ANNO III. - N. 4.   Esce una volta al mese   APRILE 1879.

BOLLETTINO SALESIANO

Direzione nell'Oratorio Salesiano. - Via Cottolengo, N. 32, TORINO

SOMMARIO - Nuova corona di grazie sul capo di Maria Ausiliatrice - Formola di benedizione in onore di Maria Ausiliatrice - I Salesiani di Spezia nel giorno anniversario dell'elezione di S. S. Leone XIII - La seconda Conferenza dei Cooperatori Salesiani di Roma - Il Giubileo - Storia dell'Oratorio di S. Francesco di Sales - Nuova grazia ottenuta ad intercessione di Pio IX - La nuova Parrocchia di Ramallo - Domanda di una nuova Missione - Che n'è della piccola Lotteria -Correzioni d'indirizzo - Il Martirio d' un Cristiano - Bibliografia Salesiana - Indulgenze speciali pei Cooperatori.

NUOVA CORONA DI GRAZIE SUL CAPO DI MARIA AUSILIATRICE.

Da qualche tempo in qua più non riferiamo nel nostro Bollettino alcuna grazia o benefizio ottenuto per intercessione di Maria SS. Ausiliatrice. Causa di siffatta ommissione non è già che ci manchino relazioni di favori da questa pietosa Madre impartiti a' suoi figli, ché anzi ne avremmo avute a dovizia per ogni mese. La cagione invece si fu che ne stiamo ordinando insieme una bella serie per pubblicarlo in apposito fascicolo delle nostre Letture Cattoliche. Questa nuova raccolta vedrà tra non molto la luce. Ella sarà quale una corona di grazie, corona gratiarum, che andremo lieti di riporre sul capo augusto della gran Madre di Dio nel mese di Maggio a Lei consacrato. Così mentre potremo offrire un figliale attestato di gratitudine e di amore a questa celeste nostra Benefattrice, ci sarà pur dato di provocare con vie maggiore efficacia i fedeli cristiani a collocare in Lei ogni loro fiducia, ed invocarne nelle proprie necessità l'aiuto possente.

Intanto crediamo utile aggiungere qui in proposito alcune parole, a fine di preparare la via all'annunziata pubblicazione di nuove grazie e favori di Maria, Aiuto dei Cristiani.

E qui giova a sapersi che tempo fa taluno ha mostrato di credere che il Concilio di Trento nella Sessione XXV , e nel Decreto sulla invocazione dei Santi , stabilisca che i nuovi miracoli, come sarebbero quelli che si narrano ottenuti per intercessione di Maria Ausiliatrice, ancorché stampati col Nihil obstat di una Curia Arcivescovile e colla solita dichiarazione secondo la mente di Urbano VIII, non hanno alcun titolo ad essere creduti, se prima non sono stati rigorosamente esaminati ed approvati dalla Sede Apostolica o dal Vescovo del luogo, dove si dicono avvenuti ; anzi aggiunse che, senza di questo rigoroso esame e solenne approvazione, a siffatti miracoli non si può neppure prestare una fede meramente umana.

Non volendo entrare in polemica, ci limitiamo a rispondere semplicemente che il Concilio di Trento nel passo citato non tratta di ogni specie di miracoli, ma di quelli soltanto che si attribuiscono ai Servi di Dio non ancora beatificati o canonizzati. Di tanto ci assicura il Papa Benedetto XIV con queste precise parole : Textus Concilii loquitur de miraculis Sanctorum, qui tantum pie in Domino mortui sunt, necdum vero a Sancta Sede beatificati aut canonizati (1).

Quindi il Concilio non proibisce per nulla la pubblicazione di miracoli non ancora rigorosamente esaminati ed approvati dalla Sede Apostolica o dal Vescovo del luogo, quando questi miracoli diconsi avvenuti per intercessione di Maria Santissima, la quale è certamente beatificata e canonizzata. Quindi ancora non ne risulta punto che simili miracoli non abbiano alcun titolo ad essere creduti.

Anzi, il pretendere che ad un miracolo non stato ancora riconosciuto ed autenticato dalla Chiesa, non si possa prestare nè anco una fede meramente umana, è un voler far contro all'opinione ed alla pratica dei più pii e santi scrittori. Che direbbe, tra gli altri, un sant' Alfonso Dottore della Chiesa, il quale nelle sue opere ascetiche, soprattutto nelle Glorie di Maria, ha inseriti tanti fatti miracolosi, che non erano, nè furono nè saranno mai rigorosamente esaminati, nè approvati dalla Sede Apostolica? Li avrà forse pubblicati perché non siano creduti in modo veruno ? - E poi chi non sa che la fede meramente umana la si può prestare a qualsiasi fatto naturale o soprannaturale, quando è accompagnato da sufficienti motivi di credibilità? Anzi, chi non sa che talora non gli si potrebbe negare questa fede, senza far torto alla sana logica e allo stesso buon senso ? Vedo per es., o sento a narrarmi da onesta persona ed oculata che un cieco riebbe la vista dopo una preghiera fatta alla Beatissima Vergine, o per una benedizione ricevuta in nome di Lei. Avrò io forse bisogno di aspettare la conferma di un'autorità per credere che è succeduto un tal fatto? E se lo credo prima che la Chiesa lo abbia rigorosamente esaminato ed approvato, commetterò io forse un peccato? Così taluno pretenderebbe. Ma allora che cosa serviranno ancora i miracoli per la conversione degli infedeli e degli ebrei, che non ammettono l'autorità della Chiesa? - Di più: come si fa a comprimere l'assenso dell'intelletto all'esistenza o all'avvenimento di un fatto, che ci si presenta con tali circostanze e ragioni che umanamente lo convincono ? Finchè si dice che non gli si deve prestare una fede divina, come se venisse accertato da Dio stesso o da un'autorità infallibile, noi ne conveniamo senza più; ma se si vuole imporre di non tenerlo vero per niun conto, nè di prestargli fede neppure umana, in questo caso rispondiamo che si pretende una cosa illogica e contro natura, e perciò impossibile.

A fine di non prendere abbaglio in siffatta materia, è d' uopo distinguere l' attestazione autentica di un miracolo dalla persuasione privata; quella deve essere rivestita di certi caratteri e formalità determinate dalle leggi; questa si contenta dei segni ordinarii più o meno certi, e secondo questi regola il suo giudizio. Del resto basta per ogni risposta il ricordare la saviezza del Decreto di Urbano VIII in data del 13 marzo 1625, il quale in riguardo alle rivelazioni e miracoli, ed altri benefizi stati divolgati colle stampe senza la richiesta ricognizione ed approvazione, vuole bensì che non possano servire di prova per la beatificazione o canonizzazione di un Servo di Dio ; ma non nega loro la relativa probabilità e credibilità, nè tanto meno insegna che non si possa loro prestare una fede meramente umana (1).

Ogni fedel cristiano deve seguire nella sua condotta la vera dottrina della Chiesa, spiegataci dai Romani Pontefici. Ora secondo questi le narrazioni di grazie e miracoli che si attribuiscono all'intercessione dei Santi già canonizzati, soprattutto della Madre di Dio, purchè nulla contengano contro alla fede ed ai costumi , non sono punto riprovevoli, e perciò colla licenza di qualsiasi Curia Vescovile si possono lecitamente non solo, ma lodevolmente stampare. Infatti di simili pubblicazioni col Nihil obstat delle rispettive Curie ne furono già fatte parecchie e nell'Archidiocesi di Torino e in quella di Genova (2). Che poi siffatte grazie e miracoli abbiano titoli ad essere creduti, si fa manifesto dal gran numero e dall'onestà e probità delle persone che li riferiscono , non che dai lunghi viaggi e dai grandi sacrifizi, che i beneficati fanno per attestare la loro riconoscenza e gratitudine alla celeste loro Benefattrice. E su ciò basti per ora.

Intanto raccomandiamo ai Cooperatori e Cooperatrici la lettura e la diffusione dell'annunziato libretto e di qualunque altro che tratti della Vergine. Oh! si, specialmente nel prossimo mese di Maggio procuriamo di amare ed onorare Maria come meglio ci è dato ; anzi adoperiamoci a farla amare ed onorare dagli altri ancora, animandoli colle belle parole che la Santa Chiesa mette in sul labbro di questa Augusta Regina del cielo : Qui' elucidant me, vitam aeternam habebunt : Quelli, che mi onorano, avranno la vita eterna (1).

(1) De Servorum Dei beatif. et canoniz. lib. 2, cap. 1.

(1) Revelationes et miracula aliaque beneficia supradieta, quae in libris hominum vitam et gesta continentibus hactenus sine recognitione atque approbatione huiusmodi impressa sunt , nullomodo approbata censeri vult, mandatque Sua Sanctitas.

(2) Vedi Maraviglie della Madre di Dio invocata sotto il titolo di Maria Ausiliatrice, raccolte dal Sacerdote Giovanni Bosco, Torino, Tip. Salesiana, 1868. - Maria Ausiliatrice col racconto di alcune grazie ottenute nel primo settennio dalla Consacrazione della Chiesa a Lei dedicata in Torino ; per cura del Sac. Giovanni Bosco, Tip. Salesiana, 1875. - La Nuvoletta del Carmelo, ossia la divozione a Maria Ausiliatrice premiata di nuove grazie; per cura del Sac. Giovanni Bosco, Sampierdarena, Tip. di S. Vincenzo de' Paoli, 1877.

 (1) Avvertiamo i Cooperatori e Cooperatrici di Torino che nel Santuario di Maria Ausiliatrice si comincia il suo Mese il 23 del corrente per chiuderlo colla festa solenne del 24 maggio. Nei giorni feriali circa le ore 7 112 di sera avrà luogo il canto di una lode, un breve discorso e la Benedizione col SS. Sacramento. Nei giorni festivi le sacre funzioni della sera cominciano alle 3 1/2.

- In quasi tutte le parrocchie cattoliche si suole celebrare il mese di Maggio con qualche divota pratica in onore di Maria. Raccomandiamo ai Cooperatori e Cooperatrici che potendo vi prendano parte; altrimenti preparino in casa loro un piccolo altarino od immagine della SS. Vergine, e vi recitino ogni giorno qualche preghiera insieme colla propria famiglia.

FORMOLA DI BENEDIZIONE in onore
DI MARIA AUSILIATRICE

La Santa Chiesa , che nel corso di due lustri aveva già in più guise favorito di speciali privilegi la Chiesa di Maria Aiuto dei Cristiani eretta in Torino, ed arricchiti di spirituali tesori i suoi divoti, diede loro ultimamente una novella prova di sua benignità. Ella pertanto accogliendo una domanda di Don Bosco si degnò di autenticare col sigillo di sua alta approvazione una formola di benedizione da lui presentata da usarsi ad onore ed invocazione di Maria Ausiliatrice. Ecco l' accennata formola colla sua autorevole approvazione

(Il Sacerdote vestito di cotta e stola dice)

Adiutorium nostrum in nomine Domini. Qui fecit coelum et terram. Ave Maria etc

Sub tuum praesidium confugimus, Sancta Dei Genitrix, nostras deprecationes ne despicias in necessitatibus nostris; sed a periculis cunctis libera nos semper, Virgo gloriosa et benedicta.

Maria, Auxilium Christianorum.

Ora pro nobis.

Domine, exaudi orationem meam. Et clamor meus ad te veniat. Dominus vobiscum. Et cum spiritu tuo.

OREMUS.

Omnipotens, sempiterne Deus, qui gloriosae Virginis matris Mariae corpus et animam, ut dignum Filii tui habitaculum effici mereretur, Spiritu Sancto cooperante, praeparasti ; da, ut cuius commemoratione laetamur eius pia intercessione ab instantibus malis et a morte perpetua liberemur. Per eundem Christum Dominum Nostrum.

Amen.

(E asperge la persona con acqua benedetta).

APPROVAZIONE.

La Sacra Congregazione dei Riti, usando delle facoltà a lei in modo speciale concesse dal Santissimo Signor Nostro Leone XIII, assecondando le vive preghiere del Rev. Sac. Giovanni Bosco Rettore della Chiesa e dell'Associazione della Beata Vergine Maria sotto il titolo di Aiuto dei Cristiani eretta nella città di Torino, approvò la soprascritta formola di Benedizione da essa riveduta, e benignamente la concedette in uso della Chiesa e del Sodalizio predetto. Non ostante qualunque cosa in contrario.

Roma 18 Maggio 1878.

FR. TOM. Ma CARDINAL MARTINELLI Prefetto della S. Congr. dei Riti.

PLACID. RALLI Segret.

I SALESIANI DI SPEZIA
nel giorno anniversario dell'elezione di S. S. Leone XIII.

Non sarà discaro ai nostri Cooperatori e Cooperatrici conoscere una novella prova di amore e di affezione del Sommo Pontefice verso i nostri Confratelli di Spezia.

Memori essi della generosa carità del S. Padre, mediante la quale possono vivere e lavorare , il giorno 20 Febbraio primo Anniversario dell' Elezione di Leone XIII , mandarono i loro sinceri auguri di felicità e cordiali voti di lunghissima vita, pregandolo ad un tempo dell' apostolica benedizione per loro, pei Cooperatori ed alunni. Tornò gratissima al S. Padre questa dimostrazione di amore e di riconoscenza, onde quasi subito giungeva in suo nome al Direttore di quella Casa il seguente dispaccio telegrafico

« Sua Santità vivamente grata alla dimostrazione di figliale affetto dei Salesiani, Cooperatori ed allievi di Spezia, comparte di cuore ad essi tutti l' apostolica benedizione.

L. Card. NINA. »

LA SECONDA CONFERENZA
dei Cooperatori Salesiani di Roma.

Il 18 del trascorso mese, trovandosi D. Bosco in Roma, si tenne nella ricca e splendida Cappella delle Nobili Oblate di Tor de' Specchi la seconda Conferenza dei Cooperatori e delle Cooperatrici dell'alma città. Dietro invito di D. Bosco si raccolse verso le ore 4 pom. di detto giorno una scelta di persone, non avresti saputo se più illustri per lignaggio o per iscienza e virtù. Fra tutti spiccava la persona dell' Eminentissimo Cardinale Vicario di Sua Santità, che quale Cooperatore Salesiano si degnò ancor egli di prendere parte, anzi di presiedere alla pia adunanza. Le si diede principio col leggere un tratto di vita del celeste nostro Patrono S. Francesco di Sales. Le Nobili Figlie di santa Francesca Romana con angelica voce rallegrarono poscia l'animo dei divoti, cantando due mottetti maestrevolmente eseguiti, l'uno in onore del SS. Sacramento, l'altro della santa loro Madre e Fondatrice.

Ciò fatto, D. Bosco salì sopra apposita tribuna, e tenne per circa mezz'ora pendente dal suo labbro il ragguardevole uditorio, esponendo quanto coll'aiuto di Dio e col sussidio dei Caritatevoli Cooperatori la Congregazione Salesiana aveva fatto nel corso dell'anno a vantaggio specialmente dei giovanetti più poveri ed abbandonati. Più di venti novelle Case si sono aperte tra Italia, Francia ed America, che aggiunte alle precedenti formano il bel numero di oltre ad ottanta, nelle quali ricevono la cristiana educazione circa quaranta mila giovani. Ventiquattro persone , cioè quattordici Salesiani, e dieci Suore di Maria Ausiliatrice furono inviate nell'America del Sud, dove nei nostri Collegi ed Ospizi si trovano già parecchi figli d'indigeni , cui tarda il momento di potersi consacrare alla salute dei Pampas e dei Patagoni. Mediante l' opera loro si ha ogni motivo a sperare che si avverino le parole uscite dalla bocca del grande Pio IX quando consigliò le Missioni Salesiane in America : Bisogna convertire i genitori per mezzo dei figli. - Venendo a dire degli istituti d'Italia, parlò specialmente di quelli stati aperti nei siti più minacciati dalla eresia protestante. E qui con vera compiacenza di tutti si fermò a dire delle Scuole Salesiane diurne e serali attivate nella città di Spezia per la liberalità dell'immortale Pio IX , e continuate dalla carità del suo degno successore Leone XIII, che le sussidia di un mensile assegno. Consolanti ne furono già i frutti fin qui raccolti. Gli alunni che le frequentano sono più centinaia, strappati per tal guisa dalle scuole dei vicini eretici. - Passando poscia a rispondere a quelli, che ripetutamente gli domandavano perché non aprisse pur anche in Roma una casa d'arti e mestieri, disse che a molti dei poveri giovanetti di Roma e dei suoi dintorni si era finora provveduto coll' inviarli nella casa di Torino od in altri Ospizi, in cui presentemente se ne trova un centinaio; che tuttavia egli desiderava quanto altri mai di aprire un simile instituto anche in Roma, e coll' aiuto di Dio e dei benevoli Cooperatori e Cooperatrici sperava che ciò si sarebbe tra non molto effettuato. « Voi sapete , egli conchiuse, voi sapete, -o benemeriti Signori, dove vada a finire la vostra carità. Perciò io vi prego a volermi continuare il vostro appoggio materiale e morale , promettendovene l' imperitura gratitudine dei giovanetti da voi beneficati. »

Disceso D. Bosco dalla tribuna, vi montò l'Eminentissimo Cardinale Vicario ,. il quale mise il suggello alle parole di D. Bosco con un discorso, quale uscire non poteva che dalla bocca eloquente di un personaggio, che tiene nella Chiesa un sì alto posto , e ardente di zelo per la salute delle anime.

« Di buon grado, prese a dire Sua Eminenza, di buon grado io colgo questa propizia occasione per raccomandarvi, o Cooperatori e Cooperatrici di Roma, elle vi dimostriate nella carità e beneficenza figli non degeneri dai padri vostri. Sì, siate caritatevoli , e gli effetti della carità vostra provinsi specialmente in Roma, che ne sente bisogno oggi più che mai. Roma ha sempre esercitato al più alto grado la beneficenza, prendendone esempio dai Pontefici, a cui Dio l'ha affidata. Chi difatto potrebbe tutti enumerare i monumenti di carità che i nostri antenati ci lasciarono sino a questi ultimi tempi ? Ospedali, Ospizi, Orfanotrofi, Collegi sono come seminati in questa città dalla mano benefica dei Papi , e sostenuti dalla carità dei Romani.

« Ma disgraziatamente per le cagioni, che voi non ignorate , queste opere, che ai Padri nostri tanto costarono, furono in gran parte o rovinate o corrotte, sicché più non corrispondono al loro scopo. I pochi asili di carità, che ancora rimangono saldi,, non sono più sufficienti al bisogno e pel moltiplicare della popolazione, e perché stremati di mezzi di sussistenza. Di qui turbe di poveri giovinetti od orfani od abbandonati correre la via del disonore e della perdizione. Io non esagero se vi dico che giorno non passa senza che mi giunga una o più domande, una o più suppliche perché io provveda ora ad un ragazzo, ora ad una fanciulla pericolante ; e con indicibile dolore dell'animo mio non sempre mi viene dato di poterlo fare, per non sapere ove collocarli senza rischio dell'anima. E d'uopo pertanto, o degni Cooperatori , che inspirandovi alla carità ed allo zelo di S. Francesco di Sales , vi adoperiate secondo le vostro forze a sostenere le buone instituzioni di carità rimaste intatte in questa nostra città amata; è d'uopo altresì che vi adoperiate ad impiantarne delle altre reclamate dai moltiplicati bisogni. Sarebbe per Roma una benedizione un novello instituto, avente per iscopo di raccogliere i giovanetti più derelitti ed esposti ai pericoli, d'istruirli, educarli cristianamente, e nel tempo stesso di fare ad essi imparare un'arte o mestiere, onde sapessero un giorno a guadagnarsi un pane onorato. Io ve lo raccomando con tutta l'effusione del cuore. Ma affinché la mia raccomandazione vi riesca più efficace mi servirò delle parole stesse dello Spirito Santo.

« Al capo cinquantesimo ottavo delle profezie di Isaia si legge, che gli Ebrei trovandosi in gravi angustie si affliggevano , digiunavano , facevano preghiere per placare l' ira di Dio, ma ciò nulla di meno questa continuava a pesare sopra di loro. Taluni non sapevano come spiegare un tal fatto, ne mormoravano , e se la prendevano pur anche contro Dio stesso. Allora fu che il profeta Isaia dal cielo inspirato diede loro la ragione perchè il Signore non li esaudiva, ed aggiunse quello che far dovevano , affinché le loro penitenze ed orazioni gli tornassero accette. Udite le divine parole : « Frange esurienti panem tuum, et egenos vagosque indur in domum tuam : cum videris nudum , operi cum : et carnem tuam ne despexeris : Rompi il tuo pane al famelico, e i bisognosi ed erranti porta in casa tua : vedendo un nudo , coprilo ; e non avere in dispregio la tua carne. » Ricaviamo da questi detti, o Romani, un ammaestramento per noi.

« Da qualche tempo ancor noi ci troviamo nella tribolazione ; preghiamo di esserne francati e non siamo esauditi ; facciamo anche penitenza e non giova. Vero è che taluni anche in questa città si diportano ben altrimenti ; e lungi dall' affliggersi cercano di sollazzarsi contro ogni regola di onestà ; frequentano teatri, cui non si può assistere senza peccato ; prendono parte a balli, che si prolungano insino al levar del sole. Gente siffatta tra voi non si trova di certo ; ma vi accenno questo disordine, perché occorrendo ne parliate con quei cotali, dando loro un buon consiglio. Voi invece io suppongo buoni Cattolici ; suppongo che addolorati dei mali, che ci opprimono, preghiate e vi mortifichiate perchè abbiano fine. Or bene , vogliamo essere ascoltati ? vogliamo che cessino le nostre sventure ? Mettiamo in pratica il Comando Frange esurienti panem tuum : rompiamo agli affamati il nostro pane. Osservate, riflette qui sant' Agostino, come Iddio non dice solamente porgi il tuo pane all'affamato, ma rompilo ; e ciò per farci intendere che quantunque non abbiamo che un pane solo, tuttavia non dobbiamo esimerci dal fare la carità ai poverelli, ma romperlo a mezzo per dividerlo con loro. Aggiunge l'inspirato profeta : Et egenos vagosque induc in domum tuam; secondo le quali parole, se noi per istrada c'incontriamo in poveri vagabondi perché senza tetto ed abbandonati, dobbiamo raccoglierli e portarceli a casa, dando loro il necessario ricovero. Ancora:

Cum videris nudum, operi eum ; se vedi un pezzente che trema dal freddo perché mal riparato e privo di abiti , tu coprilo colle tue vesti. Ove poi non potessi altrimenti provvedernelo, e tu modera quel lusso, lascia quelle gale, tronca quelle inutili spese, cose tutte che presso Dio non gioveranno che a farti condannare. Finalmente dice il profeta : Et carnem tuam ne despexeris, e non disprezzare la tua carne , vale a dire il tuo simile , il tuo prossimo. Ecco , o Romani , quello che far dobbiamo. E badate che se queste cose voleva Iddio che si praticassero nella legge del timore , quanto più le vorrà egli osservate nella legge d'amore e di grazia?

« Or qui taluni potrebbero domandare : Come potremo noi adempire siffatto precetto ? dovremo fare delle nostre case altrettanti ospizi di carità? - Cooperatori e Cooperatrici, coll'opera vostra sostenete gli instituti di beneficenza già fondati dalla liberalità dei nostri padri ; date mano eziandio all'impianto di un Ospizio pei derelitti e bisognosi, e voi soddisfarete al divino Comandamento della carità verso il prossimo. Imperocchè in quelli ed in questo asilo molti poveri fanciulli saranno per mezzo vostro provveduti di vitto e vestito ; verranno tolti dalle piazze, ove si raggirano consumando la vita nell' ozio e nel vizio , e colla necessaria istruzione che loro s'impartirà, coll'arte o mestiere che loro sarà fatto imparare, saranno rimessi sulla via dell'onore e della salute , ridonati alla Religione e alla Società.

« Le opere di carità, che non cesserei d'inculcarvi , sono altamente reclamate dalle gravi circostanze , in cui versa presentemente la città di Roma. E qui mi viene in acconcio un fatto che si legge nella vita di san Silvestro papa. Questo insigne Pontefice fece ricercare e prendere nota di tutti i poveri della città, orfani ed orfane e miserabili di ogni genere, e dispose che fossero alimentati e provveduti di quanto abbisognasse alla vita. Dando poscia la ragione di tanta sollecitudine sua diceva : « Così dobbiam fare , affinché questi poverelli non abbiano a domandare la carità agli stranieri, i quali mentre sollevano il corpo, strozzano l'anima. » Parole ed esempio degno di essere ora più che in ogni altro tempo ricordato ed imitato. Imperocchè da qualche tempo in questa città dei Papi si sono installati gli stranieri , vale a dire i Protestanti. Questi nemici della fede di Gesù Cristo non solo hanno qui edificati templi ed aperte scuole alla menzogna , ma fabbricati Ospizi di carità , e adoprano ogni arte per fare proseliti specialmente tra il basso popolo e tra la inesperta e povera gioventù. Per questo modo cotesti stranieri mentre sollevano i corpi, strozzano le anime. Quindi avviene che le presenti e le future generazioni sono minacciate di eresia nel centro stesso del Cattolicismo , ai piedi della stessa Cattedra della verità. Or qual verace Romano non sentirassi scuotere ogni fibra del cuore a tanto pericolo ?

« Io non aggiungo di più, e conchiudendo assicuro che quanto voi farete a pro delle anime in questa città, sarà sommamente gradito all'Augusto Pontefice che ci regge e governa ; sarà soprattutto accetto al Signore, il quale vedendo le vostre penitenze e preghiere congiunte in bell'accordo colle opere di carità, vi solleverà nelle tribolazioni pubbliche e private, spanderà sopra di voi le sue benedizioni, vi aprirà i tesori di sue divine misericordie. »

Esposto infine il SS. Sacramento, e dalle medesime cantatrici eseguito magnificamente il Tantum Ergo in musica, la Eminenza Sua col Venerabile impartiva agli astanti la trina Benedizione.

Noi andiamo debitori a Dio del favore che ci prestano i Cooperatori e Cooperatrici di Roma, e a Lui ne rendiamo le più vive grazie. Ringraziamo altresì dal fondo del cuore la caritatevole ed egregia Signora Luigia Canonici Madre Presidente della Eccellentissima Casa di Tor de' Specchi di quanto ha fatto e va facendo a benefizio

della nostra Congregazione ; ma soprattutto tributiamo i dovuti ringraziamenti all' Eminentissimo Sig. Cardinale Vicario Monaco La Valletta, il quale colle parole e col fatto ci si mostrò sempre qual padre amorosissimo. Il Cielo lo conforti' dei suoi favori, e insieme col Santissimo Padre a lungo lo conservi a vantaggio di Roma e di tutta la Chiesa.

N. B. Dovremmo pur fare cenno della prima Conferenza tenuta in Lucca il 26 dello scorso febbraio ; ma per mancanza di spazio ci vediamo costretti a tramandarlo al prossimo N .

IL GIUBILEO.

I Cooperatori e Cooperatrici già sapranno come il Santo Padre Leone XIII, in data del 15 febbraio, nell'occasione del primo anniversario di sua esaltazione alla Cattedra di S. Pietro, elargì e pubblicò per tutta la Chiesa Cattolica un Giubileo , che deve durare per tre mesi, cioè dal 2 dello scaduto Marzo sino al 1° di Giugno.' Nel desiderio che tutti ne abbiano una giusta idea, e ne possano meglio approfittare, ne tratteremo qui brevemente.

Significato di Giubileo e sua origine.

La parola Giubileo , secondo la lingua ebraica da cui la si fa derivare , significa giubilo , allegrezza, ritorno, remissione.

Il Giubileo celebravasi già nell'antica legge ogni cinquant'anni. Iddio stesso lo instituiva con queste parole : « Tu conterai , parlò il Signore a Mosè, sette settimane di anni, viene a dire sette volte sette, che fanno in tutto quarantanove anni; e il settimo mese ai dieci del mese , nel tempo della espiazione, farai suonare la tromba per tutto quanto il paese. E santificherai l'anno cinquantesimo, e annunzierai la rimessione a tutti gli abitanti del tuo paese ; perocchè egli è l'anno del Giubileo. Ognuno tornerà alle sue possessioni, e alla sua famiglia, perchè l'anno cinquantesimo è 1' anno del Giubileo. Voi non farete la semente , non mieterete quello che sarà nato spontaneamente nei campi , e non coglierete le primizie della vendemmia per santificare il Giubileo ; ma voi mangerete quello, che vi si parerà davanti. Nell' anno del Giubileo ciascuno tornerà nei suoi beni » (Lev. XXV). Così il sacro testo.

Dalle citate parole chiaro apparisce qual fine avesse Iddio nell'istituire l'anno del Giubileo. Primieramente Iddio, che è tutto carità, voleva che il popolo ebreo si abituasse ad essere benigno e misericordioso verso il prossimo. Perciò nell' anno del Giubileo erano rimessi i debiti ; quelli che avevano venduto od impegnato case, vigne, campi od altre cose, riprendevano il tutto come primieri padroni ; gli esiliati facevano ritorno alla loro patria , e gli schiavi erano lasciati in libertà senza alcun riscatto. In questa maniera s'impedivano i ricchi di far acquisti fuor di misura, i poveri potevano conservare il retaggio dei loro antenati , e s'imponeva un freno alla schiavitù cotanto praticata in quei tempi appresso le nazioni pagane. In oltre, dovendo il popolo cessare dalle occupazioni temporali, poteva occuparsi liberamente un anno intiero nelle cose riguardanti il divin culto, e così ricchi e poveri, padroni e servi si univano in un cuor solo ed in un' anima soia a benedire e ringraziare il Signore dei benefizi ricevuti. Era un'istituzione bellissima.

Ma tutte le cose , che accadevano nella legge antica , dice s. Paolo , erano una figura di cose molto più sublimi che succedere dovevano nella legge nuova ; e il Giubileo ebraico prefigurava il Giubileo cristiano, portatoci da Gesù Cristo medesimo. Ne abbiamo una prova nel Vangelo. Ed in vero san Luca ci racconta il fatto seguente. Essendo Gesù andato in Nazaret sua patria , gli fu presentata la Bibbia perché ne spiegasse qualche brano al popolo. Egli aprì il libro del profeta Isaia , e fra le altre applicò a se stesso le parole seguenti : « Lo Spirito del Signore mi mandò ad annunziare agli schiavi la liberazione , e ai ciechi la ricuperazione della vista, a rimettere in libertà gli oppressi , a predicare l' anno accettevole del Signore ed il giorno della retribuzione » (Luc. IV, 19.). Come si vede il Salvatore ricorda qui il Giubileo antico , cui Egli nobilita in senso morale e spirituale; annunzia il vero anno della retribuzione, l'anno gradevole nel quale coi suoi miracoli, colla sua passione e morte avrebbe dato la vera libertà ai popoli schiavi del peccato e del demonio, e li avrebbe arricchiti di grazie e di benedizioni mediante la sua Religione. Dalle quali parole e da altri fatti del Nuovo Testamento veniamo a conchiudere : 1° Che il Giubileo antico, il quale era tutto materiale, passò di fatto nella legge nuova del tutto spirituale. 2° Che quindi la libertà, che nell'antico Giubileo si dava agli schiavi, figurava la vera liberazione dal demonio e dal peccato, la quale i cristiani acquistano mercé la grazia di Dio. 3° Che i debiti rimessi nell'antico Giubileo, e il ritorno ai beni alienati figuravano nel nuovo il perdono dei peccati e delle pene loro dovute, non che il riacquisto delle grazie, e dei meriti prima perduti.

Or quantunque i principali e più necessarii di questi beni celesti per mezzo dei Sacramenti si possano nella Chiesa Cattolica acquistare non solamente ogni cinquant'anni , ma ogni anno , anzi ogni giorno dell' anno ; tuttavia fin dai primordii del Cristianesimo , ad esempio del Giubileo Mosaico, invalse la lodevole consuetudine di un tempo determinato, chiamato da s. Paolo tempo accettevole, e giorni di salute, ecce nunc tempus acceptabile , ecce nunc dies salutis , in cui siffatti beni si dispensassero, ai fedeli con maggior facilità ed abbondanza. E di fatto credenza religiosa, seguita fin dai primi giorni della Chiesa , che in certi tempi si potesse acquistare una indulgenza plenaria , ovvero la remissione di ogni soddisfazione dovuta a Dio pei peccati. Si vuole eziandio che il primo Giubileo sia stato concesso dagli stessi santi Apostoli nell'anno 50 dell' era volgare (Vedi ediz. Scaligero e Petavio).

I primi Pontefici poi, che succedettero a s. Pietro , continuarono a mantenere viva tale pratica religiosa, concedendo grandi favori a quelli, che in determinati tempi si recassero a Roma a visitare il sepolcro del primo Papa (Vedi ediz. Rutilio, De Jubileo, Laurea, Navarro, Vittorelli.). Di qui in tutti i secoli e per venerazione al Principe degli Apostoli , e pel desiderio di acquistare i tesori delle sante indulgenze , traeva la gente a Roma da tutte le parti del mondo, superando inauditi disagi e pericoli per terra e per mare. In certi anni i forestieri erano tanti, che i Romani più non si riconoscevano.

San Gregorio Magno, desiderando di secondare lo spirito religioso nei cristiani , e volendo nel tempo stesso regolare il frequente loro concorso a Roma, nel secolo sesto stabilì che l'indulgenza plenaria, ovvero il Giubileo si potesse guadagnare ogni cento anni da tutti coloro, che nell'anno secolare, detto anche anno santo, si portassero a Roma per visitare la Basilica Vaticana , ove è sepolto S. Pietro.

E quindi inesatto quello che scrissero taluni , cioè che il Giubileo sia stato instituito solamente nell' anno 1300 da Papa Bonifacio VIII. Questo Papa fu bensì il primo a pubblicare con Bolla l'anno santo, ossia l'indulgenza plenaria del Giubileo ; ma in questa Bolla medesima egli assicura altro non aver fatto che stabilire per iscritto quello che già praticavasi universalmente presso dei cristiani. Giova qui esporre le cagioni di quella pubblicazione.

Correva l'anno 1300, quando una straordinaria quantità di gente forestiera accorse a Roma e in tanto numero, che pareva essersi colà riversato il mondo. Sul cominciare del mese di gennaio eravi già tale folla di popolo per le vie di quella città, che a mala pena potevasi camminare. Questo fatto commosse altamente il Pontefice, il quale volendo conoscere appieno la ragione di quel non mai visto concorso, fece a sè chiamare alcuni dei più vecchi pellegrini per sapere da clie fossero mossi. Fra gli altri fuvvi un nobile e ricco savoiardo dell'età di centosette anni. Il Papa stesso, alla presenza di parecchi Cardinali , il volle interrogare così .

- Quanti anni avete ? - Centosette.

- Perché siete venuto a Roma ?

- Per guadagnare le grandi indulgenze. - Chi vel disse ?

- Mio padre.

- Quando ?

- Cento anni fa mio padre mi portò secolui a Roma, e mi disse che ogni cento anni in Roma si potevano ottenere grandissime indulgenze, e che se io fossi ancora stato vivo di lì a cento anni , non avessi trascurato di recarmi a visitare la Basilica del Principe degli Apostoli.

Dopo costui furono interrogati altri ancora giovani e vecchi , e di ogni condizione e paese , e tutti concordemente asserirono che avevano sempre inteso a dire che ogni anno secolare andando a visitare la basilica di S. Pietro avrebbero lucrato grandi indulgenze colla remissione di tutti i peccati.

In vista di quella universale e costante persuasione il Papa promulgò l'accennata Bolla, con cui confermava quanto fino allora erasi praticato per tradizione orale. Conosciuto che fu questo documento pontificio è incredibile l'entusiasmo che si destò da ogni parte per fare il pellegrinaggio di Roma. Basti il dire che il numero dei forestieri giunse fino a due milioni contemporaneamente.

Bonifacio VIII nella sua Bolla stabiliva altresì che il Giubileo dovesse aver luogo, come per lo addietro, ogni cento anni. Ma siccome tale spazio di tempo è troppo lungo, e troppo breve è la vita dell'uomo , perché tutti ne possano approfittare , così il Papa Clemente VI lo ridusse ad ogni cinquant' anni ; Gregorio XI ad ogni trentatre anni in memoria dei trentatre anni della vita mortale del Salvatore ; e finalmente il papa Paolo II lo stabilì ad ogni venticinque anni, affinché ne possano godere quelli altresì che muoiono giovani. Anzi la Chiesa fece di più. L' obbligazione di portarsi a Roma per guadagnare il Giubileo impediva che molti o per distanza , o per età , o per malattia ne potessero approfittare. Or bene Bonifacio IX concedette che questo si potesse acquistare in qualsiasi luogo, adempiendo tuttavia qualche altra pratica di divozione, che i Romani Pontefici sogliono imporre.

Il Giubileo che succede ogni 25 anni dicesi ordinario ; egli dura per un anno intiero, che suolsi chiamare l'Anno Santo. L'ultimo dei Giubilei ordinarii celebratisi fu quello del 1875. Ma oltre all'ordinario, o grande Giubileo, avvi il Giubileo straordinario , quale si è quello che per qualche grave ragione si concede fuori dell'anno santo. La differenza tra l'ordinario e straordinario Giubileo consiste specialmente in ciò, che il primo dura un anno intiero, il secondo una parte sola dell'anno; ma i vantaggi sono gli stessi. - I Sommi Pontefici quando sono elevati alla loro dignità sogliono celebrare questo avvenimento concedendo per tutta la Chiesa un Giubileo straordinario. Tale è appunto il Giubileo testé concesso dal Regnante Leone XIII.

Vantaggi del Giubileo.

Da quanto abbiamo sopra esposto si deduce che il Giubileo cristiano, in ultima analisi, è un'indulgenza plenaria, vale a dire la remissione di tutta la pena temporale dovuta pei peccati mortali o veniali già perdonati. Tuttavia il Giubileo avvantaggia la semplice indulgenza per varie circostanze che lo accompagnano. Nel Giubileo sono più solenni le pratiche che vengono ingiunte, ed usandosi queste da interi popoli, hanno per la loro unione maggior forza ad impetrare grazie ai particolari ed alla Chiesa. Nel Giubileo ancora si concede ai Confessori ampia facoltà di prosciogliere i penitenti da varie scomuniche o pene ecclesiastiche , qualora ne fossero legati , non che da certi gravi ed enormi delitti, che in altro tempo sarebbero riservati al Vescovo od al Papa; come pure i Confessori possono commutare in altre opere pie i voti di quasi ogni specie , ciò che fuori di questo tempo non potrebbero fare. .

Opere ingiunte per l'acquisto del Giubileo.

Le opere ingiunte dal Santo Padre per godere del presente Giubileo sono le seguenti:

1° In Roma visitare due volte le Basiliche di S. Giovanni in Laterano, di S. Pietro e di Santa Maria Maggiore ; e fuori di Roma fare due visite a tre Chiese , e dove non fossero che due, fare tre visite per Chiesa , e se vi fosse una Chiesa sola, fare sei visite nella medesima. Queste Chiese devono essere designate dal Vescovo di ciascuna diocesi , o da chi ne fa le veci. Non sono prescritte speciali preghiere nel fare queste visite, e può bastare la recita degli Atti di Fede, Speranza e Carità con cinque Pater, Ave e Gloria secondo l'intenzione del Papa.

2° Fare un digiuno di stretto magro, cioè astenendosi non solo dalle carni, ma anche dalle uova e latticinii ; non però in quei giorni di stretto magro già fissati dalla Chiesa.

3° Fare una buona Confessione e Comunione, oltre alla Confessione e Comunione pasquale.

4° Erogare qualche elemosina ai poveri o a qualche opera pia. I nostri Cooperatori e Cooperatrici potrebbero adempire a questa condizione facendo una limosina pei poveri giovanetti raccolti nelle case Salesiane, oppure a benefizio della Chiesa ed Ospizio di S. Giovanni Evangelista, che i Salesiani e loro Cooperatori stanno innalzando in Torino ad imperitura Memoria del Grande Pio IX.

I Confessori possono commutare le opere ingiunte verso gli infermi od altri in qualsivoglia modo impediti come pure dispensare dalla Comunione i fanciulli che non vi fossero ancora ammessi.

Cooperatori e Cooperatrici,

Approfittiamo a vantaggio dell'anima nostra dei tesori celesti apertici in questi giorni dal Vicario di Gesù Cristo ; e intanto preghiamo per la Chiesa, pel suo Capo Visibile, pei nostri Vescovi, e Pastori ; e fate ancor parte delle sante opere vostre alla Congregazione Salesiana, che si compiace di avervi tra i suoi figli carissimi.

STORIA DELL'ORATORIO DI S. FRANCESCO DI SALES

CAPO IV.

D. Bosco presso al Rifugio (1) - Trasferimento
dell'Oratorio in quel sito. -
Prima Chiesa di S. Francesco di Sales.

Sul fine dell' anno scolastico 1844 (così la solita relazione degli antichi allievi), il nostro caro D. Bosco , avendo compiuto il corso di morale , doveva applicarsi a qualche parte determinata del Sacro Ministero, ed uscire dal Convitto ecclesiastico di San Francesco d'Assisi. Varii parrochi lo desideravano e domandavano quale coadiutore. Fra gli altri il signor D. Giuseppe Comollo , Rettore di Cinzano, col consenso dello stesso Arcivescovo Franzoni lo aveva chiesto ad economo amministratore della sua parrocchia, cui per età e malori non poteva più reggere. Ma quel Dio, che pietosamente vegliava sopra di noi e sopra tanti altri poveri giovanetti, presiedeva altresì alle sorti di colui, che doveva essere valido strumento della nostra e della loro salute. Dietro consiglio del teologo Guala, D. Bosco scrisse una lettera di ringraziamento all'egregio Prelato, pregandolo ad un tempo di volerlo dispensare da quell'onorevole uffizio , a cui per altra parte non sentivasi punto inclinato ; e fu esaudito.

Un giorno D. Caffasso chiamò a sè D. Bosco, e gli disse : Ora avete compiuto il corso dei vostri studii ; uopo è che andiate in aperto campo a lavorare in pro delle anime : in questi tempi i bisogni son molti, e la messe abbondante. A quale cosa vi sentite specialmente disposto ?

- A quella che Ella si compiacerà d'indicarmi, rispose D. Bosco.

- Vi sono tre impieghi : Da Vice-Curato a Buttigliera d'Asti ; da Ripetitore di morale qui al Convitto, e da Direttore dell' Ospidaletto accanto al Rifugio. Quale scegliereste voi ?

- Quello che Ella giudicherà.

- Non sentite propensione più ad uno che ad un altro ?

- La mia propensione è di occuparmi della gioventù. Ella poi faccia di me quello che vuole io riconoscerò la volontà del Signore nel suo consiglio.

- In questo momento che cosa occupa il vostro cuore ? che si ravvolge nella mente vostra ?

- In questo momento mi pare di trovarmi in mezzo ad una moltitudine di fanciulli, che mi domandano aiuto.

- Andate adunque a fare qualche settimana di vacanza , conchiuse quell' uomo dei consigli ; al ritorno vi dirò la vostra destinazione.

Trascorse le ferie, D. Bosco ritornò al Convitto presso al suo impareggiabile maestro ed amico , ma da prima questi nulla gli disse, né egli nulla domandò. Dopo qualche settimana D. Caffasso , presolo in disparte, perché non mi chiedete quale sia la vostra destinazione ? gli domandò con accento di bontà.

- Perché, rispose D. Bosco, io voglio riconoscere la volontà di Dio nella sua deliberazione , e molto mi preme di nulla mettere del mio.

- Orbene , fate il fagotto , e andate al Rifugio. Colà farete da Direttore del piccolo Ospedale di Santa Filomena, e intanto insieme col teologo Borelli lavorerete a vantaggio delle giovinette di quell' Istituto della Marchesa Barolo : Iddio non mancherà di darvi a conoscere in appresso e mettervi tra mano quanto dovrete fare pei poveri fanciulli.

A prima vista sembrava che tale consiglio contrariasse affatto le inclinazioni di D. Bosco, e li bene del nostro Oratorio ; perciocchè la direzione di un Ospedale, e il predicare e confessare in un educatorio di oltre a quattrocento giovinette, pareva che lo dovessero distogliere dall' occuparsi di noi. Eppure fu tutto all'opposto, come vedrassi più sotto.

Il teologo Giovanni Battista Borelli, di cui qui si fa parola , Direttore del Rifugio, era un santo ecclesiastico, degno della più alta ammirazione per la sua virtù e sapere. Nulla gli mancava di quanto si richiede per formare un sacerdote secondo il cuore di Dio , e i bisogni della Chiesa. Risplendeva soprattutto pel suo zelo instancabile nella salute delle anime. D. Bosco ci disse più volte che riguardava come una grazia segnalata del Signore l' aver potuto conoscere e trattare così da vicino un uomo siffatto (1).

Appena conosciutisi , questi due sacerdoti presero ad amarsi e a porgersi vicendevole aiuto ed eccitamento nell' operare il bene. Animati dallo stesso spirito, eglino si concertarono specialmente di assistere nel miglior modo possibile i giovanetti, la cui moralità ed abbandono richiedeva di giorno in giorno la più sollecita cura.

Intanto combinato il suo nuovo soggiorno al Rifugio, D. Bosco doveva trasportarvi altresì il suo Oratorio, non reggendogli il cuore di lasciarlo perdere. Ma dove raccogliere quei ragazzi ? La mancanza di un sito da ciò lasciavalo veramente in pena. Non affanniamoci, disse il buon teologo, la camera che è destinata per Lei può per qualche tempo servire (2) : in appresso vedremo il da farsi ; spero che qualche altro luogo ne uscirà fuori.

Adunque la seconda domenica di ottobre 1844, sacra alla Maternità di Maria SS., il nostro Direttore e Padre ci partecipò il trasferimento dell' Oratorio presso al Rifugio, sua nuova dimora. Al primo annunzio ne provammo qualche turbamento , ma quando per acquietarci egli ci disse che in quelle parti avremmo potuto cantare, correre, saltare e ricrearci a nostro bell'agio, fummo ricolmi di gioia, ed ognuno attendeva impaziente la successiva domenica per vedere la novità che la giovanile fantasia gli andava rappresentando.
Ed ecco pertanto la terza domenica di ottobre,

giorno destinato dalla Chiesa ad onorare la Purità di Maria Vergine, un poco dopo il meriggio, una turba di giovanetti di varia età e condizione correre giù in Valdocco in cerca di D. Bosco, e dell'Oratorio novello. Dov'è D. Bosco ? Dov'è l'Oratorio ? D. Bosco , D. Bosco, andavamo con gran voce chiamando. A queste voci e a queste grida di quella moltitudine di giovanetti, gli abitanti delle vicine case ne uscirono ben tosto quasi spaventati ; temevano infatti che noi ci fossimo colà versati con qualche mala intenzione. Siccome in quel vicinato non si era ancora udito parlare nè di Don Bosco, nè di Oratorio , così la gente indispettita rispondeva : Che D. Bosco, che Oratorio? via di qua, ragazzacci. I giovani credendosi burlati, alzavano maggiormente la voce e le pretese. Gli altri giudicandosi insultati opponevano minacce e percosse. Le cose cominciavano a prendere un serio aspetto, quando D. Bosco udendo gli schiamazzi, si accorse che erano i suoi giovani amici che andavano in traccia di lui, e del nuovo Oratorio, ed usci di casa. Al suo primo comparire si levò da noi tutti un grido unanime : Oh l.... D. Bosco, D. Bosco    Dov'è l'Oratorio? siamo venuti all' Oratorio. Intanto corremmo in folla a lui d'intorno , e così cessò ogni alterco. A questo mutamento di scena la gente cangiò la collera in maraviglia, e faceva tanto di occhi, domandando chi fosse quel prete, chi noi, e via dicendo. Alla nostra domanda dove fosse l' Oratorio, il nostro abile Direttore rispose che il vero Oratorio non era ancora ultimato, che intanto andassimo in camera sua, la quale essendo abbastanza spaziosa ci avrebbe servito ; e vi ci condusse. Quantunque in quel sito non potessimo aver per la ricreazione quello sfogo che ci eravamo immaginato, tuttavia ne partimmo soddisfatti. Per altra parte in mancanza del resto, il nostro D. Bosco colla bontà sua, colle sue dolci maniere, colle sue facezie e graziose lepidezze ci bastava per tutto. Là ci veniva fatto un poco di Catechismo, raccontato un esempio edificante e cantato qualche lode alla Vergine: tutto insomma come si era fino allora praticato in San Francesco d' Assisi. Ma per qualche festa andavamo ad udire la santa Messa ora in una ed ora in altra Chiesa della città.

Un grande imbroglio cominciò la domenica appresso ; imperocchè agli antichi allievi aggiungendosene parecchi del vicinato, non si sapeva più dove tutti collocarci. Camera , corridoio , scala , tutto era ingombro di fanciulli. Era poi un teatro dei più dilettevoli il vedere come vi facevamo la nostra ricreazione. Uno accendeva il fuoco, l'altro lo spegneva ; questi scopava la camera senza innaffiarla , quegli la spolverava ; chi lavava i piatti, chi li rompeva. Molle , palette, secchia , brocca , catinella , sedie, libri, abiti, scarpe, insomma tutti gli oggetti visibili erano messi sossopra, mentre i più grandicelli ed assennati volevano ordinarli ed aggiustarli. Il nostro caro Don Bosco guardava e rideva , raccomandandoci tuttavia di non rompere nè guastare nulla.

Nè meno impacciati si era per le pratiche di pietà. Ci ricorda che al mattino della festa dei Santi, essendo raccolti in quello strettoio e sue non ampie adiacenze, tutti volevamo confessarci. Ma come fare ? Erano due soli confessori, e noi eravamo oltre a duecento ; stretti come le acciughe nel barile. « Non è più possibile andare avanti, disse allora il caro teologo Borelli : è necessario provvedere qualche locale più adattato. »

D. Bosco allora si portò dall'Arcivescovo Franzoni , gli espose quanto col suo consenso si era già fatto, il bene che se n'era ottenuto, il maggiore che se ne poteva ottenere in appresso. Parlando dei giovanetti che frequentavano l'Oratorio, fra l'altro gli disse : « Parecchi di questi sono stranieri e passano a Torino soltanto una parte dell'anno.Non sanno nemmeno a quale parrocchia appartengano. Molti sono male in arnese, parlano dialetti poco intelligibili , quindi capiscono poco , e poco altresì sono dagli altri compresi. Alcuni poi sono già grandicelli , e non osano associarsi in classe coi piccoli. Quegli stessi che sono della città or per negligenza dei genitori , or perché lusingati dai sollazzi , o attirati dai mali compagni , quasi mai o ben di rado si fanno vedere in Chiesa. »

Non ci volle di più perchè l' egregio Arcivescovo comprendesse l'importanza dell'opera. Quindi « Andate, disse a D. Bosco, e fate quanto giudicate bene. Io vi do tutte le facoltà che vi possono occorrere ; benedico voi ed il vostro progetto, e non mancherò di aiutarvi in quanto potrò. Da quanto mi dite vedo chiaro che vi è necessario un locale più ampio e adattato. Presentatevi alla signora Marchesa Barolo ; fors' ella potrà somministrarvelo opportuno e vicino allo stesso Rifugio. »

D. Bosco andò difatto a parlare alla Marchesa; e siccome fino all'Agosto dell'anno successivo non si apriva l'Ospidaletto, così la caritatevole signora si contentò che a nostro servizio si riducessero a Cappella due spaziose camere di quel fabbricato. Per recarvisi si passava dove presentemente è la porta del detto Ospedale, e pel vialetto, che separa l'opera Cottolengo dal prefato edifizio , andavasi insino all'attuale abitazione dei preti, e per la scala interna salivasi al 3° piano.

Questo adunque era il sito prescelto dalla divina Provvidenza per la prima Chiesa del nostro Oratorio. Noi ci si trasferimmo in un giorno pur sempre di grata ricordanza, che fu l'otto dicembre sacro a Maria Immacolata , sotto il cui materno manto D. Bosco aveva collocato l'Oratorio e i suoi figli. In quella festa adunque il nostro amato Direttore, coll'autorizzazione dell' Arcivescovo, benedisse la sospirata Cappella in onore di S. Francesco di Sales, vi celebrò la Messa, e distribuì a parecchi di noi la Santa Comunione. Alcune circostanze resero incancellabile nella nostra mente questa sacra funzione. La prima fu la povertà della Cappella. Mancavano inginocchiatoi , panchi, sedie ; e ci fu mestieri contentarci di alcune banche tentennanti , di scranne sdruscite , e di sedili che minacciavano capitomboli. Ma la Provvidenza ci soccorse in appresso, poiché la carità delle buone persone non ci mancò giammai. Il tempo non poteva essere peggiore ; ma non impedì che i giovinetti intervenissero a cento, tanto era l'amore che portavano all'Oratorio e a chi lo dirigeva. Alta era la neve in quel mattino, e cadeva tuttor fitta come sul dorso delle montagne, accompagnata da vento e turbini. Facendo quindi freddissimo , fu d' uopo portare in Cappella un grosso bragiere ; e ci ricorda che passando con esso all'aperto dagli spessi fiocchi, che sopra vi cadevano, producevasi un crepitare che molto ci dilettava. Ma quello che non dimenticheremo giammai furono le lagrime che vedemmo scorrere dagli occhi del nostro D. Bosco, mentre compieva quella sacra cerimonia. Egli piangeva di consolazione , perchè scorgeva in quel modo sempre meglio consolidarsi l' opera dell'Oratorio, e così porgerglisi comodità di raccogliere un maggior numero di fanciulli per essere cristianamente istruiti, ed allontanati dai pericoli della invadente immoralità ed irreligione.

Qualcuno potrebbe qui domandarci perché il detto Oratorio fu dedicato in onore, e cominciò a chiamarsi di S. Francesco di Sales ? - Rispondiamo che ciò fu per tre precipue ragioni. Primieramente perchè la Marchesa Barolo per secondare D.Bosco divisava di fondare colà una Congregazione di Sacerdoti sotto a questo titolo , e con questa intenzione aveva fatto eseguire il dipinto di S. Francesco, che tuttora si vede all'entrata dello stesso locale. In secondo luogo, perchè la parte di Ministero, che Don Bosco aveva preso ad esercitare intorno alla gioventù, richiedeva grande calma e mansuetudine ; e perciò egli voleva mettersi sotto alla speciale protezione di questo Santo, che fu in questa virtù modello perfetto. Oltre a queste una terza ragione vi fu. In quel tempo parecchi errori, specialmente il protestantesimo, cominciavano ad insinuarsi insidiosamente nei nostri paesi, soprattutto in Torino tra il basso popolo. Or bene, D. Bosco volle con quel mezzo rendersi propizio questo Santo , onde gli ottenesse dal Cielo lume e conforto a combattere con profitto quegli stessi nemici , dei quali egli aveva in sua vita mortale a gloria di Dio e della Chiesa, e a vantaggio d'innumerevoli anime così gloriosamente trionfato.

(1) Il Rifugio é un Conservatorio di giovanette situato in Torino nella regione di Valdocco: presso al medesimo sorge il così chiamato Ospiduletto di Santa Filomena. Daremo altra volta notizie compiute di quest' opera eccellente, alla quale porse la mano la nobile non meno che caritatevole Marchesa Barolo.

(1) Nel corso di questa storia ci occorrerà altre volte di parlare di questo grande amico del nostro D. Bosco; anzi speriamo di tesserne altrove una breve biografia.

(2) Questa era la camera superiore al vestibolo della prima porta d'entrata al Rifugio, e prospetta la via Cottolengo.

NUOVA GRAZIA OTTENUTA AD INTERCESSIONE DI PIO IX.

Riceviamo e pubblichiamo ben volentieri la seguente relazione d'una grazia ottenuta per la intercessione del Grande Pontefice Pio IX.

Buenos Ayres 2 Dicembre 1878. REVERENDISSIMO SIGNOR DIRETTORE,

Da varii mesi io mi trovava gravemente incomodato di sanità. Avendomi il mio Direttore Spirituale suggerito di raccomandarmi a Pio IX, perchè il Signore si degnasse glorificare questo suo Servo, dandomi per sua intercessione la salute, io l' ho fatto, celebrando per questo riguardo tre novene. Al termine della prima mi sentii un poco meglio. Alla seconda invece, che finì il giorno di Maria SS. Assunta in cielo, mi trovai deteriorato. Non mi perdei di coraggio , e dissi : « Chi sa se di questo peggioramento non si possa ripetere : Infermitas haec non est ad mortem, sed ut glorificetur servus Dei? » Intanto che procurava di conservare tutta la confidenza nei meriti di Pio 1X, e pregava il Signore che mi facesse abbracciare rassegnato la sua santa volontà, incominciai la terza novena.

Io mi trovava allora in uno stato di salute assai deplorevole. Mi assaliva tutti i momenti una fortissima tosse, che per l'impeto con cui mi usciva dal petto, mi faceva persino sudare. Gli stessi giovani del collegio, una mattina che stava assi

stendoli nello studio, mi dissero : questa mattina, Padre, avevamo paura che Lei morisse. - Io non poteva più scrivere e con fatica parlava, di maniera che feci il proposito di misurare tutte le parole per non nuocermi. Intanto sentiva in me una fede particolare nei meriti di Pio IX. Diressi la novena a questo santo Pontefice recitando tre Pater, Ave e Gloria, uno a Maria SS., perché glorificasse Colui, che l'aveva proclamata Immacolata nella sua Concezione , uno a s. Giuseppe, perchè compensasse Pio IX dell' onore attribuitogli coll' averlo dichiarato Protettore di tutta la Chiesa , e uno all'Apostolo s. Pietro, perchè mostrasse la gloria di Colui, che aveva dichiarato infallibili i suoi Successori. Sulla fine aggiunsi un altro Pater a san Francesco di Sales, perché onorasse chi l'aveva innalzato al grado di Dottore di S. Chiesa. Il penultimo giorno volli fare uno sforzo, che chiamerei temerario , se non fosse proceduto da un interno stimolo, cui non seppi resistere : raccontai ai giovani i tratti più gloriosi della vita di Pio IX per stimolarli alla confidenza in quello , che doveva divenire non solo nostra insegna e nostro lustro, ma ancora nostro celestiale protettore. La tosse mi interruppe molte volte, e in fine non lasciandomi un momento dovetti uscire dal salone. Ma la grazia era ottenuta. Senza prendere nessun rimedio, senza avermi riguardi speciali più che per lo passato, mi trovai al termine della novena senza un fil di tosse , e senza nessuno di quegli incomodi che mi avevano accompagnato sino alla vigilia. Ora poi ho aspettato quasi tre mesi prima di dar pubblicità a questo fatto per vedere come riusciva la mia salute, e godo di poter attestare in faccia al mondo, che la mia salute seguita regolarmente; mi lascia compiere le mie obbligazioni, catechismi, istruzioni, conferenze ed altre cose proprie del mio stato. Credo che questa non sia l'unica, nè la maggiore delle grazie che Pio IX ha ottenuto colla sua intercessione a chi l'invoca, ma certo questa è grazia grande, grandissima per me ; motivo per cui non lascierò mai di cantare le glorie del venerando Servo di Dio, il gran Pontefice Pio IX.

Protesta. - Per obbedire ai Decreti di Urbano VIII, dichiaro che al fatto sopra narrato non intendo attribuire altra autorità che umana.

LA NUOVA PARROCCHIA DI RAMALLO.

Ramallo è il nome di un vasto territorio posto nella provincia di Buenos-Ayres sul fiume Paranà, e confina coi territorii di S. Nicolas de los Arroyos, S. Pedro, Arrecifes e Pergamino ; il centro principale è a mezzo miglio dal fiume, ed a 70 miglia circa al Nord di Buenos-Ayres. La popolazione di circa quattro mila anime è buona , ed ottimi sono gli Irlandesi quivi stabiliti, che ne formano la maggioranza. Da tempo vi si faceva sentire il bisogno di una chiesa per le necessità spirituali di quelle anime. Il paese era già provvisto di una bellissima casa municipale con un picchetto di carabinieri e guardie, di una scuola pei ragazzi ed un'altra per le fanciulle , molto frequentate , oltre a varie botteghe, panatterie, caffè, almacenes, ecc., e tuttavia mancava la chiesa. Non potendosene per il momento innalzare una grande , nell' anno 1877 si edificò provvisoriamente , mediante una colletta, una cappella che può contenere circa quattrocento persone. Nel febbraio del 1878 questa chiesuola fu eretta in parrocchia dal zelante Arcivescovo di Buenos-Ayres, e fu affidata ai Salesiani di S. Nicolas , dei quali uno ricevette la nomina uffiziale di Cura Parroco y Vicario. Ma le grandi occupazioni, che quivi già avevano tutti quei sacerdoti, non permettevano che alcuno si allontanasse definitivamente dal collegio. L'Arcivescovo dovette adunque limitarsi a fissare la residenza nella parrocchia alle Domeniche e nei giorni festivi.

Dal 15 febbraio 1878 fino al presente questa nuova parrocchia viene amministrata nel modo seguente : Ogni sabato a sera, ed alla vigilia di qualche festa, il sacerdote Salesiano nominato parroco, parte da S. Nicolas cavalcando, e non fermandosi che cinque minuti a mezza strada per mutare cavallo, percorre a galoppo le 18 miglia che vi sono tra S. Nicolas e Ramallo, dove arriva impiegando più di due ore e mezzo di viaggio, alloggiando in casa del maestro comunale, che è un buon italiano. Allo domenica mattina vi sono le confessioni, poi la Messa, gli annunzi, gli avvisi e la spiegazione del Vangelo. Dopo Messa vengono i Battesimi , le benedizioni di oggetti religiosi , di cui non vi è casa che non n' abbia un gran numero, di maniera che il Señor Curita non è mai libero prima dell' una dopo mezzogiorno. Verso sera si monta a cavallo , e si fa la visita agli ammalati, nella quale accade talora di dover fare oltre a venti o venticinque miglia prima di notte. I matrimoni si combinano sempre il Sabbato o alla Domenica sera, e si benedicono al Lunedì mattina. Celebrata poscia la Messa di buon' ora, il parroco Salesiano insella il cavallo, rifà le sue 18 miglia, ritornando a fare il professore in collegio durante la settimana.

Sono degne di ricordanza le tre grandi funzioni che durante l' anno 1878 si celebrarono in Ramallo con infinita consolazione dei coloni. La prima è quella della Settimana Santa, nella quale vi fu un concorso straordinario di gente. Per dare maggior solennità alle sacre cerimonie veniva espressamente da S. Nicolas un prete con qualche chierico , e si celebrarono con tutti i riti prescritti dalla Santa Chiesa. Come si seppe che dette funzioni si sarebbero fatte nella chiesuola del loro villaggio ( ed era la prima volta che si celebravano dacchè è piantato il paese ) , tutti si commossero , ed anche i più lontani vollero intervenirvi, abbandonando la casa, la campagna, ed ogni altra occupazione. Vennero eziandio dei rauchos più lontani portando l' intera famiglia con provvigioni per otto o dieci giorni. Tutti volevano assistere alle sacre funzioni che ci ricordano i più bei fatti della nostra Redenzione. Fu uno spettacolo commovente vedere fin dal Mercoledì Santo, tutti i prati dei dintorni della Chiesa coprirsi di carri e di cavalli, che vi rimasero sino al Lunedì e Martedì dopo Pasqua. Siccome la gente non poteva entrare nella chiesa che in piccola parte, rimanevano gli altri al di fuori riuniti in circolo serrato davanti alle porte , sforzandosi di vedere e udire qualche cosa di ciò che si faceva dai sacri ministri. Le confessioni e le comunioni degli adulti furono numerose, poiché tutti prima di partire vollero adempiere al precetto Pasquale. Si ebbe anche un immenso lavoro nel preparare quaranta ragazzi e ragazze alla loro prima comunione.

La seconda grande funzione fu la benedizione del cimitero. Ad essa presero parte più di mille persone. In questa occasione , invitato espressamente , predicò con grande entusiasmo il nostro Sac. Giacomo Costamagna, direttore della chiesa degli Italiani in Buenos-Ayres , lasciando nella mente e nel cuore di quei fedeli alti pensieri sulla vita e sulla morte, e potente eccitamento ad operare il bene mentre ne abbiamo il tempo.

La terza fu ai 3 di dicembre , in cui si celebrò la festa del Patrono S. Francesco Zaverio. Fu veramente una grandiosa funzione alla italiana. Ciò che più vi chiamò l'attenzione è la Messa della Santa Infanzia di D. Cagliero , eseguita dagli alunni del Collegio di S. Nicolas, fatti venire appositamente , diretti dal loro maestro Luigi Farina, e l'elogio del Santo Padre, che disse il Dottor Flores, giovane ancora , ma già celebre oratore.

Come nel 1878, così continuerà la chiesa di Ramallo ad essere amministrata nel 1879, finchè la Provvidenza mandi qualche buon Sacerdote, che possa stabilirsi in questo paese, e raccogliervi abbondanti frutti da quelle anime. E questo il desiderio comune. Quei buoni coloni sono disposti a qualunque sacrifizio per avere un Sacerdote, che rimanga tra loro a mantenervi il fervore nelle opere di pietà , ad assistere i loro infermi , ad istruire i loro fanciulli. L'Arcivescovo di BuenosAyres è nell'impossibilità di provvederlo, tanta è la penuria di sacerdoti colà. Se i Salesiani con immenso sacrificio non avessero accettato di recarvisi almeno nei giorni di festa, quel popolo starebbe tutto l'anno senza Messa, senza istruzione, e senza assistenza religiosa in vita ed in morte. E qui è da notare che per una parte un Sacerdote per le sole Domeniche è affatto insufficiente ai bisogni di quel popolo, e per altro lato riescirà difficile, per non dire impossibile, il continuare ancora per molto tempo a mandarvi dal collegio un professore occupato nella scuola tutta la settimana, essendo più che evidente il pericolo che ei ne vada rovinato nella salute. Preghiamo quindi il Signore che consoli presto quelle sue pecorelle coll'inviar loro un degno pastore, che si rimanga sempre tra loro. Fiat, fiat.

Domanda di una nuova Missione.

San Carlos, 4 Gennaio 1879. AMATISSIMO PADRE,

In questi giorni una deputazione di coloni, con alla testa il dottor Moreno, vennero a supplicarmi per aprir una casa vicino alla Concepcion dell'Uruguay. É un centro di circa diciasette colonie quasi tutte italiane, in massima parte piemontesi di Pinerolo e dei dintorni. I coloni sono quasi tutti proprietarii dei terreni che lavorano, essendo colà stanziati da circa vent' anni. Non hanno scuole , non hanno chiese. Gli anziani sono come altrettanti patriarchi attaccati alla religione dei nostri padri ; ma adesso si accorgono che i figli crescono su come bestie senza educazione, senza religione, e senza fede, perché privi d'istruzione e dei Santi Sacramenti. Questo fatto li spaventa per l' avvenire. Si sono perciò riuniti per deliberare di raccomandarsi a D. Bosco. Vennero quindi da me e fecero le più grandi istanze perchè apriamo una casa colà , ed essi s' incaricano di tutte le spese per fare un ed;fizio in regola. Il dottor Moreno dopo vive istanze mi disse queste parole « Perdoni , signore , se mi prendo la libertà di farle un'osservazione : Ella vuole mandare i suoi colleghi nella Patagonia per civilizzare gli Indi , quantunque vi sieno tante e tante difficoltà da superare : ma pare egli conveniente accingersi ad un'opera così difficile ed incerta nel suo esito, e intanto lasciare qui un popolo cristiano , compatriota loro, divenuto ora indifferente, ateo, e che fra poco cadrà nella barbarie i Ora con tutta facilità questo gran male si potrebbe impedire e con certezza di riuscita ; se invece questo numeroso popolo si abbandona a se stesso , fra pochi anni per convertirlo ci vorrà una fatica cento volte maggiore, e forse non vi si riuscirà più»

Le assicuro, caro D. Bosco, che sebbene io vegga la necessità di mandar missionarii in Patagonia, tuttavia a queste parole del dottor Moreno non seppi che rispondere, e dovetti promettere di andar tosto a fare una visita a dette colonie , e poi scrivere a V. S. pregandola che ci mandi dei rinforzi dall'Italia per sostenere questi cristiani cadenti , e così stabilirci anche più vicino ai selvaggi.

Intanto bisogna che Le esponga il mio parere a questo riguardo e che ragioni sulla pratica possibilità e convenienza di questa Missione a preferenza di altre per il presente. Andare direttamente tra gli Indi pel momento riesce impossibile, perché il governo allettato dagli ultimi acquisti su loro non vuole saperne di missioni. Ultimamente ha esteso i confini dalla parte del Charhue di parecchie migliaia di leghe. Gli Indi che popolavano questo vasto territorio furono presi prigionieri, e i non ammazzati vennero condotti in BuenosAyres , e distribuiti alle famiglie come schiavi. Molti perirono nel viaggio, molti muoiono qui pel cambiamento di vitto e di clima , cosicché si riducono a pochi ragazzi e ragazze, ed in gran parte donne. Adunque due gravi difficoltà ci si fanno innanzi : Il nessun appoggio del Governo, e l' acrimonia degli Indi contro del medesimo , quindi l' indisposizione loro di accoglierci. Nella proposta invece che ora ci vien fatta non s' incontrerebbero gravi difficoltà. Si comincierebbe a fabbricare una chiesa con iscuole nel centro di queste colonie : un paio di preti con alcuni catechisti basterebbero per tutto. Aperta la chiesa, i vicini avrebbero tutte le comodità di compiere i doveri religiosi, ed altresì i lontani potrebbero approfittarne, poiché verrebbero alla domenica anche da 10, 20 leghe distanti i varii coloni dispersi, per fare le loro divozioni, ricevere la comunione Pasquale, far benedire i matrimonii, far battezzare i loro bambini. Col tempo poi avendo altri sacerdoti, si innalzerebbero altre chiese ed altre scuole, ed il bene si estenderebbe su più vasta scala. Quindi un gran passo si sarebbe fatto verso i Pampas e i Patagoni. - Ecco i miei pensieri a questo riguardo. Attendo i suoi carissimi ordini , o mio Rev.mo Padre.

Intanto mi permetta, che io Le rinnovi la domanda di preparare altri operai per le missioni d'America. È una cosa che fa piangere , vedere tanti bisogni e non avere onde provvedervi. Di queste colonie , tra cui non fu mai alcun prete, ve ne sono non decine, ma centinaia e migliaia se si tarda ancora ifh poco ad occuparsi di loro, non saremo più in tempo, cadranno nell' indifferenza, e fors'anche nell'empietà e nella corruzione barbarica.

Ci mandi adunque, o caro Padre, ci mandi dei sacerdoti, ce ne mandi Si ce ne mandi molti. Ce ne mandi ancorché di non alta capacità, purché di santa vita e pronti a sacrificarsi per Cristo e per le anime da lui redente. Arrivassero pure anche in varie centinaia insieme, in un sol giorno sarebbero tutti occupati.

Intanto benedica tutti i suoi figli d'America, e specialmente il suo aff.mo

Sac. FRANCESCO BODRATO.

Che n'è della piccola Lotteria.

La piccola Lotteria, di cui si fece parola negli scorsi mesi, procede, da quanto sembra, con esito abbastanza felice. Si sono già spacciate parecchie migliaia di biglietti , e si stanno tuttavia distribuendo quelli che ancor rimangono. E qui ci gode l'animo di poter dire che molti Cooperatori e Cooperatrici ci hanno dimostrato e ci dimostrano tuttora in questa circostanza una grande benevolenza. Gli uni, che ne sono in grado, ritengono i biglietti loro spediti, e ce ne inviano tosto il danaro perché possiamo fare fronte alle spese ; gli altri s'industriano amorevolmente a smerciarli tra i conoscenti ed amici, procurando così nuovi benefattori ai nostri poveri giovanetti. Dio benedica tutti, e li ricompensi di questo atto di carità. Se ci sarà continuato questo valido appoggio noi speriamo nel prossimo mese di Maggio di stabilire il temi o della estrazione della piccola Lotteria. Di ciò daremo avviso a suo tempo ; come pure dopo l'estrazione per norma di tutti pubblicheremo nel Bollettino i numeri vincitori.

CORREZIONI D' INDIRIZZO.

Siamo di quando in quando pregati a voler correggere sulla fascetta del Bollettino ora il nome, ora il titolo ed ora pur anche la destinazione, o per isbaglio avvenuto, o per mutamento di domicilio. Per quanto ci è possibile noi lo facciamo ben tosto ; ma le fascie già stampate, e le molte migliaia di copie del periodico, che ci occorre di spedire ogni mese , c' impedisce di soddisfare a tutti in un tratto. Preghiamo adunque di un benigno compatimento , assicurando che ci faremo premura di effettuare siffatte correzioni nel miglior modo e al più presto possibile.

Intanto a scanso di ulteriori sbagli, e di bisogno di correzioni, i Decurioni o qualunque altro, che avessero nuovi Cooperatori e Cooperatrici da proporci , sono caldamente pregati a scriverci il loro nome e cognome e patria con molta chiarezza e precisione.

Soprattutto poi ci raccomandiamo che nessuno dei Confratelli o per negligenza o per altra ragione ci voglia trasmettere nomi e cognomi errati

o con titoli sconvenienti, come fece poc'anzi uno sconosciuto poco cortese , che certo non ci deve appartenere. Noi perdoniamo all'inurbano ; intanto domandiamo umile scusa a tutti quelli , che per questo motivo avessero ricevuto il Bollettino con indirizzi e qualificazioni rincrescevoli.

IL MARTIRIO D'UN CRISTIANO.

Monsignor Semprini, dei minori riformati e vicario apostolico dell'Hu-nan, scrive da Han-kiu-fu alle Missioni Cattoliche : « Gli abitanti di Hu-nan odiano a morte gli Europei e la loro religione , li calunniano e li perseguitano in ogni maniera. In questi ultimi tempi la concitazione degli animi era tale, che si trattava addirittura di un massacro generale degli Europei, dopo il quale si sarebbero bruciate le loro case e le loro chiese. I cristiani , spaventati e maltrattati , sentivano che la protezione dei missionari era diventata impotente , ed i tribunali non rendevano giustizia ai nostri reclami per non inasprire maggiormente il popolo.

« In una delle nuove cristianità del Siannin-hien il neofita Giovanni Lien-pen-kiao, uomo semplice e pio, venne accusato di magia dai pagani di Sukum e condotto al Zu-tan. Là fu fatto spogliare, e poi a colpi di bastone si volle indurlo ad accusare i cristiani di ogni sorta di nefandità , e rappresentarli come causa di tutti i mali , e costringerlo a rinnegare la fede. - I cristiani, rispose Giovanni, fanno il bene e non fanno mai il male. Io sono cristiano, e lo sarò sempre. - Il suo sangue scorre a rivi, ma il suo coraggio non viene meno, e i capi lo condannano ad essere bruciato vivo. Ricondotto alla casa comunale, è nuovamente esposto alle tentazioni ; egli ad ogni domanda, ad ogni suggestione risponde sempre che i cristiani sono innocenti, e ch' egli morrà piuttosto che apostatare.

« Dopo aver messo la sua testa in uno staio rovesciato, gli si misero sotto fascine di sermenti e stoppa, e lo affumicarono : la sua testa gonfiò sino ad uscirne il sangue per le narici. Ma ciò non era che il preludio del suo martirio. Il buon Giovanni venne allora trascinato alla sponda del fiume, intanto che egli andava continuamente protestando di essere e di voler perseverare cristiano. Allora lo attaccarono ad un palo ritto in mezzo ad una catasta di legno , versarono sopra le sue vesti e sul suo corpo buona quantità d' olio , e diedero il fuoco alla catasta. Non si senti un lamento, e la fiamma ebbe presto divorato il corpo del martire , che cogli occhi rivolti al cielo fece a Gesù il sacrifizio della sua vita.

La morte di Giovanni Lien-pen-kiao ha chiamato su quella cristianità le benedizioni celesti, e oggi più di cento cinquanta novelli catecumeni si dispongono a ricevere il battesimo. Nel distretto di Tumgan-Kien, a quattro giornate dalla mia residenza, molti pagani fecero in pezzi i loro idoli, e chiesero di ricevere il battesimo. Il demonio irritato ha però sollevato una tempesta ; giacché i catecumeni furono calunniosamente accusati di furto e gettati in prigione. I poveretti vi sono detenuti da parecchi mesi, in preda ad ogni sorta di contumelie e di sevizie, ma rifiutano fermamente di rinnegare la fede. - Sia lode al cielo , che ci mostra ogni giorno come il sangue dei cristiani sia seme fecondo di altri confessori della fede. »

BIBLIOGRAFIA SALESIANA
Prossima pubblicazione.

Molti dei nostri Cooperatori e Cooperatrici tengono allo studio giovinetti, parenti ed amici, de quali mentre desiderano l'acquisto dei tesori della italica lingua, bramano assai più che acquisto siffatto vada in essi disgiunto dal pericolo di naufra. gare nella fede o nei costumi. Per assecondar( questa legittima brama la Congregazione Salesiana diede già opera da parecchi anni alla pubblicazione della tosi detta Biblioteca della Gioventù Italiana e del Vocabolario Latino del Prof. Don Durando ; ed ora per mezzo della sua tipografi, di 'sbrino mette in luce un nuovo Dizionario delh Lingua Italiana compilato dal Sac. D. Francesco Cerruti Dottore in Lettere e Direttore del nostro Collegio di Alassio. Mentre raccomandiamo questo Dizionario a quelli, ai quali o per sé, o pei loro cari occorresse averne bisogno, crediamo ben fatto 'di qui riportarne la prefazione dell'industre autore onde ciascuno abbia un giusto concetto dell'opera sua, e possa giudicarne con cognizione di causa,

AL LETTORE

Un nuovo Dizionario!... Ecchè ? Non ve n'è forse già a dovizia di vecchi? Si può egli ancora in siffatta materia fare alcun che di nuovo ?Non sarà questo piuttosto un gittare il tempo , o per lo meno un actum agere ? Adagio, mio buon Lettore ; eccoti qui un po' di storia di questo mio qualsiasi lavoro, che spero varrà a sgannartene totalmente. E primieramente non è ignoto ad alcuno che se molti ed anche pregevoli vocabolarii furono sinora compilati della lingua italiana , rarissimi però sono quelli che dal lato della moralità possano darsi sicuramente nelle mani d' un giovane costumato, sicché possa questi scorrerli inoffenso pede (1). Paghi di presentare al Lettore una copiosa e vaga scelta di parole e locuzioni da fargli conoscere ed apprezzare le dovizie e le grazie dell' Idioma gentil, sonante e puro, la più parte de' vocabolaristi non pensò punto a levarne quelle che od offendono apertamente il pudore, o per lo meno lo pongono a tremendo pericolo. Eppure chi per poco riflette a quel doloroso nitimur in vetitum, e conosce soprattutto l'indole ardente, l'animo appassionato e facile a lasciarsi tradire dalle apparenze esteriori della gioventù , sa che su questo punto le precauzioni non sono mai troppe. Ogni scrittore nell'atto d'impugnar la penna dovrebbe seriamente meditare il maxima debetur puero reverentia di GiovENALE, e quel severo, ma salutarissimo precetto che fa poco dopo nella medesima satira XIV lo stesso poeta:

Nil dictu foedum visumque... limina tangat. Intra quae puer est    

Nessuno poi dovrebbe mai dimenticare che se lo studio e l'apprendimento della lingua è per un popolo di alta importanza, vi ha però cosa, che deve stare ancor più a cuore, ed è l'onestà ed il pudore messi troppo spesso a repentaglio da certe parole o frasi, la cui cognizione è roventi volte il primo passo alla lubrica via di quell'immoralità, che cotanto si deplora nella gioventù. Chi s' intende per poco di educazione, chi trovasi al contatto della gioventù, soprattutto nei Convitti e nelle stesse famiglie, sa che io non esagero punto. Nè si dica che per questo modo si viene a restringere miseramente il patrimonio della lingua italiana, giacché non si tratta qui di una proscrizione assoluta, ma relativa, si tratta cioè unicamente di vietare ad un'età ardente, inesperta e troppo facilmente trasportabile dalla foga dell' immaginazione e de' sensi la cognizione e l'uso di quello, che nelle sue mani sarebbe altrettanto veleno. Ecché ? Non è forse questo un precetto di legge naturale? Non vediamo noi praticata tal cosa eziandio da' più savii scrittori pagani ? Non udite voi Quintiliano (2) gridare ai suoi contemporanei che non pongano giammai fra le mani de' giovani autori pericolosi , ma ne rimandino almeno la lettura all' età provetta , quando cioè si è pervenuto a quel vigore d'animo, che mette i costumi al sicuro, cum mores in tuto fuerint? Del resto ogni ben pensante converrà meco, che se l'Italia fosse priva di certe sozzure, infausta eredità di novellisti e romanzieri, non ne avrebbe perduto nella sua dignità e nella sua gloria, mentre se ne sarebbe avvantaggiata assai nell'onor suo e nella moralità de' suoi figli.

Mosso adunque da queste considerazioni, che qui per brevità ho appena accennato, mi proposi di bandire assolutamente dal mio Dizionario, compilato in modo particolare per la gioventù, qualunque vocabolo o locuzione ne potesse anche solo da lungi offendere il pudore. Questa fu la principale, per non dire l'unica ragione, che m'indusse a dar mano a questo mio lavoro.

Ma che ? Aveva fatti pochi passi nell'assuntami impresa, quando m'accorsi che ben altre cose rimanevano a fare. Notai infatti una non piccola mancanza di vocaboli riguardanti le arti ed i mestieri, vocaboli il cui uso è reso ogni di più necessario dai moltiplicati commerci dell'Italia con le straniere nazioni, dal maraviglioso incremento delle conoscenze umane e da quella fiamma di operosità che tutta omai invade la vita pubblica. Arroge che gran parte de' dizionarii sono stati compilati,e con pochissime modificazioni qua e colà ripubblicati, sotto l'influenza di quella scuola eccessiva, la quale pretendeva che nessuno si dovesse nello scrivere e nel parlare scostare dalla lingua del BOCCACCIO e del BEMBO, condannando cosi ad una perpetua immobilità una lingua, la quale appunto perchè vive, ha diritto di muoversi e camminare. Quindi una guerra furibonda a quanti si attentassero di levar il capo da questa dura tirannia; quindi un ostracismo ingiusto a tutti quei vocaboli, a tutte quelle locuzioni che non fossero per avventura nei due sopra menzionati scrittori. E dico ingiusto, giacchè i nuovi bisogni, le nuove invenzioni, le nuove usanze e simili richiedevano bene nuove voci con cui acconciamente significarle. Non vorrei però che dal fin qui esposto tu mi credessi, mio buon Lettore , di quella scuola scapigliata e rivoluzionaria , la quale, accettando ad occhi chiusi qualsivoglia novità, accoglie con un certo piacere e si fa pompa di qualunque vocabolo forestiero , di qualunque costrutto anche il più strano ed innaturale, menandone vanto sotto lo specioso nome di progresso letterario o filologico, che lo voglia chiamare. No mai. Poiché se la lingua italiana, come lingua vivente, è per ciò stesso di sua natura suscettibile di un indefinito perfezionamento , ha pure il diritto di rimuovere da sè qualunque cosa contraria all' indole , alla natura sua, e che per poco ne guasti e deformi le vaghe sembianze. Quindi non ogni nuova voce, non ogni nuova locuzione venutaci dal di fuori ho io accolto in questo mio Dizionario , ma solo diedi ospitalità a quelle , che scaturite da buona sorgente e ben atte a significare le nuove idee ci vennero dalle nazioni straniere, che prime le trovarono, qualunque esse siano, Francia, Inghilterra, Germania od altre. Che se pur qualche volta indottovi dalla necessità ne registrai alcune veramente false ed illegittime, non ho mancato di bollarle del dovuto marchio , perchè non traggano gli incauti in errore. Anzi feci ancor di più, chè in fine posi a bello studio di rincontro all'elenco delle forme e locuzioni più eleganti, onde risplende la venustà , la grazia , la dignità della lingua italiana, quello altresì dei modi e vocaboli errati più comuni, sicchè il lettore percorrendolo possa agevolmente conoscere gl'inganni e premunirsene si nello scrivere , come nel parlare.

Nè qui è tutto il lavoro fatto, chè posi eziandio particolar cura a rettificare qua e colà definizioni, che non mi parevano abbastanza precise, a rendere un po' più chiare quelle che presentavano qualche oscurità, dar un ordine più logico ai diversi significati racchiusi sotto ciascuna voce, aggiungendovi quelli che vi mancavano e che sostenuti dall' autorità legittima di classici scrittori avevano ben diritto di far parte della famiglia.

Infine ho creduto giovevole cosa nel dizionario geografico, anch'esso accresciuto, indicare dei nomi Francesi, Inglesi, Tedeschi e Spagnuoli il modo della pronunzia, consultando a tal fine autorevoli persone. Del che son persuaso mi saprai buon grado, Lettor mio caro, giacchè per questo modo vengo a levar quel dispiacere ed anche un po' quella stizza, che si prova nel leggere nomi, che poi non si sanno pronunziare , mentre pure, alcuni soprattutto, occorre pressochè ad ogni piè sospinto di doverli citare. Riassumendo adunque, eccoti l'operato da me in questo Dizionario:

1° Proscrizione assoluta di qualsivoglia voce, frase o locuzione, che possa anche solo leggermente offendere il pudore;

2° Aggiunta di quei vocaboli risguardanti le arti ed i mestieri, che l'uso di autorevoli scrittori ha approvato e la cui cognizione è resa più necessaria da una consuetudine pressochè quotidiana ;

3° Inserimento di nuovi vocaboli della lingua parlata, bollando però debitamente quelli, che non hanno una legittima approvazione ;

4° Rettificazione e schiarimento di certe definizioni con un ordinamento più razionale dei significati di ciascuna voce ;

5° Aumento nel Dizionario geografico colla indicazione della retta pronunzia de'nomi forestieri ;

6' In fine due brevissimi elenchi, l' uno dei vocaboli e modi errati più comuni, l'altro delle locuzioni e provverbii italiani più eleganti.

Un ultimo obbligo mi corre ancora di adempiere, ed è il dichiarare gli aiuti che ebbi, e le fonti a cui attinsi nella compilazione di questo mio Dizionario. Debbo pertanto significar anzi tutto la mia profonda riconoscenza a' signori P. FANFANI e G. RIGUTINI, il primo de'quali, uomo di quella fama in filologia che tutti sanno, mi giovò non poco col suo Vocabolario della lingua italiana, mentre il secondo mi porse non debole aiuto col suo Vocabolario italiano della lingua parlata, vocabolario che meriterebbe di essere maggiormente conosciuto ed apprezzato nella sua sostanza e nel suo scopo (1). Passando poi agli altri, mi furono guida in questo lavoro oltre il Vocabolario degli Accademici della Crusca, il gran papà di tutti i vocabolaristi, il Dizionario Universale del ROBIOLA, il Nuovo Dizionario de' sinonimi del TOMMASEO e quell' altro piccolo di mole , ma pregevolissimo nella sua sostanza del GRASSI, il Vocabolario metodico italiano dello ZANOTTO, il Nuovo Vocabolario di arti e mestieri del CARENA, senza parlare di quelli minori del BAZZARINI, del LoNGHI e MENiNi, del Picci, d'J. CANTù ecc. Riguardo poi alla compilazione dei due elenchi posti in fine, mi valsi dei due grossi volumi di voci e maniere di dire italiane del GHERARDINI, del Vocabolario di voci e frasi erronee del VALERIANI e del Vocabolario di parole e modi errati dell' UGOLINI , benchè il disegno mio di fare non due vocabolarii propriamente detti, ma solo due elenchi, mi abbia obbligato a non più che sfiorarli.

Eccoti adunque, mio buon Lettore, l'origine storica di questo mio lavoro, a cui attendo, benchè con frequenti interruzioni, omai da tre anni , il metodo seguito, i miglioramenti introdotti, le addizioni fatte e le fonti a cui ricorsi.

Ho io soddisfatto alla tua aspettazione ? Ho con esso raggiunto quel fine, ho toccato quella perfezione, che era meta de' miei voti, delle mie fatiche ? Non lo so ; che anzi quanto a perfezione, cosa moralmente impossibile nella compilazione di un dizionario, sono persuaso di non averla punto raggiunta. L'opera di un vocabolario pare a molti la più facile del mondo, mentre è forse la più irta di spine e di difficoltà. Sel sanno coloro che vi attesero con quella cognizione di causa e quel sentimento di dovere e di onestà, cui deve mirare un coscienzioso lessicografo. Quanto a me fui più volte sul punto di troncare un tal lavoro, che leggiero sulle prime conobbi di mano in mano più arduo e gravoso. E l'avrei fatto se non me n'avesse distolto il consiglio e pressochè il comando di autorevoli persone e l' intima convinzione di far cosa vantaggiosa alla moralità ed agli studii della gioventù, di questa porzione la più eletta della società, di questa splendida speranza della religione e della patria, a cui ho consacrata tutta la vita. Voglia il Signore benedire questo mio lavoro, mentre per parte mia dichiaro pubblicamente fin d'ora che riceverò con riconoscenza qualsivoglia giusta osservazione , che mi venisse fatta, risoluto di tenerne il dovuto conto nella seconda edizione, a cui mi accingerò, appena il Signore me ne darà lena e tempo.

Un Vol. in 16° di circa 1500 pagine, Lire 3,00. Vendibile presso la Tipografia e Libreria Salesiana, TORINO, SAN PIER D'ARENA, NIZZA AL MARE, BUENOS-AYRES.

(1) Instit. I, 14.

(2) Convien però confessare ad onor del vero e a decoro della patria nostra che si va da qualche tempo su questo punto manifestando una lodevole reazione. Ne è prova la cura intelligente ed operosa, che posero nell'escludere ogni schifezza il PEROSINO ed il DURANDO ne' loro Vocabolarii italiani-latini e viceversa, il PECHENINO nel suo Vocabolario ital.-greco , il RIGUTINI nel suo pregevolissimo Vocabolario della lingua parlata, che meriterebbe essere più conosciuto , apprezzato e diffuso , J. CANTù nel Piccolo Alberti o Vocabolario ad uso delle scuole, e gli A. e C. nella ripubblicazione del Nuovo Longhi e Menini.

(1) Nell'atto che sto correggendo le ultime bozze di questo Dizionario, ricevo la dolorosa notizia della morte dell'illustre FANFANI, la cui perdita meritamente compianta da tutta la nazione è una vera sciagura per le lettere italiane.

ULTIMA PUBBLICAZIONE

VITA DI N. S. GESÙ CRISTO ESTRATTA DAI SANTI ÉVANGELI COLLE OSSERVAZIONI MORALI ED ESERCIZIO BREVE DI DIVOZIONE PER LE DOMENICHE E FESTE DI TUTTO L'ANNO
ED ALTRE AGGIUNTE
del Padre CARLO MASSINI
Un vol. in-32', pagine 676, L. 1,00

INDULGENZE SPECIALI
pei Cooperatori.

Ogni Cooperatore può acquistare indulgenza plenaria una volta al giorno, da applicarsi alle anime del Purgatorio, recitando la terza parte del Rosario di Maria Vergine avanti al SS. Sacramento, e non potendo avanti al divin Sacramento, recitandola innanzi al Crocifisso.

Indulgenza plenaria ogni volta che si accosta alla santa Comunione.

Può altresì lucrare moltissime indulgenze plenarie nel corso del giorno mediante la recita di sei Patir, Ave e Gloria, secondo la mente del Sommo Pontefice. E queste indulgenze applicabili alle anime purganti, le può acquistare toties quoties, ossia tutte le volte che recita i suddetti Patir, Ave e Gloria in qualunque luogo, senza bisogno di Confessione e Comunione, purchè sia in grazia di Dio.

Oltre a queste un' altra plenaria ne può guadagnare ogni Domenica, e nei giorni qui sotto notati, purchè confessato negli otto giorni, e comunicato, visiti una qualche Chiesa, pregandovi secondo l'intenzione del Sommo Pontefice.

Mese di Aprile.

4. S. Isidoro, vescovo, Dottore della Chiesa.

6. Indulgenza plenaria tutti i giorni della settimana Santa , dalla Domenica delle Palme 6 Aprile, sino al Sabbato Santo, 12 dei medcsimo.

13. Pasqua di Risurrezione. 24. S. Fedele di Simmaringa. 28. S. Paolo della Croce.


Sampierdarena 1879. Tip, di San Vincenzo de' Paoli.

Con permesso dell'Aut. Eccl. FERRARI GIUSEPPE gerente respons