ANNO XI - N. 4.   Esce una volta al mese.   APRILE 1887

BOLLETTINO SALESIANO

DIREZIONE nell'Oratorio Salesiano. - Via Cottolengo, N. 32, TORINO

Sommario - Lettera di. D. Bosco - Per i Liguri danneggiati dal Tremuoto - Il mese di Maria Ausiliatrice - Grazia di Maria Ausiliatrice - Viaggio dei nostri Missionari - Dal Brasile -Necrologio - Mogliano Veneto. - Passeggiate - Bibliografia.

LETTERA DI D. BOSCO.

Benemeriti Cooperatori e benemerite Cooperatrici,

La viva sollecitudine, colla quale voi prendeste sempre parte alle Opere Salesiane, mi fa ritenere che vi sarà cosa gradita che io vi dia un breve ragguaglio di quanto ci occorse in questi ultimi giorni.

Certamente vi è già nota la terribile catastrofe del terremoto del 23 ora scorso febbraio, che, abbattendo e rovinando in un attimo palazzi e tugurii , produsse in Italia gravissimi danni, e fece nella Liguria moltissime vittime.

Or, coll'animo pieno di riconoscenza verso Dio, vi annunzio anzitutto che in mezzo a tanti feriti e morti noi non abbiamo avuto da deplorare alcun danno personale. Salesiani e Suore, allievi ed allieve di ogni Casa andarono esenti nonchè dalla morte , financo da ferite e da contusioni. L'unico male fu lo sbigottimento, l'apprensione, l'ansia indescrivibile , che s'impossessò di tutti, nonchè il timore insuperabile di rimanere nell'interno dei fabbricati, per cui in alcuni luoghi della Riviera, come Varazze, Alassio, Bordighera, si dovettero passare varii giorni e varie notti attendati alla meglio e all'aria aperta nei cortili e nei giardini.

Ma, se andammo esenti dalle disgrazie personali, siamo pur troppo stati ancor noi colpiti da gravi danni materiali. Le nostre Case e Chiese del Piemonte e della Toscana ebbero solamente muri screpolati, tetti spostati, scale ed arcate smosse; danni questi, ai quali si potrà porre riparo con qualche facilità. Ma alcune delle nove Case esistenti sulla Riviera di Ponente, maggiormente flagellata, soffersero guasti molto rilevanti come ad es. la facciata della chiesa del Collegio di Alassio. La Casa poi ne' piani di Vallecrosia presso Bordighera fu talmente rovinata, che senza costosi lavori sarebbe inabitabile. Essa fu già sgombrata; si dovettero chiudere le scuole pubbliche ed il Collegio femminile annesso, inviare alle proprie famiglie una parte delle giovinette , e trasferire fino a Nizza Monferrato le altre, che rimasero orfane di genitori o prive delle proprie abitazioni.

Come si vede, questo luttuoso avvenimento ci obbliga a grandi sacrifzi, affinché non vadano come perdute opere, che ci costarono già spese e fatiche immense, e che non possiamo trascurare senza grandissimo danno delle anime. Ci obbliga a spese di viaggio, di riparazioni, di mantenimento di giovani e di fanciulle, i cui parenti furono colpiti dal flagello ; ci obbliga insomma a spese gravissime, che pochi giorni or sono non avremmo potuto neppure immaginare.

Noto tra le altre cose che la Casa di Vallecrosia è una delle più necessarie pel bene della Religione e delle anime, perchè in quella località sono insediati i protestanti, i quali usano tutte le arti per attirare a sè la gioventù di ambo i sessi e rubarle la fede; epperciò deve essere ad ogni costo ristorata.

Ma come fare? Io non mi voglio perdere di animo. Da fisici malori reso impotente della persona da non poter uscire a domandare il necessario soccorso, io spero di rimediare al disastro per mezzo de' miei Cooperatori e delle mie Cooperatrici. Agli uni pertanto e alle altre io domando umilmente la carità.

Conosco il vostro buon cuore, e giudico inutile il soggiungere molte parole per eccitarvi a venirmi in aiuto. Vi prego solo a riflettere che le pubbliche calamità devono servire di sprone ai buoni cristiani per muoverli a lenirne i lamentati effetti, a fare, direi, quasi l'impossibile per recarvi riparo.

La carità esercitata in simili circostanze, mentre riesce più soave a chi la fa e a chi la riceve, torna eziandio quale un inno di ringraziamento al Signore per averci risparmiati nel flagello; torna altresì di preghiera efficace per ottenere la sua misericordia e la liberazione da ulteriori disgrazie, che potrebbero rinnovarsi. Dio stesso ha fatto dire che la limosina ci fa trovare la sua misericordia e libera dalla morte: Eleemosyna a morte liberat et facit invenire misericordiam.

Una cosa, che nei passati giorni in mezzo alla desolazione recò a me ed ai Salesiani più grande conforto, fu la notizia che varie persone nostre benefattrici, le quali abitavano sul luogo stesso del maggior disastro, furono preservate come per miracolo. Noi attribuiamo una tal grazia alla carità, che esse ci hanno sempre usata; perchè il Signore suol dare in questo mondo quel centuplo, che nel Vangelo promette a chi fa limosina per amor suo.

Questa grazia, con moltissime altre dei tempi andati, è una prova convincente che Iddio e la Vergine SS. Ausiliatrice proteggono in modo speciale coloro che, potendo, ci fanno la carità ; è una prova che Iddio e la Vergine Ausiliatrice esaudiscono le preghiere, che nelle nostre Case facciamo pei nostri benefattori e per le nostre benefattrici, sopra cui imploriamo tutti i giorni ogni più eletta benedizione.

Dal canto mio vi assicuro che ogni giorno pregherò e farò pregare per voi e per le vostre famiglie. Siccome beneficati, noi ci stringeremo più amorosamente intorno a Maria Ausiliatrice, Madre di Colui, che porta il mondo nelle sue mani onnipotenti, e La pregheremo più fervorosamente, che vi guardi dal cielo, vi copra sotto il valido e materno suo manto, vi allontani dal capo ogni disgrazia ora e sempre.

Ed ora non mi resta più altro a fare che ripetere : Io domando e aspetto la vostra carità, per riparare ai danni, che il terremoto mi arrecò. Fosse la limosina anche solo di pochi soldi, non importa. A quel modo che l'unione fa la forza, così molte piccole offerte insiem raccolte possono somministrare il mezzo per rimediare ai danni sofferti e per compiere importantissime opere.

Pregate anche voi per me e per la prosperità delle opere, che la Divina Bontà affidò alle povere nostre mani, e gradite che mi professi con profonda gratitudine,

Di voi, benemeriti Cooperatori e benemerite Cooperatrici,

Torino, 1° marzo 1887.

Obbligatissimo Servitore Sac. GIOV. BOSCO.

NB. Per norma di chi avrà la bontà di mandarmi in Torino, via Cottolengo, N, 32, qualche limosina privata o collettiva, per mezzo di vaglia postale o di lettera raccomandata, sarà inviato al mittente un biglietto a stampa che servirà di ricevuta e di ringraziamento.

PER I LIGURI DANNEGGIATI DAL TREMUOTO.

Lettera del Card. GAETANO ALIMONDA Arcivescovo di Torino al Clero e al Popolo della Città ed Archidiocesi.

Carissimi miei Cooperatori e Fedeli,

Una voce di lamento leviamo dal cuore costernato all'annunzio delle gravi sventure onde furono colti i nostri fratelli della Riviera Ligure di Ponente.

Ahimè, eravamo così fortemente presi dal timore alle scosse del terremoto che ci assaltò la mattina del 23 corr., il mercoledì delle Ceneri, e la mente non ci correva a pensare che altri potesse star peggio di noi ! Ecco che invece, di giorno in giorno, ci arrivano i dolorosi ragguagli dei disastri toccati nella Liguria alle tre Diocesi di Savona, di Albenga e di Ventimiglia. Quante case crollate e quante vittime ! Padri, madri, fratelli, consorti , figliuoli o subissati nel rovinio delle case, od accecati alla polvere dell' eccidio, feriti ed abbandonati. E tutto questo in un momento ; chè mai la morte non è così veloce come quando la terra che deve sostenerti si rifiuta di portarti, e quel rifiuto disdegnoso proviene dalla collera di Dio.

Non vi è dunque giusta ragione di doglianza e di raccapriccio ?

E noi che siamo stati Pastori su quelle terre dilette, così belle di cielo , così ridenti di suolo e di mare ; noi che abbiamo teneramente amato quei buoni cristiani e lasciato colà clero e popolo che sempre amano a vicenda come dolci figliuoli la povera nostra persona, è facile comprendere quale strazio proviamo all'anima, quali amare lacrime ci sgorghino dagli occhi al considerare il loro infortunio : tanto li teniamo vivi nell'affetto che ci par di vedere con gli occhi nostri gli sfracellati , i morenti, i fuggiaschi , gli attendati su la nuda riviera o per la campagna, e ci persuadiamo quasi di sentire i gemiti, le strida, la domanda supplichevole : Padre, aiutaci.

Carissimi, mano prestamente al soccorso.

Noi domandiamo la limosina della carità a voi, nostri figliuoli, per altri figliuoli nostri ; e ci arride la speranza che non lascerete andar fallita la preghiera, giacché i nostri primi figliuoli della Liguria sono i vostri amatissimi fratelli in Gesù Cristo. Oh l'addolorato Padre che chiede ai figli meno infelici di stendere la destra agli altri suoi figli sventuratissimi, potrebbe essere non esaudito

Mano al soccorso.

E in qual opera potremmo adoperar meglio il denaro? Donde attendere utilità maggiore che dal presente fatto ? Sarebbe forse nell'aprire case di piacere , sfoggiar in lusso , prodigar l'oro per i comodi della vita, o, come spesso accade, per gli incentivi della vanità ? Ma qui si tratta di fasciar le piaghe ai feriti, disotterrare dalle macerie i sepolti, pascere gli affamati, cessare i gemiti dei moribondi, alzare i tetti abbattuti per dare un po' di casa a chi dei miserabili erra per le ville seminudo e diserto, peggio delle fiere che hanno ancora una tana!

Mano al soccorso, o carissìmi.

E mentre ci affrettiamo a consolare il prossimo così travagliato, gettiamo un pensiero sopra di noi. Noi potevamo essere flagellati dal terremoto come furono gli abitatori della Liguria pure Dio stese la mano della salvezza sul nostro capo, ci risparmiò, ci protesse. Qual nuovo argomento di ardentemente amarlo e di ringraziarlo ! E qual accrescimento di fervoroso impulso per darci alle opere della carità !

Ancora un pensiero. Nel timore e nello spavento che il terremoto c'impresse, vi levaste voi a considerare la fragilità e la pochezza nostra? la nullità dell'uomo ? E rifletteste quanto è grande e terribile Iddio? San Giovanni Grisostomo, piangendo sui tremuoti di Antiochia, diceva ai suoi trepidi ascoltatori : Vedeste quanto sia piccolo e caduco il genere umano ? E confessava che, durante il flagello , egli domandava a se stesso Dove son ora le rapine ? dove gl'imperi ingiusti ? dove il fasto? dove le oppressioni? dove la superbia del ricco ? dove le minacce dei rivali ? E conchiudeva : Bastò un momento a distrugger tutto : come arena portata dal vento, tutto sparì.

E noi diciamo alla nostra volta : Pensaste dunque o carissimi, nell' émpito del flagello, all'onnipotenza di Dio? E domandaste a voi medesimi: Dove sono le grandezze nostre? dove sono ed a che ci approdano le nostre morbidezze, le nostre burbanze, i nostri sfarzi, i nostri vantamenti, il nostro potere? A che ci approdano e dove riescono le derisioni, i disprezzi, le miscredenze, gli ateismi e le negazioni in che molti dei nostri si lasciano andare verso la legge di Gesù Cristo e della sua Chiesa ? E il Grisostomo, come profeta in tempo di grande calamità, esclamava fra il popolo : Hodie muri vocem mittunt. Ecco che le mura parlano. E noi vi diciamo in questo imperversare del tremuoto : Ecco che Dio parla con la voce delle montagne che si scuotono , delle pietre che rotolano al basso, delle case che si sfasciano, della terra che si apre, delle tombe che inghiottono i vivi. Non ascoltaste la voce di Dio? Uditela; e per placare la sua voce che è il rombo della giustizia eterna propagato nel tempo, appigliatevi alle opere sante e caritatevoli : siate generosi col prossimo se volete che Dio rendasi generoso cori voi.

Dio volle che il primo giorno di quaresima cominciasse in Italia con un più robusto accento sopra la mortalità della nostra specie. Ha detto Egli in tal mattino prima che lo annunciassero i Sacerdoti : Memento homo quia pulvis es, et in pulverem reverteris. Valgaci questo avviso di Dio a renderci fruttiferi i giorni della penitenza; cessiamo il peccato, unica causa dei castighi divini e degli affanni umani: segnaliamoci negli esercizi della fede, della speranza e della carità.

Le benedizioni che si leveranno per noi sino al trono Celeste dai nostri fratelli soccorsi e salvati, affretteranno la divina misericordia sopra il Piemonte e sull'Italia tutta. Noi vi abbracciamo, carissimi, e nel nome di Dio e del prossimo sovvenuto vi compartiamo la pastorale benedizione.

GAETANO Cardinale Arciv. Torino, 24 febbraio 1887.

D. Bosco, appena avuta notizia del terribile disastro, cercava con ogni mezzo di soccorrere gli sventurati. Mandava quindi ordine a tutti i direttori delle Case Salesiane Liguri di prestarsi al soccorso con ogni aiuto possibile , materiale , personale e morale. Infatti più famiglie rimaste senza tetto ebbero ricovero presso i Salesiani; varie orfane riebbero le loro madri nelle Suore di Maria Ausiliatrice, e i preti dei quali si poteva disporre, volarono sul luogo del disastro. Nello stesso tempo, D. Bosco si offriva ai Vescovi di Savona, Albenga, Ventimiglia di accocogliere gratuitamente 12 giovanetti, quattro per diocesi, e ne dava loro partecipazione colla lettera seguente:

ECCELLENZA REVERENDISSIMA,

Il mio amatissimo superiore D. Bosco, profondamente commosso dal disastro che desolò tanta parte di questa Diocesi, desidererebbe venire anch'egli in aiuto per alleviare in qualche modo le conseguenze terribili del terremoto. Mentre pertanto ha raccomandato al direttore della Casa salesiana di ... di prestarsi con tutti i mezzi possibili a sollievo degli infelici, m'incarica pure di partecipare all'Eccellenza Vostra che egli riceverà volentieri gratuitamente qui a Torino, ed, occorrendo, a Sampierdarena, quattro giovanetti tra i più miserabili rimasti abbandonati in causa del terremoto

Torino, 28 febbraio 1887.

Sac. F. CERRUTI.

IL MESE DI MARIA AUSILIATRICE.

Ci avviciniamo al mese di maggio e quindi prepariamoci a celebrare degnamente la festa di Maria SS. Ausiliatrice. Se ci fu anno nel quale dobbiamo sentirci animati a vivere da buoni cristiani all'ombra della protezione della Madre di Dio, ci sembra sia fuor di dubbio questo. È incominciato con gravissimi disastri, e ancor più paurosi sono i pronostici che si fanno per l'avvenire. Comunque tuttavia si svolgano gli avvenimenti , qualunque siano i disegni e i decreti della Provvidenza e della giustizia di Dio, non dimentichiamo giammai che la più vicina in dignità e in potenza d'intercessione presso il trono dell'Altissimo è l'amantissima Madre nostra. Nelle sue mani sta la misericordia del Signore perchè a Lei nulla nega il Divino suo Figlio. I tempi passati ci sono caparra dei tempi che debbono venire.

La storia della Chiesa, quella di tutte le nazioni Cristiane, anzi di ogni singola città, forma una storia sola con quella dello splendido e vittorioso aiuto di Maria , mentre ad ogni singolo individuo essa stende sempre la sua materna protezione, in modi ineffabili ed in ogni circostanza. Non solo ogni secolo ed ogni anno, ma ogni minuto di questi giorni così brevi, è testimone delle innumerevoli sue regali beneficenze. Chi può enumerare i fonti di grazia che per suo mezzo aperse il Signore in ogni parte della terra, coi Santuarii innalzati in onore del suo dolce nome? Oh se tutti i fedeli conoscessero chi è Maria, avessero in lei quella piena fiducia che deve professare un amoroso figliuolo verso una tanta madre , quanto maggior sollievo ed aiuto riceverebbero da lei in tutte le angustie della vita, quanta sicurezza ed aiuto nell' arduo cammino della virtù e nel conseguimento della vita eterna.

Ne abbiamo una prova continua, negli attestati di riconoscenza che continuamente ci giungono da ogni parte della terra, i quali altamente proclamano nuova fonte delle grazie di questa celeste Madre essere la Chiesa a lei dedicata sotto il titolo di Ausiliatrice, innalzata in Torino, in Valdocco.

Infatti è questo il titolo col quale essa desidera di essere specialmente invocata in questo secolo, col quale la Chiesa e il Sommo Pontefice l'invocano, col quale Essa darà la pace al mondo, il trionfo ai giusti, il perdono ai traviati. Maria Santissima Ausiliatrice deve essere in questi tempi la speranza di tutti, perchè omai nei bisogni di maggior importanza van sempre più mancando le speranze negli uomini.

Riponiamo in lei un'illimitata fiducia. Portiamo al collo la sua medaglia, colla frequenza dei Sacramenti, manteniamoci costantemente in grazia di Dio, colla elemosina riscattiamo le nostre colpe, accresciamo i nostri meriti, cerchiamo la misericordia e la vita , risuoni spesse volte sul nostro labbro e nel nostro cuore la cara giaculatoria: Maria. Auxilium Christianorum, ora pro nobis.

Nel santuario di Maria Ausiliatrice in Torino il mese Mariano comincerà il giorno 23 d'aprile e andrà a chiudersi colla festa titolare.

Preghiamo i Cooperatori e le Cooperatrici e gli Ascritti alla pia Arciconfraternita di Maria Santissima Ausiliatrice, residenti in Torino, che potendo vi vogliano prendere parte insieme coi membri e coi giovanetti del nostro Istituto, affinchè l'ossequio a Maria lungo il mese, e soprattutto durante la novena , che incomincerà il 15 di maggio, riesca più solenne ed accetto.

L' orario delle sacre funzioni è il seguente Nei giorni feriali al mattino , alle ore 7 1/2 vi sarà Messa, recita del santo Rosario e comodità di accostarsi ai santi Sacramenti. - Nella sera alle ore 7 1/2, dopo il canto di una, lode , avrà luogo un breve sermone, indi la benedizione col SS. Sacramento.

Nei giorni festivi le sacre funzioni della sera incominceranno alla 3 1/2.

Si avverte in pari tempo : ogni volta che nel santuario di Maria Ausiliatrice , come pure in qualunque altra chiesa od Oratorio pubblico appartenente alla Congregazione Salesiana, si assiste alla predetta funzione del mattino , si acquista una indulgenza di 3 anni, ed un' altra di 200 giorni, ascoltando la predica colla recita dell'Ave Maria prima e dopo. Tali indulgenze applicabili alle anime dei fedeli defunti, furono concesse dal S. Pontefice Pio IX con decreto del 26 febbraio. 1875.

GRAZIA DI MARIA AUSILIATRICE. Preservazione dal cholera.

Le invio l'obolo de' poveri Cooperatori di Ruffia, raccolto in parte nella Conferenza ai medesimi fatta nel giorno 29 gennaio sacro al mitissimo patrono S. Francesco di Sales.

A gloria di Dio, ad onore di Maria SS. aiuto dei Cristiani, godo poterle narrare il seguente fatto, a cui, per ubbidire ai superiori decreti, non intendo attribuire che fede umana. Dopo aver letto nel Bollettino Salesiano dei mesi d'agosto e settembre che Ella raccomandava a' suoi figli di armarsi con fede della medaglia di Maria Ausiliatrice come preservativa del morbo cholera, si fece da varii Salesiani di questa parrocchia acquisto delle predette medaglie e se ne diffusero parecchie dozzine: cosa mirabile! Scoppiato in modo furioso nel mese di ottobre 1884 il crudo flagello, mentre faceva orrenda strage e di lagrime riempiva le famiglie, ed il villaggio di terrore, di quelli che ebbero la medaglia neppure uno fu colpito dal rio malore, anzi varii che già lottavano colla morte, dopo che fu loro imposta la medaglia, contro ogni umana previsione gradatamente si riebbero e guarirono perfettamente in breve tempo, senza che il morbo lasciasse loro alcuno di quegli incommodi che ordinariamente lo seguono.

In ringraziamento di questo favore, questi popolani appesero alle pareti della cappelletta di Maria Vergine delle Grazie un cuore d'argento.

Checché dicasi di questo fatto, egli è certo e tutto questo villaggio può attestarlo, che né pure uno morì di quelli che ebbero la medaglia ; anzi. i colpiti ne guarirono dopo averla ricevuta, sebbene il flagello sterminatore infierisse in modo che oltre il due per cento ne fu affetto nel breve tempo di circa un mese.

Serva il sovraesposto fatto ad accendere ognor più la confidonza dei Cristiani nella protezione della potente loro Ausiliatrice Maria e ad accrescerne la venerazione e gli ossequii.

D. LORENZO FRAIRE,

Coop. Sal. Prevosto.

VIAGGIO DEI NOSTRI MISSIONARII II.

M. R. SIG. DIRETTORE,

Montevideo, 15 gennaio 1887, ore 11 1/2 pom.

Dal Rev. Don Lasagna avrà di già a quest' ora ricevuto notizie intorno alla 1a parte del nostro viaggio, ed ella e tutti i fratelli di costà, che trepidanti a noi s'accompagnano col pensiero e coll' amore , avran certo con immenso slancio di gratitudine ringraziata la Mamma , da cui unicamente ripetiamo la nostra salvezza dall' ira dell'Oceano. Ora io credo far cosa a lei grata ed agli amici il proseguire e compiere alla meglio l'opera sua.

Dopo il furore di quella spaventosa burrasca, che scatenatasi appena entrati nell'Atlantico sovra di noi, per tre giorni continui ne fe' quasi disperare di raggiungere salvi la meta sospirata, benedetta, godemmo finalmente la calma dei Tropici. Colla tranquillità dell' Oceano ritornò il benessere ancora e l'ilarità in noi, che abbattuti dallo spavento e dal mal di mare, sfiniti dal prolungato digiuno., affranti di corpo e di spirito , languivamo da circa sessanta ore, attendendo da un istante all' altro una catastrofe. La mattina del 21 dicembre il mare era placido, e noi dopo tre giorni d'agonia ci ritrovammo per la prima volta tutti sulla tolda. Un comune pensiero ne corse allora alla mente. Natale colle sue tenere memorie, co' suoi misteri d'amore, che tutti sentono profondamente e niuno vale a comprendere, co' suoi riti semplicemente sublimi, che nell'anima suscitano sentimenti ineffabili di religione e di fede, Natale la festa delle più sante commozioni, la festa dell'amore, ne era vicinissima. Ricordammo commossi que' tempi , in cui nella pace di S. Benigno stretti, in quella notte benedetta, attorno alla cuna di Gesù nel silenzio e nel raccoglimento, pregustavamo le dolcezze di Paradiso, e dolenti oltremodo che la fortunosa circostanza ne avesse impediti dal far tutta la novena, ci demmo con sollecitudine attorno, affinché il triduo almeno e la festa di Natale riuscissero più che per noi si potessero solennissime. E Dio benigno coronò i nostri sforzi con un esito inaspettato... La bontà del comandante insin dal principio del nostro viaggio avea lasciato a nostra disposizione una comodissima sala, ove, quando il mare ce lo permetteva, ci raccoglievamo per gli esercizi di pietà. In essa si celebrò il triduo di preparazione al SS. Natale , e commossi nell'intimo del cuore con una effusione d'affetti che non valgo a descrivere, intonammo per tre sere il Regem venturum, mentre lo sguardo si posava su d'una graziosissima statuetta del Bambino, che infondeva nell'anima un sentimento ineffabile di gioia. Il triduo trasvolò rapido. Da mille diverse faccenduole preoccupati, dovendo gli uni preparar gli addobbi per la festa, pensar altri per la musica istrumentale e vocale, le cui prove (causa la pochezza de' musicanti) consumarono del bel tempo, tutti poi a scrivere letterine o letteroni agli amici d' Europa (stante che il 24 si doveva far sosta all' isola di S. Vincenzo, ove , se non l'approdo, era però lecito la corrispondenza), ne sopraggiunse Natale quasi senza addarcene. L'aspettazione di tutti era grandissima ; tutti sentivano bisogno di gettarsi ai piedi di Gesù e con Lui sfogare le piene de' loro dolori e delle loro amarezze; tutti attendevano con ansietà la parola d'un amico, che loro infondesse speranza e conforto. Nè questa loro aspettazione fu illusa. La mattina del 25, così ardentemente sospirata da più di mille persone, sorse alfine splendida ; placido il mare, sereno il cielo, niuna minaccia di cattivo tempo ; una leggiera brezza temprava gli ardori del Tropico, mitigando alquanto un calore di 29°; il creato colla tranquillità e colla calma pareva s'apparecchiasse a ricevere il Re della pace. Sulla piattaforma adorna di magnifici trofei s'era piantato l'altare portatile; la gente raccolta commossa attendeva già da tempo ; il capitano , l' ufficialità in abito di parata, ed i passeggieri di 1' e di 2' circondavano più da vicino l' altare. Verso le nove la musica (in cui tra parentesi era maestro dirigente il sottoscritto) diè fiato agl' istrumenti, e più o meno armoniosamente diede il segno con una marcia che l'augusto Sacrificio stava per cominciare. Adorno dei più ricchi paramentali, che avevamo alla mano, D. Lasagna celebrò, in quella che armonium e cantori, diretti dal maestro di cappella a piè di pagina sottoscritto, eseguivano l'Hac nocte, l'Ave Maria di Dogliani (il cui effetto fu sorprendente) l' O salutaris Hostia di Mozart (a solo), l' Ave Verum di Mercadante (terzetto), con diversi altri pezzi tratti dalla Messa di S. Luigi e della S. Infanzia. L'esecuzione fuor di speranza fu splendida, ed assai valse a raccogliere gli animi e ridestarvi la fede. Dopo l'ultimo Evangelio D. Lasagna, piena la mente ed il cuore di tenerissimi pensieri ed affetti, si volse al pubblico e diresse loro poche parole ma infuocate e piene di amore. Mi studierò di ritrarle qui alla meglio: « Fratelli, compaesani della bella Italia , che io con voi, non senza profondo rincrescimento, ho testè abbandonato ; fratelli, compagni di viaggio, accogliete, serbate ne' vostri cuori la parola, che mi erompe in questo momento dal petto commosso. Gli anni scorsi celebravate i misteri tenerissimi del Natale al paesello natio, in seno alle vostre famiglie, fra l' amore de' cari... quest'anno lungi dalla casa de' vostri padri, separati quasi per un immenso spazio dal consorzio degli uomini, soli, vorrei dire, con Dio, qui lo celebraste, ove stretti per disposizione arcana della Provvidenza come in una sola famiglia, sotto la direzione di un capitano, che ne è padre, portati dal medesimo bastimento, navigando il medesimo flutto, andiam pericolando l'istessa fortuna. Oh quante cose vorrei dirvi... ma la sovrabbondanza degli affetti non mel consente. Fortuna v'augura il Missionario... pace e felicità, ma pace e felicità quali le dona Iddio, non la felicità del mondo, che porta seco le più crudeli amarezze della corruzione e dello ateismo ! Fratelli, compagni di viaggio, io vi serberò sempre nel cuore finchè avrò vita, e voi, voi accettate e ritenete per amor mio questo ricordo : Serbate viva la vostra fede , siate fedeli a quella religione , che apparaste tra le braccia della madre. Lo so, purtroppo, lo so andate in un paese ove da molti la fede è schernita, e la virtù è irrisa ; ah cari miei ! serbatela nei vostri cuori la fede di Betlemme a costo di qualunque sacrifizio. L'America è il sogno della vostra vita , il nido della vostra fortuna ; nell'America voi andate fiduciosi di ritrovarvi felicità e ricchezze ; ma ohimè per quanti di voi seguiranno questi sogni i più crudeli disinganni, quanti rimpiangeranno la tranquilla povertà degli abbandonati paesi. Attenti, fratelli, in que' momenti di disillusione e di sconforto. E allora che empi simulatori, ministri di Satana cercheranno corrompere il vostro cuore, spegnere la benefica face della fede. Deh sventate le trame degli iniqui, smascherate le loro scellerate mene, e salda e viva come il giorno in cui stringeste al vostro seno per la prima volta il Gesù della grotta, rimanga in voi questo raggio, che dimana dall'Eterno, la fede. Ella sia il simbolo che leghi i nostri cuori in terra, e poi in cielo... Forse immensi deserti, sterminate distanze ne divideranno; forse non ci rivedremo mai più sulla terra , ma un vincolo ne stringa... fede, preghiera. E Dio dopo averci benedetti in terra, ne unirà nuovamente e per sempre ne' cieli. » - L'estrema agitazione del caro nostro Direttore lo impedì di più oltre proseguire. Si svestì in fretta e corse a sfogare il suo pianto da solo a solo con Dio nella sua cella, mentre la gente ed i superiori commossi alle lagrime, si ritirarono anch'essi, riandando le parole del nostro padre, di cui tutti n'andavano entusiasmati. Deo gratias! Spero che l' impressione di questa festa non si cancellerà più mai dal loro cuore, ed il ricordo del Missionario, ne' momenti di prova e d'afflizione, ritornerà caro e consolante a rianimarli e ad infonder loro virtù e coraggio. - Nel resto della giornata nulla più di straordinario, se non un infinito felicitarsi l' un l' altro pel buon esito della funzione.

Dato compimento a questa prima opera, con tutta l' anima continuammo, o per meglio dire, si cominciò formalmente il Catechismo pe' fanciulli e per le fanciulle ; ed anche qui le povere nostre fatiche furono da Dio benedette e produssero abbondante frutto. Al primo dell'anno, rialzato l'altare sulla piattaforma si celebrò nuovamente Messa solenne cum cimbalis et organis, ed ebbimo la consolazione di veder una ventina tra bimbi e bimbe ricevere per la prima volta Gesù nel loro seno. Qual contento si leggeva in fronte a quelle anime pure! E chi può mai conoscere i misteri di grazia e di benedizione, che il cielo, pregato da quei cuori vergini, diffuse ai poveri missionari e sulle famiglie di quei disgraziati, che ignari ancora della vita sono costretti ad esiliare dalla terra che li vide nascere? Chi sa, che qualche infelice dimentico di Dio e della fede, che imparò sulle ginocchia materne, sforzato in certo qual modo a riandar colla memoria le dolcezze della sua prima comunione, non sia tornato pentito in seno al suo Signore ! Al dopo pranzo , per un felice pensiero d' un fratello , si improvvisò una piccola lotteria pe' ragazzi e per le ragazze del Catechismo, in cui figuravano quadretti, crocifissi, libri, bottiglie di barbera, cravatte, collane ed una faraggine di dolci, aranci, biscotti, mandorle, noci, che solleticavano il palato... anche di chi presiedeva la lotteria. Questa ancora riuscì felicemente, rallegrata dalle armonie della banda. In verità che la fu un'idea magnifica codesta, imperciocchè i nostri emigranti, vedendo come bene sapessimo accoppiare la religione coll'allegria, presero per noi maggior affetto e più ancora per quella religione che ne è la fonte.

Credevamo fosse l'ultima festa celebratasi a bordo, imperocchè nudrivano speranza solennizzare tra i fratelli d'America l'Epifania, ma Iddio non volle concederci questo conforto e fummo necessitati a passarla sul Tibet ! Ciò nonostante essa riuscì non meno bella ed attraente dell' altre ; vi furono numerose confessioni e comunioni, Messa, musica , e due parole facili ma eloquentissime , perché dettate dal cuore di Don Lasagna. Quel giorno fu segnalato per noi da un consolantissimo avvenimento. Dopo tanto tempo in cui non iscorgevamo che cielo ed acqua, al fine potevamo posare il nostro sguardo su quelle spiaggie, su quella America , oggetto, meta dei nostri desiderii, su quella terra, che Iddio ne avea additata come seconda patria! Oh con qual ansia numeravamo le ore , che ancor ci separavano dai fratelli d'America! Eravamo ormai stanchi di una vita sforzatamente oziosa. Pieni di speranza, quasi certi anzi che alla dimane ci saremmo separati dagli amici di viaggio, alla sera s'improvvisò un'accademia di addio, in cui dopo reciproci auguri in versi ed in prosa, italiani e francesi , si rallegrò la brigata cantando i Due poeti, la Musica bella, il Marinaro e tant'altre cosette che tornarono accettissime. Colgo occasione da qui per ricordarle come più volte per diverse felici occasioni intrattenemmo e superiori e passeggieri con accademiuccie , declamazioni, cantate ecc., ecc., fra le quali di più dolce ricordanza e che più ne palesò l'affetto dei superiori, fu quella pel Commissario di bordo Galetta Francesco, pel suo compleanno , improntata da tanto affetto, che ne ricordò le dolci feste di famiglia. A mezzanotte dovevamo entrare nel porto di Montevideo, e quella sera ci recammo a riposo pieni di fiducia, che quello sarebbe stato l'ultimo a bordo del Tibet. Facemmo i conti senza l'oste.

La Commissione di sanità, nonostante che in tutta la traversata niuna malattia si fosse dichiarata a bordo , tuttavia non ci permise l' approdo e fummo costretti a rifare parte della nostra via , indirizzandoci all'isola Flores per ivi compiervi la quarantena.

Dolenti del contrattempo dovemmo per alcun tempo abbandonar il pensiero di abbracciar i fratelli d'America, giacché la quarantena minacciava d'essere assai lunga. Giunti innanzi all'isola per due giorni fu necessario attendere sul Tibet, ché a las Flores ogni luogo era occupato. Cercammo con accademie d'ogni genere e d'ogni colore rendere meno pesanti quei giorni di noia. Qui il diavolo volle compiere l'opera sua, imperciocchè dopo aver corso pericolo d'andar preda dei flutti, arrischiammo a due passi dalla meta rimaner vittima del fuoco, che sviluppatosi circa alle due di notte, ne riempì tutti di spavento, sebben presto venisse soffocato. Ma anche questo passò. Il giorno dopo ne venne avviso di scendere a terra. Il distacco fra i compagni che dovean continuare il viaggio fino a Buenos Aires ed i passeggieri con cui ci eravamo stretti in più che fraterna amicizia , fu assai dolorosa. Tutti pria di por piede sulle barche, che dovean portarci all'isola, ci strinsero commossi la mano. Il Capitano, il Medico, il Commissario ci vollero accompagnare all'isola. Quivi ci fermammo cinque giorni e nulla vi fu di straordinario , se ne togli l' incertezza in che eravamo lasciati del giorno che avrebbe posto fine a quella specie di doppio esiglio ; la qual cosa ne lasciava molto agitati. Ma quando a Dio piacque il 14 del corrente ne aprì le porte di Montevideo , e ne condusse fra le braccia degli amati fratelli d'America. Compievasi quel giorno un mese dal nostro Esodo, e, dopo esser stati provati per aquam et per ignem, toccavamo finalmente il porto sospirato. Lascio di descriverle le accoglienze de' fratelli e le prime nostre impressioni, il che forse sarà oggetto d'altra mia. Qui fo punto perchè il tempo mi vien meno, e d'altronde già sono stato fin troppo lungo. Ella m'abbia per iscusato se questa mia è posta in carta alla buona , e voglia compatire se il tempo non mi permise d'inviarle una relazione più accurata.

Riverisca tutti i signori Superiori eziandio da parte del signor D. Lasagna, e si degni sempre conservarmi il suo affetto.

II.

Las Piedras, 22 gennaio 1887.

REV.MO E AMAT.MO PADRE,

Sono oggi otto giorni che, coll' animo ripieno di commozione e di viva riconoscenza al Signore Iddio e a Maria SS. Ausiliatrice, scendemmo nel porto di Montevideo e potemmo finalmente abbracciare i cari confratelli che già ci attendevano. Oh con quale cuore, o buon padre, cantammo il solenne Tedeum appena giunti nella cappella del nostro collegio di Villa Colon. E ne avevamo ben ragione di ringraziare il Signore , ché in questo mese di viaggio provammo più volte gli effetti mirabili di sua divina bontà. Da quante disgrazie non fummo liberati ! E certamente eziandio mercé le preghiere fatte costì all' Oratorio e da tutti i confratelli , i giovani, i benefattori.

Siam passati per l'acqua e pel fuoco. Durante la burrasca ci credevamo di essere in pericolo, ma non abbiamo saputo che fosse tanto grave, come venimmo a conoscere alcuni giorni dopo ; quando cioè ci dissero che il timoniere aveva rinunciato alla direzione del timone, e il macchinista di dar fuoco alla macchina. Viaggiammo molto tempo interamente in balia delle onde furiose, che ci trasportarono molto lontano della via, che dovevamo trascorrere. Non mai cantammo con tanto cuore la laude : Solchiamo un mare infido, e la Madonna ci esaudi mostrandosi vera Maris Stella.

Dopo questa tempesta nessun altro inconveniente ci incolse se non un altro solo giorno di burrasca ed un'ora di spavento, alla quale tenne dietro molto tempo di pace gioconda.

Una notte però fummo improvvisamente svegliati dal grido : Fuoco al bastimento! Si immagini che paura e che sveltezza nel levarci e salir sulla tolda, disposti a saltar in mare per portarci a nuoto all' isola di Flores presso la quale stavamo ancorati. Era un' imprudente donna che coricata sulla sua cuccetta aveva accesa la macchinetta del caffè. Essendosi mosso alquanto il bastimento ed essendosi versato l' alcool della macchinetta, aveva dato il fuoco a tutta la cuccetta. In brev'ora però scomparve ogni pericolo.

Ma non ostante le peripezie del viaggio ci torna carissimo il pensiero del tempo che abbiamo passato sul Tibet. Mi pare ancora di assistere alla messa solenne celebrata sulla tolda e vedere l'altare ornato col trofeo di venti bandiere, che parevano rappresentare le singole venti nazioni, cui appartenevano, ai piedi di Gesù Bambino. Vedo ancora la gioia di tutti i fanciulli della terza classe, in cui favore si era fatto una lotteria, parte principale della quale erano i dolci, le frutta, il vino, regalo dell'ottimo Commissario di bordo. Non dimenticheremo mai la gentilezza, la benevolenza, il vero amore del Capitano, del Commissario, e di tutti gli ufficiali : l'armonia che regnava a bordo, l'affetto che ci portavano tutte indistintamente le tre classi di viaggiatori. Ne avemmo una chiara prova nel pianto di moltissimi di essi nel momento del distacco, nel salutarci colla mano mentre scendevamo nelle barchette per essere trasportati nell' isola Flores, nello sventolare dalla nave del fazzoletto di tutti mentre ci allontanavamo e mentre già sulla spiaggia si aprivano le nostre valigie per obbedire alle leggi sanitarie. Tutto, tutto è rimasto scolpito nel nostro cuore e di tutto ringraziamo il Signore.

Ora noi siamo adunque nella sospirata America, tutti sani, allegri e pieni di buona volontà per lavorare con tutta lena ad maiorem Dei gloriam.

Da pochi giorni siamo qui e già conosciamo il bisogno generale che vi è di missionari, e già se osassimo ci raccomanderemmo per una prossima e numerosa spedizione. Pareva un bel numero quello di 30 missionarii : ebbene, siamo un nulla e si sente il bisogno del doppio , non già per aprir nuove case , che allora, misericordia ! non basterebbero gli 800 giovani dell' Oratorio convertiti in zelanti missionarii, bensì per solamente provvedere di personale le case attuali.

Preghi adunque per noi, carissimo Don Bosco, affinché, ora che siamo in mezzo al lavoro, il Signore ci sostenga, ci aiuti e moltiplichi la nostra attività : ci raccomandi eziandio alle preghiere di tutti i nostri cari e dica loro da parte nostra: Rogate Dominum messis ut mittat operarios in messem suam.

Abbia la bontà di salutare da parte nostra i Superiori, i confratelli , i giovani ed i Cooperatori.

Chiedendole per tutti noi la paterna benedizione sono

Di Lei amatissimo padre

Umil.mo Obbl.mo figlio in G. G. Sac. SEBASTIANO GASTaLDI.

DAL BRASILE.

AMAT.MO E REV.MO PADRE,

Non sarà mai, amatissimo Sig. D. Bosco, ch'io lasci passare questa bella occasione della festa del nostro santo titolare S. Francesco di Sales senza mandarle un augurio ed una felicitazione, tanto più che so essere suo desiderio che tutti i suoi figli, dalle diverse case e dalle diverse regioni ove si trovano sparsi, si radunino insieme con lei, per festeggiare sì grande giorno. Non potendo per la grande distanza trovarmi , come l'anno scorso, presente col corpo, voglio almeno partecipare collo spirito, e per mezzo di questa povera lettera venire a deporre ai suoi piedi gli ossequii della mia più profonda riverenza e gli affetti del mio più sincero amore. Oh ! come scorser veloci, veneratissimo Padre, quei giorni felici ch'ebbi la ventura di passare al suo fianco lo scorso inverno ! Ahimè ch' essi sparirono lasciando nel mio cuore un vuoto immenso prodotto dalla lontananza! Ed ora un anno è già trascorso e quante cose si son già fatte!

Credo di non farle cosa sgradita se mi propongo di farle una rapida rassegna dei fatti principali che mi occorsero d'allora in poi ; così potrà farsi un' idea più esatta del mio stato e meglio soccorrermi di consigli e di denari per mandare avanti l'incominciata impresa.

Adunque dopo d'esserci da lei separati il giorno 30 di marzo da Marsiglia, arrivammo all'Havre il giorno 2 aprile, di dove partimmo la stessa sera nel vapore Ville de Vittoria, affondato il 24 dello scorso mese in Lisbona per l'urto ricevuto da una corazzata inglese. Il viaggio fu felicissimo, benchè un po' lungo. Fummo trattati a maraviglia dal comandante S. Simonet, persona affabile e gentile quanto mai. Se eccettuiamo il primo giorno, in cui il mare era oltremodo agitato, nessuno di noi soffrì il tanto terribile mal di mare, e giungemmo il 28 dello stesso mese (dopo esserci fermati due giorni in Lisbona, cinque in Pernambuco e tre in Bahia) a Rio Janeiro meta del nostro viaggiò.

Dirle le feste che ci fecero i confratelli al nostro arrivo, l'allegria che si manifestava sul volto di tutti, non è cosa tanto facile né adattata per la mia povera penna. Così pure impossibile mi è descriverle la sensazione di meraviglia, di ammirazione e di allegria che mi produsse vedendo, al mio primo entrare in collegio, rifatto il corpo di edifizio, caduto per causa di un uragano terribile l'anno scorso il 14 di novembre. I confratelli vollero farmi questa bella e grata sorpresa, che certo non poteva essere migliore. Durante la mia assenza , il Vescovo che ci vuol molto bene e ci ama sempre come figli, promise di dare un vistoso soccorso e con questi denari si poté ricominciare il caduto edifizio.

Prima mia cura appena arrivato fu di stabilire un bellissimo mese di maggio in onore di Maria Ausiliatrice, da cui riconoscevamo tanti e sì segnalati benefizii. In collegio vi trovai una cinquantina di giovani, dei quali metà studenti e metà artigiani. Quindi si disposero le cose in modo da poter dare la benedizione tutte le sere con un piccolo sermoncino adattato per i ragazzi, come si costuma nelle nostre case. Subito nei primi giorni cominciò a manifestarsi in tutti un entusiasmo straordinario per questa divozione, nei giovani ed anche nelle persone di fuori che accorrevano sempre più numerose alle nostre funzioni. Quest'entusiasmo ancora aumentò in occasione della solenne benedizione di una magnifica statua di Maria Ausiliatrice, che io aveva mandato a prendere a Monaco di Baviera l'anno scorso.

La statua fu benedetta dal Rev.mo Monsìgnor Luigi Raimondo de' Britto vicario generale della diocesi, il quale dopo la benedizione si degnò dirigere la parola al popolo immenso, che d' ogni parte v'era accorso, e con un breve, ma eloquentissimo e fervorosissimo discorso, tessé le lodi della nostra buona Madre Maria per modo che trasse le lagrime da tutti che vi assistettero. L'entusiasmo arrivò al punto che mentre Monsignore predicava, essendosi presentata una signora protestante alla porta della chiesa alcuni contadini che stavano alla porta non le permisero l' entrata, dicendo nel loro modo semplice di parlare che la Madonna era nostra, dei cattolici, e non dei protestanti, e che quindi andasse pei fatti suoi: Nossa Senhora é nossa, é nao é dos protestantes ; a senhora nao póde entrar aqui. Già si capisce come sarà tornata indietro la povera protestante , la quale per altro non era la prima volta che veniva per disturbare la pietà dei fedeli durante le nostre funzioni. - Il mese di Maria continuò animato e fervoroso sino al 24, giorno in cui con tutta pompa e solennità celebrammo la cara festa di Maria Ausiliatrice.

Tutto fu splendido ; la messa della Comunità alle 7 1/2 con numerosissime comunioni; la messa solenne alle 11 con pontificale del Reverendissimo Monsignore Pietro Peixoto e discorso di nuovo bellissimo di Mons. Britto. Alla sera poi tenemmo la Conferenza dei Cooperatori Salesiani. Il mese però continuò sino ai tre di giugno, giorno dell'Ascensione, in cui si fece una magnifica chiusura. I risultati ottenuti da questo mese, passato tutto in onore di Maria, furono varii e tutti eccellenti. Prima di tutto aver destato un vivo desiderio di esser veramente buoni nei nostri giovani. Secondariamente si vide aumentare di molto la frequenza alla nostra cappella delle persone straniere e si videro anche varie comunioni di gente che per l'avanti non aveva mai pensato a questo. Ma l'effetto più maraviglioso fu la chiusura operatasi circa quel tempo di una chiesa e di una scuola protestante che esisteva, come le dissi altra fiata, davanti della nostra stessa casa. La scuola a datare da quel tempo si vide abbandonata dalla maggior parte de' suoi giovani e poco dopo deserta; cosicché non avendo più giovani, null' altro restava a fare al maestro se non levare le tende e trasferirsi altrove, e così fece. La chiesa anch'essa cadde in così bassa opinione del popolo, che nessun più si curava di entrare là dentro, e quindi non si poté sistemare.

Ed in vero Iddio e Maria che noi tanto amavamo ci benedicevano, perché i nostri giovani aumentarono da cinquanta a settantacinque tutti interni, oltre un 25 o 30 esterni, che venivano solo a scuola ne' di feriali ed a messa la domenica. La nostra fortuna destò le ire e l' invidia di alcuni giornalacci che cominciarono a bistrattarci a torto ed a ragione per ogni verso. Improperii, calunnie, malversazioni di ogni specie. Visite di ispettori, di delegati, di provveditori d'ogni genere. Chiaritasi l'innocenza, fummo lasciati in pace dal governo, ma i giornali continuarono a parlare, non risparmiando né titoli , né vituperi al nostro indirizzo.

Pare impossibile che dopo tanto tempo che lavoriamo qui in Brasile, vi sia ancora chi non conosca l'importanza della nostra opera e ci faccia ancora una guerra tanto atroce ! Certo che Iddio veglia su di noi e ci protegge, perché questa ultima guerra invece di screditarci, servì per meglio stabilire la nostra riputazione. Le visite che ci fecero improvvise ed inaspettate provarono a tutti che il nostro collegio può e con vantaggio stare a petto, sia per l'istruzione, sia per la pulizia e per la disciplina, di qualunque altro governativo. Cosicché possiamo veramente dire che non v'è male che per ben non venga; conforme dice il proverbio. La Vergine SS. ci protesse in quest' ultima occasione come ci aveva già protetto altre volte e come ancora ci proteggerà per l' avvenire , se procureremo sempre amarla e servirla come a nostra buona Madre ; e questo è appunto quello che noi intendiamo di fare.

L' anno scolastico finì per noi il giorno 19 di dicembre, in cui ci fu una splendida distribuzione di premi, con immenso concorso di signori e sìgnore, che vennero ad onorarci di loro presenza ed a constatare coi loro occhi stessi l'insussìstenza delle accuse che poco prima ci avevano mosse.

Ecco, amatissimo Padre, in breve il rendiconto dello scorso anno. Mi pare che dobbiamo essere ben soddisfatti del risultato ottenuto; e credo che anche lei ne sarà soddisfatto. Sentiamo in verità grande mancanza di danaro per sostenere e far progredire quest' opera tanto combattuta dagli uomini e così visibilmente protetta da Dio; ma speriamo ed assai nella inesauribile carità dei nostri Cooperatori e Cooperatrici. Manchiamo ancora di personale, che siamo pochi e poco robusti tutti; ma anche qui speriamo un aiuto non più dai Cooperatori, ma dai nostri confratelli, i quali si decideranno una volta a dare un addio ai parenti ed alla patria per venire in queste terre in cerca di anime da salvare. Ah ! quanta messe ci aspetta! ma dove, dove sono i lavoratori? Per pietà soccorreteci. Abbiam saputo della nuova spedizione fatta in dicembre ultimo : ma che vale questo in questo mare immenso di lavoro e del bene che ci aspetta?...

Ma mi accorgo che già troppo mi sono dilungato in questa mia ; mi perdoni se le ho rubato tanto tempo per lei così prezioso ; mi perdoni ancora se ho scritto così in fretta e così malamente tanto per rispetto alla lingua come alla calligrafia ; è un buon Padre ; perdoni dunque la libertà del figlio che tanto l'ama. Oh sì! amatissimo Padre, l' amo, l' amiamo tutti d'un amore sincero, profondo, irremovibile perchè anche Lei ci ama e con non minore intensità. Quando potrò aver di nuovo il piacere di vederla e di baciarle la mano e di sentire una sua parola d' incoraggiamento ? Ah! permetta Iddio che sia presto

Mi benedica dunque, amatissimo Padre e mi abbia presente nelle sue orazioni. Benedica anche i confratelli tutti ed i giovani di questa prima casa salesiana nel Brasile.

Non dimentichi i nostri Cooperatori e specialmente il nostro Vescovo che ci vuol sempre bene come a figli e ci assiste in tutto. Ah ! che Iddio la rimuneri del bene che ci ha fatto e ci sta facendo e la conservi ancora per molti anni al nostro amore. Si degni di gradire i miei rispettosi ossequii e mi creda sempre di V. S. R.ma

Obbl.mo ed obb.mo figlio D. MICHELE BORGHINO.

NECROLOGIO

Nella sera del 13 febbraio si spegneva in Genova una preziosa esistenza, la signora nobile Fanny Tini ved. Polleri-Ghiglini, priora delle Dame della Misericordia.

Settantacinque anni di vita dedicò al culto delle più belle e gentili virtù, e da molti anni non viveva per altro che per alleviare sventure e confortare afflitti.

Ciò la faceva cercare da' miseri col desiderio con cui si cerca una madre , ed ella rispondeva con un affetto che rendeva l'immagine della fratellanza cristiana.

Troppo a lungo ci porterebbe il solo enumerare tutte le sue peregrine doti e virtù, nonchè le numerose occupazioni di pietà e religione a cui si era esclusivamente da gran pezza dedicata.

Diremo soltanto che fra le opere che più prediligeva va annoverata quella del venerando Don Bosco, il quale aveva per lei una specie di venerazione e la chiamava col dolce nome di madre dei suoi numerosissimi figli dell'Istituto Salesiano di S. Pier d'Arena.

Ora la nobile donna non è più. I poveri piangeranno, piangeranno le amiche ch'eran molte ; ma ella sarà lieta d'aver ricevuto il premio d'infinita beneficenza.

Felice lei!

Così leggevasi nell'egregio giornale genovese L'Eco d'Italia.

Noi aggiungeremo che splendidissimi riuscirono i funerali e la sepoltura di questa nobile e virtuosa matrona, conosciuta da tutta la città. In tutte le Opere e Congregazioni di beneficenza essa prendeva parte cospicua. La sua casa fu sempre aperta ai poveri ed agli infelici. Fu la donna forte, la donna della carità e dei consigli. Quando si raccolsero dai Salesiani i primi giovanetti a Marassi, accorse subito in soccorso colle elemosine , colle questue , recando talora essa stessa colle sue mani ciò che giornalmente abbisognava pel vitto. Dicendo che fu vera madre dei poveri è detto tutto.

La sua memoria sarà sempre in benedizione!

MOGLIANO VENETO.

Leggiamo nel giornale La Difesa di Venezia:

Il dì 31 del mese p. p. fu una festa cara di famiglia nel Collegio Salesiano-Astori di Mogliano-Veneto, in onore a S. Francesco di Sales, Patrono delle Case di D. Bosco ; e chi vi assistette, è rimasto assai soddisfatto, e si partì di là con un bel ricordo nel cuore.

Il segretario del nostro Vescovo amatissimo di Treviso funzionò alla Messa, ai Vespri, alla Benedizione, cantati così bene in musica da quei giovinetti; e il bell'Oratorio dell'Istituto era messo con eleganza, sopra tutto l'altare maggiore, dove brillava fra lumi e fiori di dalia la effigie del grande Salesio.

Qualche educatore di R. Scuole, che lamenta come di presente i giovani non facciano più nulla per dovere, e quindi non curino lo studio, non rispettino i maestri, nè sè stessi, e sieno pronti a' tumulti, dovrebbe entrare in siffatte case di Don Bosco, dove tutto si fa per sentimento di dovere, e capire che la scuola senza Dio, come la si vuole adesso, non produce che frutti assai amari.

In sul mezzodì i Salesiani onorarono i loro ospiti facendo le accoglienze più liete, e solo parea dolesse a loro di non saper fare di meglio e non poter contraccambiare anche in quel modo alle cure dei Cooperatori e particolarmente della pia benefattrice Astori, là presente, la quale continua così degnamente l'opera da lei cominciata.

Infrattanto i giovanetti sotto il bel porticato faceano tratto a tratto rallegrare la sala colla loro banda. Un giovanetto a guisa di un menestrello antico, cantò una romanza che intenerì l'animo a tutti. Il Parroco di Scandolara volle mostrare il suo affetto ai Salesiani, e recitò : « Il canto del piccolo operaio nelle case di Don Bosco », rilevando per ogni rispetto tutto il bene che si fa in quei luoghi ; e un sonetto : « La sètta e Don Bosco», dove mostrò che scopo di siffatti Istituti di educazione è di salvare la società futura salvando

la gioventù. - La sera vi fu un bel trattenimento. - In questo, dove erano convenute molte persone di Mogliano e altri paesi, i piccoli artisti si mostrarono superiori in tutto alla loro età. Prontezza di dialogo, naturalezza di atti, forza e calore nel sentimento, e tutto con una disinvoltura sorprendente come di vecchi artisti.

Un viva dunque esca dal nostro cuore a quei cari giovanetti, sopratutto all'infaticabile sac. Veronesi, Direttore del Collegio, e a' suoi degni Cooperatori.

D. G. B.

PASSEGGIATE

CAPO II.

Si va a Castelnuovo - Il Prevosto Teol. Cinzano - In chiesa e nel cortile - II giovane Michele Magone - Castelnuovo d'Asti - Il dott. Argentero - D. Cafasso ed altri uomini di chiaro nome. -

Era argomento del primo viaggio, ed a noi pareva la prima mossa degli Ebrei pel deserto,. la gita che si faceva a Castelnuovo d'Asti. Il buon prevosto d'allora, il teologo Cinzano, voleva un gran bene a D. Bosco. Egli l'aveva veduto crescere sotto i suoi occhi, l'aveva diretto ne' suoi primi passi, l'aveva aiutato di consiglio e di opera nella deliberazione del suo stato.

Il buon prevosto, nel dì della festa del Rosario, correva anche lui ai Becchi, con molti de' suoi parrocchiani, cantava la Messa, accettava il pranzo di D. Bosco, e poi esigeva che la dimane egli con i suoi figli andassero a restituirgli la visita. Si cominciava perciò verso le nove il movimento: si era già fatta colazione e con buon appetito, e quasi quasi si era disposti a fare la seconda. Il prevosto diceva che non poteva dare altro che un po' di polenta. Per noi era una gioia, una festa, un vero tripudio, che serviva di ricordo per dodici lunghissimi mesi. Oh polenta! come ora dopo tanti anni ci fai ancora gola ! Ma dove trovare un paiuolo, dove un fornello, dove un braccio che potesse preparare quel formidabile ammasso di farina? Chè noi eravamo un centinaio e più, e per appetito ci avvicinavamo anche ai trecento. Il prevosto faceva venire i suoi massari dalla villa, ed essi apparecchiavano un fornello posticcio in un angolo del cortile, e poi davano principio all'alta impresa.

- Oh muse, o alto ingegno, or m'aiutate!

Mentre un vortice di fiamme investiva il paiuolo e faceva bollire l'acqua, noi giovanetti, seduti qua e là pel cortile, stavamo aspettando l'ora sospirata. Per non perdere tempo, v'era chi distribuiva i tondi, chi le forchette, chi il bicchiere, chi distendeva la tovaglia sul tinello su cui si doveva rovesciare la..., chi correva anche dietro agli odorosi intingoli che si preparavano in cucina... Era un via vai veramente incantevole. Ma i più serii e più grandi erano occupati in ben altre faccende. Il prevosto era amante del canto religioso, e lo provava la bella scuola che si andava formando tra la sua gioventù. Il nostro mons. Cagliero cominciò la sua carriera, possiamo dire artistica, sotto la guida del prevosto. E quando arrivavamo noi, voleva sentire della musica : e della musica buona, sacra e classica. Ed i nostri cantori lo contentavano con piacere.

Mentre perciò alcuni di noi pensavano al ristoro corporale, altri montavano sull'orchestra ed eseguivano ben volentieri varii pezzi riservati per quella sola occasione. Bisognava poi contentarlo in una sua particolare affezione verso la musica sacra del Mercadante, e specialmente per il famoso suo Et unam sanctam.

Questo pezzo lo voleva sempre sentire, e, con nostra meraviglia lo entusiasmava sempre. Ora si eseguiva una canzoncina divota a solo e con coro, ed ora infine qualche altro pezzo di canto religioso. Frattanto il momento grave giungeva , e gli emissari arrivavano ad avvisare che la polenta era.. lì lì per far la sua comparsa, e che bisognava riceverla con i dovuti onori. I musici (1) si preparavano per dare fiato ai loro strumenti e i cantori a ripetere la nota canzone popolare. Ciascuno ripigliava il suo posto, ed aspettava che il fratello dispensiere venisse a dargli la porzione che gli toccava. E noi disposti in giro, seduti sur uno scranno improvvisato, o sopra un cumulo di pietre, o sopra un trave disteso lungo la parete del muro , ci disponevamo a consumare dirottamente, non solo a smaltire la razione avuta. Che silenzio in quei primi istanti! Direi quasi, che edificazione ! Dopo questo primo servito veniva pane, cacio, lesso freddo, uva e mele, e tutto via via sfumava come per incanto. Dopo la nostra seduta , Don Bosco con i nostri compagni più adulti erano ricevuti a lieta e comoda mensa dal prevosto , che in quel giorno voleva pur avere con sè tutti i preti del paese a fargli onore. In un libretto, che ci fu a suo tempo così caro, scritto, come si sa, dalla pietosa penna di D. Bosco, la biografia cioè del giovane Magone Michele, si legge una parte di questo nostro pellegrinaggio, e si dice come quella preziosa esistenza, quando fu con noi a Castelnuovo, fece conoscere con qual bella maniera , egli sapeva mostrare la sua riconoscenza verso di chi ci beneficava.

Dopo pranzo egli si ritirò in chiesa, e mentre noi ci divertivamo ancora, egli andò a pregare. Interrogato che cosa facesse, prontamente rispose:

« Prego pel buon Prevosto, che ci volle trattare con tanta carità. » Ma se D. Bosco ne scrisse solo quel tanto che era necessario per far conoscere quel cuore d'oro , che fu il giovine Magone, noi qui abbiamo dovuto trattarne molto più in diffuso.

Intanto più volte si nominò Castelnuovo d'Asti, della patria di D. Bosco, e starebbe bene, a nostro parere, che se ne dessero a comune istruzione alcuni cenni più diffusi.

Sta Castelnuovo, detto d'Asti per distinguerlo da molti altri castelli più o meno nuovi, che portano il medesimo nome, ai piedi di un ameno e fertile colle, che lo ripara dai venti di mezzanotte. E cinto a levante dalle piccole borgate di Pino e di Mondonio ; feracissimi prati e campi lo adornano a mezzodì ; ed una collinetta feconda lo divide a ponente da Moriondo e Lovanzito, terricciuole che gli stanno a poca distanza. La sua positura è di un effetto piacevolissimo a vedersi. Le case delle persone agiate, ché di castelli non ne ha che nel nome e perciò non ricorda storie o false o inventate di feudatarii crudeli o scandalosi, sono poste in gran parte sul ciglio del colle, per una considerevole lunghezza, nel cui mezzo sta la chiesa, con l'abitazione del parroco, che porta il titolo di vicario foraneo.

E assai piacevole il clima : vi si respira un'aria saluberrima: ed anche d'estate spira un soavissimo zeffiro che tempera i troppo cocenti calori. Vi si trova poi di tutto quanto è necessario alla vita, e quanto può desiderare il forestiero più ricercato. Ma da quei tempi beati ai nostri presenti, quanto progresso materiale vi si introdusse! Tutto si andò trasformando e rendendosi più bello e comodo. Allora era un po' faticoso l'andarvi, e le sue comunicazioni con Torino erano assai limitate. Fortunato, cioè infelice, chi doveva per qualche sua bisogna in quei giorni venire a Torino ! L'omnibus non vi si recava che qualche giorno alla settimana , e non sempre partiva quando lo annunziava. Ora invece, per le strade rese più comode, e per il commercio fiorentissimo e copioso di vini, sono due le partenze ordinarie al mattino e due alla sera di ogni giorno, con altrettanti arrivi e per diverse vie , sia per Chieri, sia per Villanuova, e non mancano mai viaggiatori e forestieri.

Gli abitanti poi, sotto un cielo così bello e splendido , sono anch'essi di umore lieto ed aperto, di buona indole ed assai cortesi coi forastieri, i quali, oltre ai favori della natura , vi trovano quella sincera ospitalità, che generalmente si am. mira fra tutti i popoli dell'Astigiano.

Castelnuovo d'Asti a buon diritto si gloria d'aver dato i natali a molti uomini, che si segnalarono nelle scienze e nelle arti. Fu celebrato a' suoi tempi specialmente Giovanni Argentero, che in Europa meritò il titolo di gran medico, e che, chiamato ad insegnarvi in tutte le più frequentate Università del suo secolo, prescelse quella di Torino, dove il duca Emanuele Filiberto , il vincitore di san Quintino, dietro i consigli di lui, invitava a dare lezioni gli uomini più dotti e veramente famosi di quella età. Varie opere di lui, date alle stampe, il fecero conoscere per tutta l'Europa.

Nella metropolitana di Torino si legge il seguente epitaffio

D. O. M. IOANNI ARGENTERIO PARENTIBUS ET NATALI SOLO SUIS TANTUM NaTO INGENIO VERO ARISTOTELICO ET IN RE MEDICA DOCTISSIMIS MONUMENTIS LUSTRANDA ORBI NOTISSIMO

CUIUS PERENNIS FAMA ET GLORIA NEUTIQUAM CONSUMPTUM EST VETUSTATIS INIURIA, HERCULIS FILIUS MOERENS POSUIT OBIIT ANNO DOM. MDLXXII TERTIO IDUS MAII AETATIS SUAE LIX.

Con lui si imparentarono poi in Piemonte le più illustri famiglie, e da lui vennero i conti di Cocconato e Bagnasco.

Ma per grande che sia la gloria, che acquistò in altri tempi Castelnuovo, col nome dell'Argentero, nessuna è certamente come quella dei nostri giorni. Era di Castelnuovo il pio, caritatevole e zelante D. Cafasso, erede dello spirito del teol. Guala, fondatore delle conferenze morali a Torino , e che tanto bene apportarono al clero , non solo della nostra arcidiocesi, ma di molte circonvicine , e che rovinarono intieramente fra di noi la fatal dottrina dei rigoristi ciechi e pericolosi, e produssero una vera geneazione di uomini altissimi. Di questo santo sacerdote fu scritta e pubblicata una copiosa biografia dal sac. Gio. Bosco.

Ebbero pure qui i loro natali mons. Bertagna, vescovo titolare di Cafarnao, e mons. Cagliero , vescovo titolare di Magido, successore quello a D. Cafasso nelle conferenze di morale e maestro di soavissima e santa dottrina ; e questo missionario Salesiano, che ebbe la gloria di penetrare fra gli Indii della Patagonia; e portar loro la luce del Vangelo ed il regno di Dio.

Prima di questi due vescovi, per ordine di tempo, nasceva, come ognuno sa, il nostro carissimo D. Bosco.

Non temiamo che si rimproveri a noi questa piccola digressione su Castelnuovo d'Asti, ma ci pareva, se non proprio necessaria, almeno un poco utile, per meglio conoscere quei posti dove noi in compagnia di D. Bosco abbiamo fatte le prime escursioni autunnali, e lasciarono a noi così soave ricordo.

(1) Dapprima erano un violino, un trombone abbastanza stonato, ed un tamburo. Come vedete, si poteva essere contenti ! Ma dal 1856 ed in seguito la banda era in assoluto completo.

BIBLIOGRAFIA.

Il Grande Sant'Agostino, Vescovo d'Ippona , dottore di S. Chiesa.

- Vita popolare scritta nell' occasione del XV centenario del suo battesimo ; pel sacerdote Giulio BARBERIS. - Tip. S. Benigno Canavese. Prezzo L. 0,80.

Sant' Agostino è uno dei più gran santi della cristianità e non si aveva di lui in commercio librario nessuna vita. In quest'anno cade il XV centenario del suo battesimo. Il Sacerd. Giulio Barberis già conosciuto ai lettori di questo Bollettino, incaricatone espressamente da D. Bosco, riempì questa lacuna. Poche vite di santi possono riuscire più proficue dì questa. Noi vorremmo che nemmanco uno dei Cooperatori salesiani stesse senza procurarsela. Saremmo certi che ne avrebbe ciascuno gran bene all'anima sua, e gran bene ne verrebbe all'anima di coloro cui si desse a leggere.