ANNO XI - N. 8.   Esce una volta al mese.   AGOSTO 1887

BOLLETTINO SALESIANO

DIREZIONE nell'Oratorio Sale siano. - Via Cottolengo, N. 32, TORINO

Sommario - Devozione e gratitudine - L'Onomastico di D. Bosco a Valdocco - La prima conferenza dei Cooperatori e Cooperatrici a Faenza. - viaggio di Monsignor Cagliero sulle Cordigliere e suo arrivo a Concezione. - Avviso. - Processione in San Pier d'Arena. - Grazia di Maria Ausiliatrice. -

Devozione o Gratitudine.

Ricordiamo a nostri Cooperatori e Cooperatrici come nel giorno 21 di questo mese ricorra l'Onomastico battesimale di Leone XIII. E la festa di famiglia del nostro Santissimo Padre, che di tanti beneficii ha consolata la Pia Società Salesiana ed i suoi Cooperatori. In questo giorno come miglior tributo d'affetto ciascheduno si faccia un dovere di accostarsi alla mensa Eucaristica e di recitare un Pater Ave e Gloria secondo l'intenzione del Vicario di Gesù Cristo. Non dimentichiamo che la preghiera è la chiave d'oro che apre le porte di tutti i tesori celesti.

Nello stesso tempo porgiamo i nostri umili e sinceri auguri di felicità al nostro amatissimo Arcivescovo Cardinale Gaetano Alimonda, il cui Onomastico si celebra il giorno 7 di questo mese. Che il Signore ce lo conservi per molti anni al nostro affetto e pel nostro bene.

L'ONOMASTICO DI D. BOSCO A VALDOCCO.

Non erano soli i figli di D. Bosco che la sera del 23 e 24 giugno radunavansi all'ombra della cupola di Maria Ausiliatrice per festeggiare l'onomastico del venerando loro Padre, ma un gran numero di signori e signore, di giovanetti esterni, di sacerdoti di Torino , frammischiandosi agli alunni dell'Oratorio, davano alla cara festa un carattere solenne ed universale.

L'accademia cominciò poco prima delle 8. Don Bosco v'intervenne appoggiandosi al braccio di mons. Leto, vescovo di Samaria, del rev.mo don Rua e circondato dagli altri suoi discepoli. Applausi ripetuti salutarono l'arrivo di D. Giovanni Bosco, il quale mostravasi visibilmente commosso. E chi avrebbe potuto non commuoversi? Bastava guardare a quella folla compatta, bastava sentir le prime note dell'inno musicato dal maestro Dogliani. L'amore a D. Bosco inspirò certamente pensieri e motivi così patetici e solenni!

« Andiamo, compagni, D. Bosco ci aspetta, La gioia perfetta Si desti nel cuor; » così cantavasi dai giovani dell'Oratorio nel 1846; ma nel 1887 queste stesse strofe come divennero eloquenti ed armoniose ! Era una musica che ti andava al cuore ! E come ben eseguita ! Al concerto di Valdocco, accresciuto di molti strumenti, faceva eco mirabile la banda dell'Ospizio Salesiano di S. Benigno Canavese da un palco collocato in altro cortile. - Nell'accademia si parlò in latino, in francese, in ispagnuolo, in greco, in piemontese. Si fecero generose offerte in danaro e in oggetti a D. Bosco. Gli antichi discepoli regalarono sei candelabri magnifici. Le Suore di Maria Ausiliatrice esposero superbi pizzi e oggetti di culto. Gli artigiani offersero alcunché dei loro laboratorii, opera delle loro mani. I tipografi poi distribuirono l'inno così ricco di fregi e d'ornati che tutti ne rimasero, e con ragione, meravigliati. Il bravo operaio Gastini , sempre giocoso e sempre affezionato a D. Bosco, mostrò all'evidenza il santo e sempre più fiorente progresso delle opere salesiane. L'accademia terminò alle 10.

LA PRIMA CONFERENZA dei Cooperatori e Cooperatrici a Faenza.

AMATISSIMO PADRE D. Bosco,

Sia ringraziato Iddio e Maria SS. Ausiliatrice, nostra buona Madre.

Allorché, sei anni or sono, fummo mandati a Faenza, vi giungemmo pressoché sconosciuti a tutti. La nostra povera casetta del Borgo fuor delle mura pareva dovesse aver breve e stentata esistenza. Sembrò animarsi a nuova vita quando la S. V. ci regalò una sua preziosa visita il 12 maggio 1882, festa della B. Vergine delle Grazie, patrona della città, all'altare della quale volle la S. V. celebrare la S. Messa. Quella vita però fu il lampo di un istante, poiché ricadde tosto nella primiera oscurità, e la nostra istituzione ebbe a sostenere l'urto di tanti e sì terribili marosi da far temere un imminente naufragio. Noi però, per nulla smarriti, dicevamo - E passato D. Bosco, l'ha benedetta, è impossibile che perisca ! - Eravamo infatti venuti nel nome di Dio, e quando appunto sembravamo più vicini a sommergerci, rassegnati al Divin volere, allora si fu (come è proprio dell' opera di Dio) che scoprivamo il faro ed entravamo in porto. Con ingenti sacrifizi acquistavamo una nuova casa. E proprio del carattere romagnolo e più ancora del vero Faentino darsi con slancio a sostenere un'opera quando l'ha riconosciuta per buona. Infatti noi abbiamo trovato in questa città una rara generosità d'incoraggiamento in parole ed in fatti. É di ciò sufficiente prova la nostra casa, ora ridotta a bello Ospizio, contenente oltre 50 giovanetti interni e 150 esterni che frequentano l'Oratorio festivo.

Ora noi e tutti i Cooperatori, cresciuti in buon numero, desideravamo ardentemente incominciare le conferenze allo scopo di meglio convenire sui mezzi, coi quali prestar soccorso e salvezza al maggior numero possibile di giovanetti abbandonati. Si era sperato sino all'ultimo che Ella , amatissimo Padre, potesse prendere parte alla prima, nel suo ritorno da Roma, ma, delusi in questa nostra vagheggiata speranza , ci tornò gratissimo il sapere che ci avrebbe mandato un un suo degno rappresentante, nella persona dell'ottimo confratello dottore D. Francesia.

Si mandò adunque l'invito ai Cooperatori per le ore 10 ant. del giovedì, 2 giugno. La nostra cappella, addobbata dal giorno 29 maggio , nel quale avevamo celebrata la festa di Maria Santissima Ausiliatrice coll'intervento del nostro vescovo mons. Gioachino Càntagalli, di Monsignor Vicario e di diversi parroci, presentava l'aspetto di un piccolo paradiso.

I giovanetti ricevettero il Vescovo, nell'atrio , coi più affettuosi e riconoscenti applausi, che fu tosto accompagnato all'inginocchiatoio e quindi alla cattedra. Fatta lettura di un capo della vita del nostro dolce Santo, cantato il Veni Creator, D. Francesia aprì la conferenza col salutare e ringraziare tutti i convenuti in nome di Don Bosco, e fatto un quadro magnifico di quanto erasi operato in quest'anno dalla Pia Società di S. Francesco di Sales, esclamava : « Una cosa sola mi resta a dire. Molto è ciò che si è fatto, ma molto più ci resta ancora da fare col vostro aiuto. A voi però in modo speciale raccomando l'Oratorio di Faenza. Non vogliate lasciar l'opera incominciata. So che amate Don Bosco, che amate i Salesiani e che il vostro cuore è acceso dai medesimi desiderii , dai medesimi affetti. Guerra adunque, guerra instancabile all'avversario, finché il campo nemico avrà soldati, e si udiranno le grida : anime, anime! delle quali esso va in cerca per divorarle. Noi ripeteremo lo stesso grido , che fu l'ultima parola di Gesù morente in croce : Sitio : anime , anime da ricondurre al Salvatore. Promuoviamo le opere buone proposte da D. Bosco per guadagnare anime a quel Dio che in cielo, ci darà la nostra mercede ».

Prese poscia la parola il rev. sac. prof. D. Filippo Lanzoni, il quale dimostrò come l'opera di D. Bosco fosse : 1° Opera della Provvidenza divina, dimostrando ciò collo sviluppo della sola Casa di Faenza; 2° Opera vantaggiosa non solamente ai giovani, ma all'intera società, provando quanto sia falsa e di quali deplorevoli conseguenze feconda quell'onestà naturale che oggigiorno si vuol sostituire alla vita governata dalle leggi del Cristianesimo. « Ed i Cooperatori Salesiani che cosa fanno ? conchiudeva il valente oratore. Coll'aiutare l'opera di D. Bosco salvano tanti fanciulli, che, abbandonati alle massime del mondo, crescerebbero non contenti del proprio stato e alzerebbero un giorno la mano violenta contro del ricco. E i Salesiani loro insegnano a contentarsi del proprio stato, a conoscere Iddio, ad essere virtuosi, onesti ed operosi. Oh ! se tanti ricchi capissero i vantaggi che recherebbe alla società e alla patria una schiera di giovani educata cristianamente , e di quanto male son cagione coloro che furono educati colle norme della sola onestà naturale, quanto più coraggiosamente si mostrerebbero generosi nel fare e nel dare! E poi, chi mai, potendolo, non salverebbe un fanciullo in procinto di essere morso da un velenoso serpente? Chi si rifiutasse di dargli aiuto non sarebbe giudicato reo di quella morte, da ogni persona di cuore? E noi potremo astenerci dal salvare e dallo strappare tanti fanciulletti dalle mani degli apostoli dell'iniquità, che cercano di perdere le loro anime , inducendoli ad ogni sorta di delitti? Ah ! questo non fia mai ! Aiutiamo dunque D. Bosco nella sua impresa, nel dar vita verace, vita di spirito, di cuore, di fede , di morale , di civiltà alla nostra gioventù. E questo un apostolato della massima importanza! Noi vediamo quanti apostoli novelli , desiderosi di condurre anime a Gesù Cristo , abbandonano parenti , famiglia, casa , amici, patria , solcano mari tempestosi, volano fra le lande della Patagonia in cerca dei selvaggi, erranti in quelli immensi deserti, per far lorò conoscere Iddio. E noi, cui si presenta un apostolato che possiamo esercitare senza incomodo, senza fatiche, senza distaccarci dai nostri cari, senza allontanarci dalle nostre case , noi non lo intraprenderemo con amore ? Coraggio ! Prestiamo mano a quest'opera .grande, tanto più che Gesù Cristo ci ha assicurato che colui che salva un'anima ha salvata la propria. Io, Faentino di cuore, godo nel vedere nella mia patria stabilita la Pia Società di San Francesco di Sales, e spero da essa grandi cose. Con qualche sacrifizio adunque aiutiamola perche possa pienamente conseguire il santo suo scopo; così faremo del bene ai nostri giovanetti, all'intera società e Dio buono ci darà aiuto e grazia in tutti i nostri bisogni temporali e spirituali».

Non meno splendida, nè meno accalorata di santo zelo fu l'amichevole parola che diresse all' assemblea il degnissimo Monsignor Vicario, preposto can. Francesco prof. Baldassari. Dopo aver narrata l'origine della Casa Salesiana di Faenza, la parte che esso ebbe in questa fondazione, gli sforzi dell'inferno per distruggerla nel suo nascere, il bene da essa operato, passò a dire dei danni cagionati alla famiglia ed alla società dall'educazione atea estesa fino all'ultimo artigianello, che reca per conseguenza odio al lavoro ed alla povertà. « Noi invece vediamo, proseguiva, che ove l'educazione cristiana esercita la sua salutare influenza è il lavoro che rallegra e consola i giovanetti, e quelli , allevati con religiose massime dai figli di Don Bosco , dicono : - Beata quell'ora passata nel lavoro ! - Quando l'artigianello conosce e pratica queste massime , impara ad amare il lavoro, a vivere contento del suo stato , a non invidiare coloro che si dicono ricchi, e a persuadersi che la rivoluzione non apporta ricchezze a nessuno, ma discordia, odio, rovine. Allevata una generazione coi precetti del santo Vangelo diviene prospera, organizzata ed unita coi più santi vincoli della vera fratellanza. Noi Cooperatori, aiutando quest'Opera, veniamo ad aiutare le famiglie , poiché questi giovanetti sono i membri dell'età ventura , ed aiutando la famiglia, veniamo ad aiutare la società. Questi giovani, che ora imparano l'arte e la scienza, quando poi usciranno da questa Casa , spargeranno ovunque la buona semente raccolta. Procuriamo adunque che il numero dei Cooperatori si accresca sempre di più, e, lavorando pel nostro nobilissimo fine, vedremo regnare la pace , la concordia, l'unione nei nostri paesi ».

Come Monsignor Vicario ebbe finito, il nostro buon Vescovo pose il suggello alla conferenza con improvvisare un di que' soliti discorsini che scendono fino all' anima. Glielo riproduco nel modo che ci fu possibile raccoglierlo , tanto più che noi ci sentiamo troppo inferiori di merito per meritarci tanta sua benevolenza e stima. « Trovandomi qui , amatissimi figli , egli disse , essendo troppo commosso , non vi farò un discorso , ma non sarà fuor di proposito se io vi parlerò a modo mio, come sono uso a parlare ; cioè col cuore sul labbro. Quando seppi che in Faenza dovevano venire i Salesiani, io era lontano, pastore di altro gregge, e mi sentii l'anima piena d'allegrezza, perchè io amava ed amo sempre la mia città. Io invidiava la sorte de' miei concittadini che avevano fra di loro i figli di Don Bosco. Ma dopo alcuni anni voi sapete che cosa avvenne. Il Signore , con uno di quelli scherzi suoi proprii, mandò me a vostro padre e vostro pastore. Giubilai nel dover tornare alla mia Faenza, ma ancor più grande fu la mia consolazione nel pensare che avrei avuto al mio fianco questi nuovi apostoli di Gesù Cristo. La società va innanzi nella via del disordine. Gettiamo uno sguardo su di essa! E a chi non piange il cuore, miei amatissimi figli, al vedere tanti fanciulli che già peccano e bestemmiano, prima ancor di aver l'uso della ragione, che vanno vagando per le vie senza Dio e senza religione, che lavorano in botteghe ed in officine ove perdono la fede e il buon costume ! Che ne sarà mai della società ventura, e che cosa ci fanno prevedere i membri che un dì l'avranno a comporre ? Sventura, sventura ! La Provvidenza di Dio però, che vede ridotta a stato così infelice la condizione umana , sicchè nulla più vale l'opera degli uomini, per salvarla viene Essa in soccorso coll'opera divina. Difatti la storia di tutti i secoli della Chiesa ne può far fede. Dio vedendola derelitta e bisognosa mandava nel secolo xvii un S. Carlo Borromeo che, colla sua sapienza e colla sua bontà, riformava il clero e rinvigoriva gli animi colla dottrina cristiana. Noi pure vedevamo il nostro secolo andare di male in peggio, e Iddio ha suscitato l'uomo dei tempi, che se la fa coi fanciulli, e quelli che tragge a se sono guadagnati a Dio. Quest'uomo, colle sue Case, co' suoi Oratorii, arricchisce l'animo de giovanetti collo studio, colla bontà, coll'amore , e così li va allevando nella vera sapienza. E il lavoro manuale non è trascurato , ed in questa Casa voi vedete il fabbroferraio, il falegname, il sarto. Egli tiene il cuore dell'artigiano che ama il suo lavoro, come tien quello dello studente che ama il suo studio. E l'operaio da D. Bosco educato, figlio affezionato della Chiesa, vede il ricco e non l'invidia , vede il lavoro e si consola, vede le disgrazie e si rassegna.

» Il modo rapido, sorprendente col quale si è estesa l'opera di D. Bosco, dimostra chiaramente essere questa voluta da Dio. Non solo l'Europa, ma le Americhe ne cantano le grandezze ; le canta il Chilì e la Plata , le cantano le Cordigliere , i Pampas , il Rio Negro ed eziandio in mezzo a quelle regioni risuona amato il nome di D. Bosco. Che ne dite voi, o figli carissimi, di quest'opera ? Siate lieti di esserne Cooperatori , e nel poter dire : anch'io in qualche modo concorro ad un'opera amata dal Signore ! Ed ora che cosa dovrò io ancor aggiungere al gìà detto? Dirò che seguitiate colla buona volontà, efficace, ad amare l'Istituto di D. Bosco. Beati voi, se proseguirete come avete incominciato. Provvedete al bene della patria, che è minacciata dall'invadente errore : provvedete alla salute delle anime di tanti giovanetti che potrebbero andar perdute. Coraggio ! proseguite nella vostra impresa, conducetela a termine, non iscoraggiatevi a mezza via. Mentre tanti sconsigliati consumano, sprofondano vistose ricchezze e patrimonii nel vizio, voi impiegate il vostro danaro nel beneficare i fratelli di Gesù Cristo. In ciò sta il seg-reto della contentezza eziandio terrena , e ne godrete il frutto, perché è cosa più dolce e migliore il fare elemosina che il ricevere doni , come ha detto lo Spirito Santo conoscitore del cuore dell'uomo , e Gesù Cristo ha soggiunto Date e vi sarà dato.

» E a voi, miei cari Salesiani, apostoli di verità, che cosa dirò? A voi dovrò rendere onore, dare lodi ? No , no ! Voi non desiderate onori , non cercate lodi, solo le anime voi cercate e volete : e poichè nulla di ciò posso darvi, vi dirò ohe vi amo, che sono sempre con voi, che sarò sempre vostro, e invocherò sopra di voi, su di D. Bosco, sulla vostra Istituzione le più elette benedizioni del cielo ».

Dopo questo discorso, s'immagini, o caro Padre, con qual commozione ed enfasi io intuonai il Te Deum, confuso per tanta grazia a noi largita dal Signore con quella conferenza. Monsignor Vescovo si compiacque di darci eziandio la benedizione col SS. Sacramento , mentre i nostri giovanetti eseguivano un Tantum ergo in musica del nostro Mons. Cagliero, il quale pareva a me si congiungesse con Don Bosco e con noi tutti por benedire ad una Casa, che Egli stesso venne ad impiantare. Colla questua, che raccolse una generosa offerta , finì questa cara e tenera funzione. Ma non finiva la nostra allegrezza. I nostri giovanetti, desiderosi di esprimere in qualche modo la loro gratitudine, prima a S. E. R. e poì a tutti i Benefattori , li pregarono ad intervenire alla sera alla ripetizione del dramma La perla nascosta, colla farsa : Lo spauracchio della poana. Mons. Vescovo , il suo degnissimo vicario e diversi fra i nostri più insigni benefattori passarono con noi tutta la giornata. Fu un giorno di consolazione sì pura, che noi forse non avevamo più provata, dopo che l'obbedienza ci allontanò dal caro nido di Torino. La Dio mercè il trattenimento riuscì di tanta soddisfazione e così santa allegria, che tutti ne uscirono soddisfattissimi.

Ed ora che mi rimane a dire? Oh, sig. Don Bosco! Dovrei rendere infinite grazie a S. E. R., a tanti amici, benefattori e Cooperatori, e a lei pure per averci mandato il carissimo D. Francesia, ma non mi sento forze per compiere il mio dovere , essendo troppe le grazie straordinarie colle quali Iddio ricambia le nostre povere fatiche.

Intanto prego lei , amatissimo Padre, a voler ringraziare per noi il Signore e Maria SS. Ausiliatrice di tanti favori concessi, scongiurandoli a non voler permettere che noi veniamo meno alla delicata ed alta missione che Ella ci ha affidata. Le baciamo la mano con affetto figliale. Ci benedica tutti e fra tutti il più bisognevole, suo affezionatissimo figlio

Faenza, 5 giugno 1887.

Sac. S. B. RINALDI.

VIAGGIO DI MONS. CAGLIERO sulle Cordigliere e suo arrivo a Concezione.

Concezione del Chili 11 Aprile 1887 MOLTO REv. E CARISSIMO PADRE D. Bosco,

Vengo con notizie di Mons. Cagliero, notizie copiose e tutte belle. Non è vero che le reco un gran piacere, carissimo Padre? Avrei voluto farlo subito, fin dal primo giorno che siamo arrivati dalle Cordigliere , ma eravamo nella settimana santa, e lei saprà già che i preti in tutte parti, ma particolarmente qui in America, hanno un grandissimo lavoro in quei giorni. Ma adesso che posso disporre di un po' di tempo, eccomi pronto a mandarle, secondo la mia promessa, una relazione minuta, del viaggio di Monsignore , incominciando dalla casa-capanna, messa là fra le più alte Cordigliére e che fu il suo ospedale durante 25 giorni, fino al suo arrivo a Concezione.

Questo viaggio che durò una decina di giorni fu di grande miglioramento per la sanità di Monsignore e nello stesso tempo uno splendido trionfo per lui. Di ciò potrà facilmente convincersi leggendo i particolari che vo a narrarle.

l' Ultima funzione religiosa a Malbarco e predica di Monsignore.

La vigilia della partenza era una domenica e il concorso alla missione fu assai maggiore degli altri giorni. Il motivo di questa affluenza di popolo che veniva da luoghi lontanissimi, non era tanto la santificazione della domenica coll'ascoltare la s. Messa , dal che lo dispensava la grande distanza che dovevano percorrere per arrivare fin là, sì bene il desiderio di vedere ancora una volta Monsignore, ricevere dalle sue mani il Pane eucaristico e chiedere l'ultima sua benedizione. Vi ebbero 35 comunioni, alcune confermazioni in quel giorno ; numero grande , se si considera che la missione durava in quei dintorni da circa due mesi.

Monsignore celebrò la s. Messa, distribuì la Comunione, die' la Confermazione, e poi sebbene stanchissimo , non si contentò con dar loro l'ultima benedizione ; gli pareva troppo poco per pagare quei sacrifizio che avevano fatto percorrendo più leghe. Finita la funzione , diresse la parola a quei piccolo popolo , prima per ringraziarlo di tutte le prove di affetto che gli avevano dato durante la Missione, e delle preghiere che avevano fatto per lui durante la lunga malattia, e poi per lasciar loro alcuni ricordi destinati a mantenere ed accrescere il frutto della Missione.

Tra le altre cose , ricordo un bellissimo pensiero che gli venne spontaneo, e che sicuramente resterà scolpito per sempre nella mente e nel cuore di quella buona gente. « Guardatevi dalle cadute , disse Monsignore , e prendete tutte le precauzioni per evitarle. E non è delle cadute da cavallo, che intendo parlarvi, ma delle cadute nel peccato, principalmente nel peccato mortale. Oh! che precipizio orribile non è mai questo peccato mortale ! Che conseguenze spaventose non porta seco alle volte una sola di queste cadute ! Una caduta da cavallo, per grave che sia, non è sempre fatale... Alcuni giorni di letto, di riposo, alcune medicine, bastano alle volte per rimediare ogni cosa. Così a me bastarono 25 giorni per entrare in convalescenza, ed avere la speranza di una pronta e totale guarigione ; e sì che il colpo avuto era evidentemente mortale. Ma che speranza resta a chi cade nel peccato mortale, specialmente se questa caduta fosse ripetuta? Il sig. Lucas con tutte le sue erbe e radici, con tutte le sue bevande, con tutta la sua capacità e buona volontà, non potrà mai guarirvi come ha guarito me; ci vuole il prete, e voi il prete disgraziatamente non l' avete, e non l'avrete se non rarissime volte. Quindi è che una sola di queste cadute mortali può essere causa nientemeno che di una dannazione eterna, di un fuoco eterno. Oh ! che disgrazia! Fuggitele , fuggitele con tutte le vostre forze siffatte cadute. Si cade facilmente , ma non si sorge che difficilissimamente. » Magnifico pensiero che espresso con fuoco da Monsignore , sebbene con molto stento, valse tutta una predica, e servì come di chiusura della Missione.

La giornata si passò nei fare i preparativi del viaggio. Per attraversare le Cordigliere non tutti i cavalli servono ; sono necessari cavalli speciali! quelli dei Missionari, usi solamente a calpestare le sabbie del deserto, non servivano affatto. Che fare ? Un buon uomo, certo sig. Filoteo S. Martin, offri generosamente i suoi per tutta la spedizione, offrì alcune provvigioni di bocca, e quel che piú importa, offrì se stesso per accompagnare Monsignore. E un buon vecchio sui 70 anni, che ha famiglia, negozi, interessi. importanti in quelle montagne ; eppure si offrì spontaneamente per fare un viaggio penosissimo , tanto piú per un uomo della sua età, per attestare ancora una volta la viva riconoscenza che aveva a Monsignore. Il Signore gli paghi una sì grande bontà e generosità.

2° L'addio a Malbarco - Scena commovente.

Spuntò l'alba del giorno 28, ma noi preti fino dalle tre eravamo già in piedi, per celebrare la s. Messa e fare gli ultimi preparativi. Arrivata l'ora della partenza , notammo tutti con maraviglia , che quei buoni Chileni, accorsi il giorno avanti per assistere alla missione, erano ancora quasi tutti là. A che fare mai ? A dar l'ultimo addio a Monsignore e ai missionarii, e ricevere l'ultima benedizione.

Infatti, quando videro che Monsignore stava per montare a cavallo, tutti, uomini e donne , vecchi e bambini , circondarono Monsignore , e messi a ginocchi, gli baciarono l'anello e chiesero che li benedicesse. Lo fece di gran cuore Monsignore. Mi crederà lei, amatissimo D. Bosco, se le dico che quasi tutti piangevano ? Eppure è così. Ma perché mai quelle lacrime ? Non credo sbagliare , se dico che quelle erano lacrime di dolore e di allegria. Di dolore , perché Monsignore stava per partire , e chi sa maì se l'avrebbero visto ancora ; e poi era cosa che faceva proprio piangere il vederlo là, affaticandosi per arrivare fino alla groppa del cavallo , e non potere. Fu necessario che quattro uomini nerboruti lo sollevassero di peso , e pian pianino lo adagiassero a cavalcioni della bestia ; e dire che chi si trovava in quello stato era in procinto di fare un viaggio così lungo e pericoloso ! Non osavano dirlo ; ma per la mente di tutti passava un Pero pensiero in quel momento. E se arrivasse un'altra disgrazia? E se Monsignore non potesse fare tutto il viaggio, e dovesse interromperlo a metà? Così , io credo , la pensavano tutti , e si è per questo che molti piangevano. Ma ho detto che piangevano anche di allegria; sì, ne sono quasi sicuro ; perchè non potevano non rallegrarsi, al vedere che Monsignore, sebbene debole ancora, pure aveva già forze sufficienti per mettersi in viaggio. Essi che l'amavano tanto, essi che avevano temuto tanto di perderlo, che avevano tanto pregato per lui , come non dovevano gioire vedendolo, non solo fuori di pericolo, ma in via di prossima guarigione!

3° La partenza; il primo giorno di viaggio. - Vota Mallin.

La piccola carovana diè l'ultimo addio a quella buona gente, ricevendo in cambio i piú sinceri augurii per un prospero viaggio; e si mise in cammino alle ore 8 circa del mattino. Monsignore, D. Milanesio, D. Panaro, il sullodato medico di Monsignore, Sig. Lucas Becerra, quel vecchio di cui feci menzione più sopra, Zanchetta ed il sottoscritto, componevano quella piccola carovana. Venivano pure con noi tre giovani svelti e robusti, messi a nostra disposizione dai due signori sovraccennati per tutto quello che potesse occorrere. Si camminava lentamente assai. Era quella la prima volta che Monsignore montava a cavallo dopo la sua caduta ; e, nello stato in cui si trovava, era necessario evitare ogni movimento brusco. Così si andrebbe adagio, ma si andrebbe bene , o meno male. Per questo s'incominciò il viaggio al passo, e si finì al passo, per un sentiero tracciato solo dagli animali.

La prima giornata si passò senza inconvenienti, e noi li temevamo. Per me trepidava al vedere il povero Monsignore mal fermo sul suo cavallo , e che soffriva, non potendo appoggiare la sua stanca schiena. Si discese subito in una valle dove scorre il fiume Lileo; ed incominciammo a girare or a destra, or a sinistra, seguendo le sue mille capricciose curve, fino ad arrivare verso notte in un angolo formato dall'incontro di due valli, sito che vien chiamato Vota-Mallin.

Monsignore si trovava stanchissimo, e doveva essere così, se si pensa che fino a quel giorno non aveva potuto passare se non poche ore fuori di letto, e queste con grande fatica. Gli si preparò una tazza di brodo in un pentolino di ghisa, portato apposta dal sig. Lucas , mentre altri si affaccendavano a piantare la sua tenda di campagna e preparargli sotto un giaciglio. Con alcune pelli e coperte, messe su di uno strato di erbe e foglie che si poterono raccogliere nei dintorni, si preparò un letto che sarebbe stato morbidissimo per un sano, ma che il povero ammalato trovò durissimo. Pazienza; in quei siti non si poteva trovare di meglio , e si dovè fare di necessità virtù, e contentarsi con quello che si potè avere. Tutti noi ci sdraiammo intorno a quella tenda, e dormimmo come si dorme generalmente dopo una giornata passata sul dorso di un cavallo, voglio dire, benissimo.

4° Il secondo giorno di viaggio. - Piccole avvventure. - Un lago.

Alla mattina seguente, trovammo con maraviglia che avevamo sulla persona una coperta di più. Durante la notte, il cielo, vedendoci così mal difesi dal freddo , aveva avuto compassione di noi, e ci aveva regalato una coperta bianca, un po' sottile sì, ma bellissima alla vista. Non era neve, no ; ma era qualche cosa che aveva molta rassomiglianza colla neve; gli indigeni la chiamano escarchà, e noi la battezzammo con un nome molto famigliare in Italia, principalmente nel Piemonte, e la chiamammo brina.

Scossa di dosso la brina , e preparati di buon'ora i cavalli, si bevette da tutti un poco di caffè, per scaldare lo stomaco ; e la carovana, senza perdere tempo, si rimise in viaggio. Vi ebbe però prima un poco di discussione e di sospensione.

Si trattava di valicare la montagna dietro la quale incominciava il territorio chileno. Per giungere là vi sono due strade; una assai corta, ma di difficilissima ascensione; l'altra meno difficile, ma assai più lunga. Io conosceva la prima, per averla fatta nel mio viaggio di andata a Malbarco, e fu un miracolo se arrivai al fondo colla testa sul collo e con tutte le coste sane. Lo stesso cavallo non volle portarmi giù per quella china ; ed io dovei rassegnarmi a farla tutta a piedi. Perciò fui di consiglio di prendere l'altra strada sebbene più lunga di qualche miglio. Io diceva, essere per nulla prudente condurre Monsignore per quel cammino ed esporre noi ad un pericolo ; è meglio arrivar tardi, ma arrivare bene. I tre altri compagni che conoscevano la difficoltà di quel passo, furono dello stesso avviso, e si girò a sinistra, cercando sul fianco della montagna il sentiero, che dovea condurci alla sua cima, e poi guidarci giù nella valle, dove scorrono le prime acque chilene.

Fu qui che Monsignore perdè le sue scarpe ; s' incapricciò la mula che portava le robe sue, gettò il carico e nella caduta si sciolsero i fagoti, e nel rifarli, quei che n' erano incaricati, dimenticarono le scarpe di Monsignore. Ce n'accorgemmo poi alla sera, ma non vi era rimedio, a meno di tornare indietro e ricalcare tutto il cammino di una giornata. Cosicchè Monsignore se volle entrare nel Chilì , dovè entrarvi in pantofole.

La prima cosa che rallegrò la nostra vista al mettere il piede nel territorio chileno , fu una bellissima laguna, chiamata Treyle di 400 metri di lunghezza per 150 di larghezza all'incirca. Al fianco di questa laguna sorgono ancora le capanne, già quasi in rovina, occupate dalle guardie chilene , nei mesi che la Repubblica Argentina aveva con sè il brutto ospite del colera. Ma questo signore non ha bisogno del permesso di nessuno per entrare dove più gli talenta ; in poco tempo i dipartimenti del nord del Chilì e più che tutti la capitale della Repubblica, Santiago, erano infetti. Non vi è precauzione sufficiente per arrestare il flagello di Dio , quando questo vuole entrare a castigare una nazione.

5° Sentiero orribile nella Gran Vega. - Attendamento in riva al fiume.

Dopo d'aver varcato un' alta vetta , entrammo in una valle interminabile, detta la Gran Vega. L'unico inconveniente che trovammo qui durante più ore di cammino , fu che a un punto divenne tanto pessimo il sentiero, che non era possibile andare avanti restando sul cavallo. Era un macigno enorme che sporgeva sul fianco della montagna, e bisognava arrampicarvisi come un capriolo per passarlo. Non ci vuole poco coraggio in questi casi per restare sulla schiena di una bestia, che sarà pacifica quanto si voglia , ma che è sempre una bestia, e che se per disgrazia mette un piede in fallo, ti porta seco nell'abisso. E noi che di coraggio non ne avevamo troppo, principalmente dopo la catastrofe arrivata a Monsignore, giudicammo prudente discendere dal no stro cavallo e prenderlo per le briglie. Così carponi, come meglio si potè, passammo il pericolo. E tanto indiavolato quel passo, che due dei nostri cavalli, che venivano sciolti, non lo vollero passare per nessun conto. Arrivati là, indietreggiarono , e poi si misero a montare su per il pendio della montagna fino ad arrivare a un punto, dove non poteva raggiungerli chi li guidava ; e là restarono tutta la notte. Senza mettere le ali, non era possibile giungere fin là. Alla mattina seguente due dei nostri giovani tornarono in dietro per cercarli, e furono tanto fortunati che li trovarono.

I nostri calcoli però fatti alla mattina, di giungere cioè fino a un sito chiamato Porcura, e là passare la seconda notte, non si poterono verificare. Ci colse la notte già ben oscura in un posto assai pericoloso, e si giudicò partito prudente ivi fermarci per evitare possibili disgrazie. Quindi si piantarono le tende sulla riva di un fiume, ai piedi di una altissima montagna, e si passò la notte nella stessa guisa in cui si era passata la prima. Monsignore però si trovava più stanco che il giorno antecedente; e confessò che non avrebbe potuto riposare, se non gli si preparava un letto alquanto più morbido. Allora ci ricordammo che veniva con noi una mula carica di lana greggia, di proprietà di una delle nostre guide. A nostra richiesta costui la offrì a Monsignore, e potemmo con quella lana preparargli un lettuccio non più bello del primo , ma alquanto meno duro ; e disse Monsignore alla mattina seguente, che aveva potuto riposare assai bene. In quella notte noi non avemmo il regalo del cielo; la brina non cadde, e alle 5, desiderosi di guadagnar tempo , eravamo già in piedi, pronti a ricominciare l'interrotto viaggio.

6° Terzo giorno di viaggio. - Una mula in fondo ad un precipizio. - Contrarietà.

In questa terza giornata, 30 di marzo, avemmo vari incidenti dispiacevoli. Il primo fu che credendo di poter partire alle 5 come si era combinato la sera precedente, non si potè partire che alle ore 8, perchè i cavallì erano fuggiti in cerca di pascolo, ed abbisognarono tre lunghe ore per cercarli, radunarli e prepararli. Così non si potè partire che verso le ore 8. Questo primo incidente sconcertò tutti i nostri piani , e ne seguì subito un secondo che li distrusse totalmente.

Passato il fiume Porcura si trattava di montare per un' erta ripidissima , chiamata, se non erro, Huemul, ossia, montagna dei cervi. Già da più di mezz'ora stavamo animando i nostri stanchi quadrupedi e colla voce e collo sprone. Alcuni di essi non potevano più obbedire , e bisognava lasciarli riposare alquanto per riprendere lena. Per questo motivo non eravamo più tutti assieme. I cavalli di più brio e che portavano méno peso, andavano più avanti ; altri più affaticatì e che portavano maggior carico, restavano alquanto indietro, ed altri più indietro ancora. Io restava al fianco di Monsignore. A un tratto sento un fracasso, come cagionato da un macigno che si stacca dalla montagna e rovina giù per la china. Un brivido mi corse per tutte le ossa. Che sia caduto qualcheduno ? chiesi a me stesso. Non può essere, ragionava io; in questo caso si sarebbe almeno udito un grido, giacche viene spontaneo il gridare a chi, perduto l'equilibrio, cade da cavallo. E per rassicurarmi e tranquillizzarmi finii con dire : deve essere una grossa pietra che smossa dal piede di qualche animale, rotolò giù e fece questo fracasso. Con simile ragionamento anche Monsignore, che già temeva fosse arrivata qualche altra disgrazia, si tranquillizzò. Passarono pochi istanti e in uno svolto, una delle guide che aveva contato gli animali : - Mi manca una delle mule , grida. Si cerca in tutte le parti e non si trova. Eppure bisognava trovarla, perché era la mula che portava tutto il corredo di Monsignore. Alla perfine si potè trovare, giù in un precipizio , profondo venti e più metri, tutta spelata e già morta; e intorno al cadavere si trovarono sparse qua e là le robe di Monsignore. Meno male ; ma come le disgrazie non vengono mai sole, al dire di un antico proverbio, nella caduta andò in frantumi un pentolino che la povera bestia portava sulla groppa; quindi addio al nostro puchero, e Monsignore non potè in quel giorno nulla avere di caldo, come era suo desiderio e sua necessità. Il buon Dio però, che aveva permessa la caduta, diede a lui forza per resistere maggiormente a cavalcare. E da notarsi che quando cadde la mula, Monsignore la precedeva di pochi passi.

Questo incidente ci fe' sostare alquanto e perdere un tempo prezioso ; perché si dovè cercare un'altra mula e poi caricarla bene prima di riprendere il viaggio.

Queste contrarietà ci disgustarono molto, per- . chè forse avrebbero allungato il nostro viaggio di un giorno. Il nostro calcolo era di arrivare fino alla prima casa chilena, ove eravamo attesi con vivo desiderio , per passarvi la notte; ma solamente nel caso che non ci fossimo perduti per via. Dopo i fatti più sopra narrati, i nostri piani venivano a mancare, le nostre speranze erano deluse, era quasi impossibile arrivare fino al punto designato al mattino ; e già ci eravamo rassegnati a passare una notte ancora al chiaror delle stelle.

In quel giorno, come pur richiedeva lo stato di Monsignore , non si pensò a riposare alquanto verso il mezzogiorno; appena si prese un boccone in gran fretta, e poi a cavallo di. nuovo , per tentare se mai fosse stato possibile guadagnare il tempo perduto.

7° Discesa pericolosa. - Indecisione sul far della sera. - Un messo persuade Monsignore a continuare la marcia.

Alle 3 di sera eravamo già sulla cresta della più alta montagna; la discesa era orribile; io lo sapeva, perché aveva dovuta farla pochi giorni prima, ma in ordine inverso, montandola ; lo sapevano specialmente il Sig. Lucas e Filoteo , e vedendo Monsignore molto stanco, eravamo d'avviso di fermarci là e passare la notte. Monsìgnore, pensando al bene di tutti, sebbene abbisognasse di riposo, decise di continuare la marcia per approfittare di quelle ore di sole che ci restavano.

- Dormiremo in fondo alla valle, disse ; se non altro domattina ci sbrigheremo più presto e potremo arrivare di buon'ora alla casa del Signor Lantagno Gioachino, che ci attende. - Quindi si diedero alcuni minuti di riposo alle povere bestie , per riprendere fiato, e poi incominciammo la discesa, divisi in due squadre. Monsignore, D. Milanesio, il Sig. Filoteo ed io, formavamo l' avanguardia; D. Panaro, il signor Lucas, i giovani con tutti gli animali, formavano la retroguardia.

Si fece prima il segno di s. Croce, s'invocarono mentalmente Maria Ausiliatrice e l'Angelo Custode, e poi con un po' di batticuore, sì, ma senza paura , si die' principio alla discesa. Era l' ultima, ma era la più lunga, la più critica, e dirò anche, la più pericolosa. Per me , lo dirò francamente , non mi sentii col coraggio sufficiente per affrontare quei precipizii e restarmene a cavallo. - No, diceva, non vo' espormi al pericolo, potendo schivarlo ; le mie gambe sono più sicure che quelle del cavallo : se cado, ho presto il naso in terra, e non me lo schiaccierò come accadrebbe se dovessi cadere dal cavallo. E poi il cavallo ha quattro zampe, e basta che sdruccioli con una , per perdere l' equilibrio e precipitare cavallo e cavaliere chi sa mai dove. - E così , misi il piede a terra, attortigliai le briglie al mio braccio , e mi rassegnai a fare tutto quell'orribile cammino, che durò più di due ore e mezza, a costo di arrivare al fondo senza scarpe e a piedi nudi. Monsignore avrebbe voluto fare altrettanto; ma non aveva forze per restare diritto e molto meno per camminare tra quelle pietre a quell' altezza ; e poi confidava nel suo cavallo, che dopo tre giorni di prova teneva per eccellente, e lo era davvero.

Così si viaggiò durante quelle due ore e mezza senza interruzione fino ad arrivare al fondo. A un certo punto però , dovettero discendere tutti da cavallo. Si trattava di calare per una pietra tagliata perpendicolarmente per più di un metro di altezza: - Neanche , il diavolo, dicevamo noi, se prendesse le forme di uomo, oserebbe passar qui a cavallo. - Mi ricordo che la prima volta che mi toccò passar in quel sito, le guide che mi accompagnavano, dopo d'avermi fatto discendere, con una lunga corda formarono un laccio e lo gettarono al collo della bestia. Noi poi dalla parte opposta, a forza di braccia la tiravamo su ; e così ci toccò fare con tutti gli altri animali. E pensare che ai nostri piedi, a un centinaio di metri, stava l'abisso!

Giunti al fondo, volevamo levar su le tende e prepararci per passarvi la notte: la retroguardia non era ancora giunta, e chi sa quando sarebbe arrivata. Il sole ci mandava i suoi ultimi raggi, e voler proseguire il cammino a quell'ora, sarebbe stata una grande imprudenza; per questo tenevamo per una necessità il fermarci. In quel mentre ci venne all'incontro un giovinotto, che già aveva servito di guida a Monsìgnore e ai Missionarii nella traversata del deserto della Patagonia, e ci stimolò tanto a proseguire il viaggio e terminarlo quella stessa sera, ci disse tante belle cose;.... che la famiglia Lantagno ci aspettava... che un Padre francescano ora arrivato poche ore prima da Chillan (nientemeno che 20 lunghe leghe) con vettura per aspettarci e condurci al convento di Chillan... che egli conosceva bene i sentieri... che non vi era pericolo ecc., ecc., che alla perfine ci siamo decisi. - Andiamo, diceva Monsignore ; tre leghe poco più poco meno, è nulla. Siamo già stanchissimi, non importa ; uno sforzo ancora e poi saremo al termine di questo cammino orribile. Così potremo riposare in un buon letto, rifarci alquanto delle fatiche sostenute, e poi domanì proseguiremo il viaggio in vettura. - Dunque avanti. E senza neppure discendere dal cavallo per un momento, si ripartì.

8° Di notte in una foresta. - Timore del leone. - Sulle sponde di un fiume. - Un fuoco in lontananza - Casa ospitale.

Il maggior pericolo per allora era la notte che si avvicinava, ed i sentieri erano quanto si può dire orribili e spaventosi. Eravamo in una valle è vero ; ed in una valle chiamata hermosa (bella), ma di bello non ha se non gli alberi che sono foltissimi e si levano su giganti sui fianchi delle montagne; e l'acqua che scorre limpidissima sul letto di un fiume che serpeggia là in fondo : ma la strada per la quale ci toccava passare nulla ha di bello e molto di brutto. - Che ironia, diceva Monsignore, chiamare bella una vallata così orrida, e che avrebbe potuto servire benissimo di modello al nostro Dante, per ideare le più spaventose delle sue bolgie! Ma se neppure le bestie possono camminare per questi siti, come è possibile che lo possiamo noi uomini ? - E diceva bene, : le bestie non vanno che con gran stento per quelle chine e pendii. Più tardi caduta già la notte, ci toccò entrare in una selva. Io sono convinto che quella vista da Dante , la selva selvaggia e oscura, non aveva nulla che fare con quella per cui noi passavamo. Gli alberi, che sono foltissimi e fitti, lasciano appena uno stretto passaggio tra un tronco e l'altro e bisogna avanzarsi con precauzione fra essi se non vuoi romperti le cervella in un fusto che tocchi col braccio, tanto ti è vicino. Ci vogliono i due grossi occhi del cavallo per vederli e schivarli ; noi non vedevamo quasi più nulla.

A questo punto lasciammo cadere le briglie sul collo del cavallo, perchè andasse dove voleva; sarebbe stato inutile voler guidarlo; la sua guida era lui stesso. - Mancherebbe adesso che venisse il leone a farci una visita, dicevamo noi ; - e non era improbabile , essendo stati avvisati che il leone chiamato Puma ronda in quelle parti durante la notte in cerca di una preda, che trova o in un vitello, o in un bue, o cavallo. Se non è stimolato dalla fame , non assalta l' uomo, a meno che non trovi scampo e debba difendersi. Ma non sarebbe già stato per noi una grande disgrazia , se ci avesse ammazzato il cavallo e piantati là soli ? Come fare per uscirne? Ma il leone non venne; i cavalli e le mule hanno le ossa dure, ed egli vuole carni tenere. Di quando in quando la luna lasciava piovere su noi raminghi alcuni dei suoi raggi ; ma solo servivano per fare più brutto quel quadro.

Usciti di là ci trovammo sulla sponda del fiume. Il pericolo era ancor maggiore, l'oscurità era completa ; guai se allora uno di noi fosse caduto ! Poi di nuovo nella selva, poi si ritornava al fiume, e sempre camminando per sentieri impediti e dalle grosse pietre e dai tronchi di alberi vecchi abbattuti. I cavalli procedevano più lentamente, perché s' accorgevano del pericolo per cui passavano. Noi non parlavamo più. E proprio vero che la paura toglie perfino l' uso della parola , e noi in quei momenti avevamo proprio paura ; pregavamo più col cuore che colla bocca, e chiedevamo al nostro Angelo Custode, che trovandoci noi senza guida, si degnasse guidarci lui. Anche quel giovane che ci precedeva si era fatto muto. - Amico, gli chiedemmo a un dato punto, anche solo per rompere quel silenzio che ci faceva male e distrarci un momento; è ancora distante la casa dove alloggieremo ?

- E là sull'altra sponda del fiume ; mezz'ora ancora e poi ci arriveremo, - e la mezz'ora si convertì in un'ora intiera. Fissando poi lo sguardo sulla riva contraria, notammo in lontananza un lumicino che pareva messo là espressamente per marcarci la strada che dovevamo seguire. Era un gran fuoco di una famiglia di boscaiuoii, che l' avevano acceso nel cortile, per preparare la loro cena. In fine, come a Dio piacque , dopo più di due ore passate in una oscurità quasi completa, potendo ad ogni momento romperci la testa e accaderci peggio, in uno di quei mille pericoli per cui passavamo, rotti della persona, affaticatissimi, perché ci trovavamo a cavalcioni del cavallo fin dalle 8 del mattino, quasi senza aver potuto prendere un po' di ristoro, arrivavamo alle ore 8 di notte sul ponte, che visto fra quelle tenebre, ci pareva un fantasma, mandatoci là per portarci alla riva opposta.

Nessuno ci aspettava più; la famiglia ci aveva aspettato fino alle 6 (per noi che siamo al fine dell' autunno alle 6 è già notte), ma più tardi, no. Ad essi sembrava impossibile che forestieri ignari dei siti, e principalmente un Vescovo ammalato si azzardassero di camminare in quella oscurità, fra mezzo a quei pericoli... in quelle ore!... Così almeno ci dissero dipoi. Che improvvisata per quella buona famiglia ! Che ricevimento cordiale ! Il sig. Gioachino ebbe per Monsignore attenzioni degne di un cavaliere quale egli è e dell'episcopale carattere dell'ospite. Si chiacchierò alquanto, si cenò in fretta, e poi subito a letto. Avevamo bisogno di mangiare, ma assai più di dormire ; e se avessimo dovuto scegliere fra una buona mensa e un buon letto, di sicuro che tutti avremmo preferito questo a quella; e noi per la bontà dei signori padroni di casa, avemmo l'uno e l'altra. D. Panaro e i compagni, che eransi fermati due leghe indietro, ci raggiunsero all' indomani sull'alba. Il cammino che avevamo percorso si chiama Los Imposibles y la Tiraña.

9° Cappella improvvisata. - La Colonia assiste alla S Messa. - Desiderio di ricevere la Cresima. - Sacrifizii per adempire al precetto Pasquale. - La fabbrica del sig. Lantagno.

Alla mattina ci aspettava una bella sorpresa. In una stanza ben pulita era stato preparato un altare con tutto l' occorrente per celebrare la s. Messa. Il R. P. Francescano, Don Giovanni Battista Acituna, ex-guardiano del convento di Chillan , venuto fin là per cammini silvestri e gole di montagne, percorrendo circa 100 chilometri , sospettando che noi fossimo senza altare portatile, se ne provvide uno ; e fu la sua una bella inspirazione. Monsignore, trovandosi abbastanza in forze , desiderò celebrare, e così fece verso le 8. Non solamente i padroni di casa, ma tutta la servitù e tutti gli impiegati della sua gran fabbrica di legnami, più di un centinaio di persone, tutte vestite a festa, assistevano con una religiosità chilena , al santo sacrifizio della Messa ; fu questa tutta bontà del padrone che loro lo permise, sebbene abbiano dovuto sospendere il lavoro. Nessun Vescovo, che dico, nessun prete era mai passato in quelle parti ed ora avevano un Vescovo e quattro preti che si fermavano tra di loro. Si vedeva chiaramente scolpita sulla fronte di tutta quella buona gente la più schietta allegria, per quell' inaspettato avvenimento ! Monsignore, terminata la santa Messa, fece loro un discorsino. Egli è così fatto; dove trova un gruppo di gente , bisogna che parli. Gli pare che manchi qualche cosa alla funzione se non dice nulla. - Le funzioni mute, ripete sempre, non mi piaccìono e non le voglio. E coi fatti prova che non le vuole davvero.

Durante la giornata vennero molti di quei buoni popolani a pregare Monsignore, perché volesse degnarsi di dar loro la Confermazione. - Volentieri, rispondeva a tutti, ma per questo bisognerebbe che potessimo fermarci qualche giorno, darvi una piccola missione per istruirvi bene sulla virtù di questo sacramento, e sulle disposizioni necessarie per riceverlo degnamente, confessarvi tutti ecc., e ciò richiede tempo, e noi non l'abbiamo questo tempo. È stabilito che domani ci troviamo in Chillan , e non è possibile fermarci di più. Ma abbiate pazienza, quello che non possiamo fare adesso, si farà presto. In questo tempo pasquale avrete qui la vostra missione durante parecchi giorni; verrà chi vi confesserà, comunicherà, confermerà, battezzerà i vostri bambini, ecc., ecc. Ve lo prometto, e state pur tranquiìli. - Con questo si consolavano.

Monsignore volle premiare tanta fede, e pro mise d'interessare il Rev.mo sig. Vicario Capitolare, perché mandasse di quando in quando qualche Missionario tra di loro. Infatti ottenne dal Padre Guardiano di Chillan che invierebbe spesso qualcuno dei Padri. La Delegazione del Vicario non tarderà ad arrivare.

E cosa che veramente fa piangere. Sono là sepolti in quelle tane sparse nelle selve circa 900 persone, che vivono a 100 chilom. da Chillan. Sono tutti buoni, e credo che non si debba fare nessuna eccezione. In quanto al compiere al dovere pasquale, tutti o quasi tutti sono diligenti, con gravissimo loro disagio, dovendo impiegare tre giorni e più per arrivare fino alla città. Eppure è tanta la loro fede e pietà che la fanno tutti la Pasqua ; ma la Cresima.... credo che nessuno la ricevé. Si trovano vecchi coi capelli bianchi che non poterono ancora, malgrado tutta la loro buona volontà , ricevere il benefizio di questo Sacramento.

Fu in quella casa dove Monsignore ebbe le prime prove dell'affetto che già gli portavano i Chileni. Durante la giornata che passammo, nel fondo dei cipressi, venivano i bambini, mandati dalle loro buone madri , portando chi un pollo, chi una gallina, chi una dozzina di uova. - Per chi sono tutte queste belle cose? chiedeva sorridendo Monsignore. - Para el Obispo enfermo, rispondevano ingenuamente ; e se ne andavano contenti, perché avevano potuto ricevere da Monsignore una carezza ed una medaglia.

Si visitò in quel giorno la gran fabbrica di legnami, che il sig, Gioachino Lantagno piantò su quegli abissi. E una fabbrica di primo ordine, montata all' europea , che ha macchine segatrici di gran potenza, messe in moto da un motore della forza di trenta cavalli ; un vero modello nel suo genere. Ci diceva il sig. Gioachino che durante le 8 ore di lavoro della giornata, si potevano preparare fino a 800 assi ben pulite e levigate; nell'estate poi si arriva fino a 1300. Ebbe da vincere ostacoli da tutti creduti insormontabili, e fare spese enormi per trasportare quelle pesantissime macchine fra quelle montagne ; si trovò nella necessità di far aprire a sue spese un cammino speciale ; ma tutto vinse coll'energia della sua volontà; ed ora ricava già un guadagno che ben ricompensa i fatti sacrifizi.

10° Partenza per Chillan. - Onori a Monsignore lungo la strada. - Pinta.

Per quella famiglia sarebbe stato un gran piacere trattenere Monsignore per qualche giorno, ma non era possibile. Si era fatto l'orario di tutto il viaggio, e non si voleva cambiare senza necessità. Il primo aprile , furono celebrate quattro messe, l' ultima delle quali fu quella di Monsignore, seguita da un piccolo suo discorso sulla Madonna, per essere quello il venerdì dei dolori di Maria SS. A queste messe assisté tutta la piccola colonia. Ringraziati quei buoni signori per le tante cortesie usateci , ci mettemmo in vettura, espressamente venuta da Chillan, e mandata dalla signora madre del sig. Gioachino , donna di esimia pietà.

In due lunghe ali, formate nel bel mezzo del cortile , stava attendendoci tutta quella buona gente, gli uomini da una parte, le donne dall'altra, colle mani piene di fiori che gettavano su Monsignore al suo passare. In seguito presero a correre dietro la vettura, e ci accompagnarono per un bel tratto di cammino, finché Monsignore li pregò che volessero tornare indietro.

Da questo punto fino a Chillan , fu un vero trionfo per Monsignore. Dovunque eravi una capanna, si trovava un arco fatto di frondi e fiori che cavalcava la via, di maniera che la vettura dovesse passarvi sotto. Ciò fu per lo spazio di tre buone leghe. La gente poi, tutta silenziosa , stava in ginocchio presso la strada, per ricevere la benedizione. Che fede, che fede viva non hanno mai questi buoni Chileni, non finiva di dire Monsignore ! Solamente nei nostri paesi si vedono queste cose. Ci toccò più volte di dover fermare la vettura. Ora una vecchiarella, ora una bambina faceva segno al cocchiere di aver bisogno di parlare a Monsignore. Allora si affacciava allo sportello, e tutta tremando : - Prenda, Monsignore! diceva, e presentava un fazzoletto pieno di uova. Verso le 2 di sera le capanne si fecero più frequenti , più numerose e più belli gli archi ; si conosceva che ci avvicinavamo a qualche popolazione. Alcune case erano imbandierate.

A un punto ci attendevano varii uomini a cavallo ; qualcheduno li aveva mandati sicuramente per esplorare. Più in là un polverio immenso ci avvertiva che veniva un grosso gruppo di gente. Infatti una quarantina di uomini a cavallo, tutti coperti di polvere e di sudore , guidati da due frati francescani, venivano dal paesello vicino, per dare a Monsignore il ben venuto. Il gruppo dei cavalieri non fece che ingrossare ogni momento più, fino a Pinta, piccolo paese che dista 7 leghe da Chillan.

11° Accoglienza a Pinta. - Predica.

A Pinta lo spettacolo si fece più imponente. Tutta la popolazione messa a festa fiancheggiava una delle vie, per la quale si procurò che passasse la vettura; e mentre questa si avanzava lentamente, tutti col cappello in mano e col ginocchio a terra, chiedevano e ricevevano la benedizione. Arrivati nel centro del paese, non era più possibile ai cavalli dare un passo in avanti ; vi era pericolo di qualche disgrazia. I due frati francescani, con tutti i loro sforzi, non potereno ottenere di aprire un piccolo passaggio fra quella moltitudine compatta di gente.

Tutti volevano vedere Monsignore. Che fare allora per contentarli tutti? - Non vi è qui vicino una cappella ? - chiese Monsignore a uno dei Padri.

- Sì, Monsignore, rispose l'interpellato ; è qui a pochi passi.

- Tanto bene, concluse Monsignore, discendiamo un momento a visitare il SS. Sacramento, e poi dirò due parole a questa buona gente. - Così si fece. Si comprese subito da tutti il pensiero di Monsignore, e in un attimo la chiesuola era gremita di popolo. L'interiore e l'esteriore di detta cappella non può essere più meschino. - E un bel granaio ! io pensai al primo mettere il piede su quella soglia. La parete sinistra, perché minacciava rovina, si coprì con delle frasche, acciocché per la pioggia non restasse maggiormente danneggiata. - E impossibile che qui dentro si trovi il SS. Sacramento ; la decenza non lo permette ! abbiamo detto. E infatti non lo trovammo.

Arrivato Monsignore alla predella dell' altare, fece una breve orazione, e poi si voltò indietro per parlare. Che disse? Quello che sa dire solamente egli in certi momenti d'entusiasmo. Allora non ha bisogno di cercare la parola; gli fiorisce naturalmente sulle labbra , e senza cercare di essere eloquente, dice cose eloquentissime. In quel momento si dimenticò di essere ammalato , che uno dei polmoni non funzionava che con grande stento, che quasi era una imprudenza quella che commetteva... Dimenticò tutto e si lasciò trasportare dal suo zelo. Lodò la loro fede, fece l'elogio della fede in generale. - È il più bel tesoro, disse, che l'uomo possa desiderare su questa terra. Il cristiano che conserva gelosamente questo tesoro, è più ricco di chi ha milioni senza la fede. Un popolo che crede, è felice anche nella sventura ; un popolo che non crede è disgraziato anco quando si vanta di essere felice. E che voi l'avete questa fede, che l'avete viva, io ne sono troppo sicuro; una popolazione miscredente non riceve un Vescovo di S. Romana Chiesa, un Vescovo che non conosce, che non è suo, come voi avete ricevuto me qui di passaggio tra voi. - E poi seguitò animandoli alla perseveranza ; parlò della sua missione, delle leghe percorse, delle fatiche sofferte, della caduta avuta, della sua guarigione quasi portentosa ; parlò di quelle tribù della Patagonia pochi mesi fa ancora pagane ed ora cristiane ; parlò della missione che veniva a compiere nel Chilì... « Ti saluto, o terra del Chili, disse per ultimo ; adesso ho prove che la tua fede è grande ; chi ti conosceva, ti portava a cielo ; adesso unirò la mia voce alle voci di tanti tuoi ammiratori, per celebrare la più bella delle tue glorie, quella che ti viene dalla tua fede, Dio ti benedica e te la conservi sempre questa fede, perché possa farne il retaggio dei tuoi figli. » Data la benedizione a quel popolo e fatta una breve orazione, Monsignore, col suo seguito, fu invitato a prendere un po' di ristoro in una delle principali famiglie.

Si voleva che quivi passasse la notte ; ma non credè bene di accettare, perché si poteva con comodità arrivare fino a Chillan. Così si fece.

12° Arrivo a Chillan. - I Rev. Padri Francescani. - Il Tedeum. - Il sermone del Vescovo.

Accompagnati dai due buoni francescani , si arrivò a Chillan verso le 5 di sera. Tutta la comunità francescana, che conta all' incirca 80 religiosi, tra professi, coristi e novizii, avendo alla testa il R. P. Guardiano , il quale sebbene ammalato volle discendere dalla sua cella per ricevere Monsignore, si trovava alla porta del grandioso tempio per dargli il saluto e ricevere la prima benedizione. Come per incanto , in brevissimo tempo , una folla di gente accorse al tempio, chiamatavi dal suono festivo delle campane ; e Monsignore si trovò di nuovo attorniato da un popolo numeroso, che in ginocchio aspettava la sua benedizione. Giunto all'altare , s'intonò dai cantori un motetto solenne, e poi subito un Te Deum con accompagnamento di varii strumenti da corda e da fiato. In seguito Monsignore impartì la benedizione col SS. Sacramento.

La funzione era finita; almeno noi tutti lo credevamo. Monsignore però volle prolungarla un poco, aggiungendovi un sermoncino. « Avete avuto ragione di cantare questo Te Deum, e di cantarlo solenne, disse. Toccava a me ed ai miei fratelli cantar quest'inno, perché è nostro dovere ringraziare il Signore per i molti benefizi che ha sparsi su di noi e su di me in particolare. Ma noi siamo pochi, e poi io ho la voce fioca ancora.. non posso.. Voi ci avete aiutati; le vostre armonie furono già portate dagli Angeli al trono di Dio; vi ringrazio di cuore. Dovevamo cantarlo questo Te Deum per più ragioni : 1a perché abbiamo finito una missione che dura da 5 mesi, missione che ha dato frutti più copiosi di quello che attendevamo. Il Signore ha benedetto le nostre povere fatiche e, ci ha fatto la grazia di poter accrescere il suo gregge con più migliaia di nuovi cristiani. Abbiamo attraversate tutto il deserto della Patagonia da oriente a occidente, e in ogni parte vi abbiamo piantato la croce di G. C. Anche là da qui in avanti vi sarà chi adora ed ama il nostro divin Salvatore. Dovevamo cantarlo questo Te Deum in secondo luogo per ringraziare il Signore della grazia che mi ha fatto. Io non dovrei trovarmi qui in questo momento; se mi trovo qui tra voi, io l'ho per un favore specialissimo della Divina Provvidenza che non abbandona mai i suoi. Umanamente parlando io doveva restare morto sul colpo ; la caduta fu terribile e doveva essere mortale. Se sono ancora vivo e in piena convalescenza, dopo Dio e Maria Ausiliatrice, io lo devo a un buon Chileno, a un vostro compatriota, a uno che molti di voi conoscete ed amate. É qui al mio fianco, e non è necessario che io lo nomini (1).

» In terzo luogo era necessario cantare un Te Deum, perché dopo varii anni di richieste, dopo d'aver superato molte difficoltà, si potè aprire la prima casa salesiana qui tra voi. Vengo nel Chilì mandato dal mio superiore D. Bosco, per gettare le fondamenta di una casa, che sarà piccola adesso, ma che sarà grande col tempo , se il Signore si degnerà di benedirla. Altre molte case si apriranno coi tempo e presto, se la generosità del popolo chileno ci aiuterà in questa nostra caritatevole impresa, come ne sono certo. » E poi tornò a parlare della fede , delle sue bellezze, della sua preziosità. Monsignore era tanto ammirato per quello che aveva visto in quel giorno, che non parlava che di fede. « Tu l'hai, o popolo del Chili, questa fede ; tientela cara : fintantoché sarai credente , sarai grande. Mani sacrileghe , mani nemiche si sforzano per rovinare questo fondamento di tua grandezza ; e tu difenditi da questi tuoi nemici, più ancora che dai nemici della tua patria. L'empietà non otterrà nulla da te , purché non ti strappi dal cuore questo tesoro della tua fede ; ma saresti suo zimbello, e anche tu diverresti un popolo empio, come tanti altri, il giorno che disgraziatamente, stanco di lottare, gettassi le armi e cessassi di credere. No; hai mostrato che hai nelle tue vene sangue di eroi; hai combattuto e vinto i nemici della tua patria (1) ; combatti ancora e fa di vincere i nemici della tua fede ; e le vittorie che otterrai in questa lotta saranno assai più belle per i tuoi figli, che quelle altre vittorie ottenute sui campi di battaglia. Queste sono scritte con sangue, scriverai quelle o le scriveranno i tuoi figli, ma con oro. »

(1) Il Sig. Lucas Becerra è oriundo di Chillan.

(1) Si riferisce alla guerra col Perù e la Bolivia

13° L'inno nazionale chileno. - Amorevoli istanze a Monsignore per una più lunga fermata. - Esperidion Herrera e la notizia di un Salesiano moribondo a Concezione.

Subito dopo d'averci dato il saluto di pace in chiesa, quei buoni religiosi ci diedero il saluto patriottico nel Convento, facendoci sentire l'inno chileno, suonato con harmonium,.e con accompagnamento di una piccola orchestra tutta francescana. Non è cosa da potersi ridire l'allegria che regnava in quella Comunità e che seguitò a regnare durante il nostro corto soggiorno. Il nostro piano era già stato formato : fermarci 4, o 5 giorni nel Convento per riposare bene e prendere forze, perché potesse poi Monsignore celebrare solennemente le funzioni della Settimana Santa nella cattedrale di Concezione, come si era convenuto. I religiosi non si contentavano di 4, o 5 giorni; ne avrebbero voluto almeno una quindicina; almeno almeno tutta la Settimana Santa; e facevano le più vive istanze per ottenere questo favore.

Ma al nostro arrivo in Chillan, avevamo trovato il Sig. Segretario D. Esperidion Herrera nostro buon amico, mandato espressamene da Monsignor Vicario Capitolare di Concezione, Dottor D. Benigno B. Cruz, affine di salutare Monsignor Cagliero in suo nome, e in nome di tutto il Clero della sua Diocesi. Egli era eziandio latore di una notizia inaspettata e dolorosa. - Abbiamo gravi disgrazie in casa , mi diceva quasi lacrimando , e senza un miracolo di s. Giuseppe o di Maria Ausiliatrice non hanno rimedio. Uno dei Salesiani cadeva gravemente ammalato lo stesso giorno di san Giuseppe , ed ora si trova moribondo ; vi é poca probabilità che guarisca ; ieri l'ho lasciato senza parola, già sacramentato e preparato al gran passo : ho già disposto ogni cosa per la sepoltura... Uno dei suoi più vivi desiderii che mi manifestava, quando stava ancora in sé, si era di avere Monsignore e i confratelli al suo fianco prima di morire ; dunque se fosse possibile converrebbe partir subito. Che gliene pare ? -

Restai come impietrito, voleva sapere il nome e non osava fare la domanda; aveva proprio paura. - Ma mi dica il nome , uscii a dire finalmente con grande sforzo.

-- E il povero Serafino Buzio ! rispose. - Povero Serafino ! al mio partire da casa l'aveva lasciato pieno di forze, lavorando a più non posso per preparare i ragazzi alla solennità di s. Giuseppe , ed al mio ritorno lo trovo agli estremi di vita ! Ma che fare se il Signore ha disposto così? Rassegnarci e pregare !

I Padri del Convento ebbero sentore di quello che succedeva nella nostra casa di Concezione, e non è a dire l'afflizione che ne provarono. Ma !.. avrebbero voluto che non ne parlassimo con Monsignore, e ci dissero mille cose perché prendessimo questa risoluzione. Fu tutto inutile ; quella sera stessa Monsignore prima che andasse a riposo, sapeva già ogni cosa , ed egli stesso decideva sul da farsi.

Aveva stabilito di riposarsi per tre o quattro giorni, ma a questo annunzio risolse dì rompere gli indugi, poiché gli sarebbe stato impossibile vivere tranquillo; quindi mi comandò: - Domani di buon' ora manderete un telegramma a Concezione per avere notizie dell' ammalato; se l'infermità continua grave, partiremo subito; se mai vi fosse qualche miglioramento, come lo spero, aspetteremo fino dopo domani. Intanto preghiamo e speriamo; s. Giuseppe ha permesso che si ammalasse e s. Giuseppe ce lo farà guarire. Siete troppo pochi in Concezione , aggiunse , perché appena arrivati nel Chilì , uno di voi abbia da partire per il Cielo.

La risposta non tardò a venire e fu poco soddisfacente : « Il pericolo è grave ancora ; appena si nota un piccolo miglioramento. »

14° Messa della comunione. - La domenica delle Palme. - Bontà e cortesia dei Padri Francescani. - Telegramma dei Vicario capitolare.

Ci fermammo un giorno coi Padri, perché non potevano rassegnarsi a lasciarcì partire subito. Avevano fatto i più bei calcoli per tenerci con loro , chi sa maì per quanto tempo. Alla mattina seguente, Monsignore disse la Messa della Comunità , e distribuì la s. Comunione a più di 500 fedeli. Al vedere ai suoi piedi tanto popolo per ricevere dalle sue mani il Pane degli Angeli, Monsignore, al quale, come già dissi, non piacciono le funzioni mute, diresse a tutti la sua parola, per animarli alla pietà, alla divozione, alla frequenza dei SS. Sacramenti. E veramente cosa degna di ammirazione il vedere in un giorno di lavoro (era un sabbato) più di 500 persone frequentare i santi Sacramenti. E la prova più bella, più sicura per giudicare della pietà che regna in una popolazione.

Il giorno appresso , domenica delle Palme , il numero dei comunicati fu di circa 2000. Monsignore, invitato dal Re.mo P. Superiore, fece tutta la funzione. Benedisse solennemente le palme, prese parte alla processione, e poi avrebbe voluto cantar la messa solenne, ma non sentendosi più con forze sufficienti , si limitò a dirla letta. Fu una funzione che durò in tutto due ore e mezza, e non è poi la piccola cosa per un convalescente, che doveva viaggiare poi da mezzogiorno fino alle 5 di sera, per arrivare a Concezione.

Dire qui della bontà, amabilità, cortesie di quei Padri, non è cosa facile e mi porterebbe troppo in lungo. Dirò solo che sono grandi amici nostri, che ci vogliono un gran bene. Hanno una pro fonda venerazione per D. Bosco e per la Congregazione Salesiana. La nostra missione poi che abbiamo di educare la gioventù povera e di attendere alle missioni dei selvaggi, è loro sommamente simpatica. Anch'essi lavorano nel vasto campo delle missioni , e la loro porzione è l'Araucania; per questo trattarono Monsignore, come se fosse loro proprio Vescovo, e gli altri Salesiani , come fratelli. Monsignore volle contentarli prima di partire, e promise loro di visitarli ancora una volta prima di lasciare il Chilì; di passare qualche giorno con loro e di ordinar sacerdoti quattro dei loro diaconi ; e manterrà la fatta promessa, appena abbia aggiustate le cose nostre di Concezione. Mentre ci trovavamo in Chillan , Monsignore ricevè un telegramma dal Sig. Vicario Capitolare-Dottor D. Benigno B. Cruz, che diceva : « Saluto rispettosamente V. S. Illma a nome di cotesta Diocesi, per la quale ha sofferto già V. S. Illma tante fatiche. Il clero, i fedeli di Concezione , desiderano ardentemente baciarle l'anello pastorale e, ricevere la benedizione di V. S. Illma. Domenico B. Cruz. » Chillan, oltre il Convento dei PP. Francescani , ha pure varie altre case religiose che attendono all' educazione della gioventù e all'assistenza dei poveri e degli ammalati ; e Monsignore ben sapendo il gran regalo che loro avrebbe fatto visitandole, andò spontaneamente , e se n'ebbe i più vivi ringraziamenti.

15° Partenza da Chillan. - Incontro di Monsignore col Vicario Capitolare. - Arrivo a Concezione.

Al mezzogiorno della stessa Domenica delle Palme , Monsignore accompagnato da tutti i superiori della casa francescana, si trovava nella stazione pronto per partire. Trovammo la stazione così gremita di gente, che avremmo detto che là si era radunata tutta la popolazione di Chillan. Fu necessario ricorrere alle guardie urbane per mantenere un po' di ordine e aprire il passo a Monsignore al momento di montare nel carrozzone del treno. Dato il segno della partenza , tutta questa gente a capo scoperto, la maggior parte a ginocchio, riceveva l' ultima benedizione di Monsignore. Uno dei P. Francescani, rappresentante la sua Comunità , ci accompagnò fino a Concezione. Ci accompagnarono pure i signori Lucas Becerra e Filoteo San Martin, dei quali ho già parlato più volte in questa relazione. Ogni vagone dei treni del Chilì, ha un piccolo scompartimento destinato agli alti personaggi del governo; e questo venne offerto a Monsignore e comitiva. Così si viaggiò senza il minimo inconveniente per circa 3 ore.

Alla penultima stazione, che dista varie leghe da Concezione, ci attendevano il Sig. Vicario ed il Superiore del Seminario. Cordialissimo fu l' incontro di Mons. Cagliero col Sig. Vicario, che esclamava Benedictus qui venis in nomine Domini. Si abbracciarono come se fossero già due vecchi e cari amici ; e poi Monsignore a richiesta del Sig. Vicario, si fe' a dargli notizie particolareggiate della sua salute. Parlò della sua caduta, del pericolo corso, del medico mandatogli dalla Provvidenza, del suo rapido miglioramento, della sua convalescenza ecc., ecc., e poi si parlò della fede chilena. Monsignore non sapeva parlar d'altro ; era così impressionato per quello che aveva visto ' Ma il Sig. Vicario voleva piuttosto che gli si ragionasse di D. Bosco e Monsignore lo compiacque. Come è mai buono questo Sig. Vicario ! Alle 5 di sera entravamo nella stazione di Concezione.

E questa una stazione di primo ordine , bellissima e vastissima. Lasciamo per adesso il bellissima e veniamo al vastissima , che è ciò che importa sapere per capire quello che mi tocca descrivere. Ebbene, la stazione vasta come è, non era sufficiente per contenere tutto quel popolo che si era agglomerato per ricevere Monsignore. Ho messo la testa fuori dello sportello per vedere: che spettacolo! Si sarebbe potuto passeggiare sulle teste senza cadere in terra. Appena il treno si fermò , un grido immenso, unanime, gettato là sotto quella volta, da più migliaia di persone, assordava le nostre orecchie: Viva Monsig. Cagliero ! si gridava da tutte parti ; Viva D. Bosco! Viva il Vescovo salesiano ! Viva l'apostolo della Patagonia!... e si continuò gridando prima senza interruzione finchè si potè arrivare alla vettura (per più di 20 minuti prima di uscire dal cancello della stazione) e poi a intervalli fino all' arrivo nella cattedrale.

16° Dalla stazione alla Cattedrale.

Messo il piè a terra, Monsignore fu subito circondato da una schiera di giovani delle migliori famiglie e tutti appartenenti all' associazione della gioventù cattolica , che avevano voluto per sè l' onore di accompagnare più da vicino Monsignore, e aprirgli un passo per entro quella moltitudine compatta. Altri giovani e signori rispettabilissimi , fecero altri circoli per impedire che la folla si avvicinasse di troppo e molestasse Monsignore. Nel discendere mise un piede in fallo, e fu per cadere ; ma lo sorresse da una parte il sig. Vicario e dall'altra un bravo capitano , che non lo lasciò più fino a metterlo nella vettura. Tutto questo io l'ho appena visto di lontano. Per noi fu impossibile tener dietro a Monsignore. Neppure sospettando quello che fosse per arrivare , tardammo un momento prima di discendere dal treno , unicamente per lasciare libero il passo a Monsignore e tener d'occhio le valigie, perchè non andassero smarrite. Bastò questo per essere da lui divisi, malgrado tutti i nostri sforzi per arrivare fino a lui. Piazze e vie erano piene e zeppe di una moltitudine, nella quale scorgevansi sacerdoti e popolo, ricchi e poveri, grandi e piccoli. Se noi abbiamo voluto andare alla Cattedrale, abbiamo dovuto passare chi per altra strada, chi confuso colla moltitudine. Ma anche di lontano vedevamo tutto, vedevamo i più lesti arrampicarsi su per i cancelli, su per gli alberi, vedevamo i fazzoletti sventolare e più che tutto sentivamo quegli evviva unissoni di tutta una popolazione che acclamava. Per me mi aspettava qualche cosa di grosso, ma non un simile spettacolo. Se con tanto entusiasmo, aveva io pensato prima, hanno ricevuto noi bambini, come riceveranno Monsignore? E la dimostrazione fu proprio grandiosa, imponente, degna di un Vescovo. Accorrevano eziandio gli alunni del Seminario e dei collegi.

Ricordo tra le altre particolarità, che tra coloro che scortavano Monsignore vi erano 800 uomini, venuti dalla chiesa dei Padri Gesuiti , che tutti avevano comunicato la stessa mattina. Questa dimostrazione è tutta dovuta alla religiosità della popolazione e alla sua unione col clero. Bastò che alla mattina si annunziasse in tutte le chiese l'arrivo del Vescovo salesiano , e la convenienza di riceverlo degnamente, perchè tutta la popolazione in corpo accorresse là dove il loro Pastore la invitava. Anche il giornale cattolico di Concezione prese parte in questo movimento, pubblicando nei numeri anteriori la visita a Concezione di Monsignor Cagliero , e il dovere di tutti i buoni di accoglierlo come si doveva. Il sig. Vicario, che fu l'anima di tutta questa dimostrazione , può esserne ben soddisfatto; i fatti hanno superato le sue speranze.

La vettura destinata a Monsignore era di lusso, di proprietà privata, appartenente a un deputato cattolico della stessa città di Concezione, che la mise a disposizione di S. S. Ill.ma. Una buona mezz'ora s'impiegò per arrivare fino a poter entrare nella Cattedrale. La vettura procedeva lentamente , e non si poteva fare a meno. Tutto all'intorno stavano i giovani dell'unione cattolica ben compatti per non lasciare avvicinare la folla ; più volte si videro nella necessità di afferrare i fusi delle ruote per rallentare il passo, affine di evitare disgrazie. Camminavano tutti a capo scoperto, rinnovando sovente gli evviva.

Quale coincidenza! Era quello il giorno delle Palme, e avevamo così un'idea di quello che sarà avvenuto in Gerusalemme due mila anni fa, nell'ingresso trionfale che fece in essa il nostro divin Salvatore. Concezione era proprio convertita in una Gerusalemme che riceveva uno degli Apostoli di Gesù C., e lo riceveva proprio bene. - Una volta sola , mi diceva Don Esperidion Herrera, ho visto in Concezione tanta gente riunita, e fu nell' occasione del ritorno di Mons. Sala dal Concilio Ecumenico Vaticano, nel 1870. Allora si capiva la cagione di così festosa accoglienza. Mons. Sala governava la diocesi da circa trent'anni, ed era un gran savio ed un gran santo; adesso è un Vescovo nuovo , straniero , sconosciuto affatto ; eppure...

17° La Cattedrale. - Discorso di Monsignor Cagliero.

La Cattedrale di Concezione può contenere da 7 a 8 mila persone : ebbene, prima che Monsignore avesse potuto arrivare fino al presbitero era già tutta piena ; ed è a notare che moltissimi dovettero contentarsi di rimanere fuori non trovando più sito. Erano almeno 7000 le persone che erano entrate in chiesa con Monsignore per pregare con lui, e ringraziare il Signore per lui. Monsignore era stordito per quello che vedeva, e non poteva capire come a lui, Vescovo forestiere , il cui nome pochi giorni prima era quasi totalmente sconosciuto in Concezione , si sia potuto preparare un ricevimento così splendido. Neppure in chiesa, noi Salesiani, potemmo avvicinarlo. Il Capitolo dei Canonici avevalo aspettato all'ingresso.

Credeva che Monsignore, nello stato in cui si trovava, non avrebbe osato dirigere la parola a tutto quel mondo di popolo. Non era più solamente la chiesuola di Pinto, nè il tempio di Chillan: era tutta una Cattedrale di vastissime proporzioni, che richiede una voce potente per farsi sentire. Eppure col suo polmone mezzo fracassato, non consigliandosi colle sue forze, ma colla sua buona volontà e col suo zelo, appena si ristabilì un poco l' ordine nella chiesa, con una respìrazione faticosa, ma con voce vibrata, incominciò a parlare

« Popolo di Concezione, popolo cattolico e pieno di fede, io ti saluto e ti ringrazio. , Me lo avevano già detto che eri un popolo cristiano, io lo credeva ; adesso lo credo ancor più. Questa dimostrazione che mi hai preparato e che io non mi aspettava, è il miglior elogio della tua fede. Popolo beato (1) ti hanno chiamato e ti chiamano molti, forse per ironia, ma tu lo sei nel vero senso della parola , e devi andarne santamente orgoglioso. Sarai beato, finchè sarai credente, e la tua fede sarà sempre la più bella corona colla quale circonderai la tua fronte. Adesso sì che capisco perchè sei un popolo così pieno di valore e di eroismo sui campi di battaglia si è perchè sei profondamente cattolico ; hai la fede che ti dà la vita, e colla fede hai in cuore la carità , l' amore di Dio e quello della patria.

Una nazione che guarda gelosamente nel cuore questa fede divina , è assolutamente invincibile, la vittoria la segue in ogni parte. Un esercito composto di uomini che credono in Dio e praticano la Religione , è un esercito di prodi che non teme mai il nemico ; sa sacrificarsi e morire, non mai indietreggiare e cedere. Io mi congratulo con te, e ti posso assicurare che pioveranno su di te copiose le benedizioni del cielo, se saprai perseverare in questa fede che hai ereditato dai tuoi maggiori. Eccomi qui tra voi, dopo un viaggio lunghissimo e pericolosissimo ; 300 leghe ho percorso coi mieì fratelli i Salesiani, per venire fino a voi. Ho lasciato cinque mesi fa le sponde dell'Atlantico, ed ora mi trovo sulle sponde del Pacifico. Ho compito così in parte il programma che mi consegnava il sapientissimo Pontefice Leone XIII, di Colui che regge i destini della Chiesa. - Andate, mi diceva in sul mio partire dall'Italia, andate e fatemi cristiana la Patagonia , e piantate le tende salesiane in quelle lontane repubbliche dell' America del sud. - Ed eccomi qui tra voi per compiere la mia missione. Non è questa una bella prova che il Sommo Pontefice vi ama e cerca il vostro bene? É così ; a tutti pensa Leone XIII; ha un cuore così grande che tutti ama come figli suoi; ma se posso aggiungere una parola, dirò, che fra tutti, per quelle prove di affetto , di attaccamento che gli deste, ama voi, cattelici del Chilì, voi e tutto il vostro zelantissimo clero , e vi ama con una predilezione particolare.

La mia cara missione non è ancora terminata ; la Patagonia non è ancor tutta cristiana ; appena ho potuto esplorare la parte settentrionale. Ma là in quei deserti non mancano adesso gli adoratori del vero Dio, ed ho fiducia che cresceranno col tempo. Ho trovato pericoli, sofferte privazioni, avuto disgrazie ; ma coll'aiuto di Dio, di Maria Ausiliatrice e dei miei Salesiani, ho anche potuto godere grandi consolazioni e raccogliere frutti copiosi. Una tribù intiera, governata dal Cacico Sayhueque , quel terribile Sayhueque che pochi anni or sono era il terrore del deserto e delle repubbliche limitrofe, oggi ha deposta la sua fierezza, ha aperto gli occhi alla luce della verità, ha abbracciato la nostra santa religione ed è figlio di G. C., e con lui lo sono i 1400 che compongono la sua tribù. Non furono questi i soli frutti coi quali il Signore ricompensò i nostri sacrifizii...

Ma non furono i nostri sudori le nostre fatiche che fecero germogliare quei fiori di virtù là in mezzo di quelle steppe della Pampa ; fu quegli che , per dirlo con una frase del Vangelo, dat incrementum: Deus. Venne poi la caduta a troncare a mezzo la mia missione e non la potei più terminare. Il Signore volle mettere alla prova la mia pazienza. Invece di lavorare mi toccò soffrire ! Che si compia in tutto la sua santissima volontà ! Arrivato alle Cordigliere mi incontrai con le avanzadas chilene. Mi riceverono a braccia aperte, e tutti approfittarono del benefizio che il Signore loro concedeva; cinque missioni abbiamo dato fra loro. Se ne dovevano dare altre tre e non si poté più; ma i buoni e religiosi chileni vennero a trovare i missionarii dove si trovavano, percorrendo distanze immense, unicamente per poter ricevere i santi Sacramenti. E tra di loro che' ho avuto le più belle consolazioni.

» Adesso poi, assai meglio in salute, sono qui per compiere un' altra parte del programma del mio Padre e Superiore D. Bosco, già da voi conosciuto ed amato ; qui mi trovo , invitato dal vostro zelantissimo Prelato, per fondare una casa salesiana di arti e mestieri. Si vuole insegnare un'arte ai figli dei vostri poveri, perché possano col tempo guadagnarsi con onore un tozzo di pane; ma più che tutto si vuole insegnar loro la più bella e la più importante delle artì, quella di guadagnare il Cielo e di salvare la loro anima; dando loro un'educazione sodamente religiosa che valga a preservarli dalla corruzione moderna. Oggi la gioventù è fra tutte le classi della società, la più invidiata, quella che trova maggiori pericoli sui suoi passi incerti , ed è quella che in pari tempo, se cade una volta, difficilmente si solleva, perché non trova una mano amica che l'aiuti. L'empietà fa sforzi per corrompere e perdere il cuore dei giovani; sa che se vi riesce, avrà corrotto e perduto tutta una generazione; e vi riuscirà di certo se i buoni non corrono a levar su un argine per impedire che il torrente d'iniquità non irrompa in ogni parte, e perché non vi resti affogata la povera gioventù. »

Terminò con parlare di D. Bosco, della Pia Congregazione Salesiana e dello scopo che ha nella società: delle migliaia di giovani che educa già nell'Europa e in varie Repubbliche dell'America, e pregò i presenti perché volessero essere i cooperatori della nostra missione ed i protettori della nostra casa-taller di S. Giuseppe. Si cantò poi il Te Deum ed il Sig. Vicario die' la benedizione col SS. Sacramento.

(1) Beato suona qui bigotto.

18° Monsignore al letto del confratello infermo. - Gua. rigione insperata. - Cortesia e carità dei signori Chileni.

Terminata questa funzione religiosa, la prima visita che Monsignore volle fare , sebbene fosse già di notte , fu al nostro collegio, per vedere , consolare e benedire il nostro ammalato. Lo trovò male, ma fuori di pericolo prossimo di morire. S'intrattenne con lui per qualche tempo, gl' impartì la benedizione di Maria Ausiliàtrice, lo esortò a ricorrere alla Madre celeste con piena fiducia, perché, aggiunse : - Infirmitas haec non est ad mortem. Non è che una prova, e le prove passano e non restan che i meriti, per chi ha saputo guadagnarli soffrendo con rassegnazione. -Fu profezia ; da quel momento l'ammalato cominciò a migliorare ogni momento più; e ieri, giorno di Pasqua, per la prima volta, Buzio Serafino sedeva con noi a mensa per fare più bella la nostra festa. Si era pensato di alloggiare Monsignore con noi; anzi egli lo desiderava vivamente, ma in quelle circostanze era assolutamente impossibile. Quindi l'abbiamo raccomandato al nostro caro amico D. Esperidion Herrera, perché gli procurasse un posticino nella sua casa della Provvidenza, pregandolo che ce lo trattasse bene ; e possiamo vivere tranquilli ché nulla gli manca. Se qualche volta si lamenta, si è di essere trattato troppo bene.

Tutto il clero secolare e regolare non contento di essere stato presente al suo arrivo alla stazione , si die premura nei giorni successivi di venire alla Provvidenza a offrirgli i suoi omaggi e ad informarsi personalmente dello stato di sua salute. I più alti personaggi della città, le autorità stesse del governo, vennero o mandarono a chiedere sue notizie E Monsignore in mezzo alle sue fatiche, non solamente non si lamenta di stanchezza, ma assicura che ogni resto di male va scomparendo ogni dì più. Deo gratias.

19° Conclusione.

Adesso finisco ; io credo di essere stato importuno nello scrivere così in lungo, o carissimo padre, ma sono in pari tempo sicuro che le avrò procurato un gran piacere, con queste notizie minuziose. Se queste non hanno nessuna importanza per altri, l'hanno e molta per lei, che tanto ama Mons. Cagliero e per tutti i confratelli della Congregazione. Monsignore mi lascia di salutare lei, carissimo D. Bosco ; mi lascia anche di dire che sa luta e benedice tutti i confratelli, cooperatori ed amici d'Italia e d' Europa, e che si raccomanda alle preghiere di tutti, perché possa condurre a buon termine la sua missione del Chili, che incomincerà di questi giorni. Pensa visitare Los Angeles, Trayguen sulla frontiera e centro dell'Araucania, Talca, Valparaiso, Santiago, dove è invitato per trattare di fondar case salesiane in tutti questi centri. Vedrò di tenerla al corrente delle nostre cose, e di comunicarle quanto posso credere che le tornerà gradito. Anche Don Fagnano, venuto espressamente qui da Buenos Aires, appena si ebbe notizia del fatale accidente, mi lascia dì salutarla tanto tanto. Il suo arrivo fu per noi una cara improvvisata. Il giorno due di aprile ci giungeva dalle Ande un telegramma, che ci annunziava per l'indomani il suo arrivo. Ritornerà presto a Punta Arenas e Terra del Fuoco, non appena abbia tenuto una conferenza con S. S. Ill.ma il Vescovo di Ancud. I Salesiani suoi figli del Taller de S. José, D. Milanesio, D. Panaro , che venuti con Monsignore, sono ancora qui con noi, tutti la salutano e chiedono la sua paterna benedizione. Io poi le bacio la mano, e la prego che voglia alzarla sovente quella mano per benedire me, i miei fratelli, la nostra casa, i nostri benefattori di Concezione. La benedizione e le preghiere di Don Bosco faranno progredire questa casa di S. Giuseppe, che appena incomincia. E questo il voto che fa e la preghiera che le dirige questo

Tutto suo

Aff.mo e carissimo figlio in G. C.

D. EvAsIo RABAGLIATI, sales.

AVVISO

Aderendo volentieri alle molte domande che ci vennero fatte, abbiamo messo in corso di stampa queste avventure di Monsig. Cagliero e dei Missionarii Salesiani formandone un volumetto a parte. Vi abbiamo però aggiunte molte notizie , che parte per mancanza di spazio e parte perchè giunti troppo tardi non poterono essere pubblicate nel Bollettino. Riuscì un racconto vario, amenissimo, edificante. Si venderà dalle Librerie Salesiane al prezzo di L. 0, 50. Chi ne acquista 10 copie avrà l'undecima gratis. Il profitto sarà a vantaggio delle Missioni.

PROCESSIONE IN SAN PIER D'ARENA.

Anche quest'anno è riuscita divotissima la processione della Parrocchìa di S. Gaetano in San Pier d'Arena. Il giorno 12 alle ore 6 pom. in mezzo ad una folla immensa di persone sfilava con bellissimo ordine dalla Chiesa Parrocchiale di D. Bosco e lentamente si avviava in giro per le vie principali della città, che sono entro i limiti della stessa parrocchia.

Veniva aperta da un numeroso stuolo di ragazzine tutte in bianca veste e coronate di fiori. Seguivano gli Istituti della Casa della Provvidenza e di S. Anna, le figlie di Maria, i giovanetti del l'Oratorio festivo uniti con catene di fiori, i trecento giovani dell'Ospizio di D. Bosco colla loro banda musicale, una sessantina di chierici, tutti i sacerdoti dell'Ospizio, più il Rev. Prevosto della Madonna delle Grazie, il Rev. Prevosto di Teglia e Monsignor Negrotti in abito pavonazzo. Dietro al baldacchino veniva una bella schiera di signori della parocchia. Le strade erano adorne di bandiere e da quasi tutte le finestre pendevano drappi e festoni. Non si ebbe a deplorare il menomo accidente.

Ciò poi che fece grata impressione a tutti fu il bellissimo tratto di riverenza usato dalla banda municipale. Trovandosi essa nel giardino pubblico e passandovi da presso la processione invece di eseguire in quel tempo un pezzo secondo il suo programma, rispose invece alla banda della processione stessa con una bellissima marcia che durò sino a quando la processione fu di là discosta.

Così il valoroso giornale cattolico L'Eco d'Italia.

La bella riuscita di questa funzione si deve eziandio in gran parte all'affetto ed alla generosità dei Cooperatori Salesiani, i quali riguardano la Chiesa e l'Ospizio Salesiano come cosa loro propria. Infatti quando i giovani cantori dell'Oratorio di S. Francesco-di Sales in Torino dovettero pernottare in Sanpierdarena per circa una settimana, fu una -ara di tutti i nostri benefattori, nell'offerire loro le proprie abitazioni, nel proferirsi e provvedere il necessario, nel ricolmarli delle più squisite gentilezze. I Superiori dell'Ospizio di S. Vincenzo de Paoli avendo loro preparato cordialissimo ricevimento fraterno ed alloggio, si potè fare a meno di dare incomodo a chi così gentilmente faceva, invito, ma ciò non toglie che il vincolo di gratitudine ci stringa sempre più alla nobile popolazione di Sanpierdarena.

GRAZIA DI MARIA SS. AUSILIATRICE.

Cunico (Asti), 31 gennaio 1887

MOLTO REV. PADRE D. Bosco,

Evviva Maria Ausiliatrice!

Riconoscenti anche quest' anno mandiamo a Maria Ausiliatrice lire 50, quale decima delle offerte pei restauri della nostra chiesa parrocchiale in adempimento del voto per cinque anni, fatto a Maria e confermato da V. S. M. R. li 31 maggio 1885 per essere preservati dalla grandine. Anche l'anno 1886, testè decorso , fu per noi anno di benedizioni, e nonostante spaventosissimi uragani, la grandine non guastò una foglia alle nostre viti.

W. Maria! Due anni di esperimentati favorì ci confortano a sperar bene per gli altri tre e per sempre. Sac. Domeico GRIvA, Pievano.