ANNO X - N. 2.   Esce una volta al mese.   FEBBRAIO 1886

BOLLETTINO SALESIANO

DIREZIONE nell'Oratorio Salesiano. -Via Cottolengo, N. 32. TORINO

SOMMARIO - Il Giubileo - Lettera Enciclica del S. Padre Leone XIII- Storia dell'Oratorio di S. Francesco di Sales - La Guardia d'onore al Sacro Cuore di Gesù nel secondo Centenario del suo pubblico culto - Bibliografia - Elenco dei Cooperatori Salesiani defunti nell'anno 1885.

IL GIUBILEO

L'anno del Giubileo ossia di giubilo od allegrezza, come lo indica il nome, già celebravasi ogni 50 anni dagli Ebrei, sin dal tempo di Mosè. In detto anno che chiamavasi anno santo, chi era schiavo diventava libero , chi aveva debiti gli venivano condonati , chi aveva impegnato case o poderi ne rientrava in possesso. Era come una figura dell'anno di vero giubileo in cui doveva nascere il divin Salvatore e liberarci dalla schiavitù del demonio, redimerci dal peccato, farci rientrare nel possesso del Paradiso.

La Chiesa, conservando quest'antica usanza, la fece servire a ridestare di tratto in tratto nei fedeli la memoria della Redenzione, epperciò stabili che anche dai cristiani si celebrasse l'anno santo del Giubileo. Dapprima ne fissò l' epoca ogni cento anni, poi ogni cinquanta, indi ogni trentatre e finalmente, perchè maggior numero di persone ne potesse approfittare, ogni venticinque anni. Oltre a questi giubilei periodici , sogliono i Sommi Pontefici concederne altri straordìnarii nelle occasioni di grandi gioie o di grandi tribolazioni della Chiesa. Così straordinario è il giubileo di quest'anno. Esso è un indulgenza plenaria concessa dal sommo Pontefice alla chiesa universale con piena remissione di tutti i peccati a coloro, che degnamente lo acquistano, adempiendo le opere prescritte.

Le intenzioni del Papa nell'invitarci a prender parte al Giubileo, sono; 1° di rinnovare la memoria della nostra Redenzione e di eccitarcì perciò ad una viva gratitudine verso il Divin Salvatore; 2° di ravvivare in noi i sentimenti di fede, di religione e di pietà; 3° di premunirci mercè i più abbondanti lumi che il Signore largisce in questo tempo di salute, contro gli errori, l'empietà, la corruzione e gli scandali che da tutte parti ne attorniano; 4° di ridestare ed accrescere lo spirito di preghiera che è l'arma del cristiano; 5° di eccitarci alla penitenza del cuore, ad emendare i costumi ed a redimere con buone opere i peccati, che ci attirarono l'ira di Dio; 6° di ottenere mediante questa la conversione dei peccatori e il maggior perfezionamento dei giusti , che Iddio anticipi nella sua misericordia il trionfo della Chiesa in mezzo alla crudel guerra che le fanno i suoi nemici.

LETTERA ENCICLICA

DEL SaNTISSIMO SIGNOR NOSTRO

LEONE

PER DIVINA PROVVIDENZA PAPA XIII

CON CUI SI PROMULGA IL GIUBILEO STRAORDINARIO PEL 1886

Ai Venerabili Fratelli Patriarchi, Primati, Arcivescovi e Vescovi ed altri Ordinarii delle diverse regioni del mondo aventi grazia e comunione colla Sede Apostolica

LEONE PAPA. XIII

VENERABILI FRATELLI SALUTE ED APOSTOLICA BENEDIZIONE. Motivi di questo Giubileo.

Quello che, per Apostolica Autorità, una volta già e poi nuovamente decretammo, cioè che l'anno sacro, in tutto l'orbe cristiano, straordinariamente si celebrasse, aperti a pubblico vantaggio i tesori dei doni celesti, cui è in Poter Nostro dispensare, vogliamo ora, col favore di Dio, pel prossimo anno stabilire.

L'utilità della qual cosa non può, o Venerabili Fratelli, sfuggire a Voi, conscii come siete dei tempi e dei costumi; ma una certa ragione singolare fa sì, che in questo Nostro Consiglio maggiore opportunità apparisca , che non forse altra volta.

Ed invero, avendo Noi colla precedente Nostra lettera Enciclica sul governo degli Stati insegnato, quanto importì per essi lo accostarsi ognor più al vero regime cristiano, già puossi comprendere quanto consentaneo sia a questo Nostro proposito, con tutti i mezzi che sono da Noi, dar opera si ad eccitare, sì a richiamare gli uomini alle cristiane virtù.

Imperocché lo Stato è tale quale lo fanno i costumi dei popoli; e come l'eccellenza delle navi e degli edifizi dipende dalla bontà e dall'acconcia collocazione delle singole parti, per la stessa guisa il corso della pubblica cosa nè giusto , né senza danno può essere, se i cittadini non battono il retto sentiero della vita. La stessa civile disciplina , e tutte le cose che costituiscono l' azione della pubblica vita, soltanto per opera degli uomini nascono e periscono; e però gli uomini alle cose stesse sogliono dare l'espressa impronta delle loro opinioni e dei loro costumi. Acciocchè dunque penetrino nei loro animi quei precetti nostri, e, quel che più monta, ne sia retta la quotidiana vita di ciascuno, è da fare ogni sforzo, perchè tutti e singoli s'inducano a cristianamente sentire, ad operare cristianamente, non meno in pubblico che in privato.

Esortazione all'acquisto del giubileo.

Ma il desiderato esito dell'impresa ben vedete, o Venerabili Fratelli, essere per gran parte nell'opera e nella diligenza vostra riposto, essendo necessario a preparare ìl popolo a conseguire adeguatamente i frutti che sono proposti. Sarà adunque cura della carità e della sapienza vostra questa impresa a scelti sacerdoti affidare, i quali con ragionamenti accomodati all'intelligenza del volgo, istruiscano la moltitudine e precipuamente la esortino a quella penitenza che e secondo Agostino, bonorum et humilium fidelium poena, quotidiana, in qua pectora tundimus, dicentes dimitte nobis debita nostra. (Epist. 108)

E non senza motivo rammentiamo in prìmo luogo la penitenza e quella parte di essa che consiste nella volontaria mortificazione del corpo. Imperocchè conoscete il costume del secolo; una gran parte si piace di vivere con mollezza, e nulla fare virilmente e con grandezza d'animo. Uomini tali,, mentre cadono in altre molte miserie, spesso presentano falsi pretesti per non obbedire alle leggi salutari della Chiesa, giudicando troppo grave ed intollerabìle peso l' obbligo imposto loro di astenersi da certo genere di cibi, e l'osservare il digiuno in pochi giorni dell'anno.

Snervati da questa costumanza non è a stupirsi se a poco a poco si dànno a tutte le cupidigie esigenti pascolo sempre maggiore.

E in tale impresa tanto più è da mettere studio, quanto maggiori sono i pericoli da ogni parte minaccianti. Imperocchè le grandi virtù dei padri nostri in non piccola parte si dileguarono : e le cupidigie, che di per sè hanno grandissima forza, una maggiore ne addimandarono per la licenza: l'insania delle opinioni, da nessuno, o da poco atto freno contenuta , ogni dì più si diffonde: fra quelli stessi che sentono rettamente, molti, trattenuti da un certo falso pudore , non osano liberamente professare e molto meno compiere coll'opera ciò che sentono: la forza dei perniciosi esempii a poco a poco va penetrando nei popolari costumi: società non oneste di uomini, le quali già altra fiata da Noi stessi furono designate, peritissime in colpevoli artifici, studiansi d'imporsi al popolo e, in quanto possono da Dio, dalla santità dei doveri, dalla cristiana fede distoglierlo e strapparlo.

Adunque, nell'incalzare di tanti mali, resi sempre maggiori dalla loro durata, nulla debbesi da Noi tralasciare che arrechi con sè qualche speranza di alleviamento.

Con questo intento e con questa speranza annunzieremo il Sacro Giubileo, ammonendo ed esortando tutti quelli cui sta a cuore la loro salute, d'innalzare i pensieri immersi nelle cose terrene, a cose migliori. Il che non solo è per riuscir salutare ai privati, ma a tutta la cosa pubblica, perocchè di quanto ciascuno farà profitto a perfezione del proprio animo, e di tanto in onestà e in virtù si vantaggeranno la vita ed i costumi pubblici.

Pertanto è conveniente richiamaro a temperanza gli animi rilassati o proclivi a mollezza; per la qual cosa coloro i quali parleranno al popolo, diligentemente e chiaramente insegnino ciò che, non solo per legge evangelica, ma eziandio per ragione naturale si comanda, che ognuno cioè dee domandar a sè stesso, e domar le proprie passioni; nè si possano espiare i delitti altrimenti che colla penitenza. - Ed affinchè questa virtù di cui parliamo si mantenga perenne, non si sarebbe mal provveduto se si affidasse alla custodia ed alla tutela di una stabile istituzione. Che importi ciò, agevolmente, o Venerabili Fratelli, voi comprendete, che cioè ognuno di voi nella sua Diocesi perseveri a tutelare e ad amplificare il terzo ordine dei fratelli Francescani che si dicono secolari.

Certo che a conservare e ad alimentare nella cristiana moltitudine lo spirito di penitenza validissimi sono gli esempii e la grazia di Francesco d' Assisi , che alla somma innocenza della vita tanto zelo congiunse di mortificare sè stesso, da sembrare di avere in sè l'immagine di Gesù Cristo crocifisso, non meno per la vita e pei costumi, che per le stigmate divinamente impressegli. Le leggi del suo Ordine, le quali opportunamente temperammo , sono assai lievi a sopportarsi; ma non lieve importanza hanno riguardo alla cristiana virtù.

In tante private e pubbliche necessità , consistendo poi ogni speranza di salute nel patrocinio e nella tutela del Padre celeste , ardentemente vorremmo che rivivesse lo zelo della preghiera costante e a grande fiducia congiunto. In ogni tempo più rilevante della cristiana repubblica , tutte le volte che la Chiesa venne minacciata per esterni pericoli o per intestine difficoltà, con preclaro esempio, i nostri maggiorì, alzati supplichevolmente gli occhi al cielo, insegnarono con qual mezzo e donde si dovesse chiedere la forza della virtù e gli aiuti acconci ai tempi. Imperocchè stanno impressi nelle menti quei precetti di Cristo petite e dabitur vobis; (MATTH. VII. 7.) oportet semper orare et non deficere. (Luc. XVIII) Dei quali così parlano gli Apostoli: Sine intermissione orate: (Thessal. V, 17) obsecro igitur primum omnium fieri obsecrationes, orationes, postulationes, gratiarum actiones pro omnibus hominibus (I Timoth. II, 1.).

Sulla qual cosa non meno acutamente che conforme a verità, a guisa di paragone, lasciò scritto Giovanni Grisostomo.

« Allo stesso modo che all'uomo, il quale nudo e abbisognevole di tutto viene alla luce , diede natura le mani , col ministero delle quali a sè procacciasse le cose occorrenti alla vita; così in quelle necessità che sono soprannaturali , nulla per sè solo potendo, fu da Dio donato della facoltà di pregare, della quale saggiamente usando, con facilità impetrasse quelle cose che per l'eterna salute si richiedono. » Per il che, o Venerabili Fratelli , ciascun di voi giudicate quanto grato a Noi e da Noi approvato sia il vostro zelo speso, massime in questi ultimi anni, per Nostro impulso , nel promuovere la pia pratica del sacratissimo Rosario.

Né è da passar sotto silenzio la pietà popolare, la quale, a questo proposito, vedesi in quasi ogni luogo eccitata; ma è da guardare con gran cura che maggiormente s'accenda, e con perseveranza mantengasi.

Il che se insistiamo ad esortare, come più volte facemmo , non dee recarvi stupore, giacchè ben intendete quanta importanza abbia il fiorire presso i cristiani della consuetudine del Rosario Mariano, e appieno conoscete essere di quel medesimo genere di preghiere, del quale parliamo, parte e forma bellissima, conveniente ai tempi, facile all' uso, fecondissima per utilità.

E poichè il primo e massimo frutto del Giubìleo, esser deve quello che più sopra abbiamo indicato, cioè un'emendazione della vita , un av-, vicinarsi alla virtù, crediamo necessario nominatamente accennare la fuga di quel male, che con la nostra precedente Enciclica non tralasciammo di designare. Intendiamo accennare agli intestini e quasi domestici dissidii fra alcuni dei nostri; dissidii che appena si può dire con quanto danno delle anime sciolgano o certo rallentino il vincolo della carità.

La qual cosa perciò ora di nuovo vi rammentiamo, o Venerabili Fratelli, custodi della ecclesiastica disciplina e della mutua carità, perocchè a scongiurare così grave incomodo, volemmo per sempre rivolta la vostra vigilanza e la vostra autorità.

Coll'ammonire, coll' esortare , col rampognare, date opera affinchè tutti siano solleciti di conservare l' unita dello spirito nel vincolo della pace, affinchè ritornino al dovere gli autori dei dissidii , per tutta la vita meditando che l' Unigenito figlio di Dio , nello stesso approssimarsi degli estremi dolori nulla al Padre chiese più instantemente se non che tra loro si amassero quelli che credevano o crederebbero in Lui, ut omnes unum sint, sicut tu, Pater, in une, et ego in te, ut et ipsi in nobis unum sint. (Io. XVII, 21)

Condizioni per acquistar il giubileo.

Pertanto, fidenti nella misericordia dell' onnipotente Iddio , e nell' autorità dei beati Apostoli Pietro e Paolo , per quella potestà di legare e di sciogliere la quale a Noi, quantunque indegni, trasmise il Signore, a tutti e singoli i cristiani fedeli dell'uno e dell'altro sesso concediamo pienissima indulgenza di tutti i peccati, a modo di generale Giubileo , però colla condizione e colla legge che nel termine del prossimo anno 1886 si compiano le cose che prescriviamo.

Quanti sono a Roma cittadini od ospiti, due volte, visitino la Basilica Lateranese, come pure la Vaticana e la Liberiana ed ivi per alquanto tempo preghino per la prosperità ed esaltazione di quest'Apostolica Sede, per l'estirpazione delle eresie , per la conversione di tutti gli erranti , per la concordia di tutti i Principi cristiani, e per la pace e l'unione di tutto il popolo fedele, secondo la Nostra intenzione. Gli stessi per due giorni digiunino usando cibi magri, oltre i giorni non compresi nell'indulto quadragesimale, o altri per precetti della Chiesa consacrati da simile digiuno: oltre a ciò , dopo aver bene confessate le proprie colpe , ricevano il Santissimo Sacramento dell'Eucarestia, e facciano qualche elemosina, secondo le proprie forze, udito il consiglio del confessore, in pro di qualche pia opera che riguardi la propagazione e l'incremento della fede cattolica. È concesso a ciascuno preferire quella di tali opere che meglio gli piaccia : però crediamo di doverne nominare due per le quali la beneficenza sarà ottimamente impiegata, l' una e l' altra , in molti luoghi, bisognose di soccorso e di tutela , l'una e l'altra, non meno alla città che alla Chiesa utilissime; cioè le private scuole dei fanciulli e i Seminarii dei Chierici.

Gli altri tutti che fuori della città e in qualunque altro luogo dimorano, visiteranno nel detto spazio di tempo tre Chiese da voi , o Venerabili Fratelli, o dai vostri Vicarii, o per vostro o per loro mandato da coloro che hanno cura d'anime designate, due volte; oppure, se due sole saranno le chiese , tre volte ; ovvero se il tempio sarà un solo, sei volte, e del pari faranno tutte le altre opere che sono accennate più sopra.

La quale indulgenza vogliamo si possa applicare eziandio alle anime che congiunte nella carità con Dio uscirono di questa vita, ed oltre a ciò diamo potestà che pei Capitoli e per le Congregazioni tanto secolari quante regolari, pei sodalizii, per le Confraternite, poi Collegii visitanti processionalmente le mentovate chiese, le stesse visite a minor numero, secondo il vostro prudente arbitrio, possiate ridurre.

Concediamo che i naviganti e i viaggiatori quando siansi ridotti al loro domicilio o in paesi stranieri ad una stabile dimora, visitato sei volte il tempio massimo, ossia parocchiale, e fatte tutte le opere di sopra prescritte possano conseguire l'indulgenza medesima.

Ai regolari d'ambo i sessi, eziandio chiusi per sempre nei chiostri, e a tutti gli altri, tanto laici quanto ecclesiastici, i quali in carcere, o per infermità, o per qualunque altra causa siano impediti dal fare le opere suddette od alcuna ne compiano, concediamo che il Confessore in altra opera di pietà possa commutarle, fatta eziandio potestà di dispensare dalla Comunione i fanciulli che ancora non vi furono ammessi.

Oltre a ciò a tutti e singoli i cristiani fedeli, tanto laici quanto ecclesiastici, secolari e regolari d'ogni Ordine ed Instituto , da nominarsi anche specialmente , concediamo facoltà di potersi eleggere a questo effetto qualsivoglia sacerdote confessore tanto secolare quanto regolare approvato: della quale facoltà possono anche fruire le monache, le novizie, e le altre donne dimoranti nei chìostri, purchè il confessore sia per le religiose approvato.

Ai confessori poi, in questa occasione e durante il tempo di questo Giubileo , elargiamo tutte quelle stesse facoltà che largimmo colla nostra lettera Apostolica Pontifices Maximi in data 15 febbraio 1879, eccetto però tutte quelle che sono eccettuate nella stessa lettera.

Del resto , zelantemente si adoperino tutti, in detto tempo, di invocare la Gran Madre di Dio. Perocchè vogliamo consacrato questo Giubileo al patrocinio della Santissima Vergine del Rosario; e coll'ausilio di essa confidiamo che non pochi saranno coloro l'animo dei quali, cancellata ogni macchia di peccato, si purifichi, e per la fede e per la pietà e per la giustizia non solo rinasca a speranza di sempiterna salute , ma anche in augurio di tempi migliori.

Dei quali celesti beneficii auspice, e testimonio della Nostra benevolenza a Voi, ed a tutto il Clero e popolo alla vostra fede e alla vigilanza vostra commesso , impartiamo amatissimamente nel Signore l'Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso S. Pietro, il 22 di dicembre dell'anno 1885, ottavo del Nostro Pontificato.

LEONE PP. XIII.

STORIA DELL'ORATORIO DI S. FRANCESCO DI SALES

Parte seconda.

CAPO XV.

Il combattimento, vita dell'Oratorio Salesiano - Nuovi fastidii - Piano di guerra - Suppliche e dinieghi - D. Bosco alla presenza del R. Provveditore degli studii - Dialogo - Biografia di Domenico Savio - Storia d'Italia - Duca di Parma - Domanda, visìta, approvazione degli insegnanti - Gatti contro Selmi - Tra due contendenti il terzo gode - Un documento per la storia.

Persona, che fin dai primordii ebbe parte alle vicende del nostro Oratorio, fece un dì questa veridica osservazione : - L'Oratorio di S. Francesco di Sales nacque dalle bastonate, crebbe sotto le bastonate, e in mezzo alle bastonate continua la sua vita. -Infatti dai maltrattamenti, e dalle percosse del sagrestano di S. Francesco d'Assisi in Torino ad un povero giovanetto, colse D. Bosco occasione di cominciare l' opera degli Oratorii a vantaggio della gioventù abbandonata e pericolante ; mentre quest'opera medesima, mediante la sollecitudine di lui e la carità dei benefattori, andava sviluppandosi venne or dalle private, or dalle pubbliche persone osteggiata e combattuta sino al punto, che, come abbiamo veduto , fu ad un pelo di cadere estinta ; e d'allora in poi ed ancora oggidì , ad intervalli più o meno brevi , non mancarono e non mancano contro di essa assalti di altri nemici non meno audaci e potenti.

Ciò non ostante l' Oratorio non solo non cadde, ma come albero frondosissimo continua a raccogliere sotto i verdeggianti suoi rami mille e più giovanetti; anzi stese le sue radici in cento e più altri luoghi, gettò nuovi polloni, che cresciuti ancor essi in altissime pianta ricoverano all'ombra loro benefica, e coprono e nutriscono migliaia di fanciulli di altri popoli e di altre nazioni. Quello che fu in passato giova sperare che sarà in avvenire ; onde simile all' uomo, di cui, al dire di Giobbe, la vita in sulla terra é una milizia, il nostro Oratorio proseguirà a stare in campo di battaglia in sua difesa contro ad altri avversari, e per la divina bontà il combattimento non sarà sua morte, ma sua vita e sua gloria.

Abbiamo superiormente narrato il grave pericolo, a cui esso andò incontro per le calunnie di alcuni malevoli, che ci accusarono di professare una politica contraria al Governo ; ed abbiamo esposto in pari tempo, come avendo potuto fare udire personalmente le proprie difese alla presenza degli stessi Ministri, D. Bosco salvò dalla minacciata violenza se medesimo e noi tutti, con grande confusione e dispetto di coloro , i quali eransi confederati alla nostra rovina. Ma costoro che parte ci combattevano per massima e per servire alla rivoluzione, e parte per farsi un nome e progredire in carriera, non si diedero per vinti, e perciò dopo alcuni mesi di tregua ritornarono contro di noi alla riscossa, e sulla fine del 1862 e sul principio dell'anno susseguente ricominciarono a dare a Don Bosco nuovi fastidi e nuove angustie. E qui confessiamo di essere dolenti in dover segnalare al pubblico alcuni atti poco onorevoli per taluni di essi, ma il facciamo senza mal animo e solo per servire alla storia ; anzi ci consola il pensiero di poterli almeno in parte scusare , come già il divin Redentore i suoi crocifissori , dicendo che non sapevano quello che si facessero. Per verità alcuni di loro non appena conobbero meglio le cose nostre da nemici si fecero amici, e taluno persino avvocato di D. Bosco e de' suoi fanciulli. Ma tiriamo innanzi.

Alla testa dei malevoli stavano il cav. Stefano Gatti, capo di Divisione al Ministero della Pubblica Istruzione, già abbastanza noto ai nostri lettori, e il comm. Selmi farmacista modenese, da poc'anzi Provveditore agli studi per la provincia di Torino, dove era stato condotto da Carlo Luigi Farini, dittatore di Modena, poscia ministro del re per l'interno.

Questa volta gli avversari non presero più a pretesto la politica, ma la legalità dell' insegnamento, che si dava nelle nostre scuole. Nel loro piano di battaglia, essi ragionavano così : - Don Bosco per tenere aperte le sue scuole si giova di professori sforniti di legale diploma ; in questo momento pagarne e soprattutto trovarne dei patentati non può, perché il suo Istituto vive di carità e l'anno scolastico è già incominciato ; dunque obblighiamolo a provvedersi di tali professori e così riusciremo a fargli chiudere le scuole.

Stabilito questo piano, quei signori, avendone in mano il potere, ne cominciarono la facile esecuzione. Entrò in campo pel primo il regio Provveditore , domandando a D. Bosco i titoli legali dei suoi maestri. Questi mandò il loro nome e cognome, e in quanto al titolo osservò che erano in via di provvederselo, perché frequentavano già da parecchi anni le lezioni di lettere italiane, latine e greche alla regia Università di Torino. In pari tempo faceva notare che le sue essendo scuole di carità e di beneficenza a vantaggio dì poveri giovanetti erano state pel corso di oltre a venti anni raccomandate e incoraggiate dall'autorità scolastica, dai regi Provveditori e dallo stesso Ministero della Pubblica Istruzione, col lasciare piena libertà ai maestri d'insegnare, senza esigere che fossero patentati; citava poi una lettera del ministro Giovanni Lanza, in data del 29 aprile 1857, nella quale diceva che - quel Ministero residerava di concorrere con tutti i mezzi che erano in suo potere, affinchè coteste scuole avessero il maggiore sviluppo. - Addotti questi motivi, Don Bosco domandava quindi al Provveditore che volesse approvare per l'insegnamento quegli stessi professori, almeno sino a che avessero subìto gli esami, a cui aspiravano. Ma il Selmi non ascoltò ragioni, si mostrò inflessibile alle suppliche, respinse con disdegno chi voleva fare da mediatore, ed insistette che D. Bosco o si provvedesse fin di quell' anno maestri patentati , o chiudesse le scuole.

Vistosi a sì mala parata D. Bosco tentò di avere udienza dal ministro Mamiani, che teneva il portafoglio della Pubblica Istruzione, e non poté riuscire ad averla ; gli indirizzò analoga supplica in data dell'11 novembre, e non ne ricevette risposta ; andò allora a parlare col Gatti, e questi, fingendo affabilità e cortesia, gli suggerì che presentasse i maestri all' esame d' idoneità all'insegnamento , cui attendevano. Costui così rispose, perché credeva che i nostri maestri fossero lontani le mille miglia dall'essere preparati a subire quasi su due piedi esami difficilissimi; ma quando seppe che eglino erano pronti alla prova, e domandavano di sottoporvisi, torturò il cervello in cercare appigli, perché non fossero ammessi, come vedremo tra poco.

Questo procedere accertò D. Bosco che colui voleva ad ogni costo la chiusura delle nostre scuole; onde pieno di confidenza in Dio, e sapendo che il Provveditore poteva in via provvisoria approvare gl' insegnanti almeno per quell' anno , ritentò la prova presso di lui. - Ripariamoci da un colpo mortale per un anno, diceva D. Bosco; il tempo e il bisogno ci suggeriranno il modo di schermircene in appresso. - Egli pertanto non scrisse più, né mandò intermediarii, ma si presentò al Selmi in persona. Era un giorno del mese di dicembre del 1862. Dopo più ore di anticamera, finalmente D. Bosco venne introdotto alla sua presenza. In seguito a pazienti ricerche e da persona, che si trovò a parte del fatto, abbiamo saputo circostanze, che ci mettono in grado di esporre la sostanza dell'intrattenimento.

Pomposamente seduto sopra un seggiolone , il Provveditore ordinò al povero prete di porsi di fronte a lui in piedi; poscia cominciò così - Dunque ho l' onore di avere innanzi a me un famoso Gesuita, anzi il maestro dei Gesuiti (1).

Dopo questo preambolo continuò a discorrere per buona pezza contro dei preti, dei frati, del Papa, di Don Bosco, delle sue scuole e dei suoi libri, e parlava con tanta acrimonia, e adoperava termini tali, che avrebbero fatto perdere la pazienza a Giobbe. Don Bosco, ricordando forse le parole di Gesù Cristo, colle quali esorta i fedeli a godere agli insulti che si riceverebbero per amor suo, raccoglieva tutta quella tempesta d'improperii con animo calmo e con un dolce sorriso sulle labbra. Questo dignitoso contegno di Don Bosco, così opposto al suo, diede fortemente sui nervi al Selmi, che, fissandogli in volto due occhi di bragia, gli disse quasi furioso

- Come? io sono delirante di rabbia, e lei si ride di me?

- Signor commendatore, rispose D. Bosco, io non rido in disprezzo di lei, ma perchè ella parla di cose che non mi riguardano.

- Ecchè ? Non è lei D. Bosco? - Sì, lo sono.

- Non è lei il direttore delle scuole di Valdocco ?

- Lo sono altresì.

- Non è lei D. Bosco; famoso Gesuita e gesuitante

- Non capisco.

- Ma è forse lei un imbecille?

- Lascio alla Signoria Vostra il farne giudizio. Se ancor io volessi usare consimili termini avrei materia e ragioni sufficienti, a cui inspirarmi ; ma la qualità di onesto cittadino , il rispetto dovuto a tutte le autorità , il bisogno di provvedere a più centinaia di poveri orfanelli, mi consigliano di tacere, anzi di prendere tutto con indifferenza, e di pregare la S. V. che mi usi la bontà di ascoltarmi. - Queste parole, spiranti profumo di una pazienza e di una carità ammirabile, portarono un po' di calma nell'animo esaltato del Provveditore , che ritornato a migliori sentimenti prese a dire

- Che cosa sono adunque queste sue scuole, per cui domanda favori?

- Sono la riunione di poveri fanciulli, raccolti da varie parti d'Italia e di altre nazioni, avviati gli uni allo studio, gli altri ad un'arte o mestiere, con cui potersi un giorno guadagnare onestamente il pane della vita.

- Ne ha molti?

- Contando gli esterni ne ho oltre ad un migliaio.

- Oh che diavolo ! oltre ad un migliaio ! E chi stipendia lei per ricoverare tanti giovani?

- Io non sono stipendiato da alcuno ; la mia mercede l'attendo da Dio solo, giusto rimuneratore delle opere buone. Neppure ho reddito per mantenere questi fanciulli; e perciò fatico da mane a sera per provvedere loro vitto e vestito. - A queste parole il Provveditore, divenendo non solo sempre più calmo, ma anche cortese, fece sedere D. Bosco e proseguì

- Ascolti, signor D. Bosco ; io la credeva un imbecille, ma mi accorgo che ho preso un abbaglio, perchè un imbecille non è capace a dirigere tale impresa. -Ma perchè mai ella si mostra così avversa al Governo e alle sue autorità?

- Io mi trovo, signor commendatore, in dovere di protestare contro a quest'ultima sua asserzione. Sono oltre a vent'anni che dimoro in questa città, ed ho sempre goduto la benevolenza dei miei compatriotti e di tutte le classi di cittadini, nè mai mi venne fatto rimprovero d'insubordinazione alle pubbliche autorità. Di ciò chiamo in testimonio la mia vita, le mie parole, le mie prediche, i miei libri. Fino a tanto che i Piemontesi furono padroni di se medesimi e le pubbliche cariche stettero in mano loro, l'opera mia fu sempre stimata da tutti; soltanto dacchè molti impieghi sono caduti in mani straniere (non intendo parlare di lei), io divenni il bersaglio dei tristi. Costoro, incapaci di provvedere essi medesimi alla sventura dei figli del popolo, osteggiano e vilipendono quelli che vi provvedono, anzi congiurano alla rovina di opere, che ci costarono sostanze, fatiche e sudori. - A queste parole troppo chiare per non essere intese, il Provveditore, che era appunto uno straniero, interruppe D. Bosco, e - Aspetti un momento, disse ; pensa ella forse che come forestiere io sia un suo nemico?

- No, signor commendatore, ed appunto per questo io l' ho eccettuata. Io intendo parlare di certi delatori, che sacrificano il benessere dei loro concittadini, in deferire menzogne e calunnie allo scopo di fare un passo innanzi nell'impiego, o per guadagnar danaro. Questi uomini indegni sono la peste della civile società.

Qui il Selmi si accorse che D. Bosco andava toccando certi tasti, che mandavano un suono poco grato alle sue orecchie ; onde cercò di volgere altrove il discorso, e facendo una destra evoluzione disse

- Lei parla bene; in ciò le sono perfettamente d'accordo ; ma debbo dirle che mi piacciono assai poco i suoi libri. - Come vede il lettore, qui i libri di D. Bosco non avevano nulla a che fare, ed entravano, per così dire, come il cavolo a merenda ; tuttavia nella fiducia di portare un po'di luce nelle tenebre e trarre il suo interlocutore sopra un buon terreno , egli assecondò il deviamento della conversazione e rispose

- Mi rincresce che i miei poveri scritti non abbiano la fortuna di tornarle graditi, ma se la S. V. si degnasse di notarmene i difetti ne terrei conto nelle future edizioni.

- E ben lei l'autore della biografia del giovanetto Domenico Savio?

- Per appunto.

- Ebbene quel libro è pieno di fanatismo; lo lesse mio figlio e ne fu talmente preso , che ad ogni ora domanda di essere condotto da D. Bosco, e temo quasi che gli dia volta il cervello.

- Ciò vorrebbe dire che i fatti ivi contenuta sono chiaramente esposti ed ameni, da essere con facilità intesi dai giovanetti e da incontrare il loro gusto; questo appunto era il mio divisamento. Ma intorno alla lingua e allo stile vi ha ella trovato qualche difetto a correggere?

- Di questo no ; anzi vi ho scorto purezza e proprietà di lingua , ed uno stile facile e popolare. Ma lasciando a parte il libretto accennato, perchè di poca mole, non posso passarle per buona la sua Storia d' Italia , che va tra le mani di tutti. Per far disapprovare quest'opera sua basterebbe quanto ella scrisse di Ferdinando Carlo III Duca di Parma (1). Di quel scellerato , che ne ha commesse di ogni colore, lei ne ha fatto un eroe, un martire. Le so dire che erano due mila, i quali eransi offerti e legati con giuramento per assassinarlo l'uno in mancanza dell'altro.

- Io non sapeva quest'ultima particolarità; ma, ancorchè l'avessi conosciuta, non potrei assicurare se l'avrei accennata, perocchè io ho scritto un compendio di storia e ad uso della gioventù, e perciò dovea restringermi in certi limiti e scegliere quei fatti soltanto , che potessero tornare di qualche morale utilità ai miei lettori. Del resto di quel principe non ho tessuto una biografia, ma narrato solamente la tragica morte, che dissi morte di un buon cristiano, perché egli mori di fatto rassegnato ai divini voleri, munito dei conforti religiosi, e perdonando al suo assassino.

- Basta, io la consiglierei a correggere questa Storia prima di ristamparla.

- Se lei, sig. commendatore, volesse essermi tanto cortese di notarmi o farmi notare le modificazioni o le correzioni da introdursi, l'assicuro che ne farei tesoro per la nuova ristampa.

- Mi piace questa sua condiscendenza ; lei non si mostra ostinata nelle sue idee ; questo mi piace. Ma ora passiamo ad altro, e mi dica che imbarazzo incontri per le sue scuole, e quale difficoltà trovi nel sottomettersi all' autorità scolastica.

- In ciò io non trovo alcuna difficoltà ; dimando solo che la S. V. voglia concedere che gli attuali maestri possano continuare il loro insegnamento nella rispettiva classe, cui sono presentementi addetti.

- Quali sono questi maestri?

- Sono : Francesia, Durando, Cerruti ed Anfossi.

- Da chi sono pagati?

- Non sono pagati da alcuno. Furono anch'essi allievi dell'Istituto , ed ora godono d'impiegare le proprie fatiche a benefizio altrui, come altri un tempo le impiegò per loro.

- Se la cosa sta così , io li approverò senz'altro. Ella mi faccia soltanto una formale domanda, indicando il nome dei maestri e la classe in cui insegnano, ed io le spedirò tantosto apposito decreto di approvazione.

- Io la ringrazio di cuore , signor commendatore, e di tale benefizio le serberò profonda gratitudine. Prima però di congedarmi vorrei ancora pregarla di un favore , ed è ch' ella si degni di prendere i miei fanciulli sotto la sua protezione, e che un giorno o l' altro venga ad onorarci di sua presenza. Sono persuaso che la S. V. amante qual è del povero popolo proverà grande soddisfazione al vedere colà raccolto un migliaio dei più bisognosi suoi figli.

A queste parole di D. Bosco il Selmi fu tocco nel più profondo dell' animo ; onde guardandolo con occhio di compiacenza:

- Caro Don Bosco, disse ; lei è un angiolo della terra. L'assicuro che d'ora innanzi farò tutto ciò che è in mio potere a prò dei suoi giovanetti, e quanto prima insieme colla mia famiglia renderò al suo Istituto una visita amichevole. Spero poi che in avvenire le nostre conversazioni avranno altro condimento che non ebbe da principio questa prima. Sono nondimeno contento di averla veduta e conosciuta. Dunque siamo intesi e a bel rivederci.

Questo, la Dio mercé, fu il termine della esposta visita, che da prima minacciava una dolorosa conclusione. D'allora in poi il Provveditore Selmi, convinto del bene che l'Oratorio faceva alla povera gioventù , lo ha sempre trattato con molta benevolenza e favorito nei limiti di sua autorità.

Giunto a casa D. Bosco gli inviò tosto domanda formale per l'approvazione degli insegnanti , secondo le anteriori intelligenze. Prima di accordarla il Provveditore, forse per operare con piena cognizione di causa e per dare ad intendere che egli non si lasciava condurre alla cieca, mandò il dottore Camillo Vigna suo segretario di uffizio a visitare l'Oratorio. Dopo ciò, in data del 21 dicembre, emanò il promesso decreto, pel quale le nostre scuole furono per quell'anno poste al sicuro da ogni attentato.

Non ostante che per questo atto dell' autorità scolastica della provincia fosse scongiurato il prossimo pericolo della chiusura delle nostre scuole, pur tuttavia D. Bosco non trascurò i mezzi che la prudenza suggeriva per sempre meglio premunirle, e perciò riprese le pratiche già incorninciate, onde avere eziandio l'appoggio del Ministero , e presto forniti di legale patente i prelodati insegnanti. Quantunque sapesse il mal talento del cav. Gatti, che in quei giorni negli Uffizi del Ministero faceva e disfaceva a sua posta , pure sul principio del 1863 si presentò a lui, e dimandò risposta della supplica inoltrata al Ministro della Pubblica Istruzione sin dall'11 novembre dell'anno precedente. Appena uditolo

- Mi rincresce assai, mio caro D. Bosco, gli disse il Gatti; ho fatto quanto ho potuto perché ella fosse favorita, ma non si può andare contro all'imperio delle leggi. I suoi attuali maestri non possono essere, nè approvati nè ammessi ai pubblici esami.

- Se ne potrebbe sapere la ragione ? domandò D. Bosco.

- Si, che si può sapere. Essi non hanno frequentato regolarmente le scuole della regia Università.

- Ma sì che le hanno frequentate, e in questo uffizio già esistono i certificati , che dichiarano questa loro frequenza per oltre a 4 anni.

- Sì, ma soltanto come uditori, e senza prendere regolare iscrizione, e senza pagare le tasse prescritte.

- Pel passato bastava frequentare regolarmente l'Università per essere ammessi agli esami, e se ne hanno molti esempi. Se poi è mestieri pagare le tasse volute dalla legge, mi offro a farlo quando che sia.

- Non è più a tempo. Gli esempi sono favori eccezionali, che non possono addursi contro il disposto della legge.

- Come adunque può concepirsi questo ? Il Ministero per mezzo di lei medesima tempo fa ordinò ai miei maestri di subire i pubblici esami, per essere abilitati all'insegnamento che danno, e adesso non si vuol concedere che li subiscano. Mi scusi la S. V. , ma qui io scorgo una vera contraddizione.

- Il Ministero quando diè l'ordine accennato non aveva ancora studiata a fondo la questione; ma ora si è verificato che per essere ammesso agli esami pubblici fa d'uopo avere non solo assistito alle lezioni dei rispettivi corsi universitarii, ma aver ciò fatto dopo presane regolare iscrisione.

- Se è così, si compiaccia, sig. cavaliere, di darmi un consiglio da vero amico. Che cosa dovrei io fare al presente?

- Cercarsi professori patentati per quattro anni, e fare immediatamente inscrivere all'Università i maestri attuali. Solo in questo modo ella può provvedere alle sue scuole.

- Ma non è possibile trovare sull'istante quattro professori patentati, e quand'anche li trovassi non avrei onde pagarli.

- Mi rincresce.

- E dunque ?

- Chiuda le scuole.

- Almeno per quest'anno io credo di poterle tenere aporte ; per l' anno prossimo provvederò.

- E con quale autorità vorrebbe lei tenere aperte le sue scuole anche in questo arino?

- Coll' autorità del regio Provveditore.

- E il Provveditore potrà egli concedere quello che non può il Ministero? Il Provveditore non può immischiarsi in questi affari.

- Eppure il Provveditore mi autorizzò gli attuali maestri per l'anno scolastico corrente.

- Ma egli non può fare questo. Ha lei qualche suo scritto ?

- Sì, ed eccole copia del suo decreto.

- Ma egli non può, ripetè il Gatti più volte leggendo, non può , non può; questa non è cosa di sua spettanza. Vado subito a scrivergli e a rimproverargli l'abuso di potere. Egli è un ignorante, e bisogna metterlo all'ordine.

- Io non conosco i limiti dei loro poteri, conchiuse D. Bosco; so per altro che per gli affari scolastici della Provincia di Torino tutti fanno capo al Provveditore. Adunque per ora io me ne vado a casa tranquillo , ma ad ogni modo, se la S. V. avrà qualche ordine contrario a questo decreto , la prego a volermene avvertire per mia norma.

Al vedere lo sdegno concepito dal Gatti, Don Bosco ebbe forte motivo a temere da lui qualche dolorosa sorpresa; onde partito dal Ministero andò tosto dal Provveditore, cui riferì ogni cosa. Questi, all' udire le parole mandate dal Gatti al suo indirizzo, montò sulle furie. - Io ignorante! prese a dire il Selmi; io ignorante! Lui ignorante ed imbecille! Fu sempre rimandato agli esami, ottenne il titolo di professore non per merito, ma per grazia. Salì al posto che occupa a forza d'inchini e di cortigianerie, ed osa chiamare ignoranti gli altri ? Ma lasciamo queste cose a parte. Lei, sig. D. Bosco, vada pure a casa quieto. Autorizzando i suoi maestri ho fatto quello che poteva e doveva. Se taluno emanasse ordini contrarii alla mia approvazione non tema, chè saprò ben io toglierla d'imbroglio.

Come si vede , accadde allora il contrario di quanto avvenne già tra Erode e Pilato, quando ebbero a giudicare il nostro divin Salvatore; da nemici divennero amici a' suoi danni. Il Gatti invece ed il Selmi da amici si fecero nemici, ma questa inimicizia né prevista nè voluta da D. Bosco, tornò, per divina disposizione, a noi tutti di grande vantaggio, avverandosi il proverbio che dice: Tra due contendenti il terzo gode; e il terzo a godere fu il nostro Oratorio. Di fatto il Gatti scrisse più lettere risentite al Selmi, e questi gli rispose per le rime ; ma mentre i due impiegati del Governo si accapigliavano tra di loro, le nostre scuole tiravano innanzi, e il decreto di approvazione aveva suo pieno vigore.

In quanto poi all' ammissione dei maestri agli esami d'idoneità, d. Bosco nel mese di marzo riceveva pure dal Ministero una negativa per iscritto, basata sulle futili ragioni già dal Gatti verbalmente manifestate ; circostanza questa , la quale faceva supporre che la risposta fosse dettata da lui medesimo, quantunque non portasse sua firma. A quel rifiuto D. Bosco non si perdette di animo , e nella speranza di fare giungere la sua voce sino alle orecchie del Ministro, che in altre occasioni eraglisi mostrato assai favorevole, ripeté la domanda ; ma questa ebbe la sorte delle altre, perchè andata in ben altre mani; anzi per togliere ogni speranza a D. Bosco, il cav. Gatti fece addurre in conferma del rifiuto il parere del Consiglio superiore dell'istruzione pubblica, ligio ai suoi voleri. Allora fu giuocoforza cedere alla prepotenza di un semplice impiegato , considerare come nulla la frequenza dei professori per 4 e più anni alla regia Università, e contentarsi che questi subissero l'esame di semplice iscrizione al corso di lettere , onde avere il diritto di frequentarlo come studenti ; e così fu fatto. In virtù di questa formalità i maestri, l'anno appresso, acquistarono il titolo di bacelliere, e quindi poterono più facilmente negli anni avvenire ottenere in via provvisoria la rinnovazione della facoltà d'insegnare, sino a che, presi gli esami e la laurea dottorale, tolsero D. Bosco da ogni pena di simil fatta.

Nel frattempo essendosi stabiliti esami straordinarii di abilitazione all'insegnamento nel ginnasio, anche in favore di chi non aveva frequentato i corsi relativi, parecchi de' nostri sacerdoti e chierici, con un coraggio più unico che raro, preparatisi alcuni mesi studiando quasi giorno e notte, si presentarono a subirli e furono promossi, riportando legale diploma da professori. Varii altri sostennero gli esami da maestri nel corso elementare, e così tra pochi anni D. Bosco si trovò in grado di provvedere non solo alle scuole dell'Oratorio, ma di pensare a quelle di altri Collegi.

Quale storico documento e per altrui norma riproduciamo qui una delle accennate suppliche di D. Bosco al Ministero della Pubblica Istruzione, in data del 9 marzo 1863. Come rileviamo da copia avutane tra mani, essa era così concepita:

« ECCELLENZA,

« Prego rispettosamente V. E. a leggere con bontà questo scritto, diretto a chiedere un favore per la povera studiosa gioventù.

» Nel vivo desiderio di promuovere la istruzione secondaria nella classe dei giovani poveri o meno agiati, ho iniziato una specie di piccolo seminario o ginnasio a benefizio dei giovani ricoverati nella casa detta: Oratorio di S. Francesco di Sales. In questa guisa alle arti meccaniche aggiungevansi le belle lettere come novello mezzo, con cui questi giovani avrebbero potuto procurarsi il pane della vita.

» Il Ministero della Pubblica Istruzione vide sempre con occhio paterno queste scuole ; disse più volte parole d'incoraggiamento; venne anche in aiuto con sussidii pecuniarii, e con lettera in data 29 aprile 1857, n. 1585, mi era significato come codesto Ministero desiderava che queste nostre scuole avessero il maggiore loro sviluppo , disposto a concorrere con quei mezzi che sono in suo potere.

» L'anno scorso (1862), sempre dietro al consiglio del Ministero, ne fu domandata regolare approvazione , ed il regio Provveditore benignamente appagando la domanda con decreto del 21 dicembre p. p. approvava queste scuole nella persona degli attuali insegnanti. Questi maestri da oltre a sette anni prestano gratuitamente l'opera loro a benefizio di questi nostri ricoverati , che ne riportarono profitto veramente soddisfacente, a segno che molti di essi ora si guadagnano onesto sostentamento o come maestri di scuola , o come tipografi, o come graduati militari, o come sacerdoti, ed alcuni eziandio come pubblici impiegati. Ma mentre attendono all'insegnamento, essi frequentano da cinque anni le scuole universitarie quali uditori, come risulta dal certificato ivi unito.

» Ora l' approvazione del regio Provveditore essendo soltanto provvisoria per mancanza di maestri titolati, sarebbe di tutta necessità, che questi insegnanti subissero un regolare esame, di cui a giudizio dei loro rispettivi professori si credono capaci.

» A questo scopo io supplicava per ottenerne l'opportuna facoltà. Ma con lettera in data 2 corrente marzo, div. 3', sess. 2', n° 3828 , mi era risposto che detti insegnanti non potevano ammettersi agli esami richiesti , perché frequentarono i corsi universitarii di lettere greche, latine ed italiane, come semplici uditori senza le necessarie iscrizioni. Tali iscrizioni non furono prese per l' unico motivo che questi maestri essendo poveri, e lavorando e vivendo in una casa che ci sostiene di sola beneficenza, non si potevano pagare le tasse stabilite dalla legge 13 novembre 1859.

» Ciò premesso, io supplico V. E. a voler prendere in benigna considerazione

» 1. L'appoggio morale ed anche materiale, che il Ministero della Pubblica Istruzione ha sempre dato a queste scuole;

» 2. L'idoneità riconosciuta dal regio Provveditore negli insegnanti delle rispettive classi ginnasiali ;

» 3. Le dichiarazioni dei rispettivi professori dell'Università, con cui attestano la frequenza ed il profitto dai medesimi riportato :

» 4. Il caritatevole servizio che da oltre a sette anni prestano a favore dei poveri giovani di questa casa.

Per questi riflessi e più ancora per la grande propensione che V. E. ha di beneficare le persone e le istituzioni, che tendono a promuovere la pubblica istruzione, dimanderei umilmente che la frequenza di detti giovani alla regia Università fosse convalidata, sebbene non abbiano prese le necessarie iscrizioni, e che quindi possano essere ammessi agli esami di lettere.

» Qualora per altro V. E. giudicasse essere troppo grande l'implorato favore , voglia almeno per via eccezionale a questi insegnanti concedere quello che la legge 719, art. 5°, concede all'Università di Napoli, ove è stabilito che: « Chiunque volesse in quella Università esporsi agli esami pe' conseguimento dei gradi accademici senza essersi precedentemente iscritto ai corsi universitarii, potrà esservi ammesso mediante il pagamento di una somma eguale a quella stabilita per le corrispondenti tasse di iscrizione; purchè col pagamento di queste tasse siano dispensati dal tempo materiale, che dovrebbero ripetere frequentando i medesimi corsi, che hanno già frequentato come uditori.

» Pieno di speranza che V. E. sia per appagare questa umile mia domanda, l'assicuro che i giovani beneficati conserveranno incancellabile verso di lei la più grata rimembranza : mentre unito ad essi le auguro di cuore ogni bene dal cielo, professandomi con pienezza di stima

Della E. V.

Obbl.mo servitore Sac. GIOVANNI Bosco.

Questa medesima supplica era appoggiata dalle raccomandazioni del Ministero dell' Interno, al quale D. Bosco erasi pure rivolto ; e perciò , se la pratica avesse avuto la fortuna di andare nello mani del ministro Terenzio Mamiani era a sperare che avrebbe sortito migliore esito ; ma tutto andò a monte per una persona malevola. Il diniego spiacque allo stesso Ministero predetto, che in data del 23 marzo ne informava D. Bosco con queste parole : « Spiacque a questo Ministero che non abbiano potuto ottenere il desiderato effetto le calde raccomandazioni, alle quali si faceva premura di accompagnare a quello della pubblica istruzione l'istanza da lei qui presentata, onde i giovani sacerdoti e chierici docenti presso codesto Istituto fossero ammessi agli esami universitarii di abilitazione al secondario insegnamento. » - Vedremo nel capo seguente altre bravure del cav. Gatti e il premio per niente invidiabile, che infine ne ricevette dalla divina Giustizia.

(1) Con questo nome egli intendeva di dire che Don Bosco era un nemico delle moderne istituzioni.

(1) A più chiara intelligenza del fatto crediamo opportuno di riprodurre qui quanto ne scrisse D. Bosco : - « La sera del 26 marzo 1854, questo principe dal passeggio ritornava al real palazzo. Giunto ad un angolo della strada, uno sconosciuto di mediocre statura e capelluto, che stava colà in agguato, l'urtò, gli ficcò un pugnale nel seno, e lasciando il ferro nella ferita si diede alla fuga. Cadde il principe come morto; il suo aiutante lo sollevò e gli estrasse il pugnale dalla ferita ed in mezzo ad una folla di popolo ivi accorsa fu condotto al palazzo. Il colpo fu giudicato mortale, e in fatto tra poche ore il principe trovavasi in imminente pericolo della vita. Prima di ogni altro rimedio, richiamando a memoria i principii di buon cristiano, pensò di provvedere alla salvezza dell' anima sua. Chiese egli stesso di confessarsi, e ricevette gli altri sacramenti a grande edificazione dei sudditi. Interrogato se non aveva potuto conoscere l'assassino, rispose : « Quella figura non è parmigiana; sono tre giorni che mi perseguita ; lo vidi starmi di fronte, di dietro e da lato ; ma io gli perdono di cuore ; e qualora egli venisse scoperto, non voglio che abbia altro castigo che l'esilio. Sia fatta la volontà di Dio ; io ricevo la morte in penitenza dei miei peccati. » Udito poscia che non vi era più speranza di vita, convocò intorno al suo letto tutti i signori e servi della corte, loro chiese perdono dei dispiaceri e dello scandalo, che aveva loro arrecato. Ai figliuoli poi raccomandò l'obbedienza alla duchessa loro madre e l'adempimento d'ogni altro dovere. Più volte recitò ad alta voce il Pater noster, pronunziando con profondo sentimento quelle parole : Perdona a noi i nostri debiti. siccome anche noi li perdoniamo ai nostri debitori. Tenendo il crocifisso tra le mani lo baciava spesso con tali segni di cristiana pietà, che tutti gli astanti erano profondamente commossi. Così moriva un principe ferito a tradimento nel fiore della sua giovinezza, e moriva perdonando al proprio uccisore. Egli spirò ventitrè ore dopo l'assassinio, in età di anni 31, lasciando erede il suo primogenito di sei anni, sotto la reggenza della duchessa sua moglie » (V. Storia d'Italia di D. Bosco, ediz. 14a, pag. 431).

LA GUARDIA D'ONORE AL SACRO CUORE DI GESU' nel secondo Centenario del suo pubblico culto.

Nello scorso dicembre abbiamo proposto diversi libri che servissero di preparazione alla venuta del Divin Salvatore, diretti sopratutto a farlo ben conoscere. Ora che è venuto, dobbiamo procurare di trattarlo bene, imitando i Pastori e i Magi che accorsero solleciti ad adorarlo col più grande fervore e coi migliori presenti che seppero trovare , nè più potevano staccarsi dalla sua culla ; dobbiamo in una parola fargli la guardia come a Re si conviene. La nostra Betlemme, la culla di Gesù è ora il Tabernacolo, ed è quivi nel SS. Sacramento che dobbiamo riconoscere, adorare, ricevere e onorare il meglio che possiamo il Bambino di Betlemme. Tanto più che è cominciato il tempo del Carnevale, in cui il S. Cuore di Gesù riceve i maggiori oltraggi e disgusti nel Sacramento del suo amore.

Perciò tutte le persone , che hanno un po' di cuore, vanno a gara in questi giorni, sì in pubblico come in privato, di consolare questo Cuore adorabile o compensarlo di tanti oltraggi e disgusti. Or fra le Pratiche, che meglio corrispondono al desiderio manifestato dal Divin Salvatore alla B. Alacoque , che cioè il suo Cuore adorabile venisse onorato con un culto speciale di riparazione e di amore , ci pare che tenga uno dei primi posti la Guardia d'Onore al S. Cuore di Gesù, Opera eminentemente riparatrice ed eucaristica, , come quella che ha per iscopo di prestare un culto, non mai interrotto, di Gloria, d'Amore e di Riparazione al Sacratissimo Cuore di Gesù, che, ferito visibilmente una volta dalla lancia sulla Croce , vien di continuo ferito invisibilmente e più crudelmente ancora dall'obblìo, dall'ingratitudine e dai peccati degli uomini nel Sacramento stesso del suo amore.

Per ottenere questo scopo le Guardie d'Onore si scelgono un'ora del giorno, durante la quale, senza nulla tralasciare delle loro ordinarie occupazioni, facendole anzi meglio e con più cuore, si portano in ispirito a piè del Tabernacolo , e quivi cercano di consolare il S. Cuore di Gesù col loro amore e ripararlo degli oltraggi dei suoi nemici.

Ed a far meglio conoscere un' Opera sì eccellente e diffusa oramai per tutte le parti, proponiamo il Piccolo Manuale della Pia Associazione della Guardia d'Onore al S. Cuore di Gesù, pubblicato nell'anno testè passato dalla nostra tipografia di S. Benigno Canavese. « È questo, come scriveva la benemerita Unità Cattolica del 16 settembre u. s., un libriccino, quanto piccolo di mole, altrettanto importante per l'oggetto a cui si riferisce. »

Esso venne approvato e altamente commendato da pii e dottì Vescovi, fra i quali rifulge l'Eminentissimo Card. Alimonda , nostro Arcivescovo, il quale, or è poco tempo, non solo inculcava la dotta Pia Associazione, approvata e favorita pure di grazie spirituali dai Sommi Pontefici, ma aggiungeva cento giorni d'indulgenza per ogni ora di guardia, ed impartiva una special benedizione agli Aggregati e Zelatori dell'Opera.

Scopo di questo Manuale è di far non solo conoscere, ma gustare lo spirito e le pratiche della Pia Associazione della Guardia d'Onore. E perchè tutto sia diretto ad un unico santo fine, il prezzo di esso Manuale, che è di L. 0,40 la copia, è destinato totalmente a benefizio della Chiesa del S. Cuore di Gesù in Roma, sicchè concorre anch'esso con lo zelo dei sacri Pastori e la pietà dei fedeli al compimento del Voto nazionale degl'Italiani.

Per maggior comodità al Manuale si unirono i Biglietti-zelatori della Guardia d' Onore, che fin qui erano stampati a parte; perciò il detto Ma nuale è distinto in tre Serie secondo la qualità dei Biglietti-zelatori che porta in fine, cioè

1°. Serie per le Persone di Comunità;

2°. Serie per le Persone Secolari;

3a. Serie per le Case femminili d' educazione.

Pei Seminarii si potrebbe adottare quello della 2' Serie, oppure servirsi dei Biglietti-zelatori latini, fatti appositamente pel Clero.

Del resto , ritornando alla Pia Associazione della Guardia d'Onore al S. Cuor di Gesù, non vi ha alcuno che ignori qual largo sviluppo abbia preso in poco tempo. Essa infatti, questa umile Associazione, conta per prima Guardia d'Onore il glorioso Pontefice Leone XIII, che fa ogni giorno la sua Ora , riceve ogni mese il suo Bigliettozelatore, ed istituì già egli solo dieci Arciconfraternite della Guardia d'Onore. Dopo di lui vengono trecento fra Cardinali, Arcivescovi e Vescovi, più di cento mila sacerdoti ed un gran numero di Comunità religiose, collegi ed educatorii. Noi la vediamo questa soave divozione che novera in Italia già più di sessanta Confraternite canonicamente erette, entrar ne'nostri Seminarii, come già entrò in quelli di Francia, Svizzera ed altre nazioni. Così il Cuor di Gesù va pigliando possesso del cuor degl'iniziati al santuario e lo riempie delle sue grazie e delle sue virtù, perché poi queste si riversino su tutto il popolo e con lo stabilimento universale del suo regno d'amore s'avveri presto guella consolante parola : verrà tempo in cui non saravvi che un solo ovile ed un sol pastore : et fiet unum ovile et unus pastor.

Ma un altro motivo, non men grande, avvii ancora di far conoscere e promuovere largamente tutto quello che riguarda la divozione del Sacro Cuore. Compie in quest' anno il secondo centenario della prima pubblica consacrazione al Cuor di Gesù , consacrazione avvenuta nel venerdì dopo l'ottava del Corpus Domini del 1686, che allora cadeva il 31 maggio, a Paray-le-Monial nella chiesa della Visitazione , colà stesso cioè dove per opera della B. Margherita Alacoque e sotto gli auspizi e le ispirazioni del nostro San Francesco di Sales questa cara divozione ebbe la sua origine. E questo pure l'anno in cui speriamo all'aiuto di Dio e de' nostri Cooperatori e delle nostre Cooperatrici solennemente consacrare la Chiesa ormai terminata in Roma ad onore del Sacro Cuore di Gesù. Perché non dovremo adunque adoperarci in ogni modo a praticare noi pe'primi e spandere largamente questa divozione? Deh! voglia il Cuor di Gesù infiammarci tutti del suo santo amore, e far sì che non risparmiamo nè a fatiche, nè a disturbi, nè a spese a fine di estendere e propagare ovunque il suo dolcissimo impero ! Per parte nostra promettiamo fin d' ora di destinar ogni mese un articolo del Bollettino a trattar particolarmente della divozione al Cuor di Gesù come preparazione a quel gìorno avventuroso, in cui con la consacrazione di quella Chiesa monumentale a Lui dedicata saran paghi tanti cuori, ed un torrente di grazìe e di benedizioni pioverà sui nostri paesi. Così sia.

BIBLIOGRAFIA

Il nuovo Giubileo del 1886

Spiegato al popolo dal Teol. Coll. Ilario Maurizio Vigo, Curato di Santa Giulia in Torino e Missionario Apostolico. Opuscolo in, 32 di

pag. 10. L. 0. 05 la copia e lire 4 al cento. Vendibile presso la libreria Salesiana.

In questo opuscolo l' Autore spiega al popolo la sapientissima parola del Papa, contenuta nell'Enciclica: Quod Auctoritate Apostolica; pubblicata il 22 Dicembro 1885, che contiene la grazia di questo Giubileo. Non occorre che qui ne facciamo gli elogi. I commenti popolari fatti dallo stesso Autore alle Encicliche su S. Francesco d' Assisi e sul SS. Rosario ci dispensano. Ci basta darne ai nostri lettori una idea coll'indice seguente: I. Perchè concedere un nuovo Giubileo nel 1886? 11. Come prepararci ad acquistarlo ? III. Qual frutto ricavare dal nuovo Giubileo? IV. Vantaggi del nuovo Giubileo. V. Condizioni per acquistarlo.

È un libretto che, per la modicità del prezzo, per la purezza della dottrina, per la chiarezza e semplicità dell'esposizione, merita di essere largamente propagato fra il popolo e distribuito ai giovani catechizzati durante la Quaresima di quest'anno.

ELENCO DEI COOPERATORI E COOPERATRICI DEFUNTI NEL 1885.

85 Brambilla D. Francesco, Parr. - Chiarovalle (Milano).

86 Brigati D. Luigi, Previ. - Borgo d'Adda (Milano).

87 Brisolli D. Gio., Rett. - Campora (Parma). 88 Briselli D. Luigi - Succiso (Reggio Emilia). 89 Brisone _Maria - Crernolino (Alessandria). 90 Brizzolari Luigi - Porto S. Stefano (Grosseto).

91 Brugnoli Gobbi Luigia - Soave (Verona). 92 Bruni Francesca - Maderno (Brescia).

93 Bruschi D. Lazzaro, Rett.- Groppo (Panna). 94 Brusco Elisa , Maestra - Bardolino (Verona).

95 Bulfoni D. Domenico - Felleito (Udine). 96 Buoncompagni Suor Maria - Veneia.

97 Buonvicino Ponsano Rosa - - Moncalvo (Alessandria).

98 Buosi D. Vittorio, Arcip. - Canizzano (Treviso).

99 Burlamacchi Elena - Lucca.

100 Burolo Cav. D. Felice, Prev. - Burolo (Torino).

101 Bussinello D. Alessandro - Verona.

102 Cacciamali D. Lodovico , Prer. - Cenati S. Martino (Bergamo).

103 Cado Ernesto - Villanova d'Ardenghi (Pavia).

104 Caffuli D. Angelo . Arcip. - Lisciate (Milano).

105 Cagliero Teresa - Castelnovo d'Asti (Alessandria)

106 Cagnoli Allegrina - Mondaino (Forlì). 107 Calastri Riccardo - Como.

108 Calcagni D. Luigi - Gambarana (Pavia). 109 Calcagno Pietro - Torino. 110 Caidonazzo Domenico - Vicenza. 111 Caldonazzo Nicolò - Vicenza.

112 Calisti D. Vincenzo, Arcip. - Bettona (Perugia).

113 Calvi D. Antonio, Parr. - Averara (Bergamo).

114 Calzavara D. Giovanni - Treviso.

115 Camerano Carlo - Buttigliera d'Asti (Alessandria).

116 Campra Giovanni - Cardé (Cuneo).

117 Candiotti D. Nicola - Trarrivi (Rimini).

118 Caneva Maddalena - Fumane (Verona).

119 Cannas Antonio, Sudd. - Pompù (Cagliari).

120 Cantoli Mons. Alessandro, Vesc. - Bovino (Foggia).

121 Capello D. Paolo - Torino

122 Capitani D. Giovanni - Roncoscaglia (Modena).

123 Cappellari D. Mattia - Sutrio (Udine). 124 Carciola Alfio - Pedara (Catania).

125 Carini D. Antonio, Arcip. Vic. For. - Villanova (Piacenza).

126 Carissimo Elena - Lecce.

127 Carli D. Giacobbe - Lomaso (Austria-Tirolo).

128 Carlis D. Giovanni, Arcip. - Porcia (Udine).

129 Carollo D. Gio. Batt., Prev. - Santilario (Treviso).

130 Carossi D. Pietro - Milano.

131 Carozzi Maria - Orsara Bormida (Alessandria).

132 Cassini Catterina, Maestra - Bordighera (Portomaurizio).

133 Castellano D. Francesco, Canon. - Carotto (Napoli).

134 Castellini Maria - Car pen.edolo (Brescia). 135 Cattani March. Luigia - Brisighella (Ravenna).

136 Cattani March. Pasquale - Bologna.

137 Cavallo D. Gius, Rett., - Grajano (Parma). 138 Caviglia D. Carlo Amedeo, Parr. - Robilant (Cuneo).

139 Celli D. Girolamo - Piacenza.

140 Cerruti Luigia - S. Giusto Canavese (Torino).

141 Cerruti D. Martino - Saluggia (Vercelli). 142 Chersisch D. Giorgio, Cur. - S. Donà di Piave (Venezia).

143 Chiaiso D. Giovanni, Can. - Novara.

144 Chiappa Benedetto - Genova.

145 Chiaro Angela - Barone Can. (Torino). 146 Chiaselotti D. Giacomo, Parr. -' Ioanniz (Austria-Gorizia).

147 Chiesa Barbara - S. Vittoria d'Alba (Cuneo).

148 Chollet Adele - Cremona.

149 Cinardi D. Giovanni, Cui-. - I'iumignano (Ascoli Piceno).

150 Cinerti Maria Anna - Calaseta (Cagliari). 151 Cippini Gio. Batt. - Idro (Brescia).

152 Ciriani D. Giovanni, Capeell. - Zoppola (Udine).

153 Colò D. Giovanni, Rett. - Torre (Macerata).

154 Consolini 1lMons. Domenico, Card. - Roma. 155 Conte Federico - Trento d'Udine. 156 Conte Giovanni Pio - Torricella (Torino). 157 Conterno D. Alessandro, Parr. - Longara (Vicenza).

158 Conti, Sac. - Canetolo (Parma). 159 Conti Andrea - Vigevano (Pavia). 160 Conti D. Gaetano - Zevio (Verona).

161 Contri D. Annibale, Cui-. - S. Lucia sul Prato (I'irenze).

162 Coppa Vignola Margherita - S. Vittoria d'Alba (Cuneo).

163 Corbetta Bellini Conte Giuseppe - Lessoll (Torino).

164 Cordeschi Mons. Benedetto - Roma.

165 Cornali D. Giovanni, Parr. - Scano al Brembo (Bergamo).

166 Corpino Carlo - Penango (Alessandria). 167 Cortiana D. Giacomo, Parr. - Dario (Vicenza).

168 Corvaglia Nicola - Spezia (Genova).

169 Costantini D. Bartolomeo, Parr. - Colggne (Brescia).

170 Craviolo Pietro - Botto (Novara).

171 Crescimbeni D. Tommaso , Parr. - Treja (Macerata).

172 Cristofanini D. Alfonso - Lucca.

173 Cristofori D. Bernardo, Miss. Ap. - Cornegliano (Padova).

174 Crovini D. Luigi, Econ. - Veratto (Piacenza).

175 Curlo D. Luigi - Ottone (Pavia).

176 Cuzzi D. Pietro , Can. Cur. - Intra (Novara).

177 D'Acchiardi Filomena - Livorno.

178 Dal Bianco D. Giovanni, Parr. - Longare (Vicenza).

179 Dalla Chiara P. Anacleto - Verona. 180 Dalmazzo Luigia - Cuneo. 181 D'Andria Lucia - Salerno. 182 D'Andria Raffaella - Salerno.

183 Danusso Margherita - Cari nano (Torino). 184 Danzi Marianna - Torriggia (Como). 185 Deambrgsis D. Aquilino - Milano. 180 Decaroli D. Stefano - Saluzzo (Cuneo). 187 De Casa Marietta - Torino.

188 Decio D. Francesco, Parr. - Ternate (Como). . 189 Deflorian Maria - Cavalese (Austria-Tirolo).

190 De Franco Mons. Raffaele, Vesc. - Catanzaro.

191 Deganis D. Angelo, Piev. - Porpetto (Udine).

192 De Gaudenzi D. Andrea, Can. - Lodi (Milano).

193 Degiovanni Teresa - Castel Bolognese (Ravenna).   (Continua).