ANNO VI. N. 5.   Esce una volta al mese   MAGGIO 1882

BOLLETTINO SALESIANO

Direzione nell'Oratorio Salesiano. - Via Cottolengo. N. 32, TORINO

SOMMARIO. - La prossima Novena e Festa di Maria SS. Ausiliatrice - Motivi di fiducia in Maria aiuto dei Cristiani - La conferenza dei Cooperatori in occasione della Festa di Maria Ausiliatrice - Conferenza dei Cooperatori in Lucca - Un'eccezione alla regola e la politica dei Salesiani - Un nobile esempio ai figli ed ai padri - Un po' di storia sulla Chiesa di S. Secondo in Torino - Un' accademia letteraria nel Collegio di Valsalice in Torino - Storia dell'Oratorio di S. Francesco di Sales - Il Nuntius Romanus - Morte di Benefattori e Benefattrici - Indulgenze speciali pei Cooperatori Salesiani.

LA PROSSIMA NOVENA E FESTA di Maria SS Ausiliatrice

Se vi è circostanza, in cui vorremmo far giungere la nostra voce alle orecchie di tutti i fedeli, quella si è appunto della festa di Maria Aiuto dei Cristiani, che si celebra il 24 del mese di Maggio.

In questa propizia occasione, noi vorremmo accendere in ogni petto una scintilla almeno di caldo amore verso l'Augusta Madre di Dio; vorremmo raccogliere a' suoi piedi uno sterminato numero di divoti; vorremmo farla onorare secondo i suoi pregi, secondo i suoi meriti; vorremmo farle sciogliere un inno di grazie meno indegno dei tanti benefizi di ogni fatta, che Ella comparte in sulla terra; vorremmo da un immenso coro di figli affettuosi e riconoscenti far risuonare il suo dolcissimo nome da un capo all'altro del mondo. Se dato ci fosse, vorremmo trarre gli abitanti delle superbe città a celebrarla nelle sontuose basiliche, a Lei innalzate dalla pietà dei padri; gli abitanti delle campagne a festeggiarla nelle modeste loro chiesuole; i nuovi credenti del deserto e delle foreste a venerarla nelle loro misere capanne. - Olà! grandi e piccoli, vorremmo gridare, principi e popoli, ricchi e poveri, inciviliti e barbari, amate, ringraziate, invocate Maria, che dopo Dio ci ama, ci benefica, ci protegge quale sorella, quale madre divenuta Regina del Cielo e della terra, arbitra delle nostre sorti, dispensatrice dei divini tesori ; predicate Maria, che è la delizia del Paradiso, il conforto della terra, il terror dell' inferno; esaltate Maria, a cui fanno serto le stelle, corona gli angeli, corteo i santi ; celebrate Maria, della quale canta il poeta

In te misericordia, in te pietate,

In te magnificenza, in te s'aduna Quantunque in creatura è di bontate.

Applaudite a Colei insomma, che in bellezza, in amore, in potenza da niuno è uguagliata, e non è vinta che da Dio, suo Creatore.

Ma la nostra voce non potendo giungere sì lontano e in cotante parti, noi ci rivolgiamo ai nostri Cooperatori e alle nostre Cooperatrici, e vivamente li preghiamo che insieme colle rispettive loro famiglie vogliano unirsi con noi a celebrare degnamente la vicina festa di Maria Auxilium Christianorum; a celebrarla con amore, con gratitudine, con fiducia; con amore di figli, con gratitudine di beneficati, con fiducia di poveri bisognosi.

A questo fine, quelli, che sono in Torino o nelle sue vicinanze, vengano a prendere parte alle sacre funzioni della Novena, che hanno luogo nella Chiesa di Maria Ausiliatrice in Valdocco.

Coloro poi, che non possono ciò fare, o perchè lontani o perché impediti, procurino di celebrare questa Novena insieme colla propria famiglia, con qualche pratica di pietà, per es. colla recita di 7 Ave Maria ogni sera. Altra pratica da usarsi in privato sarebbe il leggere ogni giorno la considerazione nel libro appositamente stampato, che ha per titolo: Nove giorni consacrati all'Augusta Madre di Dio, di cui molti sono forniti (1). Del resto, ciascuno faccia quello che gli detta il cuore, il quale, se ama davvero la gran Vergine, saprà inspirargli molte opere altrettanto facili quanto divote.

Il giorno poi della festa (mercoledi 24) ciascuno vegga di accostarsi ai Santi Sacramenti e, ciò non potendo, ascolti almeno la santa Messa ad onor di Maria. Se per questo dovrà fare qualche sacrifizio, sappia farlo per amore di una Madre tanto degna e tanto buona. Essa a tempo e luogo saprà ricompensarci di tutto.

Chi può si porti a compiere queste divozioni nella sua Chiesa in Torino; e così vedrà gli splendori della festa, assisterà allo spettacolo di fervida pietà, che dànno i cattolici Torinesi in quel giorno, e nel tempo stesso, se confessato e comunicato, si arricchirà del tesoro della Indulgenza Plenaria, concessa dal Sommo Pontefice.

Cari Cooperatori e Cooperatrici, chi di noi può dire di non aver ricevuto mai in passato alcun favore da Maria, o di non abbisognarne per l'avvenire? Niuno di certo, specialmente nei tristi giorni, che corrono. Or bene, cogliamo la propizia occasione che ci offre la Novena e la Festa di Maria Ausiliatrice; dimostriamoci sue figlie e figlì amorosi e divoti, ed Essa a sua volta si mostrerà pure nostra Madre, nostro aiuto, nostro conforto in vita ed in morte.

(1) Si vende nelle Librerie Salesiane di Torino, di S. Pier d'Arena e di Lucca a cent. 20 la copia.

INVITO SACRO

NOVENA E SOLENNITÀ IN ONORE DI MARIA SS. AUSILIATRICE

NELLA CHIESA DELL' ARCICONFRATERNITA a Lei dedicata in Valdocco-Torino

INDULGENZA PLENARIA a chi confessato e comunicato visiterà questa Chiesa in un giorno dell'anno ad arbitrio e nel giorno della festa.

ORARIO DELLE SACRE FUNZIONI.

La Novena comincia Lunedì 15 Maggio.

In ciascun giorno lungo il mattino sino alle ore undici vi sarà celebrazione di Messe, e comodità di accostarsi ai ss. Sacramenti della Confessione e della Comunione.

Nel mattino dei giorni feriali alle 5 e mezzo ed alle 7 e mezzo, Messa e Comunione con particolari esercizi di pietà ; e nella sera alle 7, canto di una lode sacra, Predica e Benedizione col SS. Sacramento.

Nei dì festivi, come nel quarto e settimo della Novena, l'ordine delle funzioni cangia come segue: Al mattino alle ore 7, Messa e Comunione generale; alle 10 e mezzo Messa solenne ; alla sera verso le ore 3 e mezzo Vespri, Predica e Benedizione col SS. Sacramento.

Tutte le pratiche religiose, compresa la Messa delle ore 7, le Comunioni e le preghiere dei due giorni festivi , che occorrono durante la Novena, sono offerte a Dio secondo la pia intenzione dei Benefattori e delle Benefattrici delle Missioni, delle Opere e Case Salesiane, specialmente delle nuove Chiese ed Ospizi di S. Giovanni Evangelista in Torino, e del Sacro Cuore di Gesù in Roma.

Il giorno 21 e alle ore 7 pom. nella Chiesa dell'Oratorio di S. Francesco di Sales si terrà la Conferenza ferenza ai signori Cooperatori di Torino , e il giorno 23 alle ore 3 si terrà alle signore Cooperatrici.

MARTEDl' 23

VIGILIA DELLA SOLENNITÀ

Sera.

Alle ore 6 e un quarto Primi Vespri, Predica e Benedizione col SS. Sacramento.

MERCOLEDl' 24

SOLENNITA DI MARIA AIUTO DEI CRISTIANI,

Mattino.

Alle ore 7 Messa e Comunione generale. » 10 Messa solenne.

Sera.

Alle ore 6, Vespri solenni, Panegirico, Tantum ergo e Benedizione col Santissimo Sacramento.

In questo giorno verrà eseguita dai giovani dell'Oratorio Salesiano e da egregi Professori di canto della città la gran Messa a quattro parti del Maestro HAYDN ; nei Vespri, il Domine, Dixit e Magnificat del Maestro GENERALI; gli altri Salmi, l'Inno, l'Antifona Sancta Maria succurre Miseris (concerto a tre cori distinti) e un nuovo Tantum ergo a quattro parti del Teologo GIOVANNI CAGLIERO.

GIOVEDl' 25 Mattino.

Alle ore 7 e mezzo Messa, Comunione ed altre pratiche di pietà in suffragio delle anime dei defunti Cooperatori Salesiani, e dei defunti confratelli dell'Arciconfraternita di Maria Ausiliatrice.

NB. Chi desidera farsi iscrivere nella Arciconfraternita di Maria Ausiliatrice , troverà persona appositamente incaricata nella sacrestia della Chiesa.

MOTIVI DI FIDUCIA IN MARIA AIUTO DEI CRISTIANI

Da qualche anno a questa parte, nel mese di Maggio, noi davamo alla luce, in un fascicolo delle Letture Cattoliche, una raccolta di grazie e favori, ottenuti dalla pietà dei fedeli per intercessione della gran Madre di Dio, invocata sotto il titolo di Aiuto dei Cristiani. Per tacere dei primi anni, così abbiamo fatto in questi ultimi col libretto La Nuvoletta del Carmelo, poi colla Madre delle Grazie, indi colla Città di Rifugio, e l'anno scorso coll'Arca dell'Alleanza. La lettura di questi libretti fece del bene assai; eccitò in tutti i cuori amore, fiducia, divozione verso la Regina del Cielo, e terse a molti le lagrime; poiché a quelle prove convinti della bontà e della potenza della gran Vergine, fecero essi pure nelle loro pene a Lei ricorso, e ne furono esauditi e consolati. Per tal guisa quella pubblicazione giovò a moltissime anime, conservandole o traendole al Figlio per mano della Madre.

Anche in quest'anno noi avremmo potuto deporre un altro consimile fascicolo appiè di Maria, ché le grazie riferiteci furono- numerosissime; ma abbiamo dovuto dare luogo alla Vita di san Giovanni Apostolo ed Evangelista in preparazione alla festa, che sarà celebrata nella prossima inaugurazione della sua Chiesa in Torino. Crediamo che questo mutamento non sarà sgradito a Maria, perché fatto in favore di un Santo, che Le fu sì caro, e suo primo figlio adottivo.

Tuttavia ciò, che non potremo ottenere con un libretto a parte, procureremo di conseguirlo col Bollettino Salesiano. Laonde ad onore e gloria della eccelsa nostra Benefattrice e Madre, e ad eccitamento di fiducia nella sua soavissima pietà, a conforto e sollievo dei miseri mortali, noi pubblichiamo qui sotto alcune delle tante grazie dalla sua intercessione ottenute.

Né in ciò fare noi abbiamo a temere di venir meno alle savie leggi della Chiesa, come negli anni passati qualcuno tentò di far credere. Imperocchè , oltre le ragioni già da noi addotte in altri numeri del nostro periodico (1), ci assicura che siamo in perfetta regola la lettera, che l'immortale Pontefice Pio IX, di santa memoria, scriveva, in data del 4 settembre 1869, al sig. Enrico Lasserre, per encomiarlo di aver pubblicati i fatti miracolosi , molte grazie e favori della Madonna di Lourdes, quantunque non istati ancora esaminati rigorosamente, né riconosciuti solennemente dalla Chiesa. Giova qui riportare il giudizio pronunciato dal grande Pio IX.

« Abbiamo con piacere ricevuto il tuo volume che s'intitola: Notre-Dame de Lourdes, confidando che Colei, la quale coi maravigliosi portenti della sua potenza e benignità chiama da ogni parte in gran numero i pellegrini, vorrà ancor servirsi del tuo scritto a propagare più ampiamente ed accrescere la fiducia e la divozione degli uomini verso di Lei, affinché tutti possano ricevere della pienezza di sua grazia.» Così Pio IX,

Ora il modo, col quale abbiamo pubblicato e andiamo pubblicando favori e grazie di Maria Ausiliatrice, dato pure che siano miracolose, e lo scopo, che ci prefiggiamo in queste pubblicazioni medesime, sono identici a quelli del sig. Lasserre. Possiamo dunque applicare anche a noi le parole del Maestro dei fedeli, e non far conto di certi altri giudizi non conformi a' suoi.

Ecco pertanto alcune grazie, che devono essere per tutti quali motivi di fiducia nel valido patrocinio dell'Ausiliatrice dei Cristiani.

Torino, 3 dicembre 1881. REvERENDISSIMo D. Bosco,

Un forte mal d'occhi mi tormentava da oltre dieci anni, rimasto ribelle a tutte le cure dell'arte. Io ne ero affittissimo, giacché non poteva

più adempiere ai miei doveri, e, se continuava, le conseguenze per me e la famiglia sarebbero state triste assai. In tal frangente mi rivolsi alla Consolatrice degli afflitti, promettendole, se fossi esaudito, che mi sarei recato a ringraziarla nel di Lei Santuario in Torino. Or bene , da quel giorno il mio male sparì ; ed ora, che adempio alla promessa , appena ricordo di aver sofferto mal d'occhi, così perfetta fu la mia guarigione.

SITIA TOMMASO

Cooperatore Salesiano.

Sustinente, 26 dicembre 1881.

MOLTO REV. SIGNORE,

Non so se Ella ricordi la lettera che le spedii da Roverbella, contenente la elemosina di una Messa da celebrarsi all'altare della B. V. Ausiliatrice, per ottenere la guarigione di una pia giovanetta, colta da una gravissima polmonite, e in pericolo di morte.

Or bene, ho la consolazione di parteciparle una notizia, che le sarà certo oltremodo gradita. Quella giovinetta fin da quel giorno cominciò a migliorare; cessò la febbre, che le durava da circa un mese, e più non si riprodusse ! Il miglioramento fu tale, che il medico curante, il quale nulla sapeva della invocazione fatta alla B. V. Ausiliatrice , ebbe ad esclamare : - Ma questa ammalata ci i fa de' miracoli; se la continua così guarisce ! - Ed ella è guarita di fatto, grazie all'intercessione della B. Vergine.

Il fratello dell'ammalata mi scrive tutto riconoscente pel suggerimento che gli diedi, e m'incarica di spedirle questa offerta di ringraziamento, ed una limosina per un' altra Messa all' altare della celeste Ausiliatrice, per la sorella e per la famiglia.

Mi ricordi nelle sue orazioni e mi creda

Dev.- Servitore EUGENIO PAINI, Prevosto Cooperatore Salesiano.

Lucca, 15 gennaio 1882.

MOLTO REV. D. RUA,

Certi buoni fedeli, i quali hanno grande fiducia che Maria SS. Ausiliatrice si degni di ottenere loro dal Signore la guarigione da diversi mali, mi danno incarico di spedire la qui unita limosina, perchè si faccia un triduo ad onore di si buona Madre in cotesto suo Santuario. Ottenute le grazie, faranno un'offerta in ringraziamento.

Io spero molto, perchè di questi giorni una povera donna, dopo ricorso fatto a Maria Ausiliatrice, ebbe un braccio guarito da tale malore, pel quale dovea seguire l'amputazione ; ed un padre di famiglia ricuperò parimenti la salute dopo un colpo mortale. Come vede, abbiamo fondato motivo di sperare, che Maria Ausiliatrice continuerà le sue misericordie verso i suoi divoti.

Ella favorisca pregare per noi e specialmente pel suo

Sac. G. MARENGO.

(1) Vedi N° 4 del 1879 a pag. 1. - N° 5 del 1880 a pagina 7. - N° 4 del 1881 a pag. 1.

LA CONFERENZA DEI COOPERATORI in occasione della festa di Maria Ausiliatrice.

I cattivi, come già prediceva il reale Profeta si raccolgono sovente insieme per prendere consiglio e rinfocolarsi al male, specialmente a combattere contro Dio, il Figlio suo e la Chiesa: Convenerunt in unum adversus Dominum et adversus Christum ejus.

E quindi non solo conveniente, ma oggidì pur necessario che anche i buoni si raccolgano di quando in quando, si consiglino, s'incoraggino a vicenda e coll'esempio e colla parola, e si spronino a fare il bene ; altrimenti si cade nella indifferenza, si vive nella inerzia, e si finisce col fare poco o nulla di grande.

Sì, raccogliamoci insieme; a ciò c'invita il divin Salvatore, promettendo di trovarsi in mezzo di noi ; ci esorta Maria SS. per impetrarci più segnalati favori ; ci alletta la Chiesa col profonderci il tesoro della Plenaria Indulgenza.

A questo proposito ricordiamo che il Regolamento dei Cooperatori prescrive appunto una Conferenza, in occasione della festa di Maria Ausiliatrice. Noi speriamo che i Direttori delle nostre Case, e i benemeriti e zelanti signori Capi e Decurioni vorranno avere la bontà di avvisare i Cooperatori e le Cooperatrici, che si trovano sotto la loro dipendenza , e invitarli alla pia Riunione in quel giorno, ora e luogo, che crederanno più adattati.

Nella Conferenza si potranno trattare quegli argomenti, che saranno giudicati più opportuni; ma non si dimentichi la Chiesa del Sacro Cuore di Gesù in Roma, la quale oggidì richiede ogni nostra sollecitudine, ogni nostro sacrifizio. Quindi la limosina, che vi sarà raccolta, verrà destinata a favore di quel sacro Edifizio.

Come apparisce dall'articolo più sotto riferito, i nemici della religione si servono persino del telegrafo, per contrariare D. Bosco nella erezione della Chiesa del Sacro Cuore in Roma. Or, quando il demonio si dibatte per impedire un' opera, è buon segno; è segno che quest'opera dovrà tornare di molta gloria a Dio, e di grande vantaggio alle anime. Coraggio adunque ; e lo stesso esempio dei tristi ci sproni oggidì a mostrarci veraci Cooperatori, e a mandare un obolo per quel monumento.

CONFERENZA DEI COOPERATORI IN LUCCA.

Nel suo passaggio per Lucca D. Bosco, il sabbato santo, tenne la Conferenza ai Cooperatori e Cooperatrici nella Chiesa della Croce. Ne diamo qui la seguente relazione ricevuta di colà, e già pubblicata nella sua sostanza dall'ottimo giornaletto Il Fedele di Lucca, nel suo N. del 15 aprile dell'anno corrente.

Dopo di aver annunziato che la Conferenza si teneva col beneplacito di Mons. Arcivescovo e colla benedizione del Papa , D. Bosco sviluppò questi pensieri:

« Nella Conferenza si potrebbe trattare un punto di morale, ma pare più conveniente il dare conto delle cose, alle quali voi prestate la mano. Molte migliaia di giovani, in ben più di 100 Case, ricevono una cristiana educazione, vengono istruiti, avviati ad un'arte, ad un mestiere, che loro servirà per guadagnarsi' onestamente il pane. Queste cose desidero che si sappiano, affinchè tutti conoscano dove vadano a finire le loro oblazioni. Essi ne hanno in certo modo il diritto. Queste oblazioni vanno ad allevare questi giovanetti alla civile società, ad essere o operai cristiani, o soldati fedeli, o maestri ed insegnanti esemplari, o sacerdoti ed anche missionarii, che portino la religione e la civiltà tra le barbare genti. E in questi giorni appunto, maestri , capi di officina, sacerdoti nostri si trovano sparsi non solo in Italia, in Francia , in Ispagna, ma nell' America e perfino nella Patagonia. I Salesiani sono là che lavorano alla conversione di quei selvaggi , che per 400 anni resistettero al Vangelo, ed ora domandano di esserne illuminati. Quei poveri Indiani, appena conoscono la bellezza della nostra Santa Religione, vanno dicendo : « Oh ! come saremmo contenti che venissero molti a predicarci queste verità, ed insegnarci la via del Cielo! » E quindi si convertono a centinaia ed anche a migliaia. Quanto adunque deve essere consolante per voi il sapere che il vostro denaro serve a ritirare gli orfanelli delle tribù selvaggia , a fabbricare ospizi , scuole , chiese , per istruire nelle arti , nei mestieri, nell'agricoltura quei popoli, e, quel che più importa , per farne dei buoni cristiani.

» Ora veniamo a cose vicine a noi. Anche in quest' Oratorio della Croce si è fatto qualche cosa. Due anni or sono si desiderava una casa, si desideravano laboratorii, si desideravano scuole. Tutte queste cose ora ci sono. L'Oratorio festivo è frequentato da oltre 100 giovanetti, tenuti lontani dai pericoli, istruiti nella Religione , assistiti alle sacre funzioni. Le scuole ancor esse sono piene, nè si può accettare maggior numero di alunni. I giovani ricoverati sono anch' essi molto numerosi , perchè superano il numero di 100. Gli uni frequentano le scuole, gli altri si applicano ad un mestiere. Aumenterebbero ancora , se avessimo locale. Questo locale è assai ristretto in proporzione delle continue domande di accettazione. Alle tante richieste bisogna rispondere : Abbiate pazienza, non vi è più posto; quindi molti continuano ad essere esposti ai pericoli. Qui sarebbe a promuovere un' opera di grande utilità, perchè col ritirare, istruire, educare i giovanetti pericolanti si fa un bene a tutta la civile società. Se la gioventù è bene educata avremo col tempo una generazione migliore ; se no, fra poco sarà composta di uomini sfrenati ai vizi, al furto, all'ubbriachezza, al mal fare.

» Questi giovanetti nella persona dei loro superiori si presentano ora a voi col cappello in mano; e voi con un sussidio potete provvedere loro il pane , e insegnare a vivere laboriosi ed onesti, procurare loro un avvenire avventuroso. Invece, se fossero abbandonati a se stessi, un giorno forse si presenterebbero a voi, domandandovi il danaro col coltello alla gola. Questi sono fatti, ai quali i Cooperatori devono riparare per quanto è loro possibile.

» In questo momento per le scuole e per l'ospizio ci vogliono dei mezzi. Noi non abbiamo come provvedere ai molti bisogni. Voi potete venire in aiuto in molte maniere. Si può con commestibili, con vesti, con libri , con carta e altri oggetti, che servano alla manutenzione della casa o al mantenimento dei giovanetti. Vi sono giovanetti, che mancano di che decentemente coprirsi e ripararsi. Or bene, gli ornamenti di quella persona, che poco giovano all'eternità, gioverebbero molto a compiere un bell'atto di carità : di questi oggetti si potrebbero fare abiti, camicie, calze a pro di quei poveretti. Molti buoni cristiani fanno appunto così. Vi sono di quelli, che a preferenza di lasciare dormire i loro abiti mutati sino ad un'altra stagione, se ne servono tosto per venire in aiuto ai poveri orfanelli. Anche questo è un mezzo che non è dispendioso, e può giovare moltissimo a questo ospizio della Croce.

» Qualcuno potrebbe dire: Abbiamo già tante opere nostre da sostenere; non possiamo pensare ad una nuova. - Fra cattòlici non vi sono nè opere nostre nè opere di altri. Siamo tutti figli di Dio e della Chiesa ; figli del Papa, che è nostro Padre comune; quindi il bene che si fa deve essere in favore dei fedeli senza distinzione. Debbo osservare per altro che l'opera, che siete chiamati a soccorrere, non è opera né di D. Bosco, nè del Papa ; non è opera straniera a Lucca. I Salesiani sono qui per raccogliere i figli del popolo di questa città. Se i giovanetti sono raccolti nell' Oratorio festivo , se frequentano la scuola , se sono ospitati, il bene morale e civile è per Lucca. Epperò non bisogna dire che fate la carità a forestieri. Voi l'avete veduta a nascere quest'opera, bisogna che la sosteniate.

» Ma come fare? Vi sono tante imposte ; e poi tutti chiedono : come fare dunque ? - Rispose D. Bosco : Il nostro divin Salvatore dà a noi ogni bene: Omne bonum de sursum est. Egli dice: Te ne servirai per quanto è necessario a vivere onestamente e poi : Quod superest date eleemosynam. Ma questo è un precetto o un consiglio? Senza entrare nella quistione teologica , chè qui non è nè il tempo nè il luogo da ciò, osservo solamente che Gesù Cristo dice che colui, il quale non dà il superfluo in limosina, non entrerà nel regno de' cieli. A che dunque disputare, mentre il Signore ha detto : É più facile che un camelo passi per la cruna di un ago, di quello che uno, troppo attaccato col cuore alle sue sostanze, entri nel regno de' cieli ?

» Ma veniamo un tantino alla pratica. Uno avrà 1000 franchi di rendita e di 800 può onestamente vivere ; or bene, i 200 che avanzano cadono sotto le parole : date eleemosynam. Ma, una necessità impreveduta, una fallanza nel raccolto, una disgrazia nel commercio... Ma voi sarete ancora in vita allora? E poi Iddio, che al presente vi aiuta , non vi aiuterà specialmente se avrete dato per amor suo ? Io dico che chi non dà il superfluo, ruba al Signore, e, con S. Paolo, regnum Dei non possidebit. - Ma la mia casa è povera, ho bisogno di rinnovare certe suppellettili già troppo vecchie, e non più secondo il gusto che corre. - Se permettete, disse D. Bosco, entro con voi nella vostra casa. Veggo là suppellettili molto ricercate, qui una tavola fornita di ricchi servizi, qua un tappeto ancor buono. Non si potrebbe lasciare di cambiare questi oggetti, e, invece di ornare i muri e la terra, coprire tanti poveri giovanetti, che soffrono e che pure sono membra di Gesù Cristo, e tempio di Dio Veggo là risplendere argento ed oro, ed ornamenti tempestati di brillanti. Ma sono una memoria... Aspettate voi che vengano i ladri a rubarveli? Voi non li usate; nè vi sono necessari. Prendete questi oggetti, vendeteli e datene il prezzo ai poveri: voi li date a Gesù Cristo, ed acquistate una corona in Cielo. In questo modo non isquilibrate punto le vostre sostanze , né vi levate il necessario. E quella cassetta così ben chiusa? È niente. È niente? lasciate vedere. Ecco; è qualche migliaio di napoleoni d'oro; li conservo perché può venire una malattia ; e poi c'è un vicino che mi disturba; vorrei comprare quella sua possessione ; e così farebbe miglior vista la mia tenuta. Ma questo è superfluo, io dico, voi siete obbligato a prendere quel danaro, che non giova a nessuno, e farne ciò che comanda Gesù Cristo. Volete conservarlo? Conservatelo pure, ma ascoltate: Il demonio verrà, e di quel danaro ne farà una chiave per aprirvi l'inferno. Se volete sfuggire a tanta sventura imitate l'esempio di S. Lorenzo e soccorrete ai poveri. Dando ai bisognosi le vostre sostanze, voi le metterete come in mano agli Angeli, i quali ne faranno una chiave per aprirvi il Cielo nel giorno della vostra morte. »

UN' ECCEZIONE ALLA REGOLA e la politica dei Salesiani.

L'indole e lo scopo del nostro periodico non ci consente di trattare argomenti politici. Tuttavia domandiamo venia ai nostri Cooperatori e Cooperatrici , se per questa volta facciamo una eccezione alla regola, riportando nelle nostre colonne un articolo della benemerita Unità Cattolica di Torino, del 26 aprile passato.

Quantunque non occorra per chi ci conosce, premettiamo solo che tanto D. Bosco , quanto i suoi alunni ad altro non mirano che a far del bene a chi possono, specialmente alla gioventù più bisognosa ; ma del male a nessuno. E perciò essi non furono, né sono, nè saranno mai reazionarii politici nè in Italia, né in Francia, né in qualsiasi Stato del mondo, come falsamente fu telegrafato da Parigi alla Gazzetta del popolo di Torino. La politica dei Salesiani è semplice e schietta. Essa consiste nell'agire contro il diavolo , in guadagnare anime a Dio, e per mezzo della religione, della educazione e della istruzione giovare agli individui, alla famiglia, alla società. La loro politica consiste nell' adoperarsi, secondo le proprie forze, ad attuare in sulla terra le sette domande del Pater Noster e l' osservanza dei dieci comandamenti; consiste in una parola nello sbarrare agli uomini , nell' altra vita , le porte dell'inferno, e in questa, quelle della prigione. I Salesiani lavorano oggidì in ben cinque Stati: Italia, Francia , Spagna , Repubblica Argentina e Repubblica Orientale; e finora niuno di questi Governi ebbe a levar lamenti che i Salesiani siansi condotti da reazìonarii; imperocchè essi possono bensì in loro privato dissentire da certi Governi, ma in pubblico, e persino nei loro Istituti, sanno congiungere la semplicità colla prudenza, e attenersi alla infallibile sentenza del Re dei re : Date a Cesare quello che é di Cesare, e a Dio quello che é di Dio. Così fa D. Bosco, cosi fanno i suoi figli.

Sfidiamo tutti i nostri avversarii a darci una mentita, senza ricorrere alle menzogne.

Ma ecco l'articolo accennato, che fornisce materia per la storia del nostro Oratorio, quando i suoi scrittori l' avranno condotta sino a questi tempi.

I pericoli della Repubblica Erancese minacciata da... D. Bosco ! ! ! !

« Tra i telegrammi particolari della Gazzetta del popolo è importantissimo quello , che essa pubblica nel suo n° 114 dei 25 di aprile, e porta la data da Parigi 24 aprile, ore 7 pomeridiane. Il telegramma dice così: « Il Governo (della Repubblica francese) ha dato ordine ai prefetti di Nimes, Tolosa e Marsiglia, di sorvegliare il Sacerdote Bosco di Torino, il quale, col pretesto di raccogliere in Francia sottoscrizioni per un monumento a Pio IX, si è abboccato coi capi del partito reazionario per iscopi politici.» È passato il tempo in cui la Repubblica francese doveva temere i Prussiani, e principalmente il principe di Bismark : oggidì di Bismark nessuna paura; e tutti i pensieri, tutte le cure, tutti i provvedimenti della Repubblica si devono rivolgere a premunirsi contro.... D. Bosco ! In Montecitorio si pensa a fortificare, ad armare, a sbarrare le Alpi , perché non vengano i Francesi o gli Austriaci a distruggere il Regno d'Italia ; a Parigi si teme D. Bosco, e ben tre prefetti vennero incaricati di sorvegliarlo: il signor Dumarest, prefetto dello spartimento del Gard ; il signor Saisset-Schneider, prefetto dello spartimento dell'Alta Garonna ; ed il signor Pouhelle, prefetto dello spartimento delle Bocche del Rodano.

» La stirpe latina si è affrattellata nella paura. Paura in Roma, e paura in Parigi; paura in Torino e paura in Marsiglia, in Tolosa, in Nimes. Tra noi si teme un busto di marmo di Pio IX ; in tre spartimenti di Francia, e nella stessa capitale si teme D. BOSCO, che « raccoglie sottoscrizioni per un monumento a Pio IX. » La Gazzetta del popolo sembra molto contenta che il Sacerdote D. Bosco di Torino sia sorvegliato in Francia da tre prefetti. Quando D. Bosco sarà tornato tra noi , lo sorveglierà la stessa Gazzetta. Per ora sorveglia il Collegio-Convitto di Valsalice, dove i conti Groppello e Brancadoro scrivono e declamano nobilissimi versi a gloria di Pio IX, ed imparano il rispetto e la gratitudine ai benefattori, che è pure una parte dell'educazione clericale di D. Bosco, e del suo degnissimo compagno il Dottore Francesia. Ah! se non fosse la sorveglianza dell' impareggiabile Gazzetta del popolo, a quest' ora quel terribile gigante, che è il conte Brancadoro, avrebbe già ristabilito il Papa in tutti i suoi diritti di Re temporale ! (1)

» Ma una cosa sola ci duole altamente per la Repubblica francese. I governanti di Parigi hanno chiuso la stalla quando erano fuggiti i buoi ! Vale a dire, fu spiccato l'ordine ai tre prefetti di sorvegliare il Sacerdote D. Bosco di Torino, quando lo stesso D. Bosco non era più in Francia , ma quasi da un mese si trovava in Roma ! L'ordine di sorvegliarlo dovrebbe essere mandato al primo segretario d'ambasciata, il marchese De Reverseaux. Ed è urgentissimo che la Repubblica francese, smessi i piccoli dispetti, non tardi più oltre a nominare il suo ambasciatore presso il Quirinale. Imperocchè a Roma, in questo momento, si trova D. Bosco, e chi sa se il ministro Depretis sia buono a sorvegliarlo, od abbia voglia d'impedire ch'egli turbi, sconvolga, distrugga la Repubblica, che ha la sua sede sulle rive della Senna.

» Se in Roma fosse ministro dell'interno Domenico Farini, presidente di Montecitorio, si potrebbe sperare che egli sorvegliasse a dovere D. Bosco, giacchè suo padre, Carlo Luigi Farini, gli ha insegnato il modo pratico di sorvegliarlo. Non è la prima volta che D. Bosco è stato considerato come un terribile cospiratore contro la sicurezza di monarchie e di repubbliche. Nel 1860 Carlo Luigi Farini, ministro dell'interno del regno di Sardegna, temeva che questo Sacerdote mettesse a repentaglio le sorti del futuro regno italico, ed ordinava una perquisizione nell' Oratorio Salesiano di Torino, dove da tanti anni D. Bosco cospirava e cospira soccorrendo la miseria, educando i figli dell' operaio , e logorandosi la vita nell'esercizio della carità e nel ministero sacerdotale. La perquisizione ebbe luogo sabbato 26 maggio 1860, alle due pomeridiane. Il fisco sperava di trovare nell'Oratorio carte da «interessare le viste fiscali. » Quindi spediva un drappello di apparitori, capitanato da un delegato di pubblica sicurezza e da due ispettori, con ordine di procedere « ad una minuta visita domiciliare. »

» In quel momento D. Bosco stava accettando un giovane, raccomandatogli dal Ministero, quando gli giunse la visita inaspettata; accolse con affabilità gl' incaricati della forza pubblica; sebbene avesse molto da dire sulla legalità del mandato, mostrò loro tutte le carte e lettere, che trovavansi nella propria abitazione. Le ricerche si protrassero dalle due fino oltre le sei pomeridiane : e Don Bosco, che doveva confessare i giovani in quel giorno , vigilia di Pentecoste, dovette assistere alla perquisizione della polizia. Le più minute ricerche non valsero a scoprire nulla che potesse « interessare le viste fiscali. » Solo due carte diedero un po' da pensare alla polizia. In una era una sentenza un po' troppo clericale, ma si scoprì che era una sentenza di Marco Aurelio ; nell'altra contenevasi un Breve del Papa a D. Bosco, ma si seppe che esso era già stato divulgato per le stampe. Alle 6 la polizia abbandonava l'Oratorio colle mani vuote.

» Di questa gloriosa impresa di Carlo Luigi Farini restò nella storia il documento nella seguente dichiarazione, rilasciata a D. Bosco dalla polizia prima di abbandonare l'Oratorio Salesiano, dove sorse poi la sontuosa Chiesa di Maria SS. Ausiliatrice, di cui celebrasi in questi giorni il bel mese. Ecco il documento

» L'anno 1860, alli 26 del mese di maggio, in Torino, nella casa del molto reverendo Sacerdote D. Giovanni Bosco, tenente convitto di giovani artigiani e studenti, situata in via Cottolengo, casa propria. - In esecuzione della riverita odierna ordinanza dell' illustrissimo signor Questore di Torino, avv. Chiapuzzi, con cui venne prescritto di procedere ad una minuta perquisizione domiciliare nella casa anzidetta, ci siamo noi sottoscritti Grasso Savino, delegato di pubblica sicurezza, Tua avvocato Stefano, e Grasselli avvocato Antonio, ispettori, il primo della sezione borgo Dora e l' altro a quella di Moncenisio , e colla scorta delle guardie di sicurezza pubblica, trasferiti nella suddetta località, ove giunti , avuta la presenza del predetto Sacerdote D. Giovanni Bosco, si è notificato al medesimo lo scopo di tale trasferta, e quindi si è passato in di lui concorso ad una diligente visita in tutti gli angoli, ripostigli, carte e libri esistenti nelle due stanze, che servono di abitazione del medesimo ; ma, a fronte delle più esatte ricerche, nulla si rinvenne che interessar possa le viste fiscali. - Di quale operato tutto si è fatto constare col seguente verbale, che venne in conferma da tutti quanti gli intervenuti sottoscritto, annotando che copia eguale venne rilasciata al prelodato Sacerdote dietro una sua richiesta. Sottoscritti : GRASSO SAVINO, delegato - TUA avvocato STEFANO, ispettore - GRASSELLI avv. ANTONIO, ispettore.

» Ed ecco i tre che sorvegliarono D. Bosco in Torino alli 26 di maggio del 1860. Ora, alli 24 di aprile del 1882 , sono incaricati altri tre di sorvegliare D. Bosco in Francia. Essi dovranno, alla loro volta, fare la propria dichiarazione al Governo di Parigi, e sarà semplicissima D. Bosco è partito dalla Francia da circa un mese. Durante la sua dimora nel territorio della Repubblica non fece che provvedere all'educazione dei poveri giovanetti abbandonati, affinchè, vivendo nel santo timor di Dio, non andassero ad accrescere la sottoscrizione aperta dal Droit Social, per offerire una rivoltella al servo che uccise il suo padrone. Per la cospirazione di D. Bosco, invece di Francesi che si dichiarano partigiani del coltello, petrolieri, futuri carnefici, impiccatori anarchici, vi saranno molti Francesi che si dichiareranno COOPERATORI SALESIANI. » Fin qui l'Unità Cattolica.

L'articolo è molto satirico, ma era questo l'unico modo di rispondere a chi teme o finge di temere le cospirazioni di un Prete , che va a battere alle porte dei ricchi, che va alla cerca, per avere di che vestire , mantenere migliaia di poveri giovanetti, tolti dalle vie e dall'abbandono; di un Prete , che non col pretesto , ma in realtà va a raccogliere limosine , per innalzare in Roma un monumento di religione e di beneficenza, un Ospizio di carità insomma , ove albergare 500 orfanelli di qualsiasi nazione. E che questo monumento non sia un pretesto chiunque può convincersene, sol che si porti al Castro Pretorio sull'Esquilino in Roma. Ma di ciò basti per ora.

(1) Il Brancadoro, di cui qui si parla, è un fanciullo di otto anni, che nell'Accademia letteraria tenuta nel collegio di Valsalice, il 13 aprile decorso, declamò con innocente disinvoltura una breve poesia al compianto Pio IX, che tanto amava quell'Istituto. (Nota della Redazione del Bollettino).

UN NOBILE ESEMPIO ai Figli ed ai Padri.

Nel mese scorso nella città di Vicenza un figlio ed un padre davano un si nobile esempio di virtù e di fede, che meritò di essere tramandato da un capo all' altro d' Italia. Noi pure lo vogliamo qui segnalare alle famiglie dei nostri Cooperatori e Cooperatrici, facendo voto che a sostegno della religione e della morale sorgano molti di altrettali figli e padri.

Per la retta intelligenza dei documenti, che più sotto riproduciamo, giova premettere che facendosi la premiazione agli studenti del Liceo di detta città, il Preside osò dare in premio ad uno di essi, per nome Girolamo Arnaldi, due libri irreligiosi ed empii. I libri erano, l'uno La morale dei positivisti di un certo Ardigò, e l'altro La critica moderna di un cotal Trezza; due preti disgraziati, i quali nel tempo della prova, invece di serbarsi o ritornar fedeli al divino Maestro ed alla Chiesa; come gli undici Apostoli, credettero più vantaggioso imitare il contegno dell'Apostolo traditore, e non solo disertare la bandiera, che avevano giurato di seguire, ma impugnare le armi contro Dio, contro Gesù Cristo, contro la Religione. Come ognun vede, l'offrire in premio libri siffatti era un ignobile attentato alla fede del giovane Arnaldi e di sua famiglia. Or bene, ecco quello che fecero egli e il degnissimo suo padre.

Lettera del figlio al Preside.

EGREGIO SIGNORE,

Vicenza, 5 aprile 1882.

La mia coscienza e la mia dignità m'impediscono di accettare questi libri di premio, che sono un affronto ed un attentato alle mie convinzioni. Il signor Preside s'inganna, se crede di venire a far così propaganda a Vicenza di positivismo e di tutte quelle belle dottrine, che vorrebbonsi da certi apostati sostituite alla verità e alla morale del Vangelo. Sappia che se Vicenza è la città del 10 giugno, è pur la città di Maria, e che, come fu, è e sarà sempre invitta sostenitrice della propria indipendenza politica, fu è e sarà sempre fiera difenditrice della sua indipendenza religiosa da tutto ciò, che può porre in pericolo la sua più bella gloria, la Fede. Mi tenga per iscusato e riceva i più profondi ossequii

Dal suo Umil. Servo

GIROLAMO ARNALDI.

Lettera del padre al Preside.

Ricevuto che ebbe il Preside questo scritto e il nobile rifiuto del coraggioso giovane, scrisse al padre di lui una lettera, piena di sofismi e di sciocchezze, la quale ebbe la seguente risposta, ben degna di eterna memoria.

ONOR. SIGNORE,

Era poca cosa il fare un affronto ed un attentato alle mie convinzioni in quelle del mio carissimo Girolamo, bisognava aggiungere al danno lo scherno, e insultare il padre nel figlio.

Che? La dignità e il carattere imponevanglì la lettura di que' due libri? È forse dignità e carattere trangugiare a bella posta il veleno per provarne la forza? Sicuramente, essi non urtano le suscettibilità di chi la pensa come gli Ardigò ed i Trezza, ma le urta di chi è credente, cattolico, vale a dire, al credere del sig. Preside, pieno di pregiudizii e di errori, quasi fossero sublimi ed infallibili quei due libri troppo famosi.

Il provveder mio figlio di due scritti recenti, la cui larghezza di vedute ed aggiustatezza di metodo guadagnarono ai loro autori la fama che godono e il posto che occupano, se per lei è una gentilezza, per me è un delitto. Giudicar gli uomini viventi dalla fama e dal posto occupato è assai pericoloso oggidì, che sale più alto chi le sballa più grosse.

Lei mi porta a cielo la scienza, che andò sempre più restringendo i dominii della fede e specialmente di quella fede cieca ed intollerante, non avvedendosi che la scienza degli Ardigò e dei Trezza non la restringe ma la distrugge, negando a dirittura il soprannaturale. Ella anzi è in contraddizione con se stesso là dove dice che la vera scienza non fu mai negazione della fede vera; ma la nostra è la vera fede, perchè conforme agli alti destini dell' umanità, per cui è falsa la scienza che la distrugge interamente.

Dunque idee giuste e liberali sono l'ateismo e il positivismo? Povera giustizia, povera libertà dove sei andata!

E poi viene a parlarmi di tolleranza, chi attenta alla maggioranza delle coscienze della nostra città, chi vuol rovinarci i nostri figli, le nostre speranze! Ah! Uccideteli, piuttostocchè farceli crescer d'intorno atei e materialisti, senza coscienza, senza virtù, senza soggezione! Certo che la vera educazione intellettuale e morale dell'uomo è riposta nel giusto equilibrio delle sue facoltà; ma le pare che creder colla Chiesa e col Papa sia squilibrare le nostre facoltà? Così le hanno squilibrate Dante e Tasso, Manzoni e Pellico, e ci contenteremo di squilibrarle come loro !

Noi non ci sgomentiamo dinanzi allo studio dei fatti, perché ci assicura una parola divina, la quale non può mancare; ma siamo uomini e ci sta impresso nella mente il motto: Chi ama il pericolo, in esso perirà.

Invece di dare una severa lezione al mio carissimo Girolamo, che per coscienza è scolaro disciplinato, per sangue perfetto gentiluomo, gli do un bacio, un bacio che parte dal cuore d'un padre, che si vanta d'aver un figliuolo di tanto carattere e dignità.

Se io fossi un positivista, esigerei dal signor Preside una soddisfazione da positivista; ma, cattolico, mi vendico augurandole un figlio superstizioso, patologico , maleducato come il mio, e non avrà da piangere al pari di tanti padri traditi.

Scusi di questa lunga tirata ch'Ella stessa m'ha tratto dalla penna e mi creda

Vicenza, G aprile 1882.

Suo Dev. Servo FRANCESCO ARNALDI.

Dalle sponde della Dora mandiamo un bravo di cuore al figlio ed al padre.

UN PO' DI STORIA sulla Chiesa di S. Secondo in Torino.

I giorni 11 e 12 del passato aprile furono e saranno memorandi per la città di Torino. In essi fu tenuto il III Congresso Regionale Cattolico Piemontese, e in pari tempo venne inaugurata al divin culto la bella Chiesa parrocchiale di S. Secondo, inclito martire della legion Tebea, e principale patrono di Torino e suo territorio.

Dire minutamente degli importanti argomenti svolti, e delle savie deliberazioni prese nell'onoranda Assemblea ; descrivere adeguatamente le grandiose feste, celebrate nell'augusto Tempio per la solenne cerimonia , sarebbe un cómpito superiore alla nostra penna. Notiamo solo che il Congresso, composto di più centinaia di fervorosi Cattolici del Piemonte, e di altre provincie d'Italia , presieduto dall' eccellentissimo Duca Scipione Salviati, venutovi appositamente da Roma, onorato dalla presenza di quasi tutti i Vescovi del Piemonte, ebbe principio, proseguì, e terminò con ordine perfetto, riuscendo una splendida manifestazione di fede inconcussa, e di devozione inalterabile alla Sede di Pietro.

Le feste religiose poi appagarono la comune aspettazione. Oltre l'immenso popolo e numeroso clero, vi concorsero ben undici Vescovi. Sembrava di vedervi raccolto il Collegio degli Apostoli insieme col divin Maestro. A compiere il numero di dodici mancava un solo; e questi era dolorosamente l'Arcivescovo di Torino, Mons. Lorenzo Gastaldi, trattenuto in camera , come si diceva , per mal di gotta.

Era pure stato deciso che la Chiesa di S. Secondo, nonostante la presenza di tanti Vescovi in Torino, fosse solamente benedetta, per riserbarne la consecrazione all'Arcivescovo medesimo, quando fosse ristabilito in salute. Così difatto leggevasi persino nei pubblici fogli ; ma nella vigilia si mutò parere, e a consecrarla veniva delegata Sua Eccellenza Rev.ma Mons. Celestino Fissore, Arcivescovo di Vercelli, che era altresì presidente onorario del Congresso Cattolico (1).

La consecrazione aveva luogo il mattino dell' undici, giorno molto appropriato, perchè festa di S. Leone Magno, nome del sapientissimo Papa, che ci governa, e dello zelante Curato della Chiesa di S. Secondo , Teol. Leone Prato. La funzione della sera fu oltremodo imponente. Dalla Cappella provvisoria veniva trasportato il SS. Sacramento all'Altare maggiore. La condizione dei tempi non avendo permessa la processione per la pubblica via, si fece nell'interno della Chiesa, piena e stipata di fedeli. L'Arcivescovo di Vercelli portava il SS. Sacramento , ed era preceduto da molti sacerdoti e chierici , e da dieci Vescovi , vestiti di piviale e col pastorale in mano.

I giovani musici del nostro Oratorio invitati dal sig. Curato si prestarono di buon animo al canto, ed ebbero la sorte di essere i primi a far risuonare delle note musicali le sacre vólte del nuovo Tempio. L'antifona O quam metuendus est locus iste e il Tedeum del Teologo D. Giovanni Cagliero, e il Tantum ergo del celebre maestro Felice Frasi, furono cantici, che mossero a divozione , e coronarono egregiamente la religiosa funzione.

Coi musici di canto erasi unita eziandio la nostra banda, la quale dopo le funzioni di Chiesa, e durante la luminaria, rallegrò dei suoi concerti i cittadini sino alle ore dieci di sera. In breve, grande fu l'allegrezza, comune il tripudio.

Ma se tutti i buoni Torinesi ebbero motivo a rallegrarsi di festa sì bella, ragione di esultarne avevano soprattutto D. Bosco e i Salesiani. Per amor della verità e della storia daremo qui una delle ragioni di nostra speciale esultanza, unendovi qualche notizia, che negli scritti pubblicatisi in quei giorni fu ommessa, o perchè ignorata, o per cause, che non occorre indagare.

Fin dall'anno 1867 , tra varii proprietarii del borgo detto volgarmente il borgo dei Sagrin, poi di Garibaldi, ed ora di S. Secondo , si formò un apposito Comitato, per promuovere la erezione di una Chiesa a comodità della numerosa popolazione, che andava ogni anno aumentando in quella saluberrima parte della città. S'indisse pertanto pel disegno un concorso , a cui si presentarono varii architetti. La scelta cadde sul progetto presentato dall'ingegnere Luigi Formento. Il Municipio dava il permesso edilizio il 2 di gennaio del 1868 , concedeva gratuitamente il terreno , e accordava il sussidio di 30 mila lire da erogarsi in tre rate ; la prima quando il sacro edifizio fosse giunto al coperto, la seconda quando fosse ormai terminato, la terza quando venisse inaugurato al divin culto ed aperto al pubblico.

Ma queste concessioni e cotale assegno non bastavano ancora per innalzare la Chiesa ; imperocchè occorreva raccogliere danari, occorreva soprattutto una persona, che si mettesse alla testa dell' impresa e la prendesse sopra di sé. Per la qual cosa l'anno 1871 il Comitato promotore, non avendo ancora potuto mettere mano al lavoro , giudicò bene d'intendersi con D. Bosco e di affidare a lui questo cómpito; e D. Bosco lo accettò. Abbiamo sotto gli occhi varii documenti relativi, tra cui una lettera, in data del 25 aprile di detto anno, scritta al Sindaco di Torino dal sig. Angelo Chiesa, Segretario del Comitato, nella quale notifica al Capo del Municipio le intelligenze prese con D. Bosco, per la erezione del sacro edifizio, e lo supplica, acciò si compiaccia di autorizzare il prefato Sig. Sacerdote D. Bosco a dare cominciamento all' opera. Il permesso per iniziare i lavori veniva emanato il 6 di maggio del 1872.

Di consenso col Comitato promotore e coll'Autorità ecclesiastica , Don Bosco mirava non solamente a provvedere ai bisogni religiosi degli adulti con una Chiesa, ma altresì ai bisogni dei giovinetti con un Oratorio festivo , giardino di ricreazione e scuole diurne e serali. A questo scopo benefico, egli, nel fare eseguire il disegno adottato, volle che si traesse partito di tutto il terreno in modo, che la Chiesa sorgesse, non già in mezzo, ma sul fianco a ponente, affinché rimanesse a levante lo spazio necessario per le scuole, cortile di ricreazione , e via dicendo. Concessa in appalto la costruzione ai fratelli Carlo e Giosuè Buzzetti , D. Bosco con questo divisamento, nel maggio dell'anno 1872, pose mano all'opera, che sperava di condurre a fine in tre anni. I lavori progredirono con tanta alacrità, che in provviste, steccato , costruzioni di preparazione e scavi, la spesa, in due soli mesi, salì alla somma di ben 27 mila lire, in maggior parte prese ad imprestito.

La escavazione era ormai compiuta , e stavasi per gettare le fondamenta, quand'ecco che il 19 di luglio giunge a D. Bosco un ordine del Sindaco di sospendere i lavori. E perchè? Più devoto all'euritmia, che non allo scopo di Don Bosco, il Municipio esigeva che la Chiesa sorgesse nel centro dell'isolato concesso senza appendice di altro fabbricato qualsiasi, nè per iscuole ai fanciulli , nè per Oratorio festivo , nè per giardino di ricreazione , nè per altro consimile ; esigeva insomma che si perdessero due tratti di terreno a destra e a sinistra della Chiesa, come si vede oggidì, e ciò senza alcun vantaggio della parrocchia. A siffatta intimazione, D. Bosco fece sospendere i lavori; e intanto espose a voce e per iscritto le sue osservazioni, facendo rilevare al Sindaco la pubblica utilità, a cui egli mirava col variare, non già sostanzialmente il disegno, ma soltanto la posizione e planimetria della Chiesa.

Stante la ragionevolezza delle sue riflessioni, e il senno di molti membri del Municipio, D. Bosco sperava di arrivare di giorno in giorno ad un equo aggiustamento della questione , quando viene a conoscere che Sua Eccellenza Rev.ma, Mons. Lorenzo Gastaldi, Arcivescovo di Torino , succeduto al compianto Mons. Alessandro Riccardi , erasi offerto di fabbricare egli stesso la Chiesa , secondo le viste del Municipio , e che questi gli aveva aderito. Ciò inteso , D. Bosco si ritirò dall' impresa , non già perché , affidato alla divina Provvidenza e mediante la carità dei fedeli, non potesse riuscire a tirarla innanzi, ma per rispetto al suo Arcivescovo.

Che poi D. Bosco avesse motivo a sperare che il Municipio desistesse almeno in parte dalle obbiettate difficoltà lo provò il fatto stesso ; poiché in seguito venne accordato che dietro alla Chiesa s'innalzasse ai due lati un'appendice di altro fabbricato ; e i due spazi davanti, che D. Bosco domandava di usufruire a vantaggio dei giovanetti, sono circondati da una inferriata , e servono al pubblico bene in quel modo, che tutti vedono.

Delle 27 mila lire che vi aveva già speso pei primi lavori, D. Bosco fu rimborsato di 12 mila per la Chiesa di S. Giovanni. Quindi senza contare le sollecitudini dell'animo, i molti disturbi e dispiaceri avuti , furono ben 15 mila franchi, che egli lasciò a vantaggio della Chiesa di S. Secondo. Di tutto conserviamo i documenti autentici. Di questi ci servimmo per tessere questo po' di storia , e dei medesimi si serviranno altri per tessere il resto. Ma da questo poco si capisce come D. Bosco, insieme con tutti quelli, i quali fin dal 1867 avevano prestato la mano alla erezione di quel sacro edifizio, dovesse rallegrarsi nel vedere che fosse finalmente inaugurato al divin culto ed aperto al pubblico, che tanto ne abbisognava.

(1) V. Unità Cattolica N. 85 e 26.

UN'ACCADEMIA LETTERARIA nel Collegio di Valsalice in Torino.

Verso le ore due pomeridiane del giorno 13 dello scorso aprile, chi si fosse trovato sullo stradale di Moncalieri, presso il ponte di ferro in Torino, avrebbe veduto per un buon tratto di tempo un avviarsi insolito di gente a piedi e in vettura su per la collina, lunghesso il torrente Salice. Erano signori e signore, ecclesiastici e laici, professori e maestri, che tenendo cortesemente l'invito si dirigevano ad onorare di loro presenza l'accademia letteraria, che aveva luogo nel nostro Collegio di Valsalice. In brev'ora il luogo dell'onorando convegno, messo bellamente a festa, fu gremito di scelte persone. Fra queste primeggiavano i Reverendissimi Vescovi di Novara e d'Ivrea; il dotto Monsignor Ighina, Arcidiacono della Cattedrale di Mondovì; S. Eccellenza il Duca Salviati di Roma; il Conte e la Contessa di Viancino; il regio Provveditore agli studi, e più altri, che troppo lungo sarebbe il qui nominare.

Nulla diciamo in lode dei giovanetti, che presero parte all'accademia , declamando in latino e in italiano; nulla dei musicì e della banda, che colle soavissime note del maestro Rossini e del M. Dogliani rallegrarono l'accalcata e còlta udienza, riscuotendone i ben meritati applausi; nulla ne diciamo; imperocchè la lode nostra potrebbe qui apparire piuttosto interessata e superflua. Notiamo in quella vece che la festa mirava specialmente ad onorare gli uomini ragguardevoli, che dopo la dedica della Chiesa di S. Secondo, e la chiusura del Congresso Cattolico, eransi fermati in Torino; onde e dal Direttore del Collegio e dai suoi giovanetti furono declamati varii componimenti agli Ospiti illustri ed in memoria del glorioso Pontefice Pio IX. Non potendo far posto a tutti , pubblichiamo il saluto dato loro dal Direttore, D. Giovanni Francesia, con questi

VERSI.

Mentre cantava Davide, al popol d'Israele, Uscendo fuor dai vortici d'un mare un dì crudele. Per don di Dio spettacolo apparve nuovo e strano, Passar con piede incolume i flutti del Giordano, Sulla regal sua cetera, dallo stupor rapita, Frementi d'entusiasmo scorrevan le sue dita. A raccontare il giubilo dell'umil nostro rio, Invoco la tua cetera, o pastorel di Dio!

Con piede al Po più rapido racconta in sua favella L'onor che egli ebbe il Salice, la sorte sua sì bella. Non mai di tanti Vescovi, onore del Piemonte, Vide per molti secoli, la venerata fronte.

E plauso e meraviglia in suo sermon facea, Scorrendo lieto ed umile, al Vescovo d'Ivrea. Fea plauso senza limite all' Angiol di Novara, Lodando il suo carattere, l'alma sincera e cara.

E poi vedendo il nobile Prence di Roma antica, Non sa più quasi sciogliere la sua parola amica. Invidia solo al Tevere sì nobile persona, La cui virtù fra il popolo cortesemente suona. Quello che il Rivo Salice dirvi, o Signor, non puote, Vel dico cori affanno in queste rozze note: A nome del Pontefice, sì chiaro per dottrina, Veniste, o illustre Principe, nella città Taurina, Mentre un intiero popolo solleva ua monumento A Chi fu del suo secolo salute ed ornamento. Or ritornando al Tevere, alla magion di Pietro. Di nostra fede immobile dite in cortese metro: Che, come Quei che a Genova, patriota e cristiano A dilatar suoi porti, fa' doni in larga mano, Che, sull'aurata coltrice, per rio morbo e ferale, Disse, con frase memore,, ch'era cristian papale, Dite, che quanti crescono in questo mio giardino. Posto su breve clivio della regal Torino, Amari di affetto tenero Colui che Dio ci diede, Guida cortese e stabile maestro della fede. Ed oggi che si recita l'antica Minervale, Parlar di Pio Nono non ci pareva male. Perciò udirete il piccolo Ignazio Brancadoro, A recitar, con timida voce, di mezzo a loro, Che già temprati al rischio del pubblico parlare, Sembra che ansiosi aspettino più rumorose gare.

E un fior che sulla tomba poniamo riverenti

Di Chi trasse gli applausi dalle attonite genti, Ch'oggi con pompa massima al nome suo glorioso Si volle alzar un tempio di forme maestoso. Ed or che dissi in miseri versi il pensiero mio, Con voi l'opra dei giovani oh benedica Iddio! A tutti poi sien grazie, che in numero sì bello Lena voleste aggiungere e gloria al mio drappello.

STORIA DELL'ORATORIO DI S, FRANCESCO DI SALES

PARTE SECONDA. CAPO VI.

Un santo giovanetto dell'Oratorio - Il piccolo apostolo - L'eroico paciere - Il favorito dal Cielo - Una profezia - Un angelo di meno sulla terra.

Quasi a premio di quello, che l'Oratorio aveva fatto in tempo del coléra , il Signore nell' anno stesso gli mandava un allievo, che doveva riuscire suo lustro e sua gloria. Nei tre anni, che passò tra noi , egli sparse tali profumi di virtù, che si sentono ancora oggidì, e siamo di avviso che si sentiranno sino alle più tarde età. Noi intendiamo dire del giovanetto Domenico Savio , nato in Riva di Chieri il 2 di aprile del 1842, e morto in Mondonio il 9 di marzo del 1857.

Il fatto di sua dimora nel nostro Oratorio veste un carattere cotanto singolare, e, diremmo anche, così straordinario , che lo riputiamo quale un avvenimento, e degno di essere ricordato in particolar modo in questa nostra istoria. Siccome la vita di questo santo giovanetto fu già bellamente descritta dalla penna di D. Bosco medesimo , e forma un grazioso fascicoletto delle Letture Cattoliche, così noi non faremo che riferirne qui alcuni tratti più edificanti (1).

Una delle virtù , che egli fece maggiormente risplendere tra di noi, si fu uno zelo superiore all'età sua per la salvezza delle anime: era un piccolo apostolo. Per infiammarsi vie più nel santo esercizio di giovare al suo prossimo, e per imparare il modo di ben riuscirvi, egli leggeva volentieri la vita di quei santi , che avevano lavorato in modo speciale per la salute della anime, come la vita di S. Filippo Neri, di san Francesco Zaverio, di S. Francesco di Sales, e simili. Parlava volentieri dei Missionarii , che faticavano alla conversione degli infedeli e degli eretici, pregava per essi, e ne invidiava la sorte. Più volte fu udito ad esclamare: -- Quante anime non vanno mai perdute, perché non vi ha chi predichi loro la parola di Dio ! Quanti poveri fanciulli forse andranno alla perdizione per mancanza di chi li istruisca nella fede !

Nè egli si contentava dei desiderii, ma veniva ai fatti. Per quanto lo comportava la sua età e la sua istruzione si prestava con indicibile piacere a fare il catechismo ai piccoli nella chiesa dell'Oratorio ; anzi, se alcuno ne mostrava maggior bisogno, egli si assumeva di buonissima voglia l'incarico di fargli scuola di religione, in qualunque giorno della settimana , e in qualunque ora del giorno. Tutto gli riusciva dolce, quando pensava di cooperare a salvare un'anima.

Alcuni dei giovani più esemplari dell'Oratorio, amanti del bene dei loro compagni, si erano uniti in una santa lega allo scopo di prendersi una cura speciale dei fanciulli più discoli-interni ed esterni. Savio Domenico vi diede tosto il suo nome , ed era l'anima di tutti. Erano veramente mirabili le industrie, che in ricreazione egli usava per meglio conseguire il nobile fine. Se aveva un confetto, un frutto, una croce, una medaglia, una immagine o simili, egli la riserbava a quest'uopo. - Chi lo vuole, chi lo vuole, andava dicendo. - Io, io, da tutti si gridava correndogli incontro. - Adagio, egli soggiungeva allora; io la darò a chi meglio mi risponderà ad una domanda di catechismo. Intanto il santo giovane interrogava solo i più discoletti, ed appena essi davano una risposta alquanto soddisfacente , egli faceva loro quel regaluccio. In questo modo e in poco tempo si guadagnava l'animo di tutti gli scapatelli, e di questi era quasi sempre circondato.

Né solamente di questa sorta di fanciulli egli cercava la compagnia, ma di un'altra non meno degna di amorevoli sollecitudini. Fra i giovanetti che stavano nell'Ospizio e tra i molti, che frequentavano l'Oratorio festivo, alcuni ve ne erano alquanto rozzi, ignoranti e meno educati, i quali per lo più erano dai loro compagni lasciati in disparte. Or questi erano i più ambiti e più ricercati dal nostro Domenico. Egli non guardava punto le apparenze, né secondava le simpatie, ma, avendo in mira unicamente l'anima, si avvicinava a costoro , li ricreava col racconto di qualche esempio, li invitava a passeggiare con lui, li faceva discorrere, li toglieva insomma dall'avvilimento , consolandoli con ogni miglior conforto. Una sua industria merita di essere qui rilevata in modo particolare. Quando si accorgeva che taluno da qualche tempo più non si accostava alla Confessione, lo zelante giovanetto faceva così : in bel modo procurava di associarsi con lui, si metteva a discorrere o a giuocare insieme, e vi tirava innanzi per un po' di tempo ; ma ad un tratto rompeva il filo del discorso , sospendeva la partita , e diceva all' amico: - Vorresti farmi un piacere ? - Sì, sì, e quale ? - Domenica io vorrei andarmi a confessare ; verresti tu a farmi compagnia ? - Generalmente il compagno per compiacerlo rispondeva di sì. Domenico ne aveva abbastanza, e riattaccava il filo del suo discorso, o proseguiva il suo trastullo. Al domani praticava il medesimo con un'altro; così che al sabato sera o alla domenica mattina era cosa che edificava il vederlo appié del confessore con due, tre, e talora persino con sette ed otto giovanetti de' più restii alle pratiche di pietà, da lui attirati a quell'atto di religione. Questi fatti erano molto frequenti, e tornavano di grande vantaggio ai compagni, e di dolce consolazione a D. Bosco , il quale perciò soleva dire che Domenico Savio gli tirava più pesci nella rete co'suoi trastulli , che non certi predicatori colle loro prediche.

Questo suo zelo andava poi sino all'eroismo , quando si trattava d' impedire l' offesa di Dio. Segnaliamo un fatto solo, scelto tra molti. In quel tempo , essendo i giovani dell' Ospizio cresciuti oltre a cento, D. Bosco non poteva più come da principio farci scuola regolare egli stesso; per altra parte non erano per anco stabilite le scuole interne, perché mancavano i maestri da ciò. Per la qual cosa i giovani addetti allo studio frequentavano due scuole private di Torino, alle quali intervenivano eziandio molti figli delle migliori famiglie della città. Le scuole erano, pel ginnasio inferiore, quella del pio e caritatevole professore Giuseppe Bonzanino; e pel ginnasio superiore, quella del professore D. Matteo Picco di sempre cara memoria. Or bene, nel tempo che il nostro Savio frequentava le lezioni dell'egregio professore Bonzanino, due discepoli gli diedero occasione di spiegare sino a qual punto lo cocesse il fuoco di amor di Dio, e il desiderio d'impedirgli delle offese. Venuti un giorno a rissa tra loro, passarono dagli insulti alle villanie , e finirono collo sfidarsi a far valere le loro ragioni a colpi di pietra, come usano i cani colla punta dei denti. Domenico, giunto a scoprire quella discordia e quella disfida, ne provò vivissima pena e desiderò d'impedirla; ma come riuscirvi, essendo i due rivali maggiori di forze e di età ? Si provò di persuaderli a desistere da quell' insano divisamento, facendo osservare ad ambidue che la vendetta é contraria alla ragione ed alla religione ; scrisse lettere all'uno ed all'altro; li minacciò di riferire la cosa al professore ed anche ai loro parenti ; ma talmente erano inaspriti i loro animi, che tornava inutile ogni parola. Allora il suo cuore magnanimo gli suggerì un atto, che sa dell'eroico. Egli li attese dopo scuola, e parlando ad ambidue disse: - Poiché perdurate nel bestiale vostro divisamento, vi prego almeno di voler accettare una condizione. - L'accettiamo, risposero essi , purché non impedisca la nostra sfida. - Egli è un birbante, gridò uno di loro; - ed io non sarò in pace con lui , soggiungeva l' altro, finché od egli od io non abbiamo rotta la testa. - Il pio giovanetto tremava a quel brutale diverbio; tuttavia nel desiderio d'impedire maggior male, si fece coraggio e disse : La condizione che sono per mettervi non impedisce la sfida. - Qual è questa condizione? - Vorrei soltanto dirvela sul luogo, dove volete misurarvi a sassate. - Tu ci minchioni, o studierai di metterci qualche incaglio. - Sarò con voi, e non vi minchionerò: state tranquilli. - Forse tu vorrai andar a chiamare qualcuno. - Dovrei farlo, ma nol farò; andiamo, io sarò con voi, mantenetemi soltanto la parola. -Glielo promisero, e pel luogo dello scellerato combattimento furono scelti i così detti prati della cittadella fuori di Porta Susa (1).

Giunti al luogo stabilito, il nostro Savio fece una cosa, che certamente niuno sarebbesi immaginata. Lasciò che i duellanti, muniti ciascuno di cinque pietre, si prendessero le loro posizioni ad una certa distanza l'un dall'altro. Quando li vide in procinto di venire all'atto selvaggio, disse : - Prima di effettuare la vostra sfida voglio che adempiate la condizione accettata. - Così dicendo , trasse fuori il suo piccolo Crocifisso, che aveva al collo, e, tenendolo alto in una mano, voglio, proseguì a dire , voglio che ciascheduno di voi fissi lo sguardo su questa immagine , di poi, gettando una pietra contro di me, pronunzi queste parole : « Gesù Cristo innocente morì perdonando ai suoi crocifissori , io peccatore voglio offenderlo e fare una solenne vendetta. »

Ciò detto, va ad inginocchiarsi davanti a colui, che mostravasi più infuriato, e gli dice : - Fa il primo colpo sopra di me ; tira una forte sassata sul mio capo. - Costui, che non si aspettava simile proposta, tremò, impallidì, e, - no, rispose, mai no: io non ho alcuna cosa contro di te, e vorrei invece difenderti, se qualcuno tentasse oltraggiarti. - Domenico, ciò udito, si alza, corre dall'altro, gli si prostra dinanzi, dicendo le stesse parole. A questo atto , anche colui rimase sconcertato e gridò : - Non mai fare del male a te, non mai. -

Allora il santo giovanetto si rizza in piedi e con voce commossa, - come ? loro dice, voi siete disposti ad affrontare anche un grave pericolo per difendere me, che sono una miserabile creatura, e non siete capaci di perdonarvi un insulto, una derisione per salvare l' anima vostra , che costò il sangue del divin Redentore , e che voi andate a perdere con questo peccato? - Ciò detto, si tacque , tenendo sempre il Crocifisso alto in mano, e cogli occhi bagnati di lagrime.

A tale spettacolo di carità e di zelo i due compagni furono vinti. - In quel momento, asserì poscia uno di loro , io fui intenerito ; un freddo mi corse per tutte le membra, e mi sentii pieno di vergogna per aver costretto un amico sì buono ad usare misure estreme , per impedire l' empio nostro divisamento. - Pochi giorni dopo i due condiscepoli, già riconciliati tra loro, si andavano pure a riconciliare col Signore, mediante la santa Confessione.

Non farà ora meraviglia il sapere che Iddio si compiacque pure di favorire questo sì pio giovanetto di quei doni celesti, di cui ci somministra esempi a dovizia la vita dei santi. Più volte dopo la santa Comunione, o mentre stava pregando avanti al SS. Sacramento, egli veniva come rapito fuori dei sensi, e vi rimaneva più ore in aspetto come di estatico. Ci ricorda di un giorno che mancò dalla colazione, dalla scuola, e dal medesimo pranzo : niuno sapeva dove fosse ; nello studio non c'era, a letto nemmeno. Erano ormai le due pomeridiane , quando un compagno non vedendolo a comparire ne fece motto a D. Bosco. Udito ciò, a D. Bosco nacque tosto il sospetto di quello, che era realmente, che fosse cioè in Chiesa, come già altre volte era accaduto. Senza fare parola ad alcuno , egli si porta nel luogo santo , va in coro e lo vede colà fermo come un sasso. Teneva egli un piede sull'altro, una mano appoggiata sul leggio dell'antifonario, l'altra sul petto, colla faccia rivolta verso il tabernacolo, e con uno sguardo così angelico, che sarebbe impossibile a descriversi. Lo chiama, e non risponde. Lo scuote, e allora il santo giovanetto gli volge lo sguardo e dice : - Oh ! è già finita la Messa ? - Vedi, rispose D. Bosco , mostrandogli l'orologio ; sono le due. - A questo riflesso Domenico si mostrò confuso, domandò umile scusa della trasgressione delle regole , e si mosse per recarsi alla scuola. Ma D. Bosco lo mandò a pranzo, e per liberarlo dalle dimande inopportune, che forse gli avrebbero fatte i compagni, gli disse : - Se taluno ti dimanderà donde vieni, gli risponderai che vieni dall'eseguire un mio comando.

Un altro dì entrò egli nella camera di D. Bo sco dicendo : - Presto , venga con me ; c'è una bell' opera da fare. - Dove vuoi condurmi , gli chiese D. Bosco. - Faccia presto , soggiunse egli , faccia presto. - D. Bosco che da qualche tempo era testimonio delle cose straordinarie, che Iddio si degnava di operare in quel suo figlio diletto, prende il cappello e lo segue. Con passo piuttosto accelerato , egli s'innoltra di contrada in contrada senza pronunziar parola; infine prende la via delle Orfane, entra in una porta, sale una scala, monta al terzo piano e tira il campanello. - E qua , che deve entrare, dice egli , e tosto se ne parte, ritornando a casa. Una donna apre l'uscio, ed - oh! presto, dice a D. Bosco, altrimenti non è più a tempo. Mio marito ebbe la disgrazia di farsi protestante ; adesso è in punto di morte, e dimanda per pietà di poter morire da buon cattolico. - D. Bosco si reca tosto al letto dell'infermo, che mostrava viva ansietà di acconciarsi dell'anima. Aggiustate le partite della coscienza colla massima prestezza , giunge il Curato della parrocchia di S. Agostino, che già prima si era fatto chiamare. Esso potè appena amministrargli il Sacramento dell' Olio Santo con una sola unzione, poiché il moribondo diveniva cadavere. Alcun tempo dopo D. Bosco volle domandare a Savio come mai avesse egli saputo che in quella casa vi fosse un infermo ridotto a quello stato ; ed egli lo guardò con aria di dolore, di poi si mise a piangere. Don Bosco allora non cercò più altro, ricordando quelle parole della Sacra Scrittura che dice : « È cosa buona tenere nascosto il segreto del Re : Sacramentum regis abscondere bonum est; » e che alle anime sante riesce più penoso lo svelare i doni che Iddio fa loro, che non i peccati commessi.

Dopo quello di Dio, due altri amori occupavano il cuore del nostro pio giovanetto, l'amore verso Maria Immacolata e l'amore verso il Papa. Ad onore dell'augusta Regina del Cielo egli si adoperò a stabilire una compagnia di giovani più divoti, che esiste tuttora , e della quale diremo a suo luogo. Ne celebrava poi le solennità , le novene , e specialmente il mese di Maggio con una tale pietà, che rapiva ognuno a meraviglia e a divozione.

Del Papa parlava come figlio del proprio padre, pregava fervorosamente per lui, ed esprimeva un vivo desiderio di poterlo vedere prima di morire, asserendo ripetutamente che aveva cosa di grande importanza da dirgli. Udendolo sovente a parlare così, D. Bosco una volta gli domandò quale fosse quella gran cosa, che avrebbe voluto dire al Papa.

- Se potessi parlargli , vorrei dirgli che in mezzo alle tribolazioni che lo attendono non cessi di occuparsi con particolare sollecitudine dell'Inghilterra ; Iddio prepara in quel regno un gran trionfo al Cattolicismo.

- Sopra quali cose appoggi tu queste tue parole ?

- Lo dico, ma non vorrei, che ne facesse parola con altri. Se però andrà a Roma, lo riferisca pure a Pio IX. Ecco adunque : Un mattino mentre faceva il ringraziamento della Comunione fui sorpreso da una forte distrazione, e mi parve di vedere una vastissima pianura, piena di gente avvolta in densa nebbia. Camminavano, ma come uomini, che, smarrita la via, non vedono più ove mettono il piede. Questo paese, mi disse uno che mi era vicino , è l'Inghilterra. Mentre voleva dimandare altre cose , vedo il Sommo Pontefice Pio IX tale quale avevo veduto dipinto in alcuni quadri. Egli maestosamente vestito, portando una luminosissima fiaccola tra le mani , si avanzava verso quella turba immensa di gente. Di mano in mano che si avvicinava, al chiarore di quella fiaccola scompariva la nebbia , e gli uomini restavano nella luce di mezzogiorno. Questa fiaccola, mi disse l'amico, è la Religione cattolica che deve illuminare gli Inglesi. - Così l'amabile giovanetto raccontava la cosa a D. Bosco, il quale l'anno 1858, essendo andato per la prima volta a Roma, la comunicò al Pontefice Pio IX, che la udì con bontà e con piacere. - Questo, disse il Papa, mi conferma nel mio proposito di lavorare energicamente a favore dell' Inghilterra , a cui ho già rivolto le mie più vive sollecitudini. Tal racconto, se non altro, mi è come consiglio di un' anima buona.

Come si vede , il nostro Savio fu un piccolo ma verace profeta. Imperocchè chi non conosce il progresso, che il Cattolicismo fece nel Regno Unito da 20 e più anni a questa parte? La gerarchia ecclesiastica ristabilita primieramente nell'Inghilterra, e poi nella Scozia ; la libertà concessa ai Cattolici di esercitare il loro culto ; la facoltà di predicare e d' insegnare ; le numerose chiese che s'innalzano nelle città e nelle campagne; ìe conversioni quotidiane di protestanti , tra cui ministri, deputati, senatori, marchesi, duchi e via dicendo; lo scomparire dei pregiudizi contro il Papa e la Chiesa Cattolica ; l'avidità, il trasporto, con cui si cerca di meglio conoscerla, tutti questi ed altri fatti sono una prova evidente che 26 anni fa il giovanetto Domenico Savio vide nell'avvenire, coll'occhio della mente illuminato da Dio.

Ma un'anima ornata di tante virtù, e favorita di così eccelsi doni, era ben più degna di vivere in Cielo, che non in sulla terra; e Dio ce la tolse.

Di gracile complessione e di salute cagionevole, da parere anche nell'esterno un S. Luigi, il nostro giovanetto in sul principio del 1857 prese a deperire così sensibilmente, che diede molto a temere per la preziosa sua vita. Punto non giovando gli amorevoli riguardi, che gli si usavano nell'Oratorio e i rimedii suggeriti dall'arte, D. Bosco domandò un consulto di medici. Questi furono d'avviso che si tentasse la prova di allontanarlo interamente dallo studio, e si mandasse a respirare l'aria del suo paese. Se ne avverte pertanto il padre, e si stabilisce la partenza pel primo di marzo. Si arrese Domenico a tale deliberazione, ma solo per farne un sacrificio a Dio. Domandato perchè andasse di mal animo a casa , rispose - Perché desidero di terminare i miei giorni all'Oratorio. - Andrai a casa , e , dopo che ti sarai alquanto ristabilito in salute, rìtornerai - Oh ! questo poi no, no ; io me ne vo e non ritornerò più. Parve aver avuto rivelazione del giorno e dell' ora di sua morte.

Giunto a casa e visitato dal medico, questi lo giudicò affetto d'infiammazione, e gli praticò dei salassi. Fattone alcuni, la malattia parve rivolgere in meglio ; così assicurava il medico , così credevano i parenti ; ma non così giudicava Domenico. Guidato dal pensiero che è meglio prevenire che perdere i Sacramenti, egli chiamò suo padre, e - Papà, gli disse, è bene che facciamo un consulto col medico celeste : io desidero di confessarmi e di ricevere la santa Comunione ; - e fu compiaciuto. Ricevette il SS. Viatico col fervore di un serafino; e prima e dopo usciva di tratto in tratto in preghiere così belle ed affettuose, che lo ti pareva già un beato comprensore in colloquio con Dio.

Intanto il chirurgo continuava a praticare i salassi sino al numero di dieci, a cui il caro giovane si sottomise senza dimostrare il minimo rincrescimento ; anzi contento di versare quel sangue per amore di Gesù, che aveva sparso tutto il proprio sulla croce, egli lo stava guardando ad uscire con occhio di compiacenza. Dopo alcuni giorni dal suo arrivo in casa, il medico si rallegrò coll'infermo del suo miglioramento, e disse ai parenti: - Ringraziamo la divina Provvidenza; siamo a buon punto; il male è vinto; abbiamo soltanto bisogno di fare una giudiziosa convalescenza. - Godevano di tali parole i buoni genitori; ma Domenico si pose a ridere e soggiunse : - Il mondo è vinto ; ho soltanto bisogno di fare una giudiziosa comparsa davanti a Dio. - Quindi partito il dottore, egli domandò che gli fosse amministrato il Sacramento dell' Olio Santo; ed i parenti e lo stesso Prevosto, lusingati ed ingannati dalla serenità e giovialità del malato e dalle parole del medico, accondiscesero alla sua richiesta, non già per la necessità che ne scorgessero, ma per non dargli disgusto. Ricevuta la Estrema Unzione colla divozione di un santo, domandò pure la benedizione papale. Munito di tutti i conforti della Santa Religione egli provò una gioia così celestiale, che la penna non varrebbe a descrivere. In quei momenti preziosi stringendo in mano il Crocifisso egli recitò questi versi, che gli erano molto famigliari durante la vita

Signor, la libertà tutta vi dono,

Ecco le mie potenze, il corpo mio, Tutto vi do, che tutto è vostro, o Dio, E nel vostro voler io m'abbandono.

Era la sera del 9 Marzo. Chi lo udiva soltanto a parlare e lo rimirava in volto avrebbe in lui ravvisato uno, che giace a letto per riposo. L'aria allegra, gli sguardi tuttor vivaci, la piena cognizione di se stesso avrebbero da chiunque sgombrata l'idea che egli si trovasse in punto di morte. Un'ora e mezzo prima che tramandasse l'ultimo respiro il Prevosto lo andò a visitare, e lo stette con diletto e con istupore ascoltando a raccomandarsi l'anima. Egli faceva frequenti giaculatorie, tutte esprimenti il più vivo desiderio di andar presto in Cielo.

Partito il Parroco colla speranza di rivederlo, il giovanetto si addormentò e prese mezz' ora di riposo. Indi svegliatosi volse uno sguardo ai suoi parenti, e - Papà, disse, ci siamo - Eccomi, figliuol mio, che ti abbisogna ? - Mio caro papà, è tempo ; prendete il mio Giovane Provveduto, e leggetemi le preghiere della buona morte.

A queste parole la madre ruppe in pianto, e si allontanò dalla camera dell'infermo. Al padre scoppiava il cuore di dolore, e le lagrime gli soffocavano la voce ; tuttavia si fece coraggio e si mise a leggere quella preghiera. Domenico ripeteva attentamente e distintamente ogni parola ; ma infine di ciascuna parte voleva dire da solo: Misericordioso Gesù, abbiate pietà di me. Giunto alle parole : - Quando finalmente l' anima mia comparirà davanti a Voi, e vedrà per -la prima volta lo splendore immortale della vostra Maestà, non la rigettate dal vostro cospetto , ma degnatevi di ricevermi nel seno amoroso della vostra misericordia, affinché io canti eternamente le vostre lodi ; - oh ! sì, soggiunse, questo è appunto quello che io desidero. Sì, sì, caro papà, cantare eternamente le lodi del Signore. - Poscia parve prendere di nuovo un po' di riposo a guisa di chi riflette seriamente a cosa di grande importanza. Dopo alcuni istanti_ riaprì gli occhi, e sorridente ed a chiara voce : - Addio, caro padre, addio. Ah ! che bella cosa io vedo mai... - Così dicendo e con amabile sorriso egli spirò colle mani giunte dinanzi al petto in forma di croce. La sera del 9 di Marzo del 1857 eravi un angelo di meno in sulla terra, e uno di più in cielo.

Che il giovane Domenico Savio sia volato al Paradiso puossi piamente dedurre e dalle virtù praticate in vita in grado non comune, e dai celesti carismi , di cui si mostrò adorno, e dalla morte invidiabile che ei fece, e soprattutto da molte grazie e favori sino ad oggi ottenuti per sua intercessione.

Abbiamo detto che Domenico Savio fu pel nostro Oratorio quale un avvenimento , e con ragione ; imperciocchè, se la bellezza e la fragranza di un fiore mostra la bontà del terreno , che gli dà la vita ; se la bellezza e la soavità di un fratto arguisce la bontà dell' albero, che lo porta ; ben possiam dire che la santità di Domenico Savio sia prova non dubbia della bontà della istituzione dell'Oratorio, che lo ebbe per tre anni alunno e gli fu di scala a sì alta perfezione. - Egli è ancora quale un avvenimento e pel gran bene che vi fece , e pel maggiore che ancor vi fa poiché Domenico Savio nella via della virtù fu e sarà sempre e il modello e lo stimolo dei giovanetti dell'Oratorio di S. Francesco di Sales; e ciascun di loro potrà in ogni tempo dire a se stesso : - Fra queste mura medesime, colla osservanza delle stesse regole, mediante le stesse pratiche di pietà, si fece santo un giovinetto dell'età mia; in questo luogo medesimo egli divenne la delizia di Dio ; in questo asilo insomma, come in un giardino ben coltivato, egli si conservò, egli crebbe quale un fiore eletto, e si rese degno di essere trapiantato in Cielo. Or se così fu di lui, perché mai non potrebbe essere anche di me? Si ille, et cur non ego? - Indi conforto a praticare le stesse virtù ; indi impegno a lavorare per un nobile fine ; indi zelo a giovarsi gli uni gli altri ; indi in tutti liete speranze di riuscire egualmente cari a Dio ; indi il formarsi di giovani sodi per virtù e per sapere , e capaci di essere un giorno la consolazione della Chiesa e il sostegno del civile consorzio.

(1) V. Vita del giovanetto Savio Domenico, allievo dell'Oratorio di S. Francesco di Sales, con appendice sulle grazie ottenute per sua intercessione, per cura del Sac. Giovanni Bosco. - Quinta edizione. Torino, 1878 - Tipografia e Libreria Salesiana.

(1) Quei prati oggidì sono tutti coperti di edifizi, ed il sito di quell'alterco corrisponde all'area, sopra cui venne innalzata la chiesa parrocchiale di Santa Barbara.

IL NUNTIUS ROMANUS.

Riceviamo da Roma la lettera seguente, che pubblichiamo di buon grado per norma dei nostri Cooperatori Sacerdoti.

Onorevole Redazione i Desideroso di poter servir la S. V. Ill.ma in simile caso, mi rivolgo a Lei pregando di voler gratuitamente inserire nel suo pregiatissimo Periodico la seguente notizia

La Società Apostolica Istruttiva ha col mese che corre incominciato la pubblicazione di un Periodico latino (pag. 16 ed anche più) di non poca importanza per grande parte dei nostri lettori. Il « Nuntius Romanus » riferisce le Encicliche, le Costituzioni della S. Sede ed i Decreti delle Congregazioni Romane. L' Abbonamento annuo (L. 3 per l'Italia, L. 4 per l'estero) inviasi alla Direzione del « Nuntius Romanus » Roma, Piazza Farnese, N° 96. Poiché la Direzione si studierà di tenere i Sigg. Abbonati informati delle cose recentissime, merita sicuramente d'essere incoraggiata con numerosi abbonamenti. La copertina è destinata per una rivista internazionale, in cui si fa menzione delle opere dei Soci scienziati della Società.

Ringrazio anticipatamente del favore e mi professo della S. V. Ill.ma

Devotissimo

Direttore Gener. della S. A. I.

NB. Avvertiamo che il Nuntius Romanus nel suo primo numero, dalla pagina 17 sino alla pagina 19, riferisce la risoluzione di una nostra causa , stata favorevolmente decisa dalla Sacra Congregazione del Concilio il 28 gennaio dell'anno corrente.

MORTE DI BENEFATTORI E BENEFATTRICI.

Nei mesi passati la morte ci rapì parecchi Cooperatori e Cooperatrici, che avevano fatto e facevano del gran bene ai nostri giovanetti e allo opere Salesiane.

Tra gli altri noi deploriamo la perdita del signor Francesco Benitez di S. Nicolas de los Arroyos nella Repubblica Argentina, venerando vegliardo più che ottuagenario, il quale si poteva veramente chiamare il Padre dei Salesiani di quella Repubblica. Godiamo che i nostri confratelli di colà ne abbiano dato una particolare biografia nel Bollettino, che stampano a Buenos Ayres in lingua spagnuola.

In Torino ci vedemmo tolto il sig. cav. Fava, già segretario municipale, il quale in circostanze le più difficili ci prestò tali servigi, dei quali solamente Iddio poteva adeguatamente premiarlo.

Quasi nel medesimo torno venivano a mancare due sacerdoti torinesi esemplarissimi, il teologo Roberto Murialdo, direttore del Ritiro di S. Pietro, e il teologo can. Francesco Marengo , professore del Seminario Arcivescovile. Il primo fu uno degli aiutanti di D. Bosco più assidui nell'opera degli Oratorii, e per molti anni direttore dell'Oratorio dell'Angelo Custode nel borgo di Vanchiglia. Il secondo fin dai primordii dell'Oratorio di S. Francesco di Sales fu ogni festa il catechista dei giovani adulti, cui istruiva con tanta abilità ed amore, che non ci ricorda che altri lo abbia superato mai. Ancora ultimamente ogni sabato a sera egli veniva a confessare, rimanendo talvolta nell'Istituto sino alle ore dieci ed anche sino alle undici di notte. Erano due gemme del clero di Torino ; erano due amici sinceri, sopra cui potevamo contare ; erano due ecclesiastici, con cui potevamo fare e stare a fidanza.

A questi dobbiamo aggiugnere la dolorosa perdita di due donne, che ci facevano come da tenere madri. Una di esse è la signora Paolina Clara nata Polliotti. Oltre alle limosine, che di quando in quando ella mandava pei giovanetti della nostra Casa di Torino, da parecchi anni soleva ogni mese regalare all'Oratorio di S. Francesco di Sales 6 camicie e 6 paia di calze. La vigilia di sua morte quella santa donna ci fece ancora pervenire per l'ultima volta questa carità.

Finalmente in Borgo Cornalense il 2 dello scorso aprile in età di 89 anni spirava nel bacio del Signore una Cooperatrice insigne, un'illustre matrona, decoro del patriziato cattolico, la Duchessa Anna Costanza De-Laval Montmorency, figlia del celebre filosofo Giuseppe De-Maistre, le cui virtù, l'amore alla religione, la devozione alla Chiesa, la carità verso i poveri, la benevolenza verso il nostro Oratorio, furono pari alla nobiltà del sangue ed alle glorie immortali del suo casato.

Non abbiamo alcun dubbio che tutte queste persone ed altre, che troppo lungo sarebbe qui il registrare, siano già a godere il premio dei santi. Morte nel Signore, esse furono accompagnate al tribunale di Gesù Cristo da un lungo corteggio ; dal corteggio delle opere buone ; dal corteggio di tante anime salvate dai pericoli ; dal corteggio delle benedizioni e delle preghiere dei poveri. A loro appunto si possono applicare quelle parole del prediletto Apostolo : Beati mortui, qui in Domino moriuntur: opera enim illorum sequuntur illos.

Quantunque appena ricevuto l'annunzio di loro morte noi abbiamo pregato e fatto pregare in suffragio delle anime loro, tuttavia in vista del gran bene, che ci hanno fatto, noi le raccomandiamo in modo particolare alle orazioni dei Cooperatori e delle Cooperatrici. Sì, preghiamo che il Signore conceda loro il riposo eterno ; faccia loro risplendere i raggi della sua luce immortale ; li accolga, se ancor nel fece, nel seno amoroso della sua misericordia.

Ma intanto , mentre ricordiamo i morti , non dimentichiamo i vivi. Ci stiano sempre impresse le divine parole : Fate misericordia , se volete trovare misericordia. Non aspettiamo troppo tardi a fare del bene ; facciamolo presto per impedire il maggior male possibile, e per riceverne da Dio doppia mercede. Per altra parte tutti sanno che fa più chiaro un lume davanti che due di dietro; e con ciò vogliam dire che le limosine fatte in vita giovano assai di più all' anima nostra , che non quelle fatte- in morte e per dopo la morte.

INDULGENZE SPECIALI pei Cooperatori Salesiani.

Per concessione pontificia, in data del 9 di maggio 1876, ogni Cooperatore ed ogni Cooperatrice può guadagnare tutte le Indulgenze dei Terziarii di S. Francesco di Assisi, tanto plenarie, quanto parziali.

Fra le altre può acquistare Indulgenza plenaria una volta al giorno, da applicarsi alle anime del Purgatorio, recitando la terza parte del Rosario di Maria Vergine avanti al SS. Sacramento, e non potendo avanti al divin Sacramento, recitandola innanzi al Crocefisso.

Indulgenza plenaria ogni volta che si accosta alla santa Comunione.

Può altresì lucrare moltissime Indulgenze nel corso del giorno , mediante la recita di sei Pater, Ave e Gloria, secondo la mente del Sommo Pontefice. E queste indulgenze , applicabili alle anime purganti , le può acquistare toties quoties, ossia tutte le volte che recita i suddetti Pater, Ave e Gloria in qualunque luogo, senza bisogno di Confessione e Comunione, purchè sia in grazia di Dio.

Oltre a queste, un'altra Plenaria ne può guadagnare ogni Domenica, e nei giorni qui sotto notati, purchè confessato negli otto giorni, e comunicato visiti una qualche Chiesa o pubblico Oratorio, pregandovi secondo la mente del Sommo Pontefice.

Mese di Giugno.

8. Solennità del Corpus Domini.

11. San Barnaba Apostolo. 13. Sant'Antonio da Padova.

16. Sacratissimo Cuor di Gesù. Indulgenza plenaria per chi confessato e comunicato si consacra al divin Cuore.

21. S. Luigi Gonzaga.

29. S. Pietro e S. Paolo Apostoli. 30. Commemorazione di S. Paolo.