di Emmaus. Noi presentiamo, a questo grande amico le nostre sincere congratulazioni per l'alta dignità a cui fu innalzato, ed i più caldi volti di prosperità e lunga vita. Ad multos annos!

IN FAVORE DEGLI EMIGRATI ITALIANI.

Fra le opere diverse nelle quali si occupano i figli di D. Bosco vi ha la cura degli Emigrati Italiani. Questa missione adempiono su larga scala più particolarmente i nostri Confratelli d'America; ma anche nelle città del mezzodì della Francia vi ha qualche nostro prete, che s'interessa di loro, raccogliendoli alla Domenica per la Messa e per un po' di istruzione religiosa.

Il bisogno si faceva sempre più sentire di estendere maggiormente questa benefica influenza per quei nostri connazionali affatto abbandonati a sè in paese lontano; quindi si sono stabiliti per loro Esercizi Spirituali alla Ciotat, a Valdonne, a Tolone ed in diversi punti della città di Marsiglia, dove sono circa novantamila Italiani. I nostri Confratelli D. Vincenti, D. Fasani, D. Tomatis e D. Pentore, il quale ultimo partì appositamente da Torino per questo fine, furono veramente consolati dell'esito felice delle loro fatiche apostoliche.

Noi preghiamo il Signore che, visto il bisogno di tali missioni in quelle città, voglia darci i mezzi di poter ripetere la stessa cosa fra breve tempo.

DON RUA AD INTRA.

Per appagare i desiderii dei Cooperatori Intresi, Don Rua, insiem col Vescovo Mons. Pulciano, recavasi in quella bella cittadina la domenica 10 maggio per la festa patronale. Indescrivibili sono le cortesi accoglienze ricevute da quel buon popolo. Don Rua tenne conferenza alla presenza di più che tremila persone. Al lunedì fu condotto a visitare quel Collegio, che presto sarà diretto dai Salesiani. Egli ne riportò le più care impressioni.

DON VALENTINO CASSINI.

Con un viaggio abbastanza felice sul bastimento Manilla, gentilmente trattato dal capitano e dall'equipaggio tutto, giungeva a Torino l'antivigilia dell'Ascensione, questo nostro carissimo confratello per rinfrancare la malferma salute.

Don Valentino Cassini è uno dei primi Salesiani partiti per l'America. Fu per diciott'anni Prefetto del Collegio d'Arti e Mestieri di Almagro, borgo di Buenos Aires, ove passò ben ventun anno di assiduo e meritorio lavoro. Anima perse verante, di pochissime parole, di gran cuore, aveva prima vissuto dodici anni a fianco di Don Bosco, cui egli amava teneramente e che potè assistere nella sua agonia e morte, essendo, dopo parecchi anni, ritornato per la prima volta in patria in quell'epoca. A D. Cassini si deve in gran parte la fondazione dell'importante Colonia Agricola che i nostri confratelli aprirono in Uribelarrea, fuori di Buenos Aires.

Di lui prendono vivo interesse El Diario, La Voz de la Iglesia, El Mensajero del Corazon de Jésus, Il Cristoforo Colombo, ecc. insomma tutta la stampa di Buenos Aires. A loro ci uniamo pur noi nell'augurargli un pronto ristabilimento in salute, e se a Dio così piaccia, un felice ritorno in mezzo a quei suoi carissimi amici che egli tanto ama ed i quali ne piangono la dipartita.

GARA CATECHISTICA. (Dall'Italia Reale - Corriere Nazionale).

Domenica 17 maggio ebbe luogo all'Oratorio di Don Bosco in Valdocco una solenne gara sul Catechismo, brillantemente sostenuta dai giovani allievi delle Scuole di Arti e Mestieri. Alla presenza di S. E. Monsignor Richelmy, Vescovo di Ivrea, di tutti i Superiori, dei giovani dell'Oratorio ed invitati, si schierarono i 50 gareggianti in due file, e con franchezza e coraggio cominciarono la sfida.

Nel primo giro si estrassero a sorte le principali domande del piccolo Catechismo e quelle della prima parte del grosso, fino al nono articolo del Credo ; nel secondo giro s'interrogarono vicendevolmente sulla 1a, 2a e 3a parte del Catechismo degli adulti. Fin da questi primi assalti i più deboli cominciarono a cedere il campo; la bandiera comincia a passare dagli scultori, tra i quali si fu il principe nella gara dell'anno scorso, poi ai sarti che cercano di difenderla.

Si accentua l'ardore dei gareggianti nel passaggio alla 2a parte con domande reciproche sulla 4a parte del Catechismo grosso, sull'istruzione sopra virtù principali ed i doni dello Spirito Santo. Fra la generale attenzione i gareggianti diminuiscono per il frequente richiamo dei due Teologi Giudici della gara, che li dichiarano fuori di combattimento. Tra gli applausi dei presenti e l'ardore crescente dei gareggianti si passa alla 3a e 4a parte sulle principali solennità della Chiesa e sui fondamenti della Fede Cattolica e finalmente si fanno domande reciproche sopra tutte le precedenti materie.

Qui fu dove i bravi giovani dimostrarono di conoscere bene il Catechismo fino alla più minuta particella e di essere ben preparati a sostenere la disputa. Dopo vari assalti, la bandiera dai sarti passa ai compositori fra gli applausi del pubblico; circola già la voce che non l'avrebbero più ceduta. Difatti da 50 i gareggianti sono ridotti a 5, poi a 3, poi a 2, quando uno scoppio d'applausi saluta il trionfo d'un giovane compositore. Si dichiara subito principe il giovane GIANOTTI GIOVANNI di Borgo d'Ale, compositore ; primo console CLARI GIUSEPPE di Asti, fabbro ferraio; secondo console OMODEi GIACOMO di Tirano, sarto; legato il giovane UGHETTo Giùs. di Pinasca, calzolaio; e alfiere PIZZATI MARIO di Corniglio Parmense, sarto.

La banda, che aveva ad intervalli rallegrato il trattenimento fra gli applausi generali, suonò una marcia ad onore del principe, mentre questi riceveva la bandiera e le insegne dal fratello che aveva trionfato l'anno Scorso.

Le belle parole di Mons. Richelmy furono corona alla ben riuscita gara.

Mentre ci rallegriamo coi superiori che la promossero, ripetiamo i nostri applausi ai bravi gareggianti segnalandoli alla pubblica lode, e come dicemmo quella sera, così ora ripetiamo, che vorremmo spesso vedere ripetersi saggi simili in tanti Istituti di gioventù, di cui è fiorente la nostra Torino.

ILLUSTRI OSPITI.

Il martedì. 5 maggio, degnavasi venire al nostro Oratorio di Valdocco per prendere l'ospitalità salesiana S. Ecc. Rev.ma Mons. Luigi Robert, Vescovo di Marsiglia, accompagnato dal suo segretario particolare D. Duprè. Era la prima volta che l'Eccellentissimo Successore di S. Lazzaro, che recavasi a Roma per la visita ad limina, onorava di sua presenza la culla delle Opere di Don Bosco. E ne erano oltremodo consolati il nostro amatissimo Padre Don Rua, il suo Capitolo e l'intiera Casa di possedere per alcune ore, pur troppo brevi, un Prelato, nel quale il veneratissimo nostro Fondatore e le sue apostoliche intraprese ebbero sempre un protettore fedele, un amico carissimo. Sua Eccellenza si compiacque di rammentarci le sue intime relazioni con Don Bosco e confermarci così la dolce memoria ch'egli conserva dell'umile prete di Torino e i sentimenti di speciale benevolenza ch'egli nutre per i Salesiani e le opere loro.

- Dopo la solennità di Maria Ausiliatrice, il nostro Oratorio festeggiava due altri illustri personaggi provenienti più da lontano: erano due Vescovi Americani : S. Ecc. R.ma Mons. Bernardo Herrera Restrepo, Arcivescovo di Bogotà nella Colombia, e S. Ecc. R.ma Mons. Gioacchino Pardo Vergara., Vescovo di Medellin, altra Diocesi della Repubblica Colombiana. I nostri Confratelli della Colombia ce ne avevano per tempo annunziata la partenza da quei paesi, e noi godevamo di poterli avere fra noi nei solennissimi giorni delle feste di Maria Ausiliatrice. Un ritardo di bastimento non ce lo permise: essi arrivarono quando appena erano state terminate le dette feste, al 28 maggio. I due Eccellentissimi Prelati si degnarono però d'assistere, col venerando Arcivescovo di Torino, all'Accademia tenutasi nel teatrino dell'Oratorio di Torino per la distribuzione dei premi ai giovanetti ed alle giovanette della fiorente Scuola di Religione della nostra città. Al venerdì mattino, 29, essi ci lasciarono per recarsi a Roma a trattare gli alti interessi delle loro Chiese.

IL COTONIFICIO VALDOCCO A MARIA AUSILIATRICE.

Tra gli ex voti portati al santuario di Maria Ausiliatrice nel giorno della sua festa merita particolar menzione, quello degli Operai ed Operaie del Cotonificio Valdocco. Giacche questo non è testimonio solamente della fede e della pietà di un solo individuo, bensì di un intero ceto, di oltre cinquecento Operai ed Operaie che in Maria riconoscono la loro protettrice nelle vicende di questa misera vita, a Lei rendono grazie infinite del passato ed in Lei ripongono la loro fiducia per l'avvenire.

Bravi Operai ed Operaie del Cotonificio Valdocco ! Confidate sempre in Maria, ch'Essa vi preservererà da tantissimi pericoli che quotidiana mente vi circondano. Il pensiero del vostro cuore offerto a Maria vi renda forti in mezzo alle battaglie di questa vita, vi faccia superiori ad ogni umano rispetto; sicchè di voi si possa dire che siete l'esempio, il modello degli Operai e delle Operaie Torinesi. Così voi sarete la gloria dei vostri padroni, della società e della Chiesa !

A PAVIA.

Anche quest'anno il nostro carissimo amico Can.° Mariani volle celebrare nella sua Parrocchia del Carmine la festa di Maria Ausiliatrice. Vi andò un nostro prete da Torino, e si raccolse una graziosa offerta in favore delle Opere Salesiane. Noi ringraziamo di cuore il solerte Direttore Diocesano e lo proponiamo a modello a quelli delle altre Città.

UN GENIALE CONVEGNO.

Il giorno del Patrocinio di S. Giuseppe di questo anno non si cancellerà mai dalla mente e dal cuore dei giovanetti che frequentano gli Oratori Festivi di S. Gregorio, S. Giovanni-La-Punta e Pedara in Sicilia.

Al mattino in ciascuno dei detti Oratori vi fu una generale Comunione per compire il precetto pasquale, la quale e pel numero e per il santo trasporto riuscì edificantissima : dopo il mezzogiorno una passeggiata.

La meta era per tutti un paese di mezzo detto Tremestieri, e fu questo davvero un bel pensiero ! Ben ordinati venivano i giovani con a capo i loro catechisti per le diverse vie, ed il vicendevole saluto nell'incontrarsi, segno della loro fratellanza, era un gran grido di Viva D. Bosco, grido che poi ripetevano tutte le volte che qualche novella esca accresceva il loro entusiasmo. Giunti tutti, furono fatti sedere in un bel prato assieme ad altri giovani , che frequentano l' Oratorio festivo di Tremestieri, diretto da un zelante sacerdote del luogo, e venne loro distribuita un'abbondante merenduola. Si può ben immaginare la gioia, l'ingenua allegria che si destò allora tra quel vespaio di testicciuole, e l'appetito serviva bene a tutti per quella lunga strada che avevano dovuto fare. Giunse frattanto il Direttore del Noviziato di San Gregorio accolto con fragorosi battimani ed evviva, e rivolse loro parole d'incoraggiamento, come portava la circostanza associandosi alla loro gioia. Dopo canti e declamazioni in varie lingue e di vario genere, si recarono alla Chiesa per la solenne benedizione. - Dovettero pur finalmente separarsi per far ritorno alle loro case, salutandosi col saluto con cui s'erano incontrati.

Molto popolo era accorso a vedere quello spettacolo, veramente mirabile e ne restò commosso e volentieri s'unì a quei vispi fanciulli per gridare: Evviva D. Bosco !

Cooperatori defunti in Aprile e Maggio 1896.

S. A. I. e R. l'Arciduca Carlo Luigi d'Austria - Vienna.

1. Albanesi Violante - Campofilone (Ascoli Piceno).

2. Aquaroue Leonardo - Porto Maurizio.

3 Bozzi Antonia - Villette (Novara). 4 Caggiola Catterina-Chiari (Brescia). 5 Branzi D. Pasquale - Crocetta (Firenze).

6. Capra Pietro - Chiari (Brescia).

7. Cavallero Giuseppe - Castelbogliune (Alessandria).

8. Cazzani Giuseppe - Pavia.

9. Cirino Mons. Giov. - Palermo.

10. Collizzoli D. Francesco - Bolbeno (Tirolo).

11. Cosentino Gregoria - Vizzini (Catania).

12. Cosola Costantino - S. Sebastiano Po (Torino).

13. Cosola Maria - S. Sebastiano Po (Torino).

14. Cosola Catterina - S. Sebastiano Po (Torino ).

15. Cottini Maria - Bottigliera d'Asti (Alessandria).

16. Cremonesi Maria - Treviglio (Ber. gamo).

17. Crespi D. Gius. M. - Gubbio (Peru. gia).

18 Doh Evasio - Cardone (Alessandria).

19. Del Negro Giov. Battista - Merlana (Udine).

20. De Martini Anna - Genova.

21. Di Fenile Cont.a Gabriella - Torino. 22. Di Serego Allighieri C.e Filippo - Verona.

23. Donzella D. Vincenzo - S. Francesco d'Albaro (Genova).

24. Ferrari D. Agostino-Gorvetto (Pavia).

25. Galluzzi Camera Nob. Luigia - Oreno (Milano).

20. Gandolfo Francesco - Genova.

27. Giacometti Pietro - Boncajetti (Padova).

28. Ioctean Bar. Alessandro - Torino. 29. Iuli Francesca - Chiari (Brescia). 30. La Perla Stefano - Ragusa (Siracusa).

31. Longo Grazia - Caltanisetta.

32. Manna Romodelli Cont.a - Roma. 33. Marchesolli Giuseppe - Persiceto (Bologna).

34. Marchesini Giuseppe - Dazio (Sondrio).

35. Marengo Ottavio - Carmagnola (Torino).

36. Muratori Angela - Tragetto ,(Ferrara).

37. Nanni D. Giov. - Poggetto (Bologna).

38. Negro Maria - Collegno (Torino). 39. Noli Luigia V.a Calcagno -Torino. 40. Orlando D. Gius. - Palermo. 41. Ruviola Maddalena - Incisa Belbo (Alessandria).

42. Rev. P. Adriano - Mesocco (Svizzera).

43. Rinaldi Edoardo -Marradi (Firenze). 44. Rinaldini Giovanna V.a Masolini - Faenza (Ravenna).

45. Rufinengo Giuseppe -Confienza (Pavia).

46. Rughi D. Giuseppe - Gubbio (Perugia).

47. Sardi D. Cesare - Cisterna d'Asti (Alessandria).

48. Simoneschi Giustiniani Mare.« Anna Maria - Roma.

49. Strumia D. Nicolao Alba (Cuneo). 50. Tensi Flavio - Torino.

51. Valinotti Catterina - Carmagnola (Torino).

52. Veglio Domenico - Buttigliera d'Asti (Alessandria).

53. Veglio Giuseppe - Buttigliera d'Asti (Alessandria).

54. Vergnano Maria V. Emprin - Torino.

55. Vola D. Carlo - Caino (Cuneo). 56. Volpi Fedele - Lovere (Brescia).

I nostri lettori vorranno nei loro quotidiani esercizi di pietà ricordarsi delle sante Anime di questi cari che in vita ci furono congiunti coi dolci e forti vincoli della carità. I Sacerdoti facciano ogni giorno un memento di esse nel Santo Sacrificio della Messa; gli altri offrano Comunioni, preghiere speciali e buone opere pel loro eterno riposo. Ricordiamoci sempre che questi suffragi ci verranno ripagati ad usura dalle sante Anime del Purgatorio, e che questa fiorita carità che noi usiamo verso di esse, altri la useranno con noi medesimi dopo la nostra morte.

Con permesso dell'Autorità Ecclesiastica. - Gerente, GIUSEPPE GAMBINO. - Torino, 1896 - Tipografia Salesiana.