ANNO VI. N. 4.   Esce una volta al mese   APRILE 1882.

BOLLETTINO SALESIANO

SOMMARIO - La parola del Papa e come ascoltarla - Enciclica di Leone XIII agli Arcivescovi, vescovi ed altri Ordinarii d'Italia - Grazia di Maria SS. Ausiliatrice - Il mese di Maria e pratiche per ben celebrarlo - Il mese di Maria Ausiliatrice nel suo Santuario in Torino- Lettera Patagonica-Arrivo dei Missionarií Salesiani in America-Il S. Padre Leone XIII e i Salesiani della Spezia - Prima Conferenza dei Cooperatori in Genova - La Patagonia e le terre Australi del Continente Americano - L' educazione dell'operaio per mezzo della buona stampa - Indulgenze speciali pei Cooperatori Salesiani.

LA PAROLA DEL PAPA e come ascoltarla.

Nella prima età del mondo, chi poteva impedire il pervertimento delle idee e il propagarsi della corruzione tra gli uomini, e quindi salvarli dalle acque vendicatrici del diluvio, era il Patriarca Noè, se fosse stato obbedito. Per ben 120 anni questo gran Padre non si diè posa, e coll' esempio suo e della morigerata sua famiglia, colla predicazione della divina parola, cercò di richiamare sul retto sentiero i traviati figliuoli di Adamo, di tenere viva nella loro mente la cognizione di un Dio giusto e vendicatore, di riaccendere nei loro petti una scintilla di pietà e di amore celeste, di fare insomma rifiorire in mezzo di loro la religione e la virtù. Sventuratamente furono gettate al vento le sue parole e sprecate le sue fatiche ; e perciò quei miserabili, fattisi dal primo all' ultimo corrotti e corrompi-

tori, vennero tutti affogati. Nè valse loro il ricorrere negli estremi momenti al santo Patriarca, l'aggrupparsi tremebondi intorno all' arca sua, e sollevare a lui compassionevoli grida ; poichè la giustizia di Dio aveva già preso il posto della misericordia, e più non si chiusero nè le cateratte del cielo, nè gli abissi della terra. Quei soli si salvarono, che, docili agli ammaestramenti ed imitatori degli illustri esempi di Noè, furono trovati degni di essere con lui rinchiusi nell'arca di salute.

Oggidì il mondo, e soprattutto il popolo italiano, è minacciato, anzi ormai soggetto ad un diluvio non meno spaventoso di quell' antico ; diluvio di varii e molteplici errori, che spengono la luce della fede nelle umane menti ; diluvio di libri empii, di fogli osceni, di sceniche rappresentazioni invereconde, che smorzano nei cuori ogni favilla di moralità ; diluvio di azioni infami, di mali esempi, di scandali inauditi, che inondano, che invadono le città e i villaggi, le case del ricco e i tugurii del povero, le cattedre e le officine, il grande ed il piccolo, l' adulto ed il fanciullo; diluvio pressoché generale, che deprava individui, famiglie, paesi, regni, imperii ; diluvio insomma d'iniquità, che provocano dal Cielo un diluvio di castighi, un diluvio forse di fuoco e di sangue. Che esista ormai e si vada allargando cotesto diluvio di perverse dottrine e di più malvagie azioni basta, per convincersene, il dare uno sguardo alla presente società, basta il consultare le tavole statistica dei reati, fare una visita alle prigioni, avere un po' di esperienza del mondo ; e che a questa colluvie di delitti siano tardi o tosto per tener dietro generali castighi di Dio niuno potrà dubitarne, che conosca la storia ed abbia fede nella divina giustizia.

Or chi potrà arrestare le acque limacciose e corrompitrici di tante malvagie dottrine ? Chi mettere un argine a che non irrompano così rovinosamente ? Chi salvare ancora da cotale diluvio la fede e l'onestà di molte famiglie ? Chi in una parola scampare la civile società da un ultimo disfacimento? - Oggidì il può solo il Vicario di Gesù Cristo, il Romano Pontefice, il Successore di Pietro, il Papa, purchè sia obbedito, purchè sia ascoltato.

Questo Noè dei giorni nostri leva alto la sua autorevole voce, e a nome di Dio ammaestra, comanda, avvisa, consiglia, provvede. Egli è come un perito e valoroso ingegnere nel momento dell'irrompere di un fiume o di un torrente : suggerisce ed ordina ripari a trattenere, per quanto è possibile , le onde minacciose ; segnala i pericoli, perché ognun se ne guardi ; procura barche e burchielli, per mettere in salvo la vita almeno degli inondati. Ed in vero che fa Egli oggidi Leone XIII per la salvezza del mondo? Parla ai Re ed ai popoli, ai Vescovi ed ai fedeli, ai Maestri ed ai discepoli; addita errori, condanna perverse opinioni, segnala sovrastanti pericoli, raccomanda efficaci mezzi di salute ; nulla lascia d'intentato per mostrarsi Vicario fedele del Salvator del mondo. A Lui come già al profeta Isaia ha comandato il Signore: « Clama, ne cesses , quasi tuba exalta vocem team, et annunzia populo meo scelera eorum: Grida , non darti posa , alza la tua voce come una tromba, e annunzia al popolo mio le sue scelleratezze (IS. LVIII, I.). » E il nostro Santissimo Padre osserva questo divino precetto con una fedeltà incomparabile. Forse non vi fu mai Papa, che ad ammaestramento e a salute dei popoli abbia in sì breve spazio di tempo emanato sì gran numero di documenti, pieni della più alta sapienza.

Ma per salvarci dal comune naufragio nella fede e nella morale, basterà egli che il Papa insegni, comandi, esorti, consigli? Questo non basta; ma è d' uopo che riverenti e docili noi ne ascoltiamo la parola, la facciamo oggetto dei nostri pensieri, la prendiamo a norma delle nostre azioni. Senza di ciò, lo zelo apostolico, la paterna sollecitudine dell'universale Maestro, la singolare perizia del grande Pilota, tornerà vana, come quella dell'antico Noè, e noi periremo.

E come dobbiamo noi ricevere ed ascoltare la parola papale? Dobbiamo ascoltarla, come uno scolaro ascolta le lezioni di un saggio e solerte maestro ; come un figlio autorevole e riverente ascolta la voce di un padre affettuoso ; come un devoto apostolo i detti dello stesso Gesù Cristo. Dobbiamo obbedire al Papa non solo quando definisce , condanna , comanda ; ma eziandio quando esorta, consiglia, desidera. Non fa egli così uno scolaro esemplare col suo precettore? Non fa egli così un figlio rispettoso col proprio padre ? Non facevano eglino così gli amati discepoli col divin Maestro? Il sofisticare sulla parola del Papa, l' andare indagando, per sottomettersi, se Egli abbia parlato come Dottore universale o come Dottore privato, se abbia ingiunto o consigliato , lasciamolo ai nemici della Chiesa, lasciamolo agli eretici, ai scismatici, agli scomunicati, lasciamolo a quelli, che di cattolico non hanno più che una larva. Noi invece mostriamo col fatto di aver fiducia nelle divine promesse. Se il Papa definisce, Egli è assistito dallo Spirito Santo, è infallibile, e non c'inganna : ce n'è garante la parola di Gesù Cristo, che nella persona di Pietro gli disse : « Ho pregato per te, affinchè non venga meno la tua fede. « Se comanda, Egli è legislatore, e di far leggi ha il potere dal Legislatore divino, il quale glielo diede dicendo : « Tutto ciò che legherai e scioglierai sulla terra sarà legato e sciolto anche nei cieli. » Se esorta e consiglia , allora più che ad ogni altro superiore gli si possono applicare quelle parole del Figliuol di Dio: « Chi ascolta voi, ascolta me. » A che dunque temere? A che cavillare? A che riluttare? Ciò non è da buon Cattolico.

E poi, ammesso pure che il Papa non ci parli sempre come Maestro universale, nè ci proponga di credere certe verità o praticare certe azioni sotto pena di peccato, dovremmo noi per questo rifiutare obbedienza alla sua parola? E forse da buoni figliuoli l'ascoltare il padre allora solamente, quando ci minaccia la verga? - E a quali motivi appoggieremo noi il nostro rifiuto? Forse all'idea che questo o quell' altro ordinamento non sia saggio ed opportuno? Ma chi siamo noi da dubitare anche solo della saggezza, o della opportunità di una disposizione pontificia ? Chi siamo noi da metterci a pari col Papa anche solo nelle cose disputabili ? Siete dotti? Ma potrete voi lusingarvi di essere più dotti del Papa, scelto sempre tra i Cardinali più sapienti ed illuminati, e circondato e coadiuvato da una eletta corona dei primi ingegni del mondo? - Direte voi che amate la Chiesa, e che accondiscendendo ad accettare e propagare certe opinioni del Papa, ne temete danno per la Religione? Ma che? E non vi pare un'aberrazione il credere che il Papa ami meno la Chiesa, che non l'amiate voi medesimi ? Un'aberrazione, che il Papa, posto da Dio quale speculatore e sorvegliatore del suo popolo, come già il Profeta sul monte santo, conosca meno i bisogni della Chiesa, che non li conosciamo noi, i quali talora ignoriamo persino gli affari di nostra casa, e non sappiamo neppure provvedere alle necessità dei nostri servi ? E poi, al Papa fu affidata in custodia questa Sposa immacolata del Figliuolo di Dio; e al Papa e non a noi sarà domandato conto del come siansi procurati gli interessi di lei e dei figli suoi. Noi faremo bene a temere non già per la Chiesa, ma per la salute dell'anima nostra, e di chi ci legge o ci ascolta.

Finalmente poi, quale vantaggio apporterebbe ai figli nostri, ai nipoti, ai famigli, ai fedeli insomma la nostra poca deferenza alla parola del Papa? Oggi che gli empii di ogni fatta muovono sacrilega guerra ad ogni detto, ad ogni discorso, ad ogni disposizione emanata dalla Santa Sede, qual bene mai ne potrebbe ridondare alle anime dal nostro sospettoso contegno verso la parola del Vicario di Cristo? Coloro che udissero certi nostri discorsi, o che leggessero certi nostri scritti, potrebbero essi concepire la dovuta stima, ed essere indotti a portare il dovuto ossequio alla. Suprema Autorità della Chiesa? Siccome molti fedeli non sanno sì tosto distinguere ciò che è di fede da ciò che non è, vedendo noi sì poco propensi ad accogliere certe decisioni del Papa, ò delle Sacre Congregazioni Romane, non potrebbero correre pericolo di fare altrettanto dal canto loro nelle cose di fede e di morale? Molti vedendo che noi ci facciamo lecito di dissentire dal Papa nella questione, per esempio, della sua indipendenza, e dell'ordinamento degli studii filosofici, non verrebbero forse a persuadersi, che si possa in pari modo dissentire da Lui nella definizione dogmatica dell'immacolato concepimento di Maria Vergine, o nella definizione dell' infallibilità pontificia, e di cento altre verità solennemente proclamate dal Papa in questi ultimi tempi? No davvero, la nostra malaugurata condotta non servirebbe punto ad educare il popolo cattolico, a condurlo ossequente al trono della prima Autorità del mondo, a riconoscere e riverire nel Pontefice il rappresentante di Gesù Cristo, l'Arbitro del Cielo e della terra. E forse noi per solo amore di partito, per un miserabile puntiglio, per ispirito di alterigia, daremmo la mano agli empii, per iscalzare fin dalla radice il supremo principio di autorità nella Chiesa; forse noi faremmo più danno ai fedeli che non un empio, il quale spudoratamente declamasse contro del Papa; imperocchè, giusta la sentenza di S. Leone il Grande, è più pericoloso un nemico mascherato, che non un nemico palese : Plus plerumque periculi est in insidiatore occulto, quam in hoste manifesto; e ciò tanto più facilmente, quando il nemico si occulta o sotto il velo della pietà, o sotto il manto del maestro, o sotto le divise del pastore.

Cooperatori e Cooperatrici, il nostro glorioso Patrono S. Francesco di Sales fu uno dei santi di questi ultimi secoli, il quale più di ogni altro abbia portato ossequio alla persona ed alla parola del Romano Pontefice. Egli il fece per convinzione, perchè uomo di fede e di dottrina ; il fece eziandio, perché viveva tra eretici, Calvinisti e Gianseniani, nemici dell'Autorità del Papa. Deh ! imitiamolo dal canto nostro. Siamo al pari di lui papali di mente e di cuore per la salute nostra ; siamolo per la salute altrui. Accogliamo con profonda sommessione le decisioni del Successore di Pietro, come uscite dalla bocca di Gesù Cristo medesimo; ascoltiamo i suoi consigli, come di un Angelo tutelare ; rispettiamo i suoi desiderii, come quelli di un Padre che ci ama. Facciamo di più ; e memori della moglie, dei figli e delle nuore del giusto Noè, e atterriti dall'incalzar del diluvio di tanti errori, di tanti scandali, onde furono già travolti migliaia e migliaia d'infelici, amiamo e godiamo di starcene sicuri col Papa nell' arca di salute, nella Chiesa Cattolica ; anzi coll'esempio e colla parola adopriamoci, secondo le nostre forze, a conservarvi quelli che già vi sono, a ricondurvi coloro che ne sono partiti, a riempiere di anime la mistica nave di Pietro, per aver così la dolce consolazione di cooperare alla salute della famiglia, della società, del mondo.

ENCICLICA DI LEONE XIII agli Arcivescovi, Vescovi ed altri Ordinarii d'Italia.

Tutti i periodici cattolici hanno pubblicato la Lettera Enciclica, la quale incomincia colle parole Etsi Nos, inviata dal Santo Padre Leone XIII agli Arcivescovi, Vescovi ed altri Ordinarii d'Italia, in data del 15 febbraio passato. Gli insegnamenti e le raccomandazioni del Vicario di Gesù Cristo, contenuti in questo documento, sono ai giorni nostri di tanta utilità ed importanza, che vogliamo qui presentarli ai nostri lettori, rimandando ad un altro mese la Storia dell' Oratorio di S. Francesco di Sales. Affinchè poi i nobili pensieri ed i consigli del Papa siano meglio rilevati, e tenuti a mente, noi li metteremo sotto gli occhi come altrettanti fiori , dando ai principali un nome distintivo. Ecco il pontificio documento.

Cure e pensieri del Papa per l'Italia.

« Venerabili Fratelli , salute ed apostolica benedizione. ,

« Quantunque Noi, per l' autorità e grandezza dell' apostolico ministero, stendiamo al possibile la vigilanza e carità Nostra e a tutta la Chiesa e alle singole parti di essa, tuttavia al presente in peculiar modo le Nostre cure e pensieri tiene a sè rivolti l'Italia. Nei quali pensieri e cure la Nostra mira è rivolta a cosa ben più nobile e sublime, che le umane non sono ; perocchè siamo in angoscia e trepidazione grande per la salvezza eterna delle anime ; nella quale tanto più è mestieri che del continuo s'impieghi tutto il Nostro zelo, quanto maggiori sono i pericoli a cui la vediamo esposta. - Siffatti pericoli, se in altro tempo furono gravi in Italia, senza dubbio al dì d'oggi sono gravissimi, dappoichè lo stato medesimo delle cose pubbliche è grandemente funesto al benessere della religione. Il che tanto più profondamente Ci conturba l'animo, quanto che vincoli di speciali relazioni Ci uniscono a questa Italia, nella quale Iddio collocò la sede del suo Vicario, la Cattedra della verità ed il centro della cattolica unità. Già altre volte ammonimmo il popolo italiano, che stesse in guardia, e che ognuno ben comprendesse quali siano i proprii doveri in tante occasioni d'inciampo. Non pertanto, crescendo ogni dì più i mali, vogliamo che voi, venerabili Fratelli, rivolgiate ad essi più attesamc nte il pensiero, e, conosciuto il peggiorar continuo delle pubbliche cose, cerchiate di premunire con più diligenza gli animi delle moltitudini, ed avvalorarli con ogni mezzo di difesa, affinchè non venga loro rapito il più prezioso dei tesori, la fede cattolica. »

Guasto e ruine già recate e che si recano alla religione ed ai costumi.

« Una perniciosissima setta, i cui autori e corifei non celano, nè dissimulano punto le loro mire, ha già da gran tempo posto il suo seggio in Italia: e, intimata la guerra a Gesù Cristo, s'argomenta di spogliare in tutto i popoli d'ogni cristiana istituzione. Quant' oltre sia andata nei suoi attentati non accade qui ricordarlo, molto più che vi stanno innanzi agli occhi, o venerabili Fratelli, il guasto e le ruine già recate sì alla religione come ai costumi. - Presso i popoli italiani, che d' ogni tempo si tennero fedeli e costanti nella religione ereditata dagli avi, ristretta ora per ogni dove la libertà della Chiesa, l'un dì più che l'altro si procura al possibile di cancellare da tutte le pubbliche istituzioni quella impronta e quel cotal carattere cristiano, onde a ragione fu sempre grande il popolo italiano. Soppressi gli Ordini religiosi ; confiscati i beni della Chiesa ; avute per matrimonii validi le unioni contratte fuori del rito cattolico; esclusa l' autorità ecclesiastica dallo Insegnamento della gioventù. Nè ha fine, ne ha tregua alcuna la crudele luttuosa guerra mossa contro la Sede apostolica ; laonde si trova oltre ogni dire oppressa la Chiesa, e stretto da gravissime difficoltà il Romano Pontefice. Imperocchè egli, spogliato della sovranità temporale, fu forza che cadesse in potere altrui. - E Roma, la più augusta città del mondo cristiano, è divenuta campo aperto a tutti i nemici della Chiesa, e vedesi profanata da riprovevoli novità, con iscuole e templi a servigio dell'eresia. Pare anzi serbata eziandio a dovere in questo anno medesimo accogliere i rappresentanti e i capi della setta la più ostile alla religione cattolica, i quali vanno appunto divisando di raccogliersi qui stesso in Congresso. E abbastanza palese qual cagione li abbia spronati a darsi quivi la posta ; egli è, che vogliono con un' ingiuria procace disfogare l'odio che portano alla Chiesa, e lanciar da vicino funeste faci di guerra al Papato, facendosi a sfidarlo nella stessa sua sede. Non è certamente da dubitare che la Chiesa esca alla fine vittoriosa dagli empi assalti degli uomini : è tuttavia certo e manifesto che essi con siffatte arti intendono a questo, a colpire cioè insieme col Capo l' intero corpo della Chiesa e a distruggere, se fosse possibile, la religione. »

La Fede cattolica ed il Papato fonte di supremi vantaggi.

« Veramente, che intendano a questo coloro che si professano tenerissimi dell' italiana famiglia, sembrerebbe cosa da non credere ; poichè l' italiana famiglia, spegnendosi la fede cattolica, di viva necessità resterebbe privata d' una fonte di vantaggi supremi. Conciossiachè, se la religione cristiana apportò a tutte le nazioni ottimi argomenti di salvezza, la santità dei diritti, la tutela della giustizia ; se per ogni dove colla virtù sua domò le cieche ed avventate passioni degli uomini, compagna e guida a tutto ciò che è onesto, lodevole e grande ; se in ogni contrada ridusse a perfetta e stabil concordia i varii ordini dei cittadini e le diverse membra dello Stato; certo essa una tanta copia di beneficii più largamente che sovra le altre la diffuse sulla nazione italiana. Ben molti, con lor disonore ed infamia, vanno spargendo che la Chiesa è avversa e reca nocumento alla prosperità od ai progressi dello Stato ; e tengono il Romano Pontificato come contrario alla felicità e grandezza del nome italiano. Ma le accuse e le assurde calunnie di costoro vengono solennemente smentite dalle memorie dei tempi passati. Difatti l'Italia ha obbligo massimamente alla Chiesa ed ai Sommi Pontefici, se distese appo tutte le genti la sua gloria, se non soggiacque ai ripetuti assalti dei barbari, se respinse invitta gli impeti enormi dei Mussulmani, ed in molte cose conservò a lungo una giusta e legittima libertà ed arricchì le città sue di tanti monumenti immortali di arti e di scienze. Nè ultima fra le glorie dei Romani Pontefici è questa, l'aver mantenuto unite, mercé la stessa fede e la stessa religione, le provincie italiane diverse d'indole e di costumi, e l' averle così liberate dalle più funeste tra le discordie. Anzi nei maggiori frangenti più volte le cose pubbliche sarebbero piombate ad estrema suina, se a salvezza non fosse valso il Pontificato Romano. - Nè fa che meno valga per l'avvenire, purché la volontà degli uomini non sorga a porre ostacolo alla sua virtù, o a diminuirne la libertà; essendo che quella forza benefica che si trova nelle istituzioni cattoliche, derivando necessariamente dalla medesima lor natura, é immutabile e perenne. Come non v' ha intervallo di luoghi e di tempi, a cui non si distenda la cattolica religione per la salvezza delle anime, così essa parimenti nelle cose civili da per tutto e sempre diffonde ampiamente i suoi tesori a beneficio degli uomini. »

I nemici della sapienza cristiana traggono la società alla rovina.

« Ora, tolti tanti e sì grandi beni, sottentrano estremi mali ; dacché quei cotali, che portano odio alla sapienza cristiana, essi medesimi, per quanto dicano di fare il contrario, traggono in rovina la società ; nulla essendovi di peggio che le lor dottrine, per accendere fieramente gli animi ed eccitare le più perniciose passioni. Difatti, nell'ordine speculativo, essi rigettano il lume celestiale della fede ; estinto il quale, l'umana mente assaissime volte è trascinata negli errori, nè discerne il vero, e con tutta facilità cade alla fine in un abbietto e turpe materialismo. Nell'ordine pratico disprezzano la norma eterna ed immutabile, e non riconoscono Iddio per supremo legislatore e vendicatore ; tolti i quali fondamenti, ne consegue che, per difetto di efficace sanzione, ogni regola del vivere dipenda dalla volontà e dall'arbitrio degli uomini. Nell'ordine sociale, da quella smodata libertà, che essi vogliono e che van magnificando, nasce la licenza ; alla licenza tien dietro il disordine, che è il più grande e micidiale nemico del civile consorzio. Certo, una nazione non presentò mai di sé spettacolo più deforme, né la sua fortuna volse mai più in basso, che allorquando poterono pure a breve tempo signoreggiarla e tali dottrine e siffatti uomini. E se non v'avessero esempi recenti, sembrerebbe incredibile che uomini, per maltalento e baldanza da forsennati, avessero potuto consumare tanti eccidi, e, pur ritenendo a ludibrio il nome di libertà, gavazzare fra le stragi e gli incendii. Che se l'Italia non fu pur anco funestata da sì grandi eccessi, devesi in prima ascriverlo a singolare beneficio di Dio, e inoltre tener per fermo, che ne fu anche questa la ragione, che cioè essendo gli Italiani nella più gran parte rimasti costantemente devoti alla cattolica religione, perciò non riuscì a trionfare la licenza delle empie massime che abbiam ricordato. Per altro, ove questi ripari che offre la religione venissero abbattuti, di subito incoglierebbero all' Italia quelle medesime .calamità, onde furono percosse un tempo grandissime e fiorentissime nazioni. Imperciocchè è forza che dagli stessi principii scaturiscano gli stessi effetti ; ed essendo i semi ugualmente guasti, non può fare che non producano gli stessi frutti. Anzi, il popolo italiano, abbandonando la religione cattolica, dovrebbe forse aspettarsi una pena anche maggiore, perché all'enormità dell'apostasia metterebbe il colmo coll'enormità dell'ingratitudine. Dappoichè non dal caso o dalla volubile volontà degli uomini l'Italia ebbe questo privilegio, d'esser fino dal principio fatta partecipe della salute apportata da Gesù Cristo, di possedere nel suo seno la Sede di Pietro, e di aver goduto per lungo corso di secoli degli immensi e divini beneficii, i quali di per sé derivano dal cattolicismo. Laonde dovrebbe temere grandemente per sé quello , che l'Apostolo Paolo annunziò minacciosamente ai popoli ingrati : La terra che beve la pioggia, che di frequente le cade in grembo, ed utili erbe produce a chi la coltiva, riceve da Dio benedizione; ma se essa mena triboli e spine, é riprovata ed é vicina alla maledizione, il cui fine e di essere abbruciata (Hebr. VI, 7-8.). »

L'ostilità contro la Sede apostolica non riesce profittevole alla prosperità dell'Italia.

« Iddio tenga lontano sì orribili spaventi ; e ognuno ponga ben mente come ai pericoli già venuti, così a quelli che ne sovrastano per opera di colore, i quali, cooperando non alla comune utilità, bensì a vantaggio delle sétte, combattono con odio mortale la Chiesa. I quali se avessero senno, se fossero accesi da vera carità di patria, non diffiderebbero certo della Chiesa, né per ingiusti sospetti si proverebbero a menomarne la nativa libertà ; che anzi i loro propositi, che ora son tutti di farle guerra, li volgerebbero a sua difesa ed aiuto ; e sopra tutto si darebbero cura di far rientrare nel possesso de' suoi diritti il Romano Pontefice. - Conciossiachè l' ostilità, presa contro la Sede apostolica, quanto più torna a danno della Chiesa, tanto meno è per riuscire profittevole alla prosperità dell'Italia. Intorno alla qual cosa, in altro luogo dichiarammo la Nostra mente : « Proclamate che le pubbliche cose d'Italia non potranno giammai prosperare, né godere stabile tranquillità, finchè non sia provveduto, come ogni ragione domanda, alla dignità della Sede romana e alla libertà del Sommo Pontefice. »

Riparo alle sciagure.

« Per lo che, niente standoci più a cuore che la incolumità degli interessi religiosi, ed essendo conturbati per il grave rischio che corrono i popoli italiani, col più vivo calore che mai vi esortiamo, o venerabili Fratelli, a mettere in opera con esso Noi lo zelo e la carità vostra, affine di prendere riparo a tante sciagure. »

Far comprendere che gran bene sia il possedere la Fede cattolica.

« Innanzi tratto datevi somma premura di far comprendere ai popoli che gran bene sia il possedere la fede cattolica, e quanta la necessità di custodirla gelosamente. E poichè i nemici ed oppugnatoci del cristianesimo, per ingannare tanto più facilmente gl' incauti, bene spesso, mentre scaltramente fanno una cosa, ne intendono un'altra, molto rileva che i loro occulti divisamenti sieno appieno messi in chiaro, acciocchè, scoperto quello che realmente hanno in mira, e qual sia lo scopo dei loro sforzi, si risvegli nei cattolici col coraggio un' animosa gara di difendere pubblicamente la Chiesa ed il Romano Pontefice, cioè dire la loro propria salvezza. »

Ridestare i neghittosi e rincorarli ad opporsi ai malvagi.

« In fino ad oggi la virtù di molti, che avrebbe potuto far grandi cose, mostrossi in qualche guisa men risoluta all'operare e men gagliarda alla fatica, sia che gli animi fossero inesperti delle nuove cose, sia che non avessero compreso abbastanza la gravità dei pericoli. Ma ora, conosciuti per prova i bisogni, nulla sarebbe più dannoso che il tollerare neghittosamente la lunga perfidia dei malvagi, e lasciare ad essi libero il campo d'infestare più oltre e come meglio lor piace la Chiesa. Costoro, più prudenti invero dei figliuoli della luce, molte cose han già osato : inferiori di numero, più forti di scaltrimenti e di mezzi, in piccol tempo di grandi mali riempirono le nostre contrade. Quanti adunque amano la cattolica religione, intendano omai che è tempo di tentar qualche cosa, e di non abbandonarsi per niun modo alla indifferenza ed alla inerzia, essendo che niuno tanto presto rimanga oppresso, quanto chi si abbandona ad una stolta sicurezza. Veggano come nulla mai paventò la nobile ed operosa virtù di quei nostri antichi ; delle cui fatiche e del cui sangue crebbe la fede cattolica. Voi intanto, venerabili Fratelli, ridestate i neghittosi, date incitamento ai lenti, coll'esempio ed autorità vostra rincorate tutti ad adempiere con alacrità e costanza quei doveri, nei quali consiste la vita attiva dei cristiani. »

Moltiplicare e favorire le Società cattoliche.

« A mantenere ed accrescere questo ravvivato vigore, fa d' uopo usare ogni cura e provvedimento, perchè si moltiplichino da per tutto e fioriscano per operosità, per numero e per concordia quelle Società, le quali hanno per iscopo principalmente di conservare ed avvalorare gli esercizii della fede cristiana e delle altre virtù. Tali sono le Società dei giovani e degli artisti ; e quelle che furono costituite o per tenere in dati tempi Congressi cattolici, o per dare soccorso alle umane miserie, o per, curare l' osservanza delle feste e per istruire i fanciulli dell' infimo volgo ed altre ben molte in questo genere. - E siccome importa supremamente alla società cristiana che il Romano Pontefice e sia ed apparisca affatto libero da ogni pericolo, molestia e difficoltà nel governo della Chiesa : quanto secondo le leggi è loro possibile, tanto facciano, chieggano e si argomentino a vantaggio del Pontefice ; nè mai si diano posa, finchè a Noi, in realtà e non in apparenza, quella libertà non sia resa, colla quale per un certo necessario legame si congiunge non pure il bene della Chiesa, ma eziandio il prospero andamento delle italiche cose e la tranquillità delle genti cristiane. »

Indurre il popolo a guardarsi dalle cattive letture.

« Oltre a questo poi rileva assaissimo che si vada largamente diffondendo la buona stampa. Coloro, che avversano con mortale odio la Chiesa, han preso in costume di combattere coi pubblici scritti e di adoperarli come armi acconcissime a far danno. Quindi una pestifera colluvie di libri, quindi effemeridi sediziose e funeste, i cui furiosi assalti nè le leggi raffrenano, nè il pudore trattiene. Sostengono come ben fatto tutto ciò, che in questi ultimi anni fu fatto per via di sedizioni e di tumulti ; coprono o falsano la verità ; scagliano tuttodì brutalmente contumelie e calunnie contro la Chiesa ed il supremo Gerarca ; nè v'ha alcuna sorta di dottrine assurde e pestilenziali, che non si affatichino di spandere per ogni parte. Vuolsi adunque fare argine alla violenza di questo si gran male, che va ogni dì più largamente serpeggiando; e per prima cosa conviene con tutta severità e rigore indurre il popolo a prendersene guardia al possibile, e a volere usar sempre scrupulosamente nelle cose, da leggere il più prudente discernimento.

Diffondere la buona stampa.

« Dipoi si vuol contrapporre scritto a scritto, affinchè lo stesso mezzo, che tanto può a rovina, sia rivolto a salute e beneficio dei mortali, e di là appunto vengano in pronto i rimedi, d'onde si procacciano micidiali veleni. Nel che è desiderabile che, almeno in ogni provincia, si stabiliscano giornali o periodici, e, per quanto è possibile, cotidiani, che inculchino al popolo quali e quanto grandi siano i doveri di ciascuno verso la Chiesa. Soprattutto poi siano messi in vista i massimi beneficii recati ad ogni paese dalla religione cattolica ; si faccia comprendere come la sua virtù torni sempre a sommo bene e vantaggio delle cose private e delle pubbliche ; si mostri di quanta importanza sia che la Chiesa nella società venga presto rinnalzata a quel grado di dignità, che al tutto richiede e la sua grandezza divina e l'utilità pubblica delle genti. »

Doti dello scrittore cattolico.

« Per questo è necessità che quelli, i quali si dedicarono alla professione dello scrivere, di più cose si diano pensiero, che cioè tutti nello scrivere mirino ad un medesimo scopo : quello che torna più a proposito veggano di stabilirlo con giudizio sicuro e di ottenerne l'intento; non lascino da parte alcuna di quelle cose, che sembrino utili e desiderabili a sapersi ; gravi e temperati nel dire, riprendano gli errori e i difetti, ma in modo che la riprensione sia senza acerbità, e si porti rispetto alle persone ; da ultimo dettino con piano e chiaro discorso, sicchè possa comprendersi agevolmente dalla moltitudine. »

Prestare soccorso agli scrittori cattolici.

« Tutti gli altri poi, che desiderano realmente e di cuore che le cose sì sacre come civili siano da valenti scrittori efficacemente difese e fioriscano, cerchino di favorire in essi colla propria liberalità i frutti delle lettere e dell'ingegno ; e quanto più uno è dovizioso, tanto più con le sue facoltà e co' suoi averi li sostenga. Imperciocchè a tali scrittori devesi ad ogni modo prestare una tal maniera di soccorso ; tolto il quale, o non avrà alcun successo la loro solerzia, o lo avrà incerto ed assai tenue. - Nelle quali cose tutte, se ai nostri si presenta alcun che di disagio, se debbono correre eziandio qualche rischio, osino con tutto ciò di affrontarlo, non avendo il cristiano niuna causa più giusta di andare incontro a molestie e fatiche che questa, di non sopportare che venga malmenata dagli empi la religione. Chè certamente la Chiesa e generò ed allevò i figli non a condizione che, quando il tempo o la necessità lo richiedesse, ella non dovesse aspettarsi da loro alcuno aiuto, ma perchè ognuno alla propria tranquillità e ai privati interessi anteponesse la salute delle anime e la incolumità degli interessi religiosi. »

Coltivare con diligenza i chierici, onde averne sacerdoti dotti e virtuosi, e secondo le esigenze dei tempi.

« Precipuo oggetto poi delle vostro assidue cure e pensieri deve essere, o venerabili Fratelli, formare come si conviene idonei ministri di Dio. Che se è proprio dei Vescovi il porre ogni opera e zelo nell'educare a dovere tutta la gioventù in genere, egli è giusto che coltivino con maggior diligenza i chierici, che crescono a speranza della Chiesa e che debbono un giorno esser partecipi e dispensatori dei sacri ministeri. Gravi ragioni e comuni a tutti i tempi richiedono senz'altro nei sacerdoti un corredo di molte e grandi qualità: tuttavia quest'età nostra ne domanda ancora di più e assai maggiori. In primo luogo la difesa della fede cattolica, alla quale massimamente debbono con sommo studio dedicarsi i sacerdoti, e che tanto è necessaria ai tempi nostri, vuole una dottrina non volgare nè mediocre, ma profonda e varia, la quale abbracci non solamente le sacre discipline, ma le filosofiche, e sia ricca in cognizioni di fisica e di storia. Perocchè debbonsi estirpare molteplici errori, che mirano a sovvertire ogni fondamento della cristiana rivelazione : conviene lottare di sovente con avversari forniti di armi a meraviglia, e pertinaci nelle loro disputazioni, i quali traggono accortamente partito da ogni maniera di studi. Per simil modo, essendo oggigiorno grande e molto diffusa la corruttela dei costumi, al tutto singolare vuol essere nei sacerdoti la eccellenza della virtù e della costanza. Imperocchè non possono essi sfuggire il conversare cogli uomini : anzi per gli stessi offizi del loro ministero son tenuti a trattare molto più da vicino col popolo ; e ciò in mezzo a città, ove non è più quasi alcuna rea passione che non si lasci andare libera e dissoluta. Dal che si comprende dovere a questi tempi essere tanto forte nel clero la virtù, che possa da se stessa fermamente difendersi e restare superiore a tutti gli allettamenti del vizio, ed uscir salva dal pericolo di nequitosi esempi.

« Oltre a questo, le leggi sancite a danno della Chiesa cagionarono necessariamente la scarsezza dei chierici : ondechè fa d'uopo che quelli i quali per la grazia di Dio vengono iniziati agli Ordini sacri raddoppino l'opera loro, e con singolare diligenza, studio e spirito di annegazione compensino il piccolo numero. Nel che certo non possono riuscire a dovere se non abbiano animo costante, mortificato, intemerato, ardente di carità e sempre mai pronto e volenteroso a sobbarcarsi alle fatiche per la salvezza eterna degli nomini. Ma a così fatti offici è bisogno di mandare innanzi un lungo e diligente apparecchio ; atteso che non può alcuno di leggieri e prestamente assuefarsi a cotante cose. E senza dubbio adempiranno utilmente e santamente i doveri del sacerdozio coloro, che a. quelli si saranno ben preparati fino dall'adolescenza, ed avran tratto dall'educazione tanto frutto, che sembrino non formati, ma quasi nati a quelle virtù, delle quali si è accennato. »

« Pertanto, venerabili Fratelli, i Seminarci dei chierici giustamente richieggono la maggior e miglior parte delle cure, della sagacia e vigilanza vostra. Per quel che concerne alla virtù ed ai costumi, troppo bene conoscete nella vostra sapienza di quali precetti e ammaestramenti convenga che abbiano dovizia i giovani chierici. - Nelle più ardue discipline poi, la Nostra Enciclica, che comincia Aeterni Patris, diede le norme per un ottimo andamento di studi. Ma poichè in sì continuo progredire degl'ingegni furono saggiamente e con utilità ritrovate più cose che non istà bene che siano ignorate, molto più che uomini empii tutto ciò, che di giorno in giorno si va facendo di progresso in questo genere, hanno in vezzo di rivolgerlo come nuovi dardi contro le verità da Dio rivelate; fate, venerabili Fratelli, tutto il vostro potere, affinchè la gioventù allevata al santuario non solo abbia un ricco corredo di scienze naturali, ma sia altresì ottimamente ammaestrata in quelle discipline, che hanno attinenza cogli studi critici ed esegetici della Sacra Bibbia. »

Appello alla carità degl'Italiani e ricordo di nobili esempi.

« Ben sappiamo che alla perfezione dei buoni studi molte cose si richieggono, le quali tuttavia per improvvide leggi ai Seminari d'Italia è reso impossibile o difficilissimo di procacciarsi. Ma anche in questo i tempi esigono che gl'Italiani si sforzino di ben meritare della religione cattolica colla generosità e munificenza. Vero è che la pia e benefica volontà dei maggiori aveva appieno provveduto a tali necessità ; e la Chiesa colla sua avvedutezza e parsimonia era giunta a tale, che non le facea d'uopo di raccomandare la tutela e conservazione delle cose sacre alla carità de'suoi figliuoli. Ma il suo patrimonio legittimo insieme e sacrosanto, che il turbine di altre età avea risparmiato, fu dalla procella dei nostri tempi distrutto ; laonde per quelli che professano amore al cattolicismo è tornato il caso di rinnovare la liberalità degli avi. Per fermo, luminosi esempi di munificenza, in condizioni non molto dissimili, si veggono in Francia, nel Belgio ed altrove ; esempi degnissimi dell'ammirazione non pure dei contemporanei, ma eziandio dei posteri. Nè stiamo in dubbio che la presente Italia, visto lo stato delle pubbliche cose, faccia il possibile per mostrarsi degna de'suoi maggiori, e prenda ad imitare gli esempi fraterni. »

Invocazione dell'aiuto-del Cielo.

« In queste cose, che abbiamo esposto, troviamo invero una non piccola speranza di rimedio e di sicurezza. Ma come in tutte le intraprese, così massimamente in quelle che riguardano la salute pubblica, è necessario che agli aiuti umani si aggiunga il soccorso dell'onnipotente IDDIO, nelle cui mani sono non meno le volontà dei singoli individui, che l'andamento e la fortuna delle nazioni. Per la qual cosa è da chiamare in aiuto colle più calde istanze il Signore, e supplicarlo che riguardi pietoso l'Italia di tanti suoi beneficii arricchita e ricolma, e che in essa, dileguata ogni ombra di pericoli, protegga perpetuamente la cattolica fede, che è il massimo dei beni. Per questo ancora è da chiamare supplichevolmente in soccorso MARIa, Vergine Immacolata, gran Madre di Dio, fautrice e ausiliatrice dei buoni consigli, ed insieme il suo santissimo sposo Giuseppe, custode e patrono delle genti cristiane. E con pari ardore conviene pregare i grandi Apostoli Pietro e Paolo, affinché nel popolo italiano custodiscano intatto il frutto delle loro fatiche, e conservino sino ai tardi posteri pura e inviolata la religione cattolica, che essi medesimi col proprio sangue conquistarono ai nostri maggiori.

« Confortati dal celeste patrocinio di essi tutti, in auspicio delle divine consolazioni e a testimonianza della speciale Nostra benevolenza, a voi tutti, venerabili Fratelli, ed ai popoli affilati alla vostra tutela, con affetto nel Signore, impartiamo l'apostolica benedizione.

» Dato in Roma presso San Pietro il giorno XV di febbraio dell'anno MDCCCLXXXII, quarto del Nostro Pontificato.

Leone PP. XIII. »

GRAZIA DI MARIA SS. AUSILIATRICE.

La Santissima Vergine va dimostrandosi ognora Madre Ausiliatrice dei Cristiani, convertendo peccatori, consolando afflitti, sanando malati. Non tenendo conto delle relazioni verbali, che ci vengono fatte da ogni ceto di persone, non passa giorno senza che ci arrivino per iscritto splendidi attestati di favori ottenuti per stia intercessione. Ad onore della Celeste Ausiliatrice e ad eccitamento di fiducia e divozione verso di Lei, pubblichiamo più sotto una graziosa lettera, scrittaci pochi giorni sono da una madre di famiglia.

Intanto cogliamo il destro per fare qui un'osservazione. Taluni credono di ottenere più facilmente grazie e favori da Maria Ausiliatrice, ove ricevano la benedizione di D. Bosco, rettore del Santuario a Lei dedicato in Torino. Non è qui il luogo di esaminare, se e quanto sia fondata questa loro opinione; ma noi abbiamo più volte udito D. Bosco a dire che Maria Ausiliatrice non abbisogna punto della benedizione di lui per concedere grazie ai suoi divoti. La esperienza fa toccare con mano che la pietosa Vergine si mostra sollecita ad aiutare quelle persone, le quali non solamente la invocano con fiducia e promettono di vivere da buoni cristiani, ma che potendo aiutano ancor esse con qualche limosina i poveri giovanetti , raccolti ed educati all' ombra del suo Santuario in Valdocco. Ella pare che dica a quanti fanno ricorso al suo patrocinio : Volete che io dal Cielo vi consoli? E voi in sulla terra consolate i miei poverelli.

Ecco adunque uno dei segreti per essere facilmente esauditi da Maria Ausiliatrice, e per godere degli effetti di sua materna bontà.

Ciò premesso, diamo qui la lettera di sopra accennata, che è la seguente:

Canelli, 15 marzo 1882.

MOLTO REV. SIG. D. RUA,

Eccole il fatto di cui le feci motto l' ultima volta che ebbi il piacere di vederla. Ella vorrà compiacersi, ne la prego, di farlo inserire fra le molteplici grazie, che continuamente si ottengono per intercessione della nostra buona Madre Maria Ausiliatrice.

Nell'aprile dello scorso anno 1881 mia figlia Marietta, di circa anni sei , venne presa dalla tosse così detta asinina. Le facemmo prendere va- . rii rimedii, ma riescirono tutti inutili. Il male infieriva ognor più, e nei mesi di settembre e ottobre gl'impeti di tosse, massime di notte, eransi fatti così violenti, che pareano proprio dovessero romperle lo stomaco. Finivano poi sempre col farle gettare tanto sangue dalla.bocca e dal naso, da restarne inzuppati guanciale e lenzuola. Essendo la fanciulla di costituzione linfatica, il sangue così avviato prese poi ad uscirle di frequente anche senza l'eccitamento della tosse ; e ricordo specialmente di. due volte, che ne gettò in tanta copia che. oltre ad alcune pezzuole, rosseggiava pur di sangue un buon tratto del pavimento della camera. Intanto, perduto affatto l'appetito, la povera piccina facevasi pallida e magra un dì più che l'altro.

Costernati pel timore di doverla perdere fra poco, mio marito ed io pensammo di ricorrere alla Vergine SS. Ausiliatrice; e sul finire di ottobre io mi recava a Torino dal sig. D. Bosco, per narrargli il caso e pregarlo di aiutarci ad ottenere, se fosse in piacer di Dio, la guarigione della figliuoletta. Don Bosco, ascoltatami coll'usata sua affabilità, m'assegnò una breve preghiera da farsi per qualche tempo da noi in famiglia ; mi disse che la prima domenica vegnente egli avrebbe celebrata la Messa per la mia ammalata, e indi soggiunse: « Se questa guarigione non é di nocumento alla salute eterna della bambina, sia pur certa che guarirà. » Chiesta infine ed ottenuta la sua benedizione per me e per mia fami. glia, ripartii per Canelli. Quel giorno era un venerdì. L' indomani, sabbato, feci prendere, alla piccola malata, ancora un farmaco, dal quale, se sperabil era un qualche lenimento alla tosse, non potevasi per altro attendere il ristagnamento del sangue. Checché si fosse, prima di porgerglielo io pregai di cuore la Vergine SS., che si degnasse renderlo efficace colla sua benedizione. Quel dì e la notte seguente si passarono penosi come i precedenti. Ma nella successiva domenica con somma nostra consolazione ci accorgemmo che la Marietta non tossiva più ; era allegra ; pranzò di buona voglia, e non diede più, nè allora nè poi, gocciola di sangue. - In quel mattino nel Santuario di Maria Ausiliatrice si era celebrata Messa per lei !...

Grazie infinite pertanto sieno rese alla dolcissima nostra Madre Maria Ausiliatrice, che ci dà pegni così sensibili di sua materna tenerezza ; e grazie vivissime io deggio pur tributare a chi tanto s'adoperò per rendercela propizia.

Mi permetta ora, sig. Don Rua, ch' io colga quest'occasione per raccomandar me e la mia famiglia alle sue preghiere ; mentre coi sensi del più profondo rispetto godo ripetermi

Della S. V. Molto Rev.da

Umil.ma Serva

MARIA BATTAGLIOTTI-DONATO.

IL MESE DI MARIA e pratiche per ben celebrarlo.

Il prossimo mese di maggio, come ognun sa, è chiamato per antonomasia il mese di Maria, perché consacrato dai fedeli a glorificare in modo speciale e a compiacere questa eccelsa Creatura, nella quale Iddio profuse tanta bellezza, tanta grazia d'innocenza, tanto cumulo di santità e di gloria che supera, al dire del dottore s. Alfonso, quanto avvi di bello, di buono, di santo, di glorioso sparso e raccolto in tutti i Santi e in tutti gli Angeli presi insieme (1).

Noi pertanto raccomandiamo ai nostri Cooperatori e Cooperatrici di volerlo celebrare con grande pietà e divozione. A questo fine proponiamo qui alcune pratiche ; le une generali, le altre particolari.

Pratiche generali.

1a Bandire da noi e dai nostri cari il peccato mortale ed anche il peccato veniale deliberato; imperocchè non si può onorare condegnarnente la Madre, offendendole il Figlio.

2a Pregare, lavorare, ricrearsi in unione con Maria, offrendo a Dio per mano di Lei tutte le nostre azioni. A questo effetto gioverà l'immaginarsi sovente che Maria ci sia presente, ci assista, ci ascolti, ci guardi, ci accompagni, e rivolgerle di tratto in tratto qualche giaculatoria, come sarebbe : Maria, Aiuto dei Cristiani, pregate per noi, oppure : Dolce Cuor di Maria, siate la salvezza mia; e ciò soprattutto al battere delle ore, e nei principali eventi prosperi od avversi.

3a Accostarsi ai santi Sacramenti ogni settimana, o almeno nei giorni più comodi e convenienti. - Uno di questi sarebbe quest'anno il 30 aprile, nella sera del quale generalmente si suole aprire il bel mese Mariano. Cadendo detto giorno nella 3a domenica di Pasqua, e quindi nella festa del Patrocinio di S. Giuseppe, Sposo purissimo di Maria Vergine, porge a tutti propizia l'occasione di appressarsi al Sacramento della Penitenza e alla Mensa Eucaristica ad onore di Lei. - Altro giorno pur comodo e adattato sarebbe il 18 di maggio, festa dell'Ascensione di Nostro Signore al Cielo. - Come pure il 28, che é la solennità di Pentecoste. - Finalmente il giorno della chiusura del santo mese.

Pratiche particolari.

1a Udire ogni giorno la Messa e farvi sovente la santa Comunione.

2a Prendere parte alle apposite funzioni, che hanno luogo o al mattino o alla sera in una o in un'altra chiesa.

3a Esporre in un luogo decente nella propria

casa un quadro od una statuetta della Madonna, in forma di altarino, adornarlo in bel modo, e poscia ogni sera avanti o dopo cena recitarvi, in comune con tutta la famiglia, le orazioni o qualche che altra preghiera, come per es. la terza parte del Rosario, o le Litanie, o almeno 7 Ave Maria.

4a Se in casa vi sono fanciulli o giovinette, sarebbe ottima cosa l'incaricare or l'uno or l'altro di essi di aggiustare l'altarino e fornirlo di fiori. Quest'ossequio, mentre riuscirebbe assai gradito alla Beata Vergine, gioverebbe altresì a piamente educare i teneri cuori, e per tempo indirizzarli a Lei, che quale amorosa Madre va dicendo: Si quis est parvulus veniat ad me: Chi è piccolo venga a me e troverà vita e salute: Et inveniet vitam, et hauriet salutem a Domino.

(1) Serm. sulla Natività di Maria.

IL MESE Dl MARIA AUSILIATRICE NEL SUO SANTUARIO IN TORINO.

Nel Santuario di Maria Ausiliatrice in Torino il mese Mariano comincerà, come negli altri anni, il 23 di aprile, e andrà a chiudersi colla festa titolare del 24 maggio.

Preghiamo i Cooperatori e le Cooperatrici e gli Ascritti alla pia Arciconfraternita di Maria SS. Ausiliatrice, residenti in Torino, che potendo vi vogliano prendere parte insieme coi membri e coi giovanetti del nostro Istituto, affinché l' ossequio a Maria lungo il mese, e soprattutto durante la novena, che incomincierà il 15 di maggio, riesca più solenne ed accetto.

L'orario delle sacre funzioni è il seguente : Nei giorni feriali al mattino, alle ore 7 1/2 vi sarà Messa, recita del santo Rosario, e comodità di accostarsi ai santi Sacramenti. - Nella sera, alle ore 7 1/2, dopo il canto di una lode, avrà luogo un breve discorso, indi la Benedizione col SS. Sacramento.

Nei giorni festivi le sacre funzioni della sera cominceranno alle 3 1/2.

Si avverte in pari tempo : Ogni volta che nel Santuario di Maria Ausiliatrice, come pure in qualunque altra Chiesa od Oratorio pubblico appartenente alla Congregazione Salesiana, si assiste alla predetta funzione del mattino, si acquista una indulgenza di 3 anni, ed un' altra di 200 giorni ascoltando la predica colla recita dell'Ave Maria prima e dopo. Tali indulgenze , applicabili alle anime dei fedeli defunti, furono concesse dal Pontefice Pio IX con decreto del 26 febbraio 1875.

LETTERA PATAGONICA.

Da Carmen De Patagones ci è pervenuta tempo fa una lettera di un nostro Missionario, che è del seguente tenore.

Patagones, 27 dicembre 1881.

REV.mo SIG. D. Bosco,

So che la S. V. Rev.ma ama di avere di quando in quando notizie de' suoi figli, che vivono in queste ultime regioni di America, e delle cose che si passano tra loro ; e perciò rubo alle mie occupazioni un ritaglio di tempo, e le invio queste poche linee , che spero le perverranno prima della festa del glorioso nostro Patrono, il dottore san Francesco di Sales.

I quattro Sacerdoti addetti a questa Missione proseguono, secondo il loro potere, a ridurre tanti poveri infelici sulla via della verità e della virtù. Attendiamo agli adulti ; ma miriamo con occhio di predilezione i piccoli, dai quali speriamo aiuto in avvenire. Di quest'anno sono circa 300 i convertiti e battezzati. Anche le Suore lavorano con buon successo tra mezzo alle ragazze, e ne hanno in educazione poco meno di un centinaio.

La S. V. gradirà di conoscere la situazione di Carmen de Patagones e di Viedma, dove abbiamo il nostro quartiere generale. Carmen è posta sulla riva sinistra del Rio Negro, alla distanza di circa sette leghe dalla sua foce ; e sulla destra del medesimo, dirimpetto a Carmen sorge Viedma, capitale della Patagonia. Quella conta 2000 abitanti riuniti ; questa ne conta 1000 raccolti ; e il rimanente è sparso qua e colà pei vastissimo campo di Patagones e della Patagonia. Giace Carmen alle falde di una piccola catena di monti, che si succedono lunghesso il fiume, e servono come di potente argine alle acque del Rio Negro nelle crescenze. Alla diritta il fiume non ha altra diga che la propria sponda ; e perciò il territorio, sebbene presenti una vista attraente, ed il suolo sia naturalmente fertile, tuttavia è soggetto alle inondazioni , che involano spesso gli abbondanti raccolti. Il Rio nelle grandi piene straripa e copre siffattamente la campagna, che per molte miglia diventa un gran lago. Allora le famiglie che vi sono sparpagliate si riducono nelle case , che la esperienza insegnò a fabbricare nei luoghi più elevati, dove le acque giungono raramente. A questo fine le principali famiglie conservano una navicella per uso proprio e per quelli, che presso di loro si rifuggono- In queste contingenze tutto si fa loro comune : una sola casa, un solo fuoco, un medesimo cibo per tutti.

In quanto all'aspetto, tutta la campagna, o, come qui si chiama, il campo, dalla bocca del Rio sino alle Cordigliere ( montagne che si stendono per sette mila chilometri) si presenta piana con molte lagune qua e colà, così ordinate dalla divina Provvidenza per abbeverare uomini e bestie, che altrimenti dovrebbero o morire di sete, o camminare centinaia di miglia per giungere sino alle acque del Rio. Nell' interno del campo vi sono poche case , le quali servono solo a ricoverare i pastori, che sorvegliano il bestiame. Le coste invece del Rio sono abitate dove più , dove meno, da colonie di cristiani , ed anche da indigeni in maggior parte già convertiti. Alla distanza di 300 leghe si trovano le case dette manzane, luoghi abitati da puri Indii, e dove se vi è qualche cristiano è per lo più un maestro d'iniquità, ridottosi a vivere colà in forza dei suoi delitti.

Gli Indii, come generalmente tutti i selvaggi, sono dominati da due vizi, il furto e l'ozio. Nei tempi passati questi luoghi erano sovente fatti segno alle scorrerie e rapine di questi barbari, i quali quando trovavano resistenza commettevano le più atroci carnificine. I cristiani che cadevano loro nelle mani erano ordinariamente scannati e fatti a pezzi. Grazie a Dio da venti anni in qua il paese non è più tanto soggetto a indiade (così sono chiamate le scorrerie degli Indii) ; ma alcuni cristiani sono nondimeno di quando in quando ammazzati isolatamente.

Quest'anno per altro si rinnovò in parte una di quelle barbare scene. Sul finire del mese di ottobre si riuniva ed organizzava un'orda di 48 Indiani, uno più malvagio dell'altro, appartenenti a tribù tuttor selvaggia. Guidati da un cristiano bandito decisero di versarsi pel nostro campo, col perverso fine di rubare quanti animali potessero, ed uccidere chiunque si opponesse o potesse opporsi al loro latrocinio. Giunsero difatto presso al Porto di Sant' Antonio, non lungi da Conesa , distante da Viedma circa quaranta leghe. Disgraziatamente il Governatore di questa provincia aveva colà spedito alcuni uomini per praticare qualche pozzo , onde incontrare acqua dolce. Costoro erano armati , e gli Indiani allo scorgerli si ritirarono in luogo appartato, e mandarono due di loro, per indagare chi fossero essi e che cosa facessero. Si approssimano gli Indiani, e fingendosi uomini del campo pregano gli operai a ricoverarli per quella notte. I cristiani, non dubitando punto della mala fede dei nuovi ospiti, li albergano e fanno parte eziandio di quello che hanno, come si usa nel campo. Entrati con loro a conversare con tutta confidenza , quei perfidi spiarono dove gli operai tenessero le armi. Intanto si va a dormire, e quando tutto fu silenzio i scellerati Indiani, impadronitisi delle armi dei loro albergatori, li sorprendono nel primo sonno e li uccidono tutti, in numero di sette. Era la notte del 4 di novembre.

Il giorno dopo proseguirono il loro cammino , e giunsero ad un monte presso la colonia di Labanea. Quivi pernottarono, e all'alba tentarono alcuni furti nelle vicinanze della colonia ; spogliarono interamente due famiglie, concedendo la vita agli sventurati, solamente in grazia di un Indio , che era stato molti anni al loro servizio ; imperocchè l'ordine del capo era di ammazzare tutti, eccettuati i fanciulli capaci di fare la guardia ai cavalli. Tagliarono nondimeno la testa ad un giovinetto di 12 anni, perché si era opposto alle loro rapine.

Il giorno 6 quei ladroni ed assassini comparvero nelle campagne di S. Javier, popolazione di mille individui, distante da Viedma 6 leghe, dove mi reco una volta alla settimana per insegnare il catechismo nella scuola, e preparare alcuni Indii al battesimo. Quivi il campo abbonda di animali, e specialmente di cavalli. Poterono quindi in breve radunare mille cavalli e darsi alla fuga. Ma avendoli scorti per tempo gli abitanti di S. Javier, e particolarmente alcune famiglie esse pure Indiane, ma già incivilite , si diedero ad inseguirli colle armi alla mano, e dopo una lotta accanita li costrinsero ad abbandonare la preda. Degli Indii 5 furono uccisi , uno fu mortalmente ferito , e due vennero fatti prigionieri e condotti a Buenos-Ayres; gli altri si salvarono fuggendo.

Giova sperare che scene consimili non succederanno tanto sovente ; che anzi col tempo cesseranno affatto. Ma ciò non sarà fino a quando gli Indiani non siano ridotti a civiltà, mediante la religione e la carità. Dico : mediante la religione e la carità, perché la sola forza e il timore dei soldati non li abbonisce, ma li peggiora coll'inasprirli. Ne è una prova la riferita recente invasione. Gli Indiani sdegnati pei mali trattamenti ricevuti dai soldati abborriscono il nome dell'Argentino, e per una falsa induzione odiano con lui il cristiano e la sua religione. Bisogna dunque senza apparato di forze istruirli nelle verità del Vangelo, educarli colla parola, ma più col buon esempio; bisogna soprattutto far loro provare i dolci effetti della carità cristiana, col soccorrere nei loro più urgenti bisogni quelli di loro, che vivono tra di noi. Questi facilmente comunicano coi loro compaesani , si trasmettono le buone idee dagli uni agli altri, e a poco a poco dileguandosi i pregiudizi, i sani principii di religione e di civiltà faranno presa nella loro mente e nel loro cuore, e noi li guadagneremo a Dio e alla società. Imperciocche l'Indio, come tutti gli altri uomini, è dotato di buon senso, e quando conosce ed esperimenta che una cosa é bella e buona la stima ed ama. E poi, l'esperienza di tutti i tempi e di tutti i luoghi ha provato che solamente la religione può aprirsi una strada nel cuore del selvaggio , ammansarne la ferocia , addolcirne il costume, assoggettarlo all'ordine, farne insomma un buon cittadino, mentre ne fa un buon cristiano.

Esorti pertanto. ottimo Padre, i nostri confratelli di costì , affinché si preparino a venirci in aiuto , perché una decina di sacerdoti in questi luoghi fa per la religione e per la civiltà più che non farebbe un esercito di cento mila uomini. Sì, venite, miei cari confratelli, venite a prestarci la mano per la salute di tante anime. Dalla foce del Rio Negro alle falde delle Cordigliere, in queste sterminate pianure, vi attende un popolo immenso, che giace ancora nelle tenebre e nell' ombra di morte, perché non vi è chi gli annunzi la buona novella, la parola di verità e di vita. Venite , e insieme congiunti, come tante amiche schiere di confederati, cingeremo da tutté parti queste tribù selvagge, non già per farne scempio, non già per farne prigioni e schiavi , ma per farne domestiche famiglie, per farne parochie cristiane, per farne un popolo di Dio e della Chiesa. Né vi spaventi la ferocità dell'Indio. Forse l'idea, che se ne dà comunemente, è più tetra di quella che ne sia la realtà. È fatto egli pure ad immagine e somiglianza di Dio, e se non è spinto dalla fame , o provocato dai maltrattamenti alla vendetta , egli non fa del male, anzi si affeziona a chi gli fa del bene. Quindi il Missionario é per gli Indiani una cosa sacra. Quando entra nei loro toldi o capanne, essi lo ricevono con grandi significazioni di rispetto, gli offrono il meglio che hanno, lo fanno sedere sopra uno scranno, ed essi seduti per terra lo ascoltano con un silenzio ed un'attenzione ammirabili. Dalla esperienza che ebbi dal trattare con molti di essi posso assicurare che dànno delle soavi consolazioni, e fanno aprire il cuore a liete speranze di loro conversione. Fate animo adunque , miei cari confratelli ; venite in Patagonia, e proverete col fatto che io vi dico la verità.

Mi perdoni, Rev.mo Don Bosco , se lasciai da parte il padre per parlare ai figli. Or ritornando a Lei, le annunzio che stiamo tutti bene, eccettuato D. Chiara, colto dalla febbre, che speriamo cosa passeggiera. Don Beauvoir aspira di fare una escursione sino ai puri Indii delle terre Magellaniche ; e D. Fagnano nostro Direttore desidera rinforzi, per dare più frequenti assalti al demonio nel centro stesso della sua fortezza.

Voglia degnarsi, ottimo Padre, di tenerci tutti presenti nelle sue preghiere, e ci ottenga sanità e grazia , affinché possiamo proseguire la nostra Missione alla maggior gloria di Dio.

Riceva infine i nostri figliali ossequii, mentre pregandole dal cielo ogni bene godo di professarmi

Suo affezionatissimo figlio in G. C.

Sac. DOMENICO MILANESIO.

ARRIVO DEI MISSIONARII SALESIANI IN AMERICA.

Una lettera giuntaci fin dallo scorso febbraio ci dava il consolante annunzio che i nostri Missionarii, partiti ultimamente dall'Europa, erano arrivati sulla terra Americana. Crediamo ben fatto di qui pubblicarla per compiere le notizie del loro felicissimo viaggio.

Villa Colon, 26 Gennaio 1882.

MOLTO REv. ED AMATISSIMO D. Bosco,

D. Lasagna. nostro carissimo Ispettore, vorrebbe scriverle egli stesso per darle ragguaglio del nostro viaggio e della presente situazione delle case dell'Uruguay; ma soprafatto dal lavoro non può per ora avere un momento libero, e m'incarica di fare le parti sue. Stimandomi fortunato di un tale incarico, mi accingo a compierlo con immenso piacere dell'animo mio.

Partimmo, com'Ella sa, il 21 dicembre da Marsiglia. La separazione da tanti amati confratelli d'Italia e di Francia ci fu ben dolorosa, ed io ricevendo sul bastimento per l'ultima volta la benedizione del mio caro Direttore Don Lemoyne , suo rappresentante in quel momento , e abbracciandolo per l' ultima volta , mi sentii tale una stretta al cuore, che mi parve di perdere in lui quante persone io amava. Il R. signor Ispettore D. Albera col Direttore D. Bologna ed altri confratelli e giovani vennero pure a darci l' ultimo addio al porto ; così pure madama Jacques colla Direttrice delle Suore. Di questi segni di benevolenza noi tutti fummo sensibilissimi.

Alle quattro di sera la France levava l'àncora ed usciva dal porto. Il sole gettava i suoi ultimi raggi su Marsiglia, che ci apparve in tutta la sua grandezza, ed il Santuario di Nostra Signora della Guardia , che domina la città e sembra proteggerla , attirò i nostri sguardi ed i nostri cuori. Ricordai allora que' bei versi di Dante: « Era l'ora che volge il desio ai naviganti e intenerisce il cuore ecc. » Sì, il nostro cuore si intenerì. Ah, chi non ha viaggiato in mare, e più, chi non ha abbandonato patria, parenti, amici per recarsi in lontane spiagge con poca o nessuna speranza di rivederli, non sa da quali sentimenti egli fosse agitato. Salutammo pertanto il lido francese , e mandammo dal segreto del cuore il nostro ultimo addio ai tanti cari, che lasciavamo in Europa. Intonammo poscia sulla poppa della nave l'Ave Maris Stella, facemmo qualche preghiera, finchè la campana ci avvertì dell'ora del pranzo, ove ci recammo ostentando allegria sul volto , e facendoci coraggio l'un l'altro. Dopo pranzo cantammo sul pianoforte il Marinaio, e ci attirammo gli applausi e la simpatia de' viaggiatori di 1a e 2a classe, che accorsero in folla ad udirci. Quello che facemmo quella sera fu trattenimento di altre sere ancora, cantando or il Ciabattino, or Santa Lucia, ora Vivo amante di Nostra Signora, ed altre lodi in italiano e francese. L'indomani alle ore 11 del mattino sbarcammo a Barcellona per provvederci di libri spagnuoli e visitare la Cattedrale. Partimmo il dì seguente 23, per non più fermarci che il 31 a S. Vincenzo.

Passando il golfo di Valenza , ebbimo qualche ora di mar burrascoso, il che produsse sconcerti quasi generali. D. Rossetti fu l'intrepido che non se la diede per inteso. D. Delpiano ed il nostro caro D. Lasagna soffrirono senza pagar tributo: io lo pagai una volta sola e merito il quarto premio. E qui vorrei raccontarle qualche aneddoto seriocomico, se non temessi mancare di rispetto, e se notizie più importanti non mi obbligassero a studiar il passo. Fummo fortunati di soffrire un poco pel Signore, e fortunati d' altra parte di soffrire così poco, avendo da occuparci nello spagnuolo e nella musica, il che non avremmo potuto fare, se fossimo stati troppo sovente sconcertati. Il viaggio a detta del Capitano e de' marinai fu eccezionale pel vento sempre in poppa, e un mare quasi sempre placido anche sulle coste , ove per lo più è agitatissimo. Non ci stupiamo per questo, sapendo quante preghiere e quante comunioni si facevano per noi e da chi. Che il Signore sia benedetto, e benedetti dal Signore siano quanti pregarono per noi.

Questo viaggio fu poi bellissimo per noi sotto un altro punto di vista. Diverse persone alto locate di Marsiglia, il Sig. Bergas, il Sig. Loin ed il signor Curato di S. Giuseppe tra gli altri, ci avevano raccomandati al signor Comandante della France Mr Romanez, il quale, uomo compitissimo e cattolico, ci trattò con isquisita bontà.

Potemmo con nostra grande consolazione celebrare ogni giorno la santa Messa, avendo la sala di 1a classe a nostra disposizione, e molti venivano ad ascoltarla e s'accostavano ai SS. Sacramenti. I viaggiatori ci furono cortesissimi e, dirò di più, affezionati.

I giorni più belli che passammo a bordo furono la festa del santo Natale e quella dell' Epifania. Dietro gli ordini del Capitano si improvvisò sul ponte una magnifica sala con tende e bandiere. L'altare sorgeva in mezzo ; a destra venne ad inginocchiarsi l'officialità di bordo, di dietro quei di 1a e 2a classe, e a sinistra quei di 3a. Il giorno del Natale D. Lasagna celebrava la S. Messa in questa cappella improvvisata tra l' Oceano ed il Mediterraneo, tra l'Africa e l'Europa, avendo noi passato, circa le quattro del mattino , lo stretto di Gibilterra. Don Delpiano colla sua magnifica voce di basso cantò con accompagnamento di piano il Sanctus di Bethoven e la lode in francese che incomincia : Mon doux Jésus, ne parait pas encore. Il luogo, il Mistero del giorno, l'apparato, la musica, tutto concorse a fare una profonda impressione sul cuore di ognuno. Il sig. Direttore, finita la Messa , rivolse parole di ringraziamento al Capitano ed agli ufficiali , e di felicitazione a tutti poi buon esempio di fede che avevano dato, ed augurò poscia le buone feste. Noi fummo edificati nel veder così messo sotto i piedi il rispetto umano, e ringraziammo Gesù Bambino, che, oltre all'essersi degnato di discendere ne' nostri cuori, ci aveva procurato una sì bella occasione per farle lodare ed adorare dagli altri. Non meno splendida riuscì la festa dell' Epifania : si cantò allora il Kyrie e il principio del Gloria della Messa di san Luigi col mottetto : O Salutaris Hostia del Mozart, ed una lode. Il signor Capitano ci invitò quel giorno a prendere lo Champagne con tutti gli ufficiali di bordo ne' suoi appartamenti. Il giorno 3 gennaio si fece una serenata per aprire il nuovo anno, e come essa consisteva principalmente in un'accademia di declamazione e musica, così il nostro Rev. Direttore volle che prendessimo parte attiva anche noi, essendo certo dell'approvazione del nostro venerato Padre D. Bosco, che nell'educazione de' giovani vuole che si promuovano cotali trattenimenti allegri ed utili insieme. D. Lasagna declamò due poesie e fu molto applaudito. D. Delpiano cantò il Marinaio ed il Ciabattino, e l'umile scrivente, pianista di terza classe, eseguì una marcia del Martinenghi. I battimani furono fragorosi, e quindi amo credere che i nostri canti e suoni non siano spiaciuti.

Avevamo divisato di scendere a Rio Janeiro per far visita a Mons. Vescovo, e combinare con lui per la nuova casa da fondare nella sua diocesi; ma non ci fu possibile per causa delle febbri gialle. Quindi il sig. Direttore gli ha tosto scritto, che appena sieno cessati questi calori si porterà da lui per trattare in proposito.

Proseguito adunque il viaggio, ai 15 del corrente di buon mattino la France gettava l'àncora nel porto di Montevideo, ed alle 8 giungeva il vaporino per la visita sanitaria. Qual non fu allora il nostro contento vedendo tra gli ufficiali tre dei nostri confratelli, D. Gamba, D. Bacicalupo, e Don Metalli, che venivano a presentarci i primi saluti de' fratelli d'America ? Sarebbero venuti tutti, mi immagino, se non fosse stato quello giorno di Domenica, essendo impiegati a dir la Messa qua e colà, predicare e far catechismo.

Un altro vaporino con una grande barca ci accoglieva due ore dopo con tutte le nostre casse di metereologia, fisica, fotografia, addobbi di chiesa e libri. Salutammo non senza una certa commozione i compagni di viaggio, come se fossero stati nostre antiche conoscenze, e dopo mezz'ora scendevamo a terra ferma, mettendo il piede sul Nuovo Mondo. Qui fu una scena commovente pel nostro amato D. Lasagna e per noi tutti. Varii Sacerdoti con un numeroso stuolo di giovani ci attendevano : ci salutarono da lungi sventolando il moccichino e ci accolsero a braccia aperte. Circondarono poi il loro amato Direttore , e chi gli baciava la mano, chi lo abbracciava, e poscia ad interrogarlo e della sua salute e del suo viaggio e via dicendo. Erano giovani allievi o stati allievi di Villa-Colon, e ne vidi buon numero di quelli con un tanto di catena d'oro al petto e dai lunghi baffi.

Oh ! amatissimo Padre, che festa faranno a Lei in cielo i suoi cari figli ! che accoglienza ! che gioia pel suo cuore ! Oh pensiero consolante per noi, che ci siamo allontanati e forse per sempre da Lei ! Oh pensiero consolante per Lei, che pe' suoi figli lavora, soffre e prega tanto ! Che il Signore la conservi ancora a lungo pel bene nostro e di tante anime ! e d'altra parte che il Signore affretti quel giorno di gioia e di festa eterna nel cielo, in cui i figli si troveranno di nuovo uniti col loro amato Padre per non mai più separarsi.

Fummo all'Oratorio di S. Vincenzo, ove si riuniscono 280 giovani esteri la domenica, e 200 circa ogni giorno per la scuola. Si dimenticarono per quel giorno che eravamo poveri, e si imbandì la mensa alle 10 e 1/2 pel déjeuner, e dalle 4 pom. pel pranzo che fu splendido. Uno dei confratelli lesse un brindisi molto bello, e si bevette all' onore del sig. Ispettore e de' nuovi Missionari. Visitammo un poco la città, ed alle 5 partimmo alla volta di Villa-Colon, ove fummo accolti a suon di campane, e a bandiere spiegate. Entrati nella Chiesa addobbata a gran festa, s'intonò solennemente il Te Deum in ringraziamento del prospero viaggio, e si diede la benedizione col Santissimo Sacramento. Lascio a Lei l'immaginare quali furono i sentimenti del nostro cuore. Ecco adempiuti i nostri voti : eccoci in America ! No, non ci siam venuti per vivere nelle comodità e per trovare una felicità terrena ; nessuna comodità, nessuna ter - restre felicità potrebbe ricompensare il sacrificio di aver abbandonato patria, parenti e confratelli, e di viver così lontani dal nostro amatissimo Padre D. Bosco. Siam venuti per lavorare, per soffrire, per renderci degni del paradiso.

Essendo in quel giorno fuor di città Sua Eccellenza Reverendissima Mons. Innocenzo Jeregui Vescovo di Montevideo, il signor Direttore si recò il dì seguente con due Sacerdoti a fargli visita, e Monsignore volle poscia venire col Dottor Soler e due Sacerdoti a celebrare, il mercoledì 18 corrente, la S. Messa, e passare con noi a Villa-Colon tutto il giorno. Manifestò il desiderio di avere molti Salesiani nella sua vastissima Diocesi, che fossero sempre veri modelli di Religiosi. Manifestò pure la sua grande soddisfazione pel gran bene che si fa nelle due parocchie di Las Piedras e Paysandù, e fece varie proposte al signor Direttore, Ma per ora non si può aderire a' suoi santi desiderii, avendosi da aprire la missione del Brasile , e dovendosi consolidare le varie case dell' Uruguay. Quel .giorno stesso ricevemmo la visita di due famiglie spagnuole, nostri compagni di viaggio, che passarono la giornata pure con noi , e partirono la sera , fui per dire, colle lagrime agli occhi , tanto ci si erano affezionati. Vi fu piccolo trattenimento di suono e canto il dopo pranzo, come al mattino si erano pure cantati tre mottetti durante la Messa della Comunione, celebrata da sua Eccell. Revma

Quante cose vorrei ancora dirle, amatissimo Padre ! Spero di poter quanto prima farla altra visita per lettera.

Ebbimo pure notizie de' nostri confratelli del Paraguay e della Patagonia. Tutti, grazie a Dio, godono di ottima salute, malgrado l'immenso lavoro da farsi e le strettezze in cui talora si trovano. La mia salute si è fortificata nel viaggio e sto assai bene , malgrado i calori dell' estate. Il signor Ispettore pure gode di beona salute. Che il Signore lo aiuti nelle sue imprese e ce lo conservi a lungo. Tutti e vecchi e nuovi arrivati m'incaricano di presentarle i loro figliali ossequii, e di pregarla che mandi loro una speciale benedizione. lo poi, che più di tutti ne abbisogno, la prego di mardarmene due.

Mi ami e tenga sempre qual sono

Tutto suo Affmo ed Ubbmo figlio in G. C.

Sac. GIoVANNI GIORDANO.

IL S. PADRE LEONE XIII e i Salesiani della Spezia.

Tornerà di certo gradita la notizia , che ci dà la lettera seguente

Spezia, 7 marzo 1882.

REV. SIG. DIRETTORE,

Devo proprio confessare che il Santo Padre riguarda i Salesiani della Casa di Spezia con occhio di predilezione.

Com'era mio dovere, nelle trascorse feste anniversarie di sua elezione e incoronazione solenne, scrissi a Sua Santità, brevemente informandola di quel poco di bene che, coi mezzi che nell'augusta sua povertà ci somministra, andiam facendo alla gioventù di questa città. Or, qual non fu la nostra confusione e nel tempo stesso il nostro contento nel riceverne- risposta per dispaccio telegrafico? Era l' Emin.mo sig. Cardinale L. Giacobini Segretario di Stato, che ci diceva così : IL S. PADRE HA GRADITO MOLTO DI LEI LETTERA ED HA CONCESSO CON TUTTO IL CUORE AI SALESIANI, ALUNNI E COOPERATORI L'IMPLORATA BENEDIZIONE.

M'affrettai di comunicare questa grazia singolare ai Confratelli, ai giovanetti ed ai benefattori, e tutti ne esultammo di sincerissima gioia.

Ah! scenda copiosa la benedizione del S. Padre su questa Casa e su queste Scuola; e ci aiuti e ci conforti a intraprendere e sostenere ogni travaglio ed ogni fatica, onde possiamo cooperare con tutti i buoni a formare di tanti giovanetti una generazione cristiana e civile.

Mi creda, sig. Direttore

suo devmo Servo

Sac. ANGELO ROCCA.

PRIMA CONFERENZA DEI COOPERATORI IN GENOVA.

Nella maestosa basilica di S. Siro in Genova, il 30 dell'ora scorso mese di marzo, aveva luogo la prima Conferenza dei Cooperatori e delle Cooperatrici Salesiane. La pia Radunanza riuscì splendidamente oltre ad ogni aspettazione. Parecchie migliaia di cattolici Genovesi, che vi presero parte, dimostrarono col fatto di accoppiare a fervidi slanci di una squisita carità sensi di una pietà insigne.

Di queste sopra ogni altro diede luminosa prova Sua Eccellenza Revma Mons. Salvatore Magnasco, degnissimo Arcivescovo di Genova. Dopo di aver cortesemente tenuto D. Bosco alla propria mensa volle poscia con singolare benevolenza accompagnarlo con sua vettura sino alla predetta chiesa ; onorò di sua presenza la pia Riunione, ed infine impartì al divoto popolo la benedizione col Santissimo Sacramento.

Con ispeciale disinteresse e zelo concorse pure al felice riuscimento della sacra funzione l'illustre e M. R. Sig. Teol. Don Cipriano Barabino, Prevosto di S. Siro, assoggettandosi di buon grado a spese e a disturbi, lieto di potersi mostrare vero Cooperatore Salesiano.

Anche parecchi signori di Genova e di S. Pier d'Arena, tra cui l'egregio signor cavaliere Maurizio Dufour, ingegnere di città, e varii giovani della Gioventù Cattolica, con nobile esempio e somma edificazione si prestarono all'opera caritatevole, se ne fecero caldi promotori, e si sparsero tra il popolo a raccogliere la limosina pei nostri poveri giovanetti, dimostrandosi così figli ben degni della divota città di Maria.

A tutte queste esimie persone, ai predicatori quaresimalisti, e al cattolico giornale il Cittadino,

che ebbero la bontà di annunziare al pubblico la Conferenza, a quanti insomma ci furono larghi del loro appoggio, noi tributiamo qui un vivo ringraziamento, e preghiamo il buon Dio a rimunerarneli per noi in questa e nell'altra vita.

Verso le ore 3 pomeridiane la vasta basilica si poteva dire gremita di popolo, come nelle solennità principali. Si diede principio con una pia lettura, dopo la quale i giovani musici dell'Ospizio di S. Pier d'Arena eseguirono il mottetto : Tota pulchra es Maria. Finito il canto, D. Bosco prese la benedizione dal Revmo Arcivescovo, e salito il pergamo tenne al divoto uditorio un discorso, breve nella sua durata ed importante nella sua sostanza. Lo riferiremo qui per sommi capi.

L'esordio.

Don Bosco esordì coll' accennare che Iddio, il quale provvede alle creature irragionevoli, affinchè possano raggiungere il fine, cui furono destinate, mostra una cura speciale verso le ragionevoli, fatte a sua immagine e somiglianza, destinate ad amarlo e servirlo in questa vita e a goderlo eternamente nell'altra, Per promuovere il benessere di queste creature umane il Signore volle associarsi dei cooperatori. Quindi Egli raccomandò a ciascuno degli uomini di aver cura del suo prossimo : Mandavit illis unicuique de proximo suo. Di questo prossimo per altro vi sono degli individui degni di particolare sollecitudine. Sono degni di sollecitudine i malati ; degni di sollecitudine i poveri ; degne di sollecitudine tante altre miserabili persone. Ma oggi più che mai sono degni di nostra commiserazione, di nostra cura, di nostra carità i giovanetti poveri ed abbandonati. Poveri fanciulli! Orfani talora dei proprii genitori, ben sovente lasciati in balla di se stessi, privi d'istruzione religiosa e di morale educazione, circondati da malvagi compagni, a qual sorte mai non vanno essi incontro? Ora noi li vediamo a scorazzare di piazza in contrada, di spiaggia in ispiaggia, a crescere nell' ozio e nel giuoco, ad imparare oscenità e bestemmie ; più tardi li vediamo a divenire ladri, furfanti e malfattori ; in fine, e il più delle volte sul fior dell'età, li vediamo a cadere in una prigione, ad essere il disonore della famiglia, l'obbrobrio della patria, inutili a se stessi, di peso alla società. Se invece una mano benefica li strappa per tempo al pericolo, li avvia per una carriera onorata, e li forma alla virtù per mezzo della religione, essi si fanno capaci a giovare a sè ed agli altri, diventano buoni cristiani, savii cittadini, per divenire un giorno fortunati abitatori del Cielo. Per questa ragione la gioventù, specialmente la povera e derelitta, fu e sarà sempre la delizia di Gesù Cristo, fu e sarà sempre l'oggetto delle amorose sollecitudini delle anime pietose, amanti della religione e del vero bene della civile società.

Dopo questo preludio, Don Bosco passò a dire di alcuni mezzi, onde giovare ai pericolanti fanciulli ; indi parlò dell'Ospizio di S. Vincenzo de' Paoli in S. Pier d'Arena; e conchiuse col fare un caldo appello alla carità de' suoi uditori a vantaggio del medesimo.

Alcuni mezzi per giovare ai giovanetti.

Ma quali mezzi si hanno da usare per giovare ai fanciulli più bisognosi e pericolanti, ed impedirne la, rovina temporale ed eterna ? - Molti ve ne sono e tutti efficaci, che fecero già e fanno dappertutto ottima prova. Vi sono gli Oratorii festivi coi giardini o luoghi di onesta ricreazione. Ivi i giovanetti in bel modo allettati sono trattenuti con giuochi e trastulli sotto la dovuta sorveglianza; ivi a. tempo e luogo sono istruiti nella dottrina cristiana ; ivi sono indirizzati ed assistiti nella pratica dei doveri religiosi ; ivi insomma sono non solamente tenuti lontani dai pericoli delle piazze, ma nelle ore delle sacre funzioni vengono ammaestrati ad amare e servire Iddio, a rispettare i parenti, ad apprezzare la virtù, ad odiare il vizio, a guadagnarsi il Cielo. - Vi sono le scuole serali pei poveri artigianelli, i quali essendo tutto il giorno occupati nelle loro officine non possono acquistarsi la necessaria istruzione. - Vi sono le scuole diurne e gratuite per quei giovanetti, i quali mal messi in arnese non osano presentarsi, o per qualche altro motivo non sono ricevuti nelle pubbliche scuole. - Vi sono i catechismi domenicali, ed anche quotidiani, o nelle chiese o nelle case private, dove i fanciulli sono attirati con belle maniere, con premiucci e simili, e intanto v'imparano i primi elementi della religione, che altrimenti o per propria leggerezza, o per trascuranza dei loro parenti, ignorerebbero con immenso loro danno temporale ed eterno. - Vi hanno i così detti patronati, mediante i quali si ha cura di collocare i giovanetti presso a padroni onesti, e si attende che non vi corrano pericolo né per la religione nè per la moralità.

Ma questi mezzi talora non bastano. Non di rado si dà il caso che s'incontra un fanciullo, il quale con voce ed aspetto compassionevole vi dice: « Ho fame ; non ho un tozzo di pane, e non so ancora a guadagnarmelo. » Allora per salvare quella povera creatura nel corpo e nell'anima, pel presente e per l'avvenire, pel tempo e per l'eternità, è necessario provvederla di che cibarsi fino a che valga a guadagnarsi il vitto col sudore della sua fronte. - Talvolta se ne trovano altri cenciosi, cogli abiti a brandelli, e in quello stato non possono collocarsi a lavoro; e in questo caso è d'uopo vestirli, onde levarli dall'ozio e allontanarli dal vizio. - Altri molti ve ne hanno, i quali vi dicono: « Alla sera io non so dove ritirarmi a dormire; non ho di che coprirmi ; sono più misero degli uccelli dell' aria, che hanno un nido, più povero delle volpi, che hanno una tana. » In questa circostanza, proseguì D. Bosco, non basta più il vitto ed il vestito, ma occorre una casa, occorre un tetto, occorre un ricovero pel derelitto. Ed ecco appunto la necessità degli Ospizi di carità pei giovanetti più bisognosi. Ivi sono provveduti di quanto è necessario alla vita ; ivi gli uni in appositi laboratorii sono avviati all'imprendimento di un'arte, perchè possano un giorno guadagnarsi un pane onorato ; gli altri forniti da Dio di particolare ingegno sono indirizzati allo studio ; di questi una parte abbracciano poscia la carriera civile, e in questo o in quell' uffizio servono alla famiglia ed alla società ; un'altra parte entra nella carriera ecclesiastica, e diventano apostoli di religione e di civiltà non solo presso di noi, ma presso le barbare nazioni.

I mezzi che vi ho accennati, continuò D. Bosco, sono quelli che usano i Salesiani e i loro Cooperatori. Siccome questi ultimi vivendo nel mondo e in seno alle proprie famiglie non possono sempre cooperare a questo scopo personalmente, colì essi s' impegnano di venire in aiuto dei Salesiani e dei loro poveri giovanetti col mezzo della preghiera, coll' appoggio della parola, col soccorso della limosina.

Dell'Ospizio di S. Vincenzo de' Paoli in S. Pier d'Arena.

Dopo aver accennato che il tempo e la discrezione non gli permettevano di parlare dei singoli istituti di beneficenza, aperti in molte parti d'Italia, di Francia ed oltre mare, a vantaggio della gioventù abbandonata, D. Bosco portò il suo discorso sull' Ospizio di S. Vincenzo in San Pier d'Arena, e disse in sostanza così

Quest' Ospizio fu aperto sin dal 1871 in Marassi ; ma l'anno dopo venne trasferito in San Pier d'Arena, presso la chiesa di S. Gaetano, perchè luogo più popolato, perché sobborgo più considerevole di Genova, perchè sito insomma più adattato allo scopo benefico. Si cominciò a ritirare alcuni giovanetti dei più bisognosi ; ma ben tosto il piccolo locale fu ripieno, ed ogni giorno giungevano nuove dimande di accettazione. Si dovette allora pensare ad ampliarlo. Si comperò pertanto un'altra casa vicina, ma non bastava ancora, perchè di mano in mano che si faceva un posto veniva subito occupato. Allora fu d'uopo fabbricare, e mediante la carità di alcune benemerite persone si innalzò un edilizio con dormitorii, laboratorii e relative scuole. Oggidì i giovanetti ivi ricoverati, da 30 che erano da principio, sono saliti a 300. Alcuni fanno i tipografi, altri i legatori, gli uni lavorano da sarti, parecchi da calzolai, un buon numero da falegnami, mentre una parte attende ad altre occupazioni e si abilita allo studio. Sono adunque 300 individui, a cui dopo aver procurato l'alloggio è continuamente necessario provvedere, non solo i mezzi o di apprendere un' arte, o di esercitare una carica civile, onde campare onoratamente la vita, ma eziandio il pane, e quanto occorre per calzarli e vestirli. Per la qual cosa voi non vi stupirete, se io vi dico che l' Ospizio di S. Pier d'Arena versa in questo momento in gravi strettezze : i debiti ascendono presentemente alla somma di ben 75 mila lire, e non si sa più come tirare avanti. Se io potessi comandare a quei giovanetti, che per qualche tempo non mangiassero più, e mi ubbidissero, potrei forse a poco a poco riempiere il gran vuoto ; ma quei miei cari figliuoli sono disposti ad ubbidirmi in tutto, ma non in questo. Come fare adunque ? Io ripongo la mia speranza in Dio e nella vostra carità, o miei riveriti uditori.

Obbligo e regola della limosina.

Qui D. Bosco espose l'obbligo e la regola della limosina secondo il Vangelo, e se le sue parole lasciarono profonda impressione nei suoi uditori, darebbero ben seriamente a pensare a tanti cristiani e cristiane dei giorni nostri, che dell' obbligo e del modo di fare limosina hanno stranissime idee.

Iddio ha fatto il povero, disse D. Bosco, perché si guadagni il Cielo colla rassegnazione e colla pazienza; ma ha fatto il ricco, perché si salvi colla carità e colla limosina. Taluni credono lecito di godere tutti per sé quei beni di fortuna, che il Signore ha loro concessi; lecito di conservarli, farli fruttare, adoperarli come loro pare e piace, senza farne parte alcuna ai bisognosi. Altri giudicano di fare abbastanza quando danno qualche piccola moneta, o somministrano qualche soccorso raro e stentato. Questo è un inganno. Gesù Cristo comanda la limosina : Quod superest, date eleemosynam : Fate limosina , e di che cosa? di quello che sopravanza al vostro onesto sostentamento. Nè mi si venga a dire che questo è consiglio e non precetto ; imperocchè col Vangelo alla mano io vi rispondo che è di consiglio l' abbandonare tutto, per farsi volontariamente povero come i religiosi, ma è di precetto il far limosina del superfluo : Quod superest, date eleemosynam; queste parole non sono mie, ma sono di Gesù Cristo, che ci ha da giudicare, e presso al cui tribunale non avranno buon giuoco nè pretesti nè cavilli. Che il fare limosina non sia solamente consigliato, ma comandato, il divin Salvatore lo dimostra specialmente col racconto della parabola del ricco Epulone e del povero Lazzaro. Vi era un ricco signore, Egli dice, il quale spendeva i suoi danari in laute mense e in belle vesti ; e nel tempo stesso un mendico gli domandava inutilmente onde sfamarsi. Dopo alcun tempo morirono ambidue. Morì il povero e fu dagli Angeli portato nel seno di Abramo. Morì il ricco, e qual fu la sua sorte? Udiamola dalla bocca di Gesù medesimo : Morì il ricco o fu sepolto nell'inferno : Mortuus est dives, et sepultus est in inferno. E per quale colpa? Forse perché bestemmiatore ? Forse perché disonesto ? Forse perché ingiusto o ladro? Il Vangelo non dice altro, se non che quel ricco godevasi i suoi beni senza farne parte ai bisognosi : Induebatur purpura et bisso, et epulabatur quotidie splendide. Che altro dunque occorre per far., intendere che Iddio vuole ad ogni costo che il ricco faccia la carità, e si mostri misericordioso verso i poveri?

Forse alcuni di voi diranno : Queste cose sono molto gravi e spaventose. - Avete ragione, riprese D. Bosco, e a me rincresce di averle ricordate a voi, che forse non le meritate. Invece io le avrei ricordate ben più volentieri a certi signori e signore, che non si trovano qui, e i quali sprecano i danari nell'acquistare e nel mantenere più coppie di superbi cavalli, sopra cui potrebbero fare risparmi, senza nulla detrarre al proprio decoro; a certi signori e signore, che spendono e spandono il denaro in pranzi, in cene, in

abbigliamenti, in serate, in balli, in teatri e via dicendo, mentre con una vita più cristiana avrebbero potuto soccorrere a tante miserie, asciugare' tante lagrime, salvare tante anime. A costoro sì, che sarebbe necessario far risuonare alle orecchie le terribili parole di Gesù Cristo : T morto il ricco e fu sepolto nell'inferno : Mortuus est dives, et sepultus est in inferno. A voi invece io ricordo le belle promesse che fa Iddio a chi si mostra caritatevole, a chi fa buon uso dei suoi beni, a chi promuove e sostiene le opere di beneficenza. Date e vi sarà dato, dice il Signore Date et dabitur vobis. E che cosa vi darà ? Il centuplo in questo mondo e la vita eterna nell'altro: Centuplum accipietis, et vitam aeternam possidebitis.

Dopo di avere annunziata una speciale benedizione del Santo Padre agli intervenuti alla pia Conferenza ; dopo di aver segnalato il desiderio del Vicario di Gesù Cristo che i Cattolici si risveglino oggimai, e si sobbarchino anche a sacrifizi per sostenere le opere di religione e di carità, e per recare qualche riparo all' empietà e al mal costume, che irrompono da tutte parti; dopo di aver notato come parecchie istituzioni della città e archidiocesi di Genova sono in pericolo di perire per mancanza di mezzi, e lasciano in gravi angustie il cuore dello zelantissimo Arcivescovo, che non sa ormai più come mantenerle; D. Bosco terminò il suo dire con queste parole : Miei rispettabili uditori, Iddio col darvi beni di fortuna vi mette in mano una chiave : con questa voi potete o aprirvi il Cielo, oppure l'inferno. Aprirete voi le vostre cassette, i vostri scrigni, i vostri tesori per farne parte ai poverelli di Cristo? E voi con ciò stesso vi andate aprendo il Cielo. Li chiuderete invece per conservarli e per farne mal uso, senza darvi pensiero di chi soffre. di chi stenta la vita, di chi batte la via della perdizione ? Ebbene con questa chiave medesima voi vi chiuderete il Paradiso e vi aprirete l'inferno. Orsù dunque facciamo tesoro della raccomandazione del divin Redentore : Fatevi degli amici colle vostre ricchezze, affinché quando verrete a morire essi vi ricevano negli eterni tabernacoli : Facite vobis amicos de mammona iniquitatis; ut, cum defeceritis, recipiant vos in aeterna tabernacula.

Chiusura e riconoscenza.

Le parole di D. Bosco, che qui abbiamo solo abbozzate, produssero un ottimo effetto; e prova ne fu la limosina ottenuta. Imperocche' colle offerte raccolte in chiesa dai bravi membri della Gioventù Cattolica, e con quelle che varie persone caritatevoli vollero deporre nelle mani di D. Bosco medesimo, si ebbe la consolazione di far discendere la somma dei debiti da 75 a 70 mila lire, e si potè cominciare a dare un acconto ai panattiere, che da alcuni mesi ci somministrava il pane senza poter ricevere un soldo. D. Bosco fu molto soddisfatto di una tanta carità, e nutre fiducia di poter stabilire in Genova, come fece in vario altre città d'Italia e di Francia, alcuni Comitati di beneficenza, composti di zelanti Cooperatori e Cooperatrici, collo scopo di raccogliere la carità dei fedeli, a sollievo dei 300 ricoverati di questo Ospizio. Con un tal mezzo questo Istituto potrà forse riuscire a soddisfare ai suoi debiti passati, ed anche a tener fronte alle spese future per mantenere, calzare e vestire tanti poveri giovanetti della Liguria, salvandoli nel corpo e nell'anima, rendendoli buoni cristiani ed utili cittadini. Questo nobilissimo cómpito D. Bosco lo affida ai pii Genovesi, la cui generosità saprà mostrarsi pari alla loro ricchezza.

Disceso D. Bosco dal pergamo, i nostri musici cantarono il mottetto : Sit nomen Domini benedictum, del Teol. Giovanni Cagliero. Intanto Sua Eccellenza Revma Mons. Arcivescovo, vestito dei sacri paramenti e circondato da numeroso clero, si accostava all'altare per la esposizione e benedizione del SS. Sacramento. Il Tantum Ergo a 5 parti del medesimo autore riuscì un ben giocondo finale della sacra funzione. Nell'eseguirlo i musici dell'Ospizio di S. Vincenzo de' Paoli vollero imitare i musici dell' Oratorio di S. Francesco di Sales. Siccome questi nella festa di Maria Ausiliatrice sogliono cantare il detto Tantum Ergo divisi in due cori, l' uno sull' orchestra e l'altro intorno alla cupola del Santuario, così quelli !, praticarono per la prima volta in Genova intorno alla cupola della basilica di S. Siro. Fu quindi una dolce e commovente sorpresa per tutto il divoto popolo, allorché udì un coro di candide voci, che, ritraendo l'immagine di una schiera di Angeli ripeteva dall'alto Veneremur, veneremur cernui. In quel momento solenne ogni cuore sentissi intenerito, e su molti occhi spuntarono le lagrime.

Finita la sacra funzione il piissimo Arcivescovo ebbe l' alta degnazione di cercare di Don Bosco, fargli le sue congratulazioni, e con preziose parole animarlo alle sue imprese. Partita Sua Eccellenza, la sacristia di S. Siro venne come invasa dalla gente. Per circa un'ora fu un continuo andirivieni di persone, desiderose di vedere e parlare con D. Bosco, e soprattutto di rimettere nelle sue mani l'obolo della carità pei suoi giovanetti.

Queste singolari dimostrazioni erano ben degne della più cordiale riconoscenza e gratitudine. Quindi è che il sac. D. Domenico Belmonte, attuale Direttore dell'Ospizio, dando ai giovanetti relazione della felice riuscita della Conferenza, li invitò a ringraziarne il Signore e a pregare pei loro benefattori. Perciò al mattino del giorno seguente Don Bosco celebrò la Messa della Comunità, e i giovanetti, convenientemente preparati, fecero per le sue mani la santa Comunione, implorando le benedizioni dei Cielo sopra di coloro, che li avevano soccorsi e beneficati.

Noi speriamo che Iddio avrà ascoltata la preghiera della riconoscenza, e che versando le grazie più elette sopra i nostri benefattori li spronerà a continuare la loro carità a tanti poveri giovanetti di quest'Ospizio, affinché perfezionando la loro educazione morale e civile possano riuscire buoni cristiani, cittadini morigerati, la consolazione della Chiesa, il benessere della società.

NB. - Nell' atto di mettere il periodico in macchina, riceviamo notizie di due Conferenze tenute da Don Bosco in Camogli presso Genova ; l'una nella sera del 3 corrente, l'altra nel mattino dopo, nella bellissima chiesa parrocchiale. Nella prima si trattò del bisogno di raccogliere e di educare cristianamente la gioventù ; nella seconda, l' argomento fu la Chiesa e l'Ospizio del Sacro Cuore di Gesù in Roma. Non possiamo dirne di più, perché il tempo e il lavoro preme. Dio benedica e lo zelante clero e il divoto popolo di Camogli.

LA PATAGONIA e le Terre Australi del Continente Americano

CAPO IX. Punta Arena.

Fatta così una rapida corsa per tutta la Patagonia, fermiamoci un istante alla sua estrema punta meridionale. Quasi precisamente a mezzo dello stretto di Magellano, dove formano capo le cordigliere nella penisola del Brunswick, sorge l'unico paesello formato con case murate e abitato da gente incivilita. E lontano migliaia di chilometri da ogni altro paese. Si chiama Punta Arena. E situato in luogo fertile , piano e di temperatura relativamente dolce. Essendo come un' oasi in punta alla sterminatissima Patagonia, è pregio dell'opera darne qui la descrizione. La toglieremo in parte dal celebre Boncas navigatore e scrittore francese.

« Passato il capo Gregory, vedemmo sulla spiaggia alcuni fuochi da campo ed alcuni uomini a cavallo : erano Patagoni. Il capo Gregory è in fatti uno dei punti, in cui è più facile entrare in relazione con questi nomadi, e procurarsi, mediante alcune gallette di biscotto ed alcuni litri d'acqua vite, relazioni cogli indigeni. Poco dopo ancorammo a Punta Arena.

» E desso un villaggio costrutto all'Europea, raggruppato attorno ad una piccola Chiesa, la cui guglia elegante, quantunque modesta, sembra attraversare la cima degli alberi, che circondano il rustico stabilimento; il tintinnio religioso della campana che suonava l'angelus della sera , un armento che alcune pastorelle riconducevano a casa dai pascoli vicini, perfino i cespugli di citi è irto il terreno tra i tronchi maestosi della foresta, e la neve che copriva la campagna risvegliavano in noi quello memorie sì care della patria lontana.

» Questa città non ha, propriamente parlando, che una sola via pulita , sana e bene allineata , fiancheggiata da case vicine l'una dietro l'altra, sul davanti delle quali stendesi in tutta la lunghezza della via una galleria o varanda, per servirmi della parola Spagnuola. La Chiesa e la casa del governatore trovansi alla estremità, e fino ad ora sono i due soli monumenti del luogo. Rimpetto alla casa del governo è un fortino con palizzata, difeso da alcuni cannoni e provveduto d 'una caserma. Un fiume impetuoso scorre ai piedi del forte, bagna una bella pianura alberata, che distendesi dietro la città da un lato, mentre dall'altro stendesi una foresta sconfinata. Avevamo appena avuto il tempo di ammirare questo agreste paesaggio, quando il comandante della piccola colonia venne a darci il ben venuto, e ad invitarci a passare la serata in sua casa. Troppo fortunati d'incontrare in queste regioni selvaggie degli uomini, ai quali fosse possibile comunicare le nostre idee, ci guardammo bene di non accettare il cortese invito. La borgata trovavasi ad alcune centinaia di metri dal mare; vi si arriva per un sentiero largo e ben tracciato; ma l'oscurità della notte e la neve, che dava alla superficie del suolo una uniformità ingannatrice, non ci permisero di seguirlo senza alcuno di quegli accidenti, che sono pel viaggiatore la disperazione del momento e il piacere delle memorie ulteriori.

» Il comandante Chileno ci aveva preparato una serata cordialissima in compagnia della sua famiglia e del cappellano del luogo, la cui conversazione ci ha molto interessati. C'intrattenemmo di molte cose dell' Europa in prima, e poi dell'America, specialmente di questa parte dell'America, che il nostro ospite teneva sotto la sua direzione. Il soggiorno, diceva egli, non è dei più allegri, specialmente d'inverno ; le comunicazioni colle altre città sono ben rade, giacchè non hanno luogo che due volte all'anno. Le relazioni sociali sono più che due volte ristrette; bisogna limitarsi a quelle del Curato e di uno o due ufficiali. Il resto della popolazione, formante un totale di duecento cinquanta individui, è composto di soldati, di deportati e di alcuni avventurieri, che vivono in questo luogo provvisoriamente come potrebbero vivere altrove. Nessun commercio, pochi lavori agricoli, si sono dissodati alcuni piccoli angoli di terra, e si possiedono due o tre piccoli armenti. Del resto tranquillità perfetta.

» I Patagoni circonvicini sono brava gente, che forniscono le famiglie di carne di guanaco, di struzzo, di vigogna, in cambio di alcune manate di farina, di foglie di tabacco e di biscotto. Essi amerebbero anche alcune bottiglie di vino buono o cattivo, e meglio ancora di acquavite, ma questo genere di commercio è proibito dai regolamenti, ed impedito, del resto, dalla penuria quasi assoluta di questi liquidi. »

Il medesimo autore, dopo aver accennato brevemente alla storia di questo villaggio, nel quale il governo chiliano trasportò la colonia penitenziaria, che prima teneva a Porto Carestia, dove per una sanguinosa insurrezione fu ucciso il governatore e molti dei suoi, racconta di una visita fatta alle case del paese, le quali trovò miserrime e sproviste perfino di camini e di stufe. Egli afferma però che il freddo di quella regione non è così intenso come volgarmente si crede. Difatto la vegetazione vi fiorisce abbastanza rigogliosa, ed il terreno si mostra produttivo e fecondo, sebbene assai poco coltivato e in massima parte affatto abbandonato. Forse una buona mano di contadini potrebbe ricavarne copiosissimo frutto. Intanto però uno degli alimenti principali di quelle popolazioni pare consistere in carni di guanaco ed altri animali, che i selvaggi vengono ad offrire dopo le loro escursioni nel deserto. Fu poi curiosa la descrizione che ci fa di una piccola cavalcata di Patagoni, che giunsero a Punta Arena in quel tempo.

« Ci recammo al nostro bastimento, ed il giorno appresso, di buon mattino, ritornammo al villaggio per far provvista di alcuni viveri freschi, giacchè a quell'ora vi era qualche probabilità di veder arrivare i Patagoni col loro carico di cacciagione. Appena sbarcato, vidi infatti comparire una cavalcata indiana, composta di due uomini e tre donne. Montavano tutti dei piccoli cavalli, molto vivaci, con una pelle per sella; per morso e per briglia avevano una correggia di cuoio piegata come una fionda passata in bocca al cavallo, e tenuta per due capi nella mano del cavaliere. Uomini e donne erano coperti di una pelle di guanaco, con niente in capo, coi capelli sciolti, con un lazzo o laccio al braccio destro. Il lazzo è una lunga correggia, ad una delle cui estremità è attaccato un corpo pesante, come un sasso, o meglio un pezzo di ferro o di piombo, che, lanciato con forza, viene gettato sopra un alimale, e lo serra. Sia che l'animale voglia fuggire, sia che il cavaliere corra in senso contrario, il nodo si chiude e la vittima si trova presa. In questo modo i Patagoni si rendono padroni degli animali più agili, e più terribili. Tutte le pelli che sono fra mano dei coloni di Punta Arenaprovengono da animali presi in questo modo dagli Indiani.

» Ma. torniamo ai nostri cavalieri. Essi portavano stilla groppa dei cavalli dei pezzi di carne di guanaco e di vigogna. Io ne comprai un bel pezzo, ed invitai il venditore a portarmelo fino al mare. Da uomo educato , egli scese da cavallo e mi offrì la sua cavalcatura per fare quel piccolo tratto di strada. Accettai l'offerta, che in mancanza di parole gentili m'era fatta con gesti intelligibili e pieni di galanteria. Esaminando questo cavaliere diventato pedone, fui colpito da un fenomeno singolare, del quale cercava una spiegazione. Non mi sembrava più di avere a che fare collo stesso uomo; poiché un momento prima io aveva dinanzi a me quasi un gigante, ed ora mi trovava vicino un uomo di bella statura sì , ma che non poteva arrivare a più d' un metro e ottanta centimetri. La spiegazione non fu difficile , e si può applicare a tutti i sei o i sette Patagoni, che potei vedere seduti ed in piedi. Il tronco di questa gente sotto larghe spalle e membra solidamente impiantate è sviluppatissimo relativamente alle gambe, di modo che la loro statura sembra ben diversa, secondo che si vedono seduti od in piedi. »

Non lungi da Punta Arena sorgeva la Ciudad real de S. Felipe, costrutta dagli Spagnuoli nel 1581, poco dopo la scoperta dello stretto di Magellano. Questa regale città, senza dubbio, non si compose mai che di alcune case di legno o di creta e d'una palafitta. Non ebbe se non esistenza effimera, poiché misure improvvide non tardarono a lasciare la colonia nascente in preda agli orrori della fame ed alle aggressioni degli Indiani. La maggior parte dei coloni vi lasciarono la vita, gli altri cercarono salvezza dirigendosi verso al Rio della Plata. Tutto venne distrutto, e nel 1598 se ne cercarono invano le traccie.

Si ritentò altra volta di costrurre in questo medesimo luogo un altro paesello, ma ebbe una fine non meno spaventevole del precedente. In conseguenza di che quel porto conserva ancora adesso il nome di Porto Carestia, porto della fame. Solo riebbe un po' di rinomanza quando i capitani inglesi King e Fitz-Roy, ai quali si deve l'idrografia dello stretto di Magellano, vi stabilirono il loro Osservatorio; e poi anche per lo strano uffizio di posta che vi stabilirono, poiché alla loro partenza lasciarono una cassetta inchiodata ad un albero coll' iscrizione Post Office ( uffizio della posta). I bastimenti che dovevano passare per di là erano invitati a lasciarvi le loro lettere ed a prendere quelle dirette ai paesi, vicini alla loro destinazione. Questa specie di uffizio postale funzionò, finché, costrutto lo stabilimento dì Punta Arena, i viaggiatori ebbero comodità di impostare le loro lettere con maggior sicurezza.

Questi luoghi finora negletti ora attirano gli sguardi del Signore. Pare che per essi la sua misericordia voglia prendere posto assoluto sulla giustizia. Se i vari tentativi antichi non riuscirono, speriamo che abbiano da riuscire questi ultimi che si stanno ora tentando; e che quella croce, la quale sorge sulla guglia della Chiesetta di Punta Arena possa chiamare gli abitanti selvaggi delle prossime regioni alla conoscenza del vero Dio. Gesù che Sacramentato vive nascosto in quel tabernacolo, forse il più australe che esista nel globo, voglia muoversi a compassione di quei selvaggi. E Voi, Signore, aprite sempre più le braccia della vostra misericordia. Conducete in quel luogo i vostri Missionari , che attirino essi a sé la gioventù indigena, e possano da quel luogo portare la vostra legge, il fuoco del divino amore, la luce della verità nelle sterminate lande deserte di quell'estrema parte della Patagonia.

L'EDUCAZIONE DELL'OPERAIO PER MEZZO DELLA BUONA STAMPA

Il S. Padre Leone XIII, come vedemmo nell'ammirabile sua Enciclica all'Episcopato Italiano, confortando a « premunire con gran diligenza gli animi delle moltitudini, e ad avvalorarli con ogni mezzo di difesa, affinchè non venga loro rapito il più prezioso dei tesori, la fede cattolica », tra i mezzi che « col più vivo calore » suggerisce, raccomanda particolarmente il moltiplicare le società dei giovani e degli artisti e la diffusione della buona stampa, dandone le ragioni.

Quelle verità, che il Padre di tutti i Fedeli inculca, ricevono la loro riprova, terribile riprova, dall'operosità colla quale i tristi cercano con ogni mezzo d'impadronirsi della gioventù e dell'operaio. per trarli ne' lacci delle sétte, e servirsene ai loro disegni di distruzione, contro ogni idea religiosa e morale. La Civiltà Cattolica, che è senza dubbio il primo dei periodici italiani, encomiando il Giuseppino del Prof. Tito Armellini, letture dirette agli artigiani romani e dedicate a S. E. Revma Monsignor D. Domenico Iacobini, scriveva su quest'argomento

« L'operaio è il terrore e la speranza dell'odierna società. Se l'operaio verrà educato col principio del liberalismo, esso per logica necessità sarà socialista e comunista; e siccome è la classe la più numerosa, essendo in essa compresi tutti i non abbienti, per poco che quest'educazione s'universalizzi, il socialismo e comunismo dovrà essere necessariamente il termine al quale sarà condotta la società. Per la contraria ragione, so l'operaio sarà educato cattolicamente, e questa educazione si renda in qualche modo generale e stabile, il pericolo dell'uno e dell'altro disastro sarà certamente scongiurato. Or ecco uno dei principali obietti dello zelo cattolico.

« L'educazione cristiana dell'operaio, la quale perchè riesca al fine desiderato, è da promuovere con isforzi congiunti, e per via d'associazioni, come in più luoghi s'è incominciato a fare, e specialmente in Roma colla Primaria associazione di carità reciproca. » E, noi aggiungiamo l'Unione Cattolica Operaia di Torino, che conta 19 sezioni con oltre a 2300 soci.

Assai ci gode l'animo poi pensando clio il nostro Oratorio di Torino ed il suo Fondatore fin dal 1841 lavorano a questo fine, sia col raccogliere la gioventù abbandonata, sia con l'istituire officine , nelle quali dando pane e lavoro a poveri giovani, educa il loro cuore alle cristiane virtù, e sia finalmente diffondendo la buona stampa con libri riguardanti la gioventù; nonchè l'educazione dell'operaio.

Nel 1845, Don Bosco cominciò le così dette scuole serali, che per la loro grande utilità vennero ben presto attivate in più altri luoghi del nostro paese, ed oggi largamente promosse e sparse per tutta l'Italia; benefizio veramente insigne per gli operai elte le frequentavano, imperocchè senza di un tale provvedimento, dovendo essi tutto il giorno lavorare per guadagnarsi il vitto, sarebbero rimasti analfabeti per tutta la vita (V. Bollettino, anno III, N' 5, pag. 7).

Scrisse in seguito opere acconce alla loro istruzione, quale il Sistema Metrico decimale, le Storie Sacra, Ecclesiastica e d'Italia, e non bastando fondò le Letture Cattoliche, tra le quali pubblicò l'Artigiano secondo il Vangelo, la Forza della buona educazione, libro che rivela quanta fosse la cura e quanto ardente l'affetto, elce D. Bosco fin da quei tempi nutriva per questa classe sociale, libro che dovrebbe diffondersi grandemente fra la gioventù operaia, in un colla bellissima ed utilissima Vita di S. Giuseppe dello stesso autore.

Molti altri libretti pubblicammo in seguito, nonchè operette musicali, quali il Ciabattino contento del suo stato del Teol. Cagliero, Giovanni il Fabro del Maestro Giovanni De-Vecchi, canti che nobilitando il lavoro, rinforzano nell' operaio il sentimento della propria dignità nello stesso lavoro.

In questi ultimi anni, dietro suggerimento di un buon operaio delle officine della ferrovia di Torino, ripubblicammo la Vita di Gesù Cristo del Massini, in mancanza di una scritta appositamente perglioperai, dacchè, come scrisse altrove (Chiesa e Civiltà) il S. Padre Leone XIII, Gesù in quella che è divino e perfettissimo esemplare è insieme il più comprensivo, perchè si porge Maestro in tutte le condizioni della vita, ed essendo che la grande parte degli uomini si compone di poveri e di operai, che nel sudore della fronte hanno da stentare il pane, e giungono appena col lavoro a strapparlo scarso ed insufficiente a se ed alla famiglia, così tutto al caso di costoro Gesù nasce poveramente e poveramente conduce la vita all'officina paterna, attendendo ai modesti lavori del fabbro. Pubblicammo finalmente la vita del Fabbro di Nazaret, il più grande ed il più santo operaio, che mai sia stato in terra, quindi loro modello compito, giusto, perfetto. All'apparire di questo libro l' oculatissima Unità Cattolica, riconoscendone l'opportunità ed il merito, ne fece il così detto articolo di fondo seguente.

« Un libro quant'altro mai utile, e ai tempi che, corrono opportuno, è il Fabbro di Nazaret, testè uscito dalla Libreria Salesiana di Torino, e scritto da quell'uomo così giustamente celebre per le sue ope= rette popolari , che si è il signor Francesco Martinengo, prete della Missione. Ora che la così detta questione operaia si presenta in tutta la formidabile sua importanza, e a risolverla si ammonticchiano sistemi sopra sistemi da coloro , che vorrebbero salvare la società dallo sfacelo coi soli mezzi civili, è opera di somma prudenza e di nobilissima carità additare quell'unica via, che a tal meta abbiamo, quanto sicura, altrettanto facile e piana.

« E il Martinengo lo sa fare con tal garbo, che, letto il suo aureo libro, è giuoco forza anche ai libertini il conchiudere : - Ha ragione ! - Il valoroso scrittore prese le mosse dall'impulso dato dall'immortale Pio IX, allorquando con quella sapienza di opportunità , che era dote incontrastata di quel gran Papa, proclamava S. Giuseppe patrono della Chiesa universale ; e con molta ragione pensò che, se la società tanto si allontana dal socialismo quanto si accosta alla religione, tanto più efficace è ora il ritorno alla religione, quanto più si fa per mezzo del Patrono della Chiesa , del modello vero degli operai, S. Giuseppe sposo castissimo di Maria Vergine.

« Egli pertanto narra in istile chiaro e semplice e con lingua pura ed elegante la storia del Fabbro di Nazaret, modello degli operai; descrivendo in un modo popolare ed attraente ad un tempo le vicende meste, fortunose e liete di quella vita sempre santa, passata nell'oscurità di una bottega, tra le pene ed i pericoli di viaggi e di fughe, compagno fedele, aiuto e difesa al Figliuol di Dio fatto uomo ed alla divina sua Madre. Il dotto scrittore ha scoperto inesauribili tesori in questa vita così ammirabile, piena di tanti pratici insegnamenti; e colla scorta della critica più severa, al lume della teologia, sceverando dalle incerte tradizioni i fatti sicuri, ha dichiarato con tanta verità quel poco, che del Padre putativo di Gesù ci lasciò il Vangelo, che il lettore segue con crescente desiderio lo svolgersi di tutta la tela, si trova col santo Fabbro nella sua botteguccia , lo accompagna ne' suoi viaggi, lo compiange ne'suoi dolori, si rallegra nei suoi gaudi, e, quel che è meglio e che nessun libro profano può operare, si sente umiliato dinanzi a tanta grandezza, confuso in faccia a tanta santità, e prova il bisogno di emendarsi e di migliorare.

« Nè si creda che il Martinengo ci abbia dato puramente una vita di un santo; egli, ben conoscendo qual sia l'invalso gusto e quanto convenga concedere all'umana debolezza, ha saputo bellamente alla storia del Fabbro di Nazaret intrecciare tutta la storia di un villaggio salvato dalla divozione a S. Giuseppe; e in guisa così naturale , che si direbbe l'istruttivo intreccio venire da sè. Ed è su questo traliccio ch'egli seppe ricamare una quantità grande di quelle questioni che ora si agitano; cosicchè vi trovano il loro posto certi stabilimenti industriali, le scuole atee, le società operaie, la massoneria, i libri cattivi, le Confraternite, gli Ordini religiosi, le dimostrazioni popolari, l'osservanza della Domenica, le sepolture civili, il danaro di S. Pietro, ecc.

« Come tutto ciò entri nel racconto è a leggersi; vi è molto da imparare ; le obbiezioni più comuni vi trovano risposte convincenti e perentorie; ci si diverte assai e vi si ha istruzione abbondante e nobile edificazione. La sua importanza ci ha persuasi oggi di lasciare al prezioso libro questo luogo che sogliamo riserbare alla politica, perchè, come si è detto, è necessario conchiudere che la politica più prudente, è oggimai rendere famigliare la vita di S. Giuseppe e mostrare agli operai il vero modello nel loro Fabbro di Nazaret ! »

Fin qui il benemerito giornale Torinese.

Incoraggiati dal passato, ancor più animati oggi dalla maggior necessità e dalla parola del Santo Padre , noi continueremo con la buona stampa a promuovere l'educazione dell'operaio. A tal uopo adunque a quanti amano la cattolica religione, ed il vero progresso di questa classe della civil società, noi presentiamo una raccoltina di libri, scelta tra i molti già pubblicati, legati in modo grazioso ed uniforme, che si presenti siccome una bibliotechina educativa della niente e del cuore dell'operaio. Affinchè poi dall'alto sia benedetta e prosperata, e col suo nome esprima ciò che noi intendiamo che essa sia, l'intitoleremo Biblioteca Giuseppina Circolante, nome che ci pare esprimere l'intendimento nostro, il qual si è, col soccorso di S. Giuseppe, custode e patrono delle genti cristiane, per mezzo di buoni libri messi in circolazione, spingere per la via del ben inteso progresso la classe operaia, che di educazione religiosa, morale e civile tanto abbisogna.

Pei libri di questa Biblioteca vedi la copertina del presente Bollettino.

INDULGENZE SPECIALI pei Cooperatori Salesiani.

Per concessione pontificia, in data del 9 di maggio 1876, ogni Cooperatore ed ogni Cooperatrice può guadagnare tutte le Indulgenze dei Terziarii di S. Francesco di Assisi, tanto plenarie, quanto parziali.

Fra le altre può acquistare Indulgenza plenaria una volta al giorno, da applicarsi alle anime del Purgatorio, recitando la terza parte del Rosario di Maria Vergine avanti al SS. Sacramento, e non potendo avanti al divin Sacramento, recitandola innanzi al Crocefisso.

Indulgenza plenaria ogni volta che si accosta alla santa Comunione.

Può altresì lucrare moltissime Indulgenze nel corso del giorno , mediante la recita di sei Pater, Ave e Gloria, secondo la mente del Sommo Pontefice. E queste indulgenze , applicabili alle anime purganti , le può acquistare toties quoties, ossia tutte le volte che recita i suddetti Pater, Ave e Gloria in qualunque luogo, senza bisogno di Confessione e Comunione, purchè sia in grazia di Dio.

Oltre a queste, un' altra Plenaria ne può guadagnare ogni Domenica, e nei giorni qui sotto notati, purchè confessato negli otto giorni, e comunicato visiti una qualche Chiesa o pubblico Oratorio, pregandovi secondo la mente del Sommo Pontefice.

Mese di Maggio.

I. Santi apostoli Filippo e Giacomo.

6. S. Giovanni apostolo avanti la Porta Latina. 17. S. Pasquale Baylon.

18. Ascensione di N. S. G. Cristo. 20. S. Bernardino da Siena.

24. Festa di Maria SS. Ausiliatrice. Indulgenza plenaria visitando il suo Santuario in Torino. 28. Solennità di Pentecoste.